sabato 13 luglio 2024

Sabato 13 luglio 2024: ANNA MARIA... (4)

Non va meglio per me dopo la caduta. Da due giorni riesco a puntare meglio i piedi sul pavimento e a mettere giusto tre passi per farmi sistemare sulla sedia a rotelle e provo una pena grande perché non posso dedicarmi a te, Anna Maria mia, come vorrei. Troppo dolorante per essere serena, e con un enorme ferita dentro in cui annego il dolore per non piangere. Lacrime sempre in agguato. Ma intanto mi corrono incontro altri ricordi di quel periodo insieme sui monti di Casalnuovo Monterotaro. E te li racconto perché riguardano anche te, piccolissima e adorabile.

Per fortuna, in quel paesino, avevo scoperto, andando un giorno con mamma e babbo in paese, il fotografo Nasillo che ci aveva portato nella camera oscura dove avevo visto fiorire nell’acqua su cartoncini bianchi, lentamente, volti e case e alberi e profili di monti e sagome d’animali. E quel prodigio diventava esaltante quando quelle foto venivano appese con le mollette a fili di zinco come fazzolettini che sventolavano da un treno lungo lungo per un addio o un arrivederci. Oppure, come me, erano colombe in cerca di libertà e di sole, ma trattenute da quelle mollette a tarparne il volo, in quella penombra semibuia rischiarata da caldi fari per agevolarne l’asciugatura.

Per me, Nasillo era un vero e proprio mago in carne ed ossa (altro che il mago di Oz!), tanto da far affiorare dal nulla quelle meravigliose immagini, prima riprese, con un semplice scatto, dalla macchina fotografica. Questa era una grande scatola nera a fisarmonica, poggiata su un trepiedi pure nero in una saletta semibuia. Dietro la scatola c’era un panno nero dove spariva la testa del fotografo e una peretta che lui stringeva con la mano ogni volta che un lampo attraversava l’enorme occhio aperto sulle cose e le persone, che sembrava venissero mangiate come se quell’occhio, che si apriva e si chiudeva, diventasse una enorme bocca vorace. Improvvisamente quelle cose o persone, mangiate da quell’occhio-bocca, ricomparivano sui fazzoletti bianchi messi nell’acqua e stesi ad sciugare davanti alla lampada accesa. Un prodigio, che mi piaceva osservare ogni volta che ci capitava di passare dal suo studio fotografico. Il fotografo Nasillo era un prestigiatore-illusionista

da ammirare incondizionatamente.          

Fu allora forse che cominciai a non avere più paura del buio? Forse sì. O, quantomeno, cominciai a scoprire che era nel buio che avvenivano i prodigi, si compiva il mistero delle cose, si dischiudevano i sogni, germogliavano i bambini… Quante foto bellissime venivano scattate anche a te con i tuoi favolosi cappellini, con i tuoi riccioli bruni che incorniciavano il tuo visetto sorridente o corrucciato per qualche capriccio che mamma e babbo non potevano esaudire in quel momento: cioccolatini, caramelle e gelati di cui eri particolarmente ghiotta. E ne ero ghiotta pure io. Altra caratteristica che ci ha sempre viste complici fino a tarda età.

Per fortuna, poi, c’erano anche il cinema e le lucciole. E anche questi erano miracoli che si accendevano nel buio: lo schermo e le storie nel buio del cinema; le lucine vibranti nel buio della sera. Spesso con mamma e con le mogli e i figli degli altri militari andavamo al cinema. Per raggiungerlo dovevamo attraversare alcuni campi della periferia che brulicavano di lucciole (noi siam come le lucciole/ brilliamo nelle tenebre… ma era un’altra storia che mi sfuggiva). Io mi perdevo in quelle stelline affioranti sul prato. Nel cinema, mamma era sempre attenta a coprirci con le mani gli occhi per non farci vedere alcune innocenti scene d’amore che lei riteneva non adatte a noi piccoli. Questa precauzione è durata fino alla nostra adolescenza con grandi proteste da parte mia e delle mie compagne di innocue prime scoperte del mondo e della vita. Non c’era bacio che non dovessimo spiare attraverso la grata delle sue mani che sembravano moltiplicarsi, centuplicando dita e ansie e timori e perplessità. E in quella complicata operazione anche lei si perdeva l’emozione di quel bacio tanto atteso e inevitabilmente perduto… Ma all’uscita dal cinema io dimenticavo tutto per dare la caccia alle lucciole. Ne raccoglievo a manciate che conservavo nel fazzoletto per metterle nel bicchiere appena tornata a casa. Qui la delusione in agguato: quelle splendide lucine intermittenti, a riportarmi il cielo e il brulichio delle infinite sue stelle tra le mie piccole mani, erano soltanto dei minuscoli insetti privi di ogni splendore. (IL SOGNO, la realtà). Ma, pur registrando ogni volta la delusione di quella via lattea sfavillante nella mia tasca, ricondotta a un misero bottino di alucce spente, non riuscivo a vincere la tentazione di riprovare ad afferrarle e a conservarle, sperando nel prodigio di ritrovarle a casa sfolgoranti di luce. (Più tardi, mi avrebbero dato l’opportunità di riflettere sulla nostra irriducibile necessità di credere nel sogno e di rifiutare persistentemente le reiterate delusioni che la realtà ci riserva, perché ognuno forse, a modo suo, si costruisce nicchie di sopravvivenza e tenaci illusioni, magari senza averne piena consapevolezza o, proprio perché tali, con foscoliana insistenza. Molto molto più tardi ho ritrovato, sempre con te, quelle meravigliose stelle ammiccanti nelle nostre vacanze alle Terme di Chianciano, lungo la lunga strada della nostra passeggiata nel bosco che congiungeva il nostro albergo al centro del paese. Oppure, ma senza di te, nella vallata della Valle del Sole, dove io e Primo avevamo una multiproprietà. Un appartamentino delizioso su cui si affacciava la nostra casa delle vacanze in Abruzzo. E, mentre all’alba le nuvole di morbida panna lievitavano verso l’alto facendoci sentire in sospensione tra terra e cielo, di sera da quel fondo valle salivano fino al nostro balcone le lucciole luminose e grandi a farci riscoprire un mondo che credevamo perduto per sempre nei nostri paesi e nelle nostre città sempre più inquinati... Ma, come ho già detto, noi due con Gianni e le nostre sorelle, le ritrovavamo in Toscana dove ci accoglieva il benessere delle terme e il lungo viale d’alberi e di siepi tra cui scintillavano in minor numero ma salutate dal nostra rinnovata meraviglia).

Ma in quel paesino sui monti della Daunia erano il mio sogno e la mia delusione d’ogni sera e di ogni nuovo giorno. Meno pericoloso nel sollecitare illusioni e inevitabili conseguenti delusioni era, invece, il tuo dentino caduto che ero solita mettere sotto il solito bicchiere per farti trovare il giorno dopo, al suo posto, il solito soldino: lì non c’era inganno. Bisognava solo dire la formula magica che i nonni mi avevano insegnato dopo ogni dentino caduto perché quella perdita momentanea non ci dispiacesse più di tanto: tìttə e tìttə, sandə Bənədìttə, jè tu ammènəghə stùrtə e tu mu ammìnə drìttə… tetto e tetto ‘?’, san Benedetto, io te lo do storto e tu me lo fai rinascere dritto… (commutato alcuni anni dopo da mamma per l’ultima nata nel canto dello Zecchino d’oro: “fammi crescere i denti davanti/ te ne prego Bambino Gesù/ sono due ma mi sembrano tanti/ son caduti e non crescono più…”). Ma tutti noi nati nella prima metà del secolo ci assicuravamo, con quel mantra antico, il soldino e il nuovo dentino bello e dritto per sorridere meglio!

