sabato 28 marzo 2026

Sabato 28 marzo 2026: LETTERA APERTA AL MIO AMICO GIOVANNI ROMANO... (seconda e ultima parte)

<Nell’ultimo capitolo, infatti, Giovanni Romano sostiene che “il suo atteggiamento fu molto oscillante, tanto da riservare una inaspettata sorpresa al momento della sua morte”. Del resto, sempre più, nell’ultimo periodo della sua vita, si fece costante in lui “l’interesse per la religione, se non altro come fenomeno sociale e artistico”. Ma non solo. Notevoli e toccanti sono alcune pagine che l’Autore ci fa scoprire sulla solitudine degli uomini “indipendentemente dalle circostanze”, come lo stesso Orwell aveva evidenziato e per “la nostalgia senza speranza per gli affetti perduti”. Certo, si ripropongono di tanto in tanto gli attacchi contro il cristianesimo, ma inaspettatamente “George Orwell chiese e ottenne i funerali religiosi di rito anglicano che furono celebrati il 26 gennaio 1950 nella chiesa di Christ Church a Londra…”, scrive ancora il nostro Autore. Si può parlare di conversione in punto di morte? L’onestà intellettuale di Giovanni Romano è così adamantina da cercare tutte le ipotesi possibili. Potrebbe… Forse… Sta di fatto che “ora riposa in terra consacrata, accanto alla chiesa di All Saints, Courtenay, nell’Oxfordshire, proprio nel cuore di quella Inghilterra che aveva sempre amato”, scrive.

Ma… per molti altri versi i conti non tornano ancora e Giovanni Romano non ne fa mistero.>

A questo punto, mio carissimo Giovanni, nutro la speranza di dissipare alcuni equivoci interpretativi, perché nulla lasci ulteriori dubbi alla comprensione del tuo encomiabile Saggio. Soprattutto da parte del lettore nel suo primo approccio al Libro. Intanto, vorrei precisare che nell’ultimo capitolo tu sostieni che “il suo atteggiamento fu molto oscillante, tanto da riservare una inaspettata sorpresa al momento della sua morte”. E, del resto, come hai ben scritto, sempre più, nell’ultimo periodo della sua vita, si fece costante in lui “l’interesse per la religione, se non altro come fenomeno sociale e artistico”. Sono affermazioni, di cui bisogna necessariamente tenere conto, come è giusto tener conto delle notevoli e toccanti tue pagine che ci fanno scoprire la solitudine degli uomini “indipendentemente dalle circostanze”, come lo stesso Orwell aveva evidenziato, e “la nostalgia senza speranza per gli affetti perduti”. Ciò evidenzia la grande sensibilità di Orwell non sempre messa così bene a fuoco dai tantissimi studiosi delle sue opere, da te citati con dovizia di particolari. Tu scrivi, però, anche che si ripropongono di tanto in tanto gli attacchi dello scrittore contro il cristianesimo, ma che inaspettatamente egli “chiese e ottenne i funerali religiosi di rito anglicano che furono celebrati il 26 gennaio 1950 nella chiesa di Christ Church a Londra…”. Certo “di rito anglicano” e non poteva essere diversamente. Non si è mai parlato di rito cristiano. Né avresti potuto farlo. Tantomeno io. Ritengo la Fede in Qualcuno o in qualcosa un fatto talmente intimo da rimanere chiuso nello scrigno prezioso della nostra Anima. Naturalmente, ci sono innumerevoli eccezioni.

Sta di fatto che tu scrivi ancora “ora riposa in terra consacrata, accanto alla chiesa di All Saints, Courtenay, nell’Oxfordshire, proprio nel cuore di quella Inghilterra che aveva sempre amato”. Ma… per molti altri versi i conti non tornano e tu non ne fai mistero, insegnandoci che l‘onestà intellettuale ed etica è da sostenere sempre e comunque, anche a rischio di apparire contraddittori nei riguardi di noi stessi e dei lettori, di cui dobbiamo sempre tener conto, con tutto il rispetto possibile, dovuto a tutti e a ciascuno! Credo di averti scritto più o meno così, tenendo conto delle tue affermazioni precedenti. Perché, dunque, “contraddittori”? Perché, a mio parere, non si può scrivere un Saggio così importante, ma anche così imprevedibile nei suoi percorsi/risvolti fino alla fine,  intitolarlo GEORGE ORWELL: la scommessa perduta e puntualizzare poi nell’ultimo capitolo che “George Orwell chiese e ottenne i funerali religiosi di rito anglicano che furono celebrati il 26 gennaio 1950 nella chiesa di Christ Church a Londra…”, come appunto tu scrivi senza ingenerare qualche dubbio o riserva, non in me, che ho letto e riletto il tuo Saggio, ma nei lettori che leggono il Testo per la prima volta… Come pure può ingenerare qualche dubbio nel lettore l’affermazione “Ora riposa in terra consacrata, accanto alla chiesa di All Saints, Courtenay, nell’Oxfordshire, proprio nel cuore di quella Inghilterra che aveva sempre amato”. Anche questa affermazione, a mio parere, “ora riposa in terra consacrata” potrebbe essere presa come contraddittoria a “la scommessa perduta” del titolo. Ma ciò a me va benissimo perché guai se non ci fossero le contraddizioni nella nostra vita, come sostiene ampiamente Hegel nella sua Dialettica e tanti altri Autori che tu conoscerai benissimo. Il mio punto di riferimento più pregnante, comunque, secondo la mia ottica, è la Teoria sulla Necessità della Contraddizione della filosofa e mistica francese Simone Weil, come “necessità metafisica e spirituale essenziale per avvicinarsi a Dio e alla verità”. Straordinariamente vicino al pensiero e ai comportamenti umani e umanitari di Orwell è, del resto, il suo Saggio sull’“attenzione da prestare agli altri”>.

