Venerdì 27 marzo 2026: LETTERA APERTA AL MIO AMICO GIOVANNI ROMANO…
Il giorno che ebbi bisogno della Verità, la
cercai dappertutto.
Nel cuore dell’Altro.
Nel cuore dell’Amico.
Nel cuore dell’Amore.
Nel mio cuore.
Ma era dappertutto e altrove.
Sfuggente e indefinibile. Imprendibile.
Presente e assente. Vicina e lontana.
Inconoscibile.
Mi dannai a cercarla. A spiegarla.
Secondo me. Secondo te.
Ma allora non è una la Verità?
Non esiste la Verità. Sono tante le verità.
Quante?
(a.d.l.)
Carissimo Giovanni, impossibilitata, per motivi di salute e
per il tempo alquanto inclemente, ad essere ieri sera con tutti voi nel
magnifico Palazzo Ferrara, messo gentilmente a disposizione del generoso e
accogliente padrone di casa, dott. Filippo Ferrara, ti scrivo sul mio blog
questa lettera, sperando tu possa leggerla quanto prima. Grazie, intanto, per
l’affettuosa dedica sul tuo Saggio, che Peppino mi ha portato un po’ di giorni
fa. Mi hai reso felice perché temevo che le mie Tracce non avessero colto
appieno il tuo pensiero. E, in qualche modo, potrebbe essere vero. Ognuno di
noi percepisce in maniera personale quanto legge e scrive, senza averne
consapevolezza. Noi siamo il non detto più che l’esplicitato, come giustamente
sottolinea Nicolò Govoni (“… Ogni persona è ciò che tace.”). Desidero,
comunque, ricordare per quanti mi leggono il titolo del tuo lavoro: GEORGE ORWELL: la scommessa perduta (SECOP
edizioni, Corato-Bari, 2025). E focalizzare alcune parole-chiave per
comprendere meglio il Testo. “Scommessa”, per esempio: è un termine che ha in sé
una valenza di dubbio più che di certezza, di “patto tra persone con vedute
diverse nei riguardi di qualcosa dall’esito incerto. In pratica ci si può
riferire anche a una impresa rischiosa da realizzare. E, in un certo senso, è
ascrivibile alla tua colossale impresa nell’affrontare una figura immensamente
grande come quella dello scrittore George Orwell, da te scelto, studiato, amato
come un “alter ego” visto, però, in uno specchio che riflette la tua figura di
saggista ribaltata, ossia mai combaciante e vera e, per questo,
puntigliosamente e coraggiosamente ricercata, come tutto ciò che ci manca (non
hai forse scritto, nella pagina dei Ringraziamenti che devi all’editore Peppino
Piacente se hai ripreso dopo anni a continuare a scrivere questo tuo Saggio? Non
hai affermato che “La responsabilità del libro e dei suoi errori è soltanto mia”?).
Di qui anche le molte Tracce interpretative <lungo un percorso difficile
che, pur muovendo dalla riflessione sull’opera e sul pensiero di Orwell e della
sua dichiarata posizione atea, si apre ad una lettura più ampia e problematica
del rapporto tra fede ed esperienza umana. Ecco, allora, che tale percorso si
configura ben presto come una vera e propria sfida, soprattutto alla luce del
confronto tra il pensiero di Biagio Pascal sulla “presenza di Dio” nella
esperienza esistenziale di ciascun uomo e il presupposto>, richiamato da te,
Giovanni, <secondo cui “bisogna scommettere in un senso o nell’altro, le
probabilità sono uguali ma non la posta in gioco. Se si scommette per
l’esistenza di Dio, e Dio esiste, si guadagna tutto, in caso contrario non si
perde nulla. Se si scommette contro, invece, il rischio è quello
dell’infelicità in questa vita e della dannazione nell’altra”>.
In realtà, come già puntualizzato, <la sfida presuppone
quantomeno un interlocutore che, nel nostro caso, non è, come potrebbe sembrare
Pascal, ma proprio Orwell, e si fa politica, civile ed etico-sociale prima
ancora che religiosa o letteraria. È una sfida che si snoda lungo l’intero
percorso dei sette capitoli, che contengono tutte le opere di Orwell, da quelle
dei primi passi nel mondo letterario fino ai suoi capolavori, e si acquieta (o
quasi) nella conclusione”>.