Per fortuna, poi, in quel paesino che si arrampicava fino al cielo, cadeva anche la neve. Tanta. A novembre quelle case da presepe, ed esposte a mille venti e all’incessante precipitare delle pietre lungo le scarpate, si vestivano di bianco e di silenzio. E del nostro stupore. Noi, appollaiati dietro i vetri al tepore di maglioni indossati l’uno sull’altro e dei bracieri accesi nelle diverse stanze… Magia di un silenzio come di bianca preghiera, di sposa all’altare, di bianche lucciole fluttuanti a mezz’aria senza più mani ad interrompere il loro lieve e incantato volo… E quelle vie sembravano inerpicarsi davvero fino al cielo, nell’imbroglio della tormenta che lo rendeva più sfumato e vicino, e con piccole sporgenze sul lastricato dove noi, se costretti ad uscire per andare in chiesa sulla cima più alta di quel nido di case, piantellavamo i piedi per avere maggior forza nell’attraversarle incolumi senza scivolare sul ghiaccio… e tu battevi le mani, ben riparata nella carrozzina con cuffiette, guantini e copertine, per quella meraviglia che t’incantava. E, meraviglia delle meraviglie!, la bianca neve nei bicchieri di vincotto che i nonni ci mandavano. Dolce delizia di rosso corallo... e non era più neve. Era carezza amore ricordo nostalgia… Nell’aria trasognata/ intrisa di silenzi/ tra case di cristallo addormentate/ bianche farfalle di neve/ su vesti nere/ in fila lungo la scia di campane/ passere scure a punteggiare/una fiaba di magico candore/ (la mia infanzia): (“La mia infanzia”, da l.d.l. il gelso e le rose).

E, poi, per fortuna, ci raggiunse Lina, la figlia di zia Angelina, sorella maggiore di babbo. Lina aveva sedici anni. Venne per stare un po’ con noi e per aiutare mamma nell’accudire i più piccoli. Con lei qualche volta, di pomeriggio, andavo giù dove c’era un porticato, che comprendeva la Caserma e il Comune, per giocare a palla o con la corda, ma subito Lina risaliva perché si sentiva troppo grande per quei giochi infantili. In casa giocavo un po’ con te “alla mamma e alla figlia”, mentre il piccolino, Pino, era intoccabile. Era l’erede al trono, il tanto atteso figlio maschio.

Lina era molto bella, paffutella, piccoletta. Con due occhioni neri e riccioli bruni. Sempre sorridente, allegra, chiacchierina. Amava cantare e ben presto fu l’allegria della nostra casa, ma ebbe la sfortuna d’innamorarsi, ricambiata, di un carabiniere. Il più alto, il più bello, il più divertente. Era napoletano. “Ciarlatano”, convertiva babbo. “Simpatico e educato”, ribadiva mamma. “Peppino miooo, amore miooo…”, Lina cantilenava a più non posso. E sognava e scriveva lunghissime romantiche lettere, che mandava al suo amore con una tortorella viaggiatrice che ero io. E io accettavo volentieri di volare da un cuore all’altro perché quella “missione impossibile” mi faceva sentire importante, degna di confidenze e di grandi segreti.

Sia Pina che Lina si confidavano con me e spesso l’una mi pregava di lasciare perdere l’altra o di tacere con l’altra ed io mi sentivo meravigliosamente contesa. Ricevevo coccole e sorrisi da entrambe. E occhiate maliziose e complici. Nel buio di quei giorni più o meno bui, squarci luminosi di breve felicità! Lina, con l’aiuto e la complicità di mamma, Nina, Lucia e Pina, inventava o proponeva giochi di società per le tante feste che rendevano allegra la nostra casa. La vittima designata era quasi sempre il povero Giovanni, il domestico della caserma. Giovanni era felice di partecipare e di essere al centro dell’attenzione. C’era il grammofono a tromba e c’erano i 78 giri in vinile di musica leggera, che babbo collezionava. In quegli anni alle canzoni di guerra di un realismo tragico e lacrimevole subentrarono romantiche, appassionate, nostalgiche canzoni d’amore.

A “Faccetta nera, bella abissina,/ aspetta e spera che già l'ora s'avvicina...”... “Come ogni sera, sotto quel fanal,/ dietro la stazione mi stavi ad aspettar/ (…) Addio, piccina, dolce amor,/ ti porterò qui sul mio cuor,/ con te Lilì Marlen, con te Lilì Marlen...”... “Addio, mia bella addio,/ l'armata se ne va,/ e se non partissi anch'io/ sarebbe una viltà./ Non pianger, mio tesooro, sai che ritornerò,/ ma se in battaglia io mooro/ in ciel ti rivedrò...” si sostituirono “Vieni, c'è una strada nel bosco,/ il suo nome conosco,/ vuoi conoscerlo tu?/ Vieni c'è una strada nel cuore/ dove nasce l'amore/ che non muore mai più...”... “Vorrei baciar i tuoi capelli neri,/ le labbra tue, gli occhioni tuoi sinceri...”... “Suona solo per me/ o violino tzigano/ forse pensi anche tu/ a un amore laggiù/ sotto il cielo lontan…/ Se un segreto dolor/ fa tremar la tua mano”… E poi c’erano le musiche da ballo: la Cumparsita, Adios Muchachos, La violetera, il Bolero di Ravel. La mazurka, i valzer di Strauss, la polka, il fox-trot.  A babbo piacevano soprattutto le colonne sonore dei grandi film e la musica classica.  A mamma, però, dedicava sempre “Il tango della gelosia” (no, non è la gelosia,/ ma è la passione mia,/ quando ti guardano gli altri/ io fremo perché/ io il tuo amore lo voglio/ soltanto per me…). Ogni volta lo ballavano insieme e mamma era davvero bellissima, attrice principessa fata ballerina. Maliosa superba affascinante nei suoi abiti longuette molto eleganti e raffinati. L’adoravo. Mi ripetevo ogni volta che da grande sarei diventata come lei. (E per molti anni lei fu l’insuperato irraggiungibile modello anche per te)…

E mi fermo qui. Alla prossima e forse ultima puntata di una storia senza fine. Almeno nel mio cuore e in quanti (tantissimissimissimi!!!) ti vogliono bene, Anna Maria mia… lina  

 

 

 

 

martedì 9 luglio 2024

Martedì 9 luglio 2024: ANNA MARIA... (3)

Martedì 9 luglio 2024: ANNA MARIA… (3)

E ancora proteggi

la grazia del mio cuore

adesso e per quando

tornerà l'incanto

l'incanto di te,

di te vicino a me

(Vinicio Capossela, “Ovunque proteggi”)