Qualche ulteriore puntualizzazione e riflessione su tutto il Saggio, anche tutte da contestare:

1)      La copertina, opera del nostro Graphic Designer Nicola Piacente (con l’aiuto dell’Intelligenza artificiale, come egli stesso scrive) è indubbiamente molto intensa e suggestiva nella architettura, tra luci e ombre, di una cattedrale direi gotica, che incute timore più che serenità. E si intravedono pietre d’inciampo che mai mancano nella vita di ogni essere umano. L’importante è sapersi rialzare, magari con l’aiuto di qualcuno che ci sta accanto con premura e con amore. “Nessuno si salva da solo” (romanzo della scrittrice Margaret Mazzantini; Papa Francesco, riferendosi ai Vangeli).

2)      Orwell ha sempre, fin da ragazzo, avuto uno spirito ribelle che gli ha permesso di realizzarsi da solo in piena libertà. Ma non è forse anche indice di “solitudine”? Di sofferenza interiore manifestata con l’ironia, la ribellione, il disfatismo… Il suo cambiare nome non fa parte di quella ribellione contro le rigide regole del padre, per affrancarsi completamente dalla famiglia? La disperazione dell’uomo senza Dio non potrebbe essere anche espressione di quella soluzione di pseudo-salvezza, che oggi si scopre nella ingiunzione “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo” dello scrittore zen Sheldon B. Kopp? La sua breve vita ne potrebbe essere la testimonianza. Non a caso, anche, il suo aggrapparsi ad alcuni ideali sociali ed etici, da cui viene sistematicamente deluso.

3)      A soli 18 anni, infatti, diventa “Funzionario imperiale” in Birmania, dove crede di osservare ordini e disciplina, ma scopre di essere assoggettato al Totalitarismo, come “controllo politico” e “manipolazione del linguaggio” per “controllare meglio il pensiero”. Un mondo che lo sorprende dolorosamente fino a detestarlo, e da cui scappa a gambe levate.

4)      Scoppia purtroppo la II Guerra Mondiale e sente il dovere di andare in Spagna, ma viene ferito e scopre, ancora una volta, amaramente la fallacia dei suoi ideali.

5)      Si acuisce in lui il “pensiero critico e contestatore” e comincia a riscrivere la storia per rendere giustizia a chi subisce soprusi, inganni, violenze, prevaricazioni di ogni genere, elogiando, come sappiamo, per buona parte della sua vita, la “decency” dell’“uomo comune”. Fino al disincanto. Ciò gli permette, contro ogni menzogna, di usare l’atto rivoluzionario di dire la verità (ma quale?), anche a costo di smascherare compromessi politici, sociali e religiosi, e ciò gli procura critiche e nemici in ogni settore della sua esperienza esistenziale. Gli altri hanno verità esattamente opposte alle sue. Occorre fare continuamente i conti col “punto di vista” altrui.

6)      Ateo convinto, sempre più convinto col passare degli anni, non distrugge il Potere che detesta in tutte le sue forme mistificatrici, ma crea in esso una crepa di notevole spessore, come è dato di rilevare nelle sue ultime opere “La fattoria degli animali” e “1984”.

7)      Ben argomenta il giornalista Alberto Scuderi in <Cultura e Identità>, quando afferma che “lui così ateo e razionale, era scettico a tal punto da scontrarsi con quanto di religioso residuava ancora nel mondo, e negare all’uomo ogni minima possibilità di trascendere la propria finitezza” (…). Non a caso, continua Scuderi, “Giovanni Romano parla di Orwell nei termini di occasione mancata: quella di un individuo conscio della centralità della religione, ma incapace di vedere nella fede un baluardo verso ogni tipo di totalitarismo…”.

8)      Sarebbe opportuno, a mio parere, sottolineare la differenza tra “individuo” e “persona”, quest’ultima “sinolo di corpo e di anima”, come sostiene Aristotele, ma l’anima per Platone è “sostanza immateriale e divina, preesistente al corpo…”; individuo, invece, è “una unità singola, un organismo indivisibile, che non si apre agli altri, tutto in sé conchiuso. Personalmente preferisco sempre riferirmi a “persona” perché è indice anche di consapevolezza di sé, dei propri sentimenti, dei propri valori, delle proprie scelte relazionali. E George Orwell era decisamente una Persona anche di eccezionale umanità.

9)      La sua letteratura distopica, infine, ha improntato tutto il Novecento fino ai nostri giorni.

10)  Ma si può dire davvero perduta la scommessa di Giovanni Romano? Con Scuderi oserei affermare “qualche dubbio viene eccome!”.  

Mio carissimo Giovanni, ti consegno la lettera su cui potremmo continuare a confrontarci tanto George Orwell ci è diventato caro e familiare. Del resto, il tuo Saggio può sempre darci la possibilità di nuove conquiste di conoscenza a sempre più vasto raggio…

E, intanto, Raffaella, ieri sera, mi ha portato i vostri affettuosi saluti, che ricambio con altrettanto affetto, raccontandomi di una serata splendida e gremita di amici e conoscenti, tutti attentissimi nella condivisione di interventi altamente qualificati, in una cornice di grande accoglienza, bellezza, cordialità. Mi sono emozionata e commossa per il primo volo del tuo imperdibile Saggio.

Abbraccio te e Maria Grazia, compreso il munifico padrone di casa. E tutti gli amici e le amiche presenti. Mi auguro con tutto il cuore di esserci una prossima volta. Angela

Miei carissimi amici e mie amate amiche, anche oggi mi fermo qui. Spero che sia stata una lettura arricchente anche per voi. Sempre grata per la vostra attenzione. Vi abbraccio. A presto. Angela/lina  

 

 

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