Ma, intanto, è bene ricordare con te che Orwell <“era un
uomo di sinistra, ma della sinistra laica che rifiutava i dogmi del marxismo”.
Importante è, comunque, sottolineare che era un uomo di straordinaria umanità
anche perché desiderava con tutto sé stesso “raggiungere una società di uomini liberi
e uguali dove sarebbero stati eliminati il potere del denaro e la sopraffazione
del forte sul debole, del ricco sul povero”, nonostante fosse appunto “ateo”,
tanto che per tutta la sua vita mise l’uomo come alternativa a Dio “in termini
sempre più drastici man mano che il suo pensiero si evolveva”.
Occorre precisare anche che a tutto questo bisogna aggiungere
un lato connotativo della sua personalità, rilevato da tutti i biografi, e in
particolar modo dal nostro Autore: Orwell era “oppositivo, sarcastico”, ma mai
vendicativo. Tra l’altro, era un uomo che amava molto leggere e aveva una
biblioteca fornitissima da cui attingeva quotidianamente informazioni sugli
autori del passato e contemporanei per un continuo confronto di idee, modi di
pensare, comportamenti, che si possono compendiare nella idea di “decency” che
ebbe a cuore per tutta la vita.
Decency come senso di rettitudine morale, generosità,
uguaglianza tra gli uomini e senso di empatia e solidarietà e di amore per gli
altri.>.
Meravigliosi, a tale riguardo, sono gli esempi evidenziati da
te nelle tue imperdibili pagine. <Si legga quello a pagina 21 in cui lo
stesso Blair parla del condannato a morte e della sua personale sofferenza nel
“vedere” e “sentire” l’uomo e non il malfattore o l’assassino. Egli, dunque,
amava l’umanità nell’uomo, e soprattutto nell’“uomo comune”, capace di riassumere
in sé tutte le caratteristiche della decency.
E gli esempi, in tal senso, sono almeno tre, ravvisabili in tutte
le sue opere, dalle prime più semplici e ingenue, che però contengono della decency
altre connotazioni come “compassione, decoro e fiducia”, alle ultime che sono
dei capolavori, universalmente riconosciuti, in cui la decency si identifica
soprattutto con il senso di libertà e ribellione contro ogni forma di totalitarismo
e autoritarismo. Parlo di A Clergyman’s
Daughter, di Animal Farm e di 1984, spesso in contrasto tra loro per
le contraddizioni che albergavano nell’animo di Orwell, sempre più accanito
contro il cristianesimo, anche a costo di prendere abbagli clamorosi. In linea
di massima, però, ebbe un alto senso di libertà anche in termini di
patriottismo senza mai pensare nazionalisticamente, ma come “ritorno alle
proprie radici”, in cui avvertiva l’essenza più vera di sé stesso, fatta di
“giustizia e autenticità”, tanto da pagare sempre di persona per gli errori
commessi per estrema fiducia negli altri. E tutto ciò gli derivava anche dalle
esperienze vissute tra gli uomini più poveri e derelitti; esperienze che
minarono gravemente la sua salute, sempre molto fragile e precaria già dai
primi anni di vita fino alla morte.>
Ma, col passare degli anni, si sgretola in Orwell anche
l’esaltazione per “l’uomo comune”, e anche questo viene notato nei minimi
particolari da te, in quanto non ti è mai sfuggita neppure una virgola della
vita del protagonista del tuo Saggio, nel bene e nel male, per quanto detto in
precedenza, lasciandoci Tracce indelebili di accortezza e acutezza mentale. Ed ecco
che ritorna quanto da me affermato prima: noi siamo la controfigura dei
protagonisti delle nostre storie. Persino Gustave Flaubert, il celebre
scrittore del Realismo francese, pare che abbia esclamato: “Madame Bovary c’est
moi!”. E in questa frase c’è l’identificarsi dell’autore col suo
protagonista, ma anche il prendere le distanze per
evidenziare la sua obiettività. Tua è, perciò, e mi riporto alle mie Tracce, <l’aggiunta