Riprendo. Molto a fatica riprendo. Tu sai benissimo che uno scoramento continuo mi prende perché non riesco ancora a riprendermi dalle brutte conseguenze della bruttissima caduta di circa dieci giorni fa e mi stanco molto a stare seduta davanti al computer per parlare di te. Per scrivere di te. Anche gli occhi mi bruciano e si velano continuamente di lacrime. Ma voglio raccontare ancora e tanto. Per renderti VIVA anche al cuore degli altri. A quelli che sanno di te e a quelli che stanno imparando a conoscerti ora, sino dai lontani giorni della tua infanzia. Perché nulla di te venga ignorato. Nulla di quanto io stessa possa ricordare… A partire dalla casa del gelso e delle rose e dai mille frutti di stagione che il nonno portava a casa dai suoi campi e dalla “cocevola”, che noi chiamavamo il “giardino”. Dopo ogni primizia di stagione, dovevamo recitare l'avemaria di ringraziamento alla Vergine che ci aveva concesso di gustare quei frutti, ancora, nel nuovo anno. E il nonno ci guardava mangiare, felice della nostra golosa felicità. I frutti più grossi e maturi erano destinati a noi piccoline. Alla nonna. Agli occasionali o quotidiani ospiti alla nostra mensa. Avevo forse tre o quattro anni compiuti allora, e tu non eri ancora nata, ma i ricordi di quella età mi ritornano alla mente come nitide istantanee che hanno eternato, di volta in volta, quella bimba ribelle e ciarliera che solo il nonno riusciva a domare e a far tacere con le tue tenerezze, le mille strategie di sopravvivenza, i prodigi che fiorivano dalle sue mani per la sua quiete e quella delle altre donne di casa. Era tempo di molte donne e pochi uomini nelle case. Era tempo di guerra. E babbo era in guerra. Il nonno ci faceva da padre, colmando per intero quel vuoto di nostro padre fino a chiamarlo “papà” (ed era già una novità in quegli anni in cui i figli chiamavano il padre ancora “tatà”), e abbiamo continuato a farlo anche dopo il ritorno di babbo dalla guerra. Per l’intero arco della sua e della nostra vita. Ancora oggi, parlando di lui, diciamo “papà”. C’è una paternità non ascritta che si conquista con il cuore. Papà aveva sempre per tutti una parola di comprensione, di difesa delle umane debolezze, di tenero rammarico di tutto ciò che si sarebbe potuto fare per evitare amarezze e delusioni, ripicche e litigi, piccole e grandi disperazioni. Sembrava che avesse un acciarino magico per ogni contrarietà. Col tempo avrei paragonato sempre più la sua luce alla generosità della lucciola che porta il suo lumicino alle spalle per illuminare la strada agli altri e mai a sé stessa. In questo tu gli somigliavi molto. Mamma e babbo si sposarono a gennaio del 1940. Un anno dopo nacque Lizia e ben presto mi annunciai io, ma babbo non mi vide nascere. Attese fino a maggio, poi fu chiamato per “servire la patria” e mi ritrovò esattamente quattro anni dopo, tornando a nuoto dalla Grecia, dove era stato prigioniero. E nel 1947 nascesti tu, come ho già raccontato. E tu eri un incanto. Ricordi che ti ho parlato di zio Padre Leonardo, venuto dall’America e del desiderio di mamma di far ricevere a me e a Lizia la Prima Comunione dalle sue mani? Ebbene in quella circostanza venne pure zio Fra’ Francesco, fratello maggiore di zio Padre Leonardo e del nonno. Zio Fra’ Francesco, con le sue massime sagge e i suoi aneddoti divertenti e il suo sandalo con una zeppa molto alta per sopperire alla mancanza di parecchi centimetri alla gamba sinistra (dislivello dovuto ad una ferita di guerra e ad un immediato intervento, persino senza anestesia, da parte del chirurgo cappellano, che così gli evitò l’amputazione dell’intero arto e ulteriori immani sofferenze, come lui ci raccontava) e Fra’ Felice, il sempre arguto e sorridente cugino di mamma, fratello di Peppino e Pasquale, figli di un altro fratello del nonno. Michelino.

Io ero bianca nuvola di bianco sogno e mi sentivo fiera di me e ancora di me.

E tanto fiera di zio Padre Leonardo, e di tutti gli altri. E tutti ci fecero mille complimenti (altro che Cenerentola apprezzata solo dal Principe!), incantandosi però a guardare i tuoi occhioni, Anna Maria, che eri uno splendore di bimba. Zio Fra’ Francesco stette tutto il giorno ad ammirarti e a parlarti, come ti abbiamo più volte raccontato in passato: “bella bella bella… buooona!!!”. E tu  ridevi felice. (Anche zio Fra’ Francesco ci affascinava con le sue storie e le sue arguzie per farci scoprire il mondo giocando. Insomma, il nonno, zio Padre Leonardo e zio Fra’ Francesco erano tre fratelli meravigliosi. Il più taciturno e solitario era zio Michelino).

Alcuni giorni dopo, zio Padre Leonardo andò via e fu come se si spegnesse un faro nella nostra casa. Poi, la notizia che saremmo ripartiti tutti insieme, comprese me e Lizia, perché babbo non poteva più tollerare che io non andassi a scuola, ci sorprese dolorosamente. Avevo ormai quasi sei anni e mezzo ed ero in ritardo. Aveva fatto l'iscrizione per me in prima elementare e per Lizia in terza perché anticipataria. La scuola, molto grande e circondata da alberi e siepi, era a pochi passi dalla piazza della caserma, dove noi abitavamo in un “alloggio” che aveva ampie stanze e lunghi corridoi e ballatoi luminosi, con finestre e balconi sulla strada principale che portava al corso giù in paese. Ma c'era un'alta e ampia finestra, quella della camera da letto di mamma e babbo, che si affacciava sul cortile dell'enorme casa di zi' Donato, il nostro dirimpettaio.

Dopo i primi tempi di adattamento, mamma fece amicizia con le tre figlie di zi’ Donato, Nina la maggiore, tracagnotta, bruna, con una lieve peluria selle labbra e bellissimi occhi grigi, con modi spicci e pratici, senza fronzoli; Lucia alta, esile, bionda con lunghi capelli ondulati, bellissima e con occhi sognanti, era sempre molto elegante, anche con i vestiti di casa; Pina, la più giovane, era alta, robusta, una ragazzona solida e bella, con due lunghe trecce e labbra prorompenti di allegria. Era amica dei tanti animali che vivevano nella loro enorme casa. E così, spesso, vedevo mamma fare con loro la lotta dei cuscini che volavano da una finestra all'altra e attraversavano il cielo tra le due costruzioni come enormi buffe tortore impazzite, tanto la distanza era breve tra la caserma e la loro casa. Io temevo sempre per te e per Pino che mamma lasciava incautamente incustoditi sul letto per giocare come una pazzerella con le sue amiche. Io mi mettevo accanto al letto per tenevi sotto controllo. In realtà anche mamma vi controllava, ma io temevo ugualmente. E, del resto, lì mamma si stava riprendendo quella giovinezza che la guerra le aveva negato. Che il matrimonio e la nascita immediata delle prime due figlie le avevano negato. Poi, la tua nascita subito dopo la guerra. E quella di Pino. Era finalmente tornata a sorridere e sapeva giocare come una bambina, nonostante i quattro pargoli da accudire. Una gioia lunga quanto le mattine chiacchierine, i pomeriggi assolati, le sere stanche, ancora vivaci di un fervore strano a dirsi, e inconsueto a viversi in un paesino di poche anime, arrampicato sui fianchi della montagna fino al suo cocuzzolo e una croce. Pochi svaghi e tanta solitudine. Mamma si riscoprì, in quegli anni, allegra, incosciente, e un tantino viziata come una principessina, a cui non era mancato mai nulla, nonostante avesse vissuto con i nonni e noi bambine la paura della guerra e l'ansia dell'attesa che babbo finalmente tornasse.

Zi' Donato era un ricco possidente di più masserie ed aveva una casa enorme, che condivideva allegramente con zi’ Rosina, sua moglie, taciturna, amorfa, senza lode né infamia, e con le suddette tre figlie, una diversa dall'altra.

Pina aveva sedici anni ed era la mia compagna preferita. Poi, anche la tua nel senso che, benché tu fossi piccolissima, Pina ti prendeva in braccio e insieme andavamo in esplorazione nelle soffitte della sua immensa casa: grandi stanzoni sotto il tetto, dove c'erano colombi, tortorelle, uccellini, conigli. Conserve di pomodori, melanzane, zucchine, funghi e salsa e barattoli d’ogni genere e rosari giganteschi di salami e salsicce che pendevano dal soffitto e panciute chitarre di prosciutti stagionati. Su alti scaffali di zinco, lune oleose di formaggi. Addossati alle pareti, recipienti enormi e lucidi di olio, e damigiane di vino e tanto tanto altro ancora, suddiviso per stanza. Il regno delle meraviglie, animato e inanimato!

Un forte odore indistinto di tutto quel ben di Dio penetrava nelle narici. Tu facevi smorfie e sgranavi gli occhioni carichi di meraviglia. Mi chiedevo perché anche tortorelle e conigli e uccellini stessero lì e non nel vasto cortile, ma non osavo chiederlo a lei perché mi sembrava che una ragione dovesse pur esserci e non volevo fare la figura di essere tanto piccola da non capire. Lei mi aveva scelto come amica e questo mi riempiva di orgoglio. E lei, infatti, mi raccontava storie di fattucchiere e di magie. Diverse da quelle che ci raccontava il nonno. Mi parlava di spilloni conficcati nelle foto di persone che dovevano patire qualche guaio, commissionato alla “mascjàra” (strega che faceva magie e sortilegi) da chi riteneva di aver subito qualche torto. Di gocce di sangue del “mese” (mestruo) delle ragazze innamorate che le mescolavano al caffè in una tazzina da far bere al ragazzo prescelto per legarlo a loro con eterno amore. Di ciuffi di peli del pube per altre diavolerie che mi lasciavano senza fiato. Erano storie, di cui capivo molto poco, che m’incuriosivano e mi spaventavano, mi stupivano e mi inquietavano... Quando le chiedevo spiegazioni, Pina mi diceva che ero troppo piccola per capire e che avrei capito al tempo giusto. Poi, mi parlava anche delle sue prime cotte e della voglia del primo bacio. Si confidava con me che ero piccolina perché delle sue coetanee non si fidava. Diceva che erano tutte pettegole e invidiose e pronte a baciare il primo che capitava pur di togliere l'innamorato a qualche amica.

Anche zi' Donato, non molto alto, tarchiato, capelli bianchi rovistati dal vento, faccia quadrata benevola sorridente, amava raccontare storie curiose e cantare tante filastrocche. Ma io, dopo i primi approcci simpatici, ne avevo un po’ paura perché, prima di Natale, incuriosita dalle grida di uomini e animali, mi ero affacciata alla porta di un enorme stanzone mai esplorato prima e, senza che nessuno badasse alla mia presenza tanto erano tutti indaffarati nei loro mestieri, avevo intravisto quegli uomini ammazzare due maiali, che in quei due mesi avevano allevato nella masseria con tanta cura. Avevo sentito il loro urlo sgozzato le voci concitate. Avevo visto il sangue schizzare tra l’innocenza rosea di quei corpi frementi di paura e le veloci mani, e mi era arrivato violento il suo odore acre e disgustoso e, poi, con quella carne, umiliata e spenta, in tutta fretta altre mani di uomini e donne avevano ricavato chitarre e rosari di carne e, poi, grasso e lardo e sangue fritto e sanguinaccio. Ne ebbi orrore e terrore. A lungo mi tenni lontana da lui e dalla sua casa.

Ma, poi, dimenticai tutto perché zi’ Donato era affettuoso, allegro, sempre sorridente, soprattutto con te che suscitavi in lui infinita tenerezza. Spesso amava cantare proprio per noi bambine: Son tre notti che non dormo la là/ ho perduto il mio galletto la là/ poveretto la là/ poveretto la là/ non lo posso più trovar./ Ho girato il mondo intero la là/ e poi tutta l’Alemagna la là/ e la Spagna la là/ e la Francia la là/ fino in cima al Perù.// A voi donne ve lo dico la là/ se per caso lo trovate la là/ per piacere la là/ me lo date la là/ perché non posso più aspettar… Oppure La campana fa din don dan/ il galletto chicchirichì/ la madonnina qualche grazia fa.// Mamma mamma però però/ torno a casa a mezzodì/ fammi la grazia di pregare un po’.// Madonnina, la campana suona giàaa/ din don din don din dan/ la grazia mi faràa./ Madonnina, ah se volessi Tu/ la mia Nina non dormirebbe più.

E ancora E tutti i gatti miao e miao miao miao/ e tutti i gatti miao miao miao miao  ffrrr… (e faceva con la bocca e con le mani i movimenti del gatto in procinto di graffiare). Tu ridevi a crepapelle ed io ero felice per quelle tue risate tra dentini bianchi e piccoli come chicchi di riso. Zi’ Donato continuava Il primo gatto poi è quello da cucina/ che con voce sopraffina/ incomincia a miagolar:/ e tutti i gatti miao e miao miao miao/ e tutti i gatti miao miao miao miao ffrrr…// Il secondo gatto poi è quello da cantina/ che con voce sbarazzina/ incomincia a miagolar:/ e tutti i gatti miao…// Il terzo gatto poi è quello da salotto/ che con voce da bassotto/ incomincia a miagolar… e così via (tutte le canzoncine sono voci del ricordo. E ogni parola è quella, ma può essere un’altra…). A me piaceva molto quella canzoncina per il graffio conclusivo di ogni strofa che tanto ti faceva ridere. Già mi sentivo tua complice.

Zi’ Donato era per me fonte di timori e di risate, di ansie e d’allegria, di scoperte di nuovi mondi e di canzoncine per rendere più divertente il giorno. Anche mamma era in quel periodo quasi sempre allegra e canterina. Anche lei ci cantava canzoncine divertenti o tristi che finivamo per cantare insieme. Alcune per bambini, altre no:  C’era un grillo in un campo di lino,/ la formicuzza gliene chiese un pochettino,/ Lariciumbalalirollero lariciumbalalirollà…// Il grillo disse: che cosa ne vuoi fare?/ La formicuzza: mi devo maritare…/ Lariciumbalalirollero lariciumbalarilillà… // Il grillo disse: lo sposo sono io!/ La formicuzza: e son contenta anch’io!/ Lariciumbalalirollero lariciumbalarilollà…// Giunse il tempo di scambiarsi l’anello,/ il grillo cadde e si ruppe il cervello…/ Lariciumbalarilollero lariciumbalarilollà…// La formicuzza dal grande dolore,/ con la zampuzza si trafisse il cuore…/ Lariciumbalarilollero lariciumbalarilollà… Non era una storia a lieto fine, ma aveva un ritmo brioso e a me piaceva cantarla, soprattutto quando la cantavamo insieme. Io e mamma. Era bello stare con lei. Era bello stare con tutti noi. Tenerezza. Leggerezza. Allegria. A me piaceva sussurrare Nel 1919/ vestita di voile e di chiffon… e la dedicavo a mamma, quasi la canzone parlasse di lei, nata appunto, nel 1919, e ci scambiavamo occhiate d’amore. Anche mamma amava cantare “Il tango delle capinere” con la sua “ronda del piacere”; “Eulalia Torricelli da Forlì”, che aveva tre castelli e gli occhi belli; “Lilì Marlen”, col suo innamorato che ogni sera l’aspettava “sotto quel fanal”; “Signorinella pallida” e il suo disincantato ma pur sempre nostalgico notaio; “Come pioveva” ed entrambe ci sentivamo commosse da quel “c’eravamo tanto amati per un anno o forse più…”, e… “Signorina Maccabei,/ venga fuori dica lei/dove sono i Pirenei?”/ “Professore,/ io non lo so,/ lo dica lei”, e mi sembrava una impossibile ribellione all’indiscussa autorità degli insegnanti…

Spesso univamo insieme le nostre voci, diverse ma abbastanza intonate

(tə sì fàttə ‘na vèsta scəcullàtə/ cu cappiéllə ch’e frònnə e cò e rósə/ stìvə ‘mièzzo a tre quàttə sciantó sə/ e parlàvə o francése accussì/ fùjə l’atriérə ca t’àggə ‘ncuntràtə/ fùjə l’atriérə a tòlédo gnorsì…// àggə vəlùtə bbéne a té tu è vəlùtə bbéne a mé/ mò nun c’amàmmə chiù/ ma e vótə tu/ distrattamèntə piènzə a mmé…// réginè quànnə stìvə cu mmìchə/ nui magnàvəmə pànə e cəràsə

e quella reginella, che mangiava pane e ciliegie, mi cantava languidamente nel cuore).

Più tardi le avrei cantate anche in pubblico, con alterne vicende: c’erano canzonette che mi riuscivano molto bene e la gente applaudiva, ma alcune volte improvvidamente mi cimentavo con l’Ave Maria di Schubert o di Gounod e mi avventuravo in alcune arie della Traviata o della Norma o dell’Elisir d’amore e allora erano guai: gli acuti erano rochi ululati che si confondevano con il mormorio di disapprovazione dell’improvvisato uditorio.