davvero encomiabile di tanti riferimenti a tutti gli altri poeti e scrittori italiani
e stranieri che avevano condiviso o respinto le idee contraddittorie ma
autentiche di Blair. Anche quando si è trattato di criticarlo per il suo
pressappochismo legato a studi fatti in tutta fretta e senza la possibilità di
avere una chiara percezione del valore di alcuni autori rispetto ad altri. Ma
innegabile è, nello stesso tempo, anche per il nostro Autore, la lettura
decisamente competente e affascinante che Orwell fece dei versi sulla vita,
sulla morte e sul dolore del poema Felix
Randal di Gerald Manley Hopkins mentre stroncò senza pietà quelli dei Quattro Quartetti di Thomas Stearns
Eliot, nonostante il poema fosse stato ritenuto da altri critici, ben
accreditati, “un viaggio tra poesia e fede”. Purtroppo, Orwell avvertì sempre un
notevole disagio per quei versi che lo disturbavano parecchio fino alle sue
“ironiche conclusioni”, come sostiene Giovanni Romano. A mio parere, Orwell si
lasciò condizionare molto dai suoi soliti pre-giudizi sulla religione e la
pseudoscienza, ritenendo entrambe delle mistificazioni a uso e consumo dei
sempliciotti, attratti magari da occultismo e arti magiche (di cui poi pare che
proprio lui facesse ampio uso, come alcune testimonianze attendibili
confermano). Ma, sempre secondo me, ogni inappropriata deduzione sarebbe stata
una de-sacralizzazione del dolore, della morte e del conforto della fede e, in
ultima analisi, della vita stessa.
Giovanni Romano ha il merito grande di aver focalizzato tutto
questo in ciascuna opera di Blair e di averlo smascherato e denunciato anche
con forza, come con forza ha sottolineato i grandi meriti di Orwell
nell’autenticità del suo immergersi nei suoi personaggi e nei loro sentimenti
più profondi in una sorta di spiritualizzazione del senso della vita e della
stessa umanità. A tal punto che, alla fine, anche l’uomo comune non ebbe più lo
stesso valore ai suoi occhi.
Gli ultimi tre capitoli del Saggio, infatti, vertono “sull’imbarbarimento
generale per corruzione ed egoismo dell’intero genere umano e a nulla valgono
esempi di grandi personalità come Tolstoj, Swift, Gandhi perché, pur
riconoscendone le alte doti morali e/o politico-sociali, Blair divenne sempre
più critico verso il primo, di cui non poté fare a meno di rilevare l’arroganza
nei riguardi dei subalterni e, quindi, le contraddizioni della sua personalità.
Contro Swift, poi, la sua satira si fece più feroce e feroce
fu persino il suo “ribellismo” alla ipotetica santità di Gandhi, diventando via
via sempre più disfattista nei riguardi della religione, con la sua satira
ironica di cui sono impregnati anche i suoi capolavori Animal Farm e 1984, e con mille inesattezze e
false testimonianze, pur di non darla vinta ai cristiani credenti e forti nella
loro fede, per un senso sempre più proclamato di libertà da tutte le scorie del
passato e da ogni totalitarismo, fonte di ogni danno ovunque venisse praticato.
Ma è proprio nel parlare di Gandhi che Orwell scrive sorprendentemente per la
prima volta Dio con l’iniziale maiuscola…>
Carissimo Giovanni, spero di esserti ritrovato in queste mie
parole, ma potrebbe accadere il contrario. Ne potremmo discutere. Sono le
dissonanze che ci aiutano ad alimentare dubbi più che certezze. Le consonanze
sono importanti per sentirci appoggiati e sostenuti, ma non ci permettono di
vedere i nostri molteplici volti e i molteplici orizzonti della realtà, che ha
ancora tanto da farci scoprire. Riprenderò domani con la seconda parte di
questa lettera. Ti abbraccio. Angela
A domani, dunque, carissime amiche e carissimi amici, per la
seconda e ultima parte. Grata sempre per la vostra attenzione e il vostro
affetto, vi abbraccio caramente. Angela/lina
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