Capii che non sarei mai diventata una cantante quando tu, mia amatissima Anna Maria, cominciasti a gridare a tutta voce i canti popolari del Salento, terra di passioni infuocate che il vento sparpagliava tra gli ulivi e portava a morire sul mare. E urlavi divinamente (uè nannaunannìinannéra uè nannaunannìinànnaà…). E più tardi cominciasti a scrivere e a cantare le tue canzoni, vere e proprie poesie appassionate, con una voce graffiante, bellissima.

Ma già è un altro luogo, un’altra storia ed io ho ancora tanto da raccontare sul paesino dauno in cima al cocuzzolo della montagna, dove ben presto io e te bambine stringemmo un patto di alleanza che è durato per tutta la vita. A presto. Lina

venerdì 5 luglio 2024

Venerdì 5 luglio 2024: ANNA MARIA… (2)

 È passata una settimana di silenzio. Senza la forza di dire una sola parola. Di scrivere una sola parola. E in tanto avvilimento non mi ha risparmiato neppure una pessima caduta che ha peggiorato notevolmente il mio stato fisico e mentale, mandandomi fuori da tutti i circuiti di recupero. Poi, per fortuna, i miei di casa con infinita pazienza e infinito amore, sono riusciti a portarmi sulla sedia a rotelle e ad avvicinarmi alla scrivania, ben sapendo che solo la scrittura mi avrebbe stanato dal dolore. E, infatti, ho ripreso a scrivere. E continuo a scrivere di te, per te e con te, qui dentro di me, ci sei sempre, mia Anna Maria. Scrivo per disperdere i pensieri negativi che mi fanno sprofondare in quell’abisso di dolore che ben conosco e che mi ha portato spesso, negli anni, ad annegare in quel “male oscuro” (Giuseppe Berto, Neri Pozza, Milano 1964) che è la depressione, da cui sono emersa sempre con la scrittura. Appunto. Per me da sempre salvifica. Spero che accada ancora, anche se le mie ancore diventano sempre più fragili e sconnesse. Ma penso ancora (e come non potrei?) che la scrittura sia un dono divino: fissa nel tempo lacrime e sorrisi. È simile a una foto. Questa, però, eterna volti e corpi, l'involucro di noi. La scrittura perpetua l'anima. Doppia immortalità. Dono meraviglioso sempre. Come non dire grazie al buon Dio per la sua totale gratuità? Ma noi uomini spesso manchiamo di gratitudine verso il nostro Creatore per i tanti doni, quasi sempre ignorati o ritenuti scontati perché ce li portiamo addosso dalla nascita, quindi ci appartengono di diritto. Oppure, pensiamo presuntuosamente che siano dovuti ai nostri meriti personali tanto che non ci scomodiamo mai a dire un grazie né a Lui né a quanti i nostri talenti apprezzano e li rendono visibili con bontà e generositàMa anche questo è un altro discorso su cui si potrebbe scrivere un trattato. Titolo? La difficile riconoscenza…

Naturalmente parlo per me e per chi crede in un Essere Superiore, che è Essenza di puro AMORE che tiene insieme i multiversi che continuano a auto-rigenerarsi come se fossimo ai primordi della Storia Universale. E sarei tentata di citare Einstein, Zichichi, la Teoria Quantistica che dimostra, a quanto pare, scientificamente l’esistenza dell’anima e la sua immortalità, il Bosone di Higgs, la Teoria del Tutto di Hawking ma potrei commettere grossolani errori di interpretazione, essendo profondamente ignorante in materia e non avendo affatto una mente scientifica, per cui faccio riferimento esclusivamente alla mia fede. Ai vari Convegni sul tema, a cui per anni ho partecipato. A cui abbiamo io e te partecipato. Ricordi? E alle tante letture che mi consentono un confronto aperto a tutte le possibilità in un campo illimitato e misterioso come la Vita e la Morte.   

La lettura è, secondo me, alla base della scrittura. Entrambe, poi, hanno bisogno dell’ascolto. Quanto ascolto abbiamo dato noi, mia carissima Anna Maria, ai racconti fiabeschi del nonno, con l’incanto che accendevano nei nostri occhi! Germogliava dentro, a nostra insaputa, la curiosità di scoprire in quali libri cercare le fiabe del nonno. Tu eri ancora piccolina, ma io feci tesoro di quelle fiabe fino a scoprire che alcune erano frutto della sua fantasia, altre facevano parte del patrimonio della narrazione orale pugliese, ed altre erano state pubblicate da Italo Calvino in Le fiabe italiane del 1956 (Einaudi, Torino). Il passo dall’ascolto alla lettura fu breve. Poi subentrò la scrittura.

Tu, invece, appena fosti in grado di scrivere passasti direttamente alla scrittura e cominciasti a scrivere poesie. In particolare le filastrocche. Non ti piaceva leggere, forse perché avevi una fantasia così fervida da poter fare a meno di quanto scritto dagli altri. Nicoletta, la tua seconda nata, sta ora recuperando tutte le tue bellissime filastrocche e poesie, per ritrovarti anche in quelle e per darti nuova voce e per farti rinascere, al di là delle tue stesse canzoni, di cui scrivevi anche i testi. Potere della creatività, della fantasia e della immaginazione, che alla memoria a volte, aggiunge parole mai dette e vite mai vissute, come è anche accaduto molto spesso nella mia scrittura. In me è prevalso, certo, il potere della memoria, accompagnato dalle esperienze vissute e maturate, in mille modi diversi nei tanti anni, con un ritorno quasi sempre all’infanzia, la nostra età felice. Del resto, la narrazione fa rivivere il passato e appaga la nostra gioia di raccontare…

Scrivere vuol dire farsi eco di ciò che non può cessare di parlare…” (Maurice Blanchot)

E tu non cessi mai di parlare e di cantare nei miei pensieri, h.24. E i miei pensieri sono colmi di te e dei nostri ricordi insieme. Certo, andrò zigzagando continuamente perché pensieri e ricordi non seguono una cronologia storica, ma sono solo la voce del cuore e si presentano improvvisamente e imperiosamente. I ricordi + il cuore si prendono per mano per fare la stessa strada, come è sempre successo a noi due. Cor-cordis e ri-cordi(s) ripropongono il cuore e il passato e riattualizzano ciò che è stato. Ed ecco ancora in un nuovo flash il resto del racconto del Santo Natale in casa di zia Maria e zio Michele, anche perché ci sono ancora risate che non vanno dimenticate. Ci appartengono. Sono NOI. E noi registravamo con gli occhi, gli orecchi attenti e il cuore quanto accadeva realmente in quella casa, dove era bello e divertente andare, anche per via dell’incanto che zia Maria era in grado di suscitare. Più disincantate di lei, le sue due figliole: Rosaria, sorridente e luminosa con i suoi riccioli biondi e guance di pesca; Rita, silenziosa e notturna come i suoi neri capelli.

Nella loro casa incontravamo spesso una sorella di zia Maria di nome Lauretta (zia Lauretta per tutti), più bruttarella ma tanto allegra e spiritosa anche lei. Amava raccontare, tra mille risate, di sé e dei suoi tanti mariti, l'ultimo dei quali era ancora vivo e vegeto. Bello e aitante e innamoratissimo della sua Lauretta. Insieme formavano una coppia prodigiosa. Di magica luce nei cieli bui e tempestosi di quegli anni. 

Spesso zia Maria e zia Lauretta, ma anche nonna si alternava nel duetto con zia Maria in una casereccia rappresentazione teatrale, risalente alle precedenti generazioni di nonni e bisnonni, con eventuali ritocchi recenti: inscenavano uno spettacolino ad uso e consumo dei presenti, tutto nel nostro sapido e forte dialetto antico o dialettaccio per dimostrare come fosse difficile, ai tempi di quando erano bambini i loro nonni e bisnonni, i rapporti tra marito e moglie in famiglia, soprattutto quando si trattava di dover dare in sposa la propria figliola ad un pretendente, di cui bisognava conoscere vita, morte e miracoli, con feroce litigata finale tra le due donne che avrebbero dovuto combinare e sancire il matrimonio tra i due giovani che, a loro volta, neppure si conoscevano. Roba da matti, ma era così ai tempi giovanili del passato più o meno remoto!

Era una rappresentazione che si ripeteva ogni anno con delle variazioni estemporanee sul tema, legate agli ultimi avvenimenti in casa di “commàra Fələcéttə” (comare Felicetta, un nome che era tutto un programma!). Ma il repertorio era molto vasto e si arricchiva, di anno in anno, sempre più di particolari per la felicità delle improvvisate attrici, compiaciute della loro parte e di occupare per un po’ la scena, e per la gioiosa spensieratezza di quanti stavamo in religioso silenzio a guardarle e  ad ascoltarle.

Come è facile immaginare, allora a casa di zia Maria e zio di Michele, la Notte Santa era una festa colma di tanta allegria e tanta confusione: fede e miscredenza, pettegolezzo e preghiere, canti e abbuffate, battibecchi e chiacchiere, cantilenanti preghiere e ambiziosi proclami, canti poesie risate dolci liquori gioia di vivere.

Gesù Bambino impiegava molto tempo a nascere. Veniva portato tra le mani-conchiglia del bimbo più piccolo, in testa ad una processione lunghissima che si snodava per tutte le stanze della grande casa che aveva un pianterreno, un primo e un secondo piano. Dopo aver salito, sceso, attraversato scale e stanze e camere e ogni più piccolo anfratto della casa e persino i balconi e il terrazzo, si ritornava giù per deporre il Bambinello nella grotta tra Maria e Giuseppe, il bue e l'asinello. La lunga processione si illuminava di candeline bianche o rosse, spente subito dopo con un brutto odore di cera bruciata e piccoli fili di fumo grigiastro che si sperdevano ben presto tra le nostre mani giunte e non di rado il bambino più grandicello bruciava i lunghi capelli della bimbetta davanti a lui con grida e soccorsi immediati e scompiglio nella lunga fila e l’acre odore di fumo e di capelli bruciacchiati si spandeva per la casa… e si accendeva delle note divine di “Tu scendi dalle stelle” (l’immancabile canto tradizionale che includeva voci adulte e bambine e mille inevitabili stonature e approssimate parole…). Dopo la nascita di Gesù, noi bambini recitavamo le poesie. Le donne di casa si affrettavano a preparare la tavola con ogni ben di Dio: “pèttuə” (pettole), piciuatìddə (dadini di massa sbollentati), baccalà in umido con olive e uva passa, capitone fritto e arrostito (che piaceva molto agli adulti, mentre a noi bambini e ragazzi faceva ribrezzo perché ci sembrava un serpente e basta, e provavamo disgusto nel vederlo mangiare con tanto gusto…), e, poi, frittelle, cartellate, calzoncelli (o cuscinetti di Gesù Bambino), mostaccioli, taralli di ogni genere, fichisecchi, mandorle tostate, arance e mandarini, noci e nocelline. Vini e rosolÎ.

Era capitato anche a Lizia di portare Gesù Bambino e poi anche a me, e anche a te, Anna Maria, ed era capitato a tutti noi bambini di recitare per la prima volta la poesia che zia Maria voleva insegnarci a tutti i costi perché la riteneva bella e facile per i più piccoli che non andavano ancora all'asilo.

 

                                                                          Tutti vanno alla capanna

                                                                            per vedere una gran cosa

                                                                            anche io son curiosa

                                                                            di veder che cosa c'è?

                                                                            Guarda, guarda quel Bambino

                                                                            come dorme, poverino!

                                                                            Sembra far la ninnananna

                                                                            tra le braccia della mamma.

                                                                            Se io avessi un biscottino,

                                                                            lo darei a quel Bambino.

                                                                            Biscottino non ne ho

                                                                            e il mio cuore gli darò!

 

Credo che la poesiola abbia attraversato secoli su bocche sdentate di nonne e nipotini e su quelle più morbide delle mamme, prima di giungere sulle labbra di farfalla colorata della nostra amatissima prozia e tra le sue mani in volo per mimarla a dovere. L'ho, poi, insegnata ai miei figli e ai miei nipoti non perché fosse particolarmente bella e facile, come sosteneva zia Maria, ma perché mi riportava a quei Natali, a quell'atmosfera magica e incantata, a quei profumi, a quegli odori, a quelle preghiere, a quei canti, a quelle braccia d'amore. A quei tafferugli. A quelle risate. Ricordi, Anna Maria, quanto abbiamo riso insieme? Lizia era sempre un po’ in disparte e non aveva il gusto della risata come noi due.

Capitava sempre qualche imprevisto, che coglieva di sorpresa la compagnia, creando parapiglia e disagio, risolti immediatamente da qualche battuta ironica o autoironica di zia e tutto finiva in una grande corale fragorosa bolla iridescente di sapone, che aveva forma di labbra dischiuse al buonumore.

                               Labbra d’infanzia di latte e di panna.

                               Labbra di bianche perle di giovinezza.

                               Labbra concave di spietata vecchiaia.

Sì, quella tenera poesiola mi riporta a te, Anna Maria amatissima, e ai nostri ricordi in comune, ai nonni, a mamma, agli zii e a tutti i parenti e amici di allora. A quei tempi di rumorosa semplicità e di caotica armonia. Ad un mondo, almeno per noi bimbi, sereno. Un mondo, che oggi esiste solo nella memoria del cuore. E, in realtà, quei volti, quelle voci, quei profumi e quelle atmosfere di sorridente bonomia oggi li rivivo solo nell’anima ed è lì che ora tu sei e con te riscopro pensieri, storie, emozioni di allora. 

E quel rito del Natale si protrasse negli anni quasi intatto.

Nel tempo, è sparito il Presepe e sono comparsi gli alberi di natale (di finto abete), stracolmi di pacchi e pacchettini da aprire dopo la mezzanotte. I panettoni e i pandoro hanno sostituito quasi tutti i dolci fatti in casa. Sono comparse le chitarre ad accompagnare il canto di Natale nella Notte Santa, che via via si è andata arricchendo delle musiche d’oltreoceano, ascoltate attraverso la radio, il giradischi, il registratore, il televisore. Ed io, ora, non posso fare a meno di sovrapporre su tutte le voci la tua voce, e su tutte le chitarre la tua chitarra.

Alle voci antiche sono subentrate nuove voci e tutto ancora nelle nostre famiglie si ripete con alterne vicende e in case diverse dalle antiche case… e tu ci sei sempre stata e ci sei. Anzi, sei l’unica di noi sorelle ad aver riproposto il Santo Natale, per alcuni anni, nella tua casa di via Morandi, dove erano anche le nostre case, come ai vecchi tempi. Riproponendo atmosfere, prelibatezze e canti del passato. Tu l’unica di noi ad aver imparato da nostra madre l’arte della cucina delle nonne. Solo tu! Ma, qualche volta, io ho scritto anche della tristezza che mi pioveva addosso per un natale diverso e privo di fede dei nostri figli e amici dei figli, mentre noi conservavamo sempre la Fede quale alimento quotidiano dell’antica famiglia.

Roma saluto triste di notturno silenzio

spazio di stazione solitaria fioche luci

battito del cuore ansia divisa (…)

           Domani sarà Natale

Altre voci altri occhi altre illusioni

     Presenze    Mute    Chiassose

   Insieme attraversiamo il giorno

     (il giorno atteso dell’Attesa)

Ci traghetta un desiderio d’amore

al ritorno scontato e mai uguale

di un Natale d’alberi di plastica

vestiti di luci spogli di speranze

a concludere l’anno dai mille richiami

e un solo riscatto ipotesi di pace

sotto l’antica cometa che ci vuole

buoni e pacificati col mondo

         per una Notte sola.

        (Solo per una notte?)

 

Calda atmosfera di rosse candele accese

nella casa lontana ci accoglie mio figlio

cappuccio rosso e bianco di finta neve (…)

                  Mezzanotte

Scendono a farci compagnia ombre

di mai sopito amore eterno rimpianto.

In amari calici lo champagne saluta

anche questo Natale e scivola in gola

a spegnere l’arsura di un’angoscia

che sfiora di baci il nostro ritrovarci

                     SOLI

senza preghiere e senza canti

senza miracoli e senza prodigi

       senza stelle né incanti

Non più come un tempo magica

              questa Notte

Ma una tenerezza che scalda il cuore

infila l’uscio sotto la pioggia e il vento 

vola verso Sud e allaccia nodi a nodi

 in un ritrovato alone di mistero              

 

(che non si spezzi questa gòmena d’amore        

         chiedo al miracolo del Natale)

(“Natale romano”, stralci da: l.d.l. L’ora dell’ombra e della riva)  

E per oggi mi fermo qui. Ma continuerò a parlare di te con me e con gli altri, dei momenti più belli della nostra vita passata e anche più recente. Lina 

venerdì 28 giugno 2024

Venerdì 28 giugno 2024: ANNA MARIA...

Metto insieme i frammenti di noi due per parlare di te. Ho bisogno di parlare di te con te. Ho un bisogno viscerale di partire dal tuo primo giorno di vita.

Babbo tornò dalla prigionia a maggio del ’46 e il 3 febbraio del ’47 nascesti tu, Anna Maria, la terza figlia che, per fortuna, non deluse più di tanto le sue attese del figlio maschio perché eri talmente bella da far dimenticare tutto il resto e rapisti immediatamente il cuore di tutti. Io e Lizia, durante il parto, eravamo state accompagnate da nonno Mincuccio alla casa, sempre accogliente, di zia Maria e zio Michele, fratello unico e adorato di nonna Angelina, la mamma di mamma. Al ritorno, tu eri lì, tra le braccia di mamma, cuffietta rosa di morbida lana e due occhi immensi che brillavano come stelle rubate al cielo. Eri la nuova “figlia dell’amore”, dopo quattro anni di lontananza e di attesa che babbo tornasse dalla guerra. Ma, dopo il parto e alcuni mesi in casa dei nonni, babbo tornò a prendervi, lasciando Lizia e me dai nonni perché non rimanessero soli, abituati come erano alla nostra affettuosa presenza.

Prima di Natale, però, faceste ritorno per trascorrere insieme le feste. E mamma rimase ancora per alcuni mesi con noi, che spiavamo ogni tuo sorriso.  Poi, con te, andò di nuovo via. A fine aprile del 1948, però, tornò nuovamente nella casa di via Maggiore con i tuoi primi gorgheggi e i tuoi primi passi alla scoperta del nostro “piccolo mondo”. Insieme trascorremmo mesi fantastici anche perché mamma era tutta presa dagli avvenimenti che si andavano snodando giorno dopo giorno per organizzare la festa della Prima Comunione mia e di Lizia (io avevo compiuto appena sei anni), approfittando della venuta di zio Padre Leonardo per i primi di giugno. Mamma desiderava tanto che fosse lui a somministrarcela. Era di ritorno dagli Stati Uniti dopo i tanti anni trascorsi a New York. La sua venuta era uno straordinario avvenimento e, perciò, fu tanto attesa. Ma c’era anche un’altra attesa a movimentare i nostri giorni. Mamma aspettava già un altro bambino. Aspettava già quel “figlio maschio”, che tanta ansia avrebbe creato in babbo, dopo ben tre femmine. Il quarto figlio. E mamma non aveva neppure trent'anni. Pino nacque il 3 ottobre 1948 e il 10 ottobre 1950 nacque Mimmo e il 1954 l’ultima nata. In pochi anni ci moltiplicammo: eravamo in sei, ma non sempre eravamo insieme. Ma io mi legai a te a doppia mandata nei due anni trascorsi con mamma e babbo sui monti della Daunia. Eri sempre più bella, vezzosa, capricciosa. Ed io mi sentivo responsabile della tua incolumità. Babbo si perdeva nei tuoi occhi-laghi di mille meraviglie. Ti chiamava “paparozza” e ti adorava. Eri uno spettacolo di bellezza, di grazia, di intelligenza e di ingenua furbizia. Amavi uscire e strepitavi se non ti accontentavamo subito. Non appena imparasti a parlare e a camminare, ti sentimmo dire per la prima volta: “Tanto devo piangere che mi dovete accontentare”. In breve era diventata la formula ricorrente dei tuoi “ricatti” in famiglia. E subito ti brillavano gli occhi di tenera malizia. Ti bardavi di tutto punto, cappellino, borsetta e un sorriso radioso e vincente. E tutti eravamo ai tuoi piedi. Bella, intelligente, intraprendente, volitiva. Caratteristiche che hai conservato per tutta la vita. Poi, io tornai dai nonni e perdemmo la nostra quotidianità di giochi e passeggiate. E anche tu e Pino e Mimmo lasciaste i monti della Daunia per via del trasferimento di babbo nella pianura salentina a due passi dal mare. E tu cominciasti a badare ai nostri fratellini durante l’inverno (li portavi a scuola e li riaccompagnavi a casa), ma d’estate eravamo di nuovo insieme. E di nuovo magicamente si formava il nostro sodalizio. Io e te di nuovo insieme a ridere e a cantare con la tua voce che mandava i cristalli in frantumi, e in visibilio gli occasionali o affezionati tuoi ascoltatori. Indossavi cappellini sempre più vezzosi su riccioli bruni che incorniciavano un visetto delizioso, di cui tutti s’innamoravano immediatamente e perdutamente. In quella caserma, che aveva alberi di oleandri che giungevano alle finestre e un grande portico che divideva la caserma dal municipio, io e te incontrammo tante persone amiche di babbo e mamma e i loro figli, al maschile e al femminile, con cui facevamo lunghe passeggiate e chiacchierate, accompagnate dalla tua voce che raggiungeva le stelle e incantava le lucciole. Anche io cantavo con te, ma tu non avevi nessuno che ti superasse. Eravamo unite nel canto ma non nell’incanto che ti apparteneva completamente.

E ci fu, in quegli anni, anche una estate indimenticabile tra le tante nel Salento. Babbo prese in affitto una casa in un borgo che aveva una caletta con tante grotte e una leggenda: Enea qui approdato e l’orma del suo piede lasciata ad imperituro ricordo. L’alba sulla riva in attesa dei pescatori per il pesce appena pescato. Lì mamma ci insegnò a nuotare. Lì con babbo azzardavamo i bagni a mezzanotte. Tu sempre più audace e coraggiosa nel fare compagnia a babbo nelle acque scure di notti senza luna e in quelle chiare con la luna a illuminare la tua acrobatica allegria.

Poi, altra caserma, altra sede per babbo: Gallipoli. Un incanto d’altro genere. Il Lido San Giovanni e le nostre vacanze insieme tra mille nuove scoperte delle bellezze naturali salentine e i canti sulle barche con chitarre e i primi amici. La tua voce ad assordare barche e marinai con le antiche canzoni salentine. E le sere nelle arene sul mare per i film romantici che ci facevano innamorare dell’amore.

Dopo un annetto altro trasferimento del capofamiglia a Manfredonia, nella culla dei monti sul mare. La scuola media per te l’Istituto Magistrale per me ad un passo dalla battigia. Io, chiamata da babbo per punizione per via della mia natura ribelle e con scarsissima voglia di studiare. Fu il nostro nuovo incontro un ritrovarci in una complicità senza fine. Tu: forte più di un ragazzo. Spostavi mobili pesanti in men che non si dica. Nonno Mincuccio quando d’estate stavamo tutti insieme per un po’ di giorni nel nostro cortile del “gelso e delle rose” e ti vedeva arrampicarti velocemente sull’albero del gelso rosso in pantaloncini e maglietta, ti chiamava “u uagnòn” (“il ragazzo” appunto), mentre io e Lizia eravamo più caute e titubanti. Io la più lenta e maldestra di tutti per via del mio mancinismo contrastato e un imbroglio di piedi che non sapevo sbrogliare. Tu forte e spavalda in tutte le tue prodezze. Nonno Mincuccio ti chiamava anche “Giuànn senza pagòr” (“Giovanni senza paura”) oppure la “ficcanas” (la ficcanaso”) per via della irriducibile curiosità. “Dove tiene gli occhi tiene le mani” sempre lui quando ti vedeva rovistare in tutti i cassetti della casa.

Ma a Manfredonia scoprimmo insieme l’amore. Io subito. Tu a qualche anno di distanza, visto che avevi cinque anni meno di me. Ma eravamo diventate l’una l’ombra dell’altra.

Io, ridendo, ti chiamavo “So-sour”, rifacendomi all’appellativo con cui zio Michele chiamava sua sorella, nonna Angelina. E tutto questo è legato ad uno dei ricordi più festosi della nostra infanzia, protrattosi fino alla mia adolescenza e riguarda il Santo Natale, vissuto dopo la mezzanotte. Infatti, dopo la nascita di Gesù Bambino a casa nostra, sempre in anticipo di un’oretta, andavamo in chiesa per la Sua nascita ufficiale e la messa di mezzanotte. Poi, a piedi (le automobili erano molto rare e anche le biciclette non erano poi tante) eravamo soliti sfidare il gelo e le stelle chiare del sereno invernale per andare a casa di zia Maria e zio Michele, per festeggiare insieme la “loro” nascita di Gesù. Ci aspettavano ogni anno con tanti altri parenti, amici e conoscenti nella loro sala da pranzo, dove c'era un presepe più grande del nostro. E posto per tutti. C'era davvero tanta gente da zia Maria, che era sempre sorridente e festaiola. Zio Michele, del resto, era molto generoso e ospitale: un comunista ostinato e forte, che litigava sempre affettuosamente con la nonna che era, secondo lui, democristiana e bigotta. La nonna si faceva il segno della croce e gli diceva che lui, invece, era il diavolo perché comunista e miscredente, e che, da morto, sarebbe andato all'inferno “a scàrnəvəscià fùchə” (“a rimestare fuoco”). Zio Michele rideva come un matto e andava ad abbracciare forte l'unica sua sorella: erano solo loro due e si volevano un bene dell'anima. “So-sourə” (“so-sorella”), diceva commosso, “mi basteranno le tue preghiere per evitare l'inferno”. E quel modo di chiamarla era un doppio nodo d'amore, quasi a dire due volte sorella. Ed era un appellativo tenerissimo che solo lui usava. Per lei.

Zio Michele era stato anche un impenitente donnaiolo e la nonna era convinta che, anche per quei suoi gravi peccati di gioventù, oltre a perdere un occhio per la sifilide, avrebbe perso anche l'anima e che, perciò, mai e poi mai avrebbe potuto evitare il fuoco eterno, neppure con le sue preghiere o con quelle della loro mamma, sempre in pena per quel figlio scavezzacollo e mangiapreti, e ormai alla presenza misericordiosa di Dio e della Vergine. Per questo nonna lo guardava con occhi di preoccupato tenero rimprovero, sperando in una sua improvvisa conversione. E attese, invano, fino alla morte dell’amato fratello, che al suo funerale pretese che la banda suonasse “bandiera rossa” fra lo scorno di quanti vi parteciparono. E con tanti limoni da offrire ai presenti… (al limooonə!!!).

Non ricordo se tu eri con noi in quelle serate magiche, ma so che più tardi io ti ho sempre paragonato alla madre di zio Michele. Si chiamava Rita e conoscevo la sua storia per averla sentita in casa: Nonna Rita, negli anni passati, per salvare quel giovane figlio in preda a “un male che non si poteva dire” in un ospedale del Nord, nonostante fosse analfabeta e non avesse mai messo piede fuori dalla porta di casa, aveva preso il treno da sola per riportarlo in famiglia e poterlo far curare “dalle sue parti”, dove le sarebbe stato più facile essere quotidianamente presente al suo capezzale. Dovette combattere la sua personale battaglia contro il parere di tutti i medici e, con tante croci lasciate su pezzi di carta che non sapeva leggere, lo riportò con sé e gli stette accanto fino alla sua totale guarigione.

“Una donna coraggiosa e forte”, si diceva di lei. Non a caso, “si chiama Rita e porta il nome della santa dei casi impossibili”, si diceva di lei. E lei aveva dimostrato che niente è impossibile ad una madre e ad una donna forte e coraggiosa! Ecco perché, da adulte e dopo tante vicissitudini dolorosissime nella tua vita, ti paragonavo a lei. E, nello stesso tempo, a zia Maria. Quest'ultima, infatti, a differenza di sua suocera, aveva la forza della leggerezza e del sorriso sempre pronto e coinvolgente. Era una persona deliziosa: solare, allegra, generosa, chiacchierina. Con maliziosa lievità. Nonostante il marito fedifrago e comunista, e il figlio, Vincenzo, che seguiva le orme del padre nell’adesione totale al Partito di Giuseppe Stalin e di Palmiro Togliatti.

Ti ho sempre riconosciuto, negli anni della maturità, la forza di nonna Rita e l’allegria solare di zia Maria, che spesso trascinava sua cognata, nonna Angelina in lunghe risate, a cui si univano mamma e zia Lauretta, sorella di zia Maria. Insieme erano un’esplosione di gioiosa complicità che faceva a gara con i fuochi d’artificio molto noti nel nostro paese e in quelli viciniori. Il nonno chiamava quel coro di risate irrefrenabili “u strìgnə” (lo strigno, mai saputo convertirlo in un italiano corretto). Ricordo che il nonno diceva: “Mòuə so’ rə cìnghə menótə də strìgnə” (ora sono i cinque minuti di folli risate).

E, negli anni, anche io e te, mia adorata Anna Maria, ci siamo accorte di aver ereditato questa capacità di ridere insieme a crepapelle per una qualsiasi situazione che suscitasse la nostra ilarità. E solo fino a qualche mese fa, nonostante gli anni, gli affanni, e le sempre più incombenti nuvole nere sul nostro cielo, abbiamo avuto ancora modo di ridere con immutata complicità, squarci di sole nella monotonia di giorni grigi o arrabbiati per una condizione di sempre più gravi fragilità fisiche e psicologiche nella nostra quotidianità. Noi distanti una ventina di chilometri l’una dall’altra ma vicine con il cuore, con l’anima e con i nostri salutari sorrisi. Pure Ombretta ha risate lunghe più dei suoi lunghi capelli, e un amore per la vita che vince ogni difficoltà e ogni dolore, spesso presenti alla sua giovinezza e all’età matura, in un mondo in cui le risate sono sempre più rare. 

Per strada, fino a qualche anno fa, mi è capitato sempre più spesso di vedere volti ridotti a smorfia di stanchezza, disgusto, disperazione. Indifferenza. La nostra era ed è ormai “l’epoca delle passioni tristi”, come opportunamente hanno scritto lo psichiatra francese Gérard Schmit e il filosofo argentino Miguel Benasayag. Anche nella nostra casa era sempre più difficile ridere, ma ci capitava ancora, e ancora le lunghe risate, condite di sana autoironia, ci riportavano alle situazioni divertenti e condivise della nostra infanzia e prima giovinezza.

Ma, per ora, ti lascio per non stancare chi mi legge, però riprenderò presto a parlare di te. Non ne posso fare a meno. E con te, tu lo sai, parlo ogni notte. E ti scrivo. Per fortuna ti scrivo. E sto con te. Sempre. Lina