mercoledì 25 marzo 2026

Mercoledì 25 marzo 2026: PRIMAVERA SI VESTE DI GEMME E DI POESIA... (ultima parte)

… Quando in anticipo sul tuo stupore

Verranno a chiederti del nostro amore

 Un amore così lungo

Tu non darglielo in fretta (…)

 (Fabrizio De Andrè)

Ieri è stata la Giornata Internazionale della LETTURA, avrei voluto scrivere qualcosa a tal riguardo, visto che la mia Casa editrice SECOP e l’Associazione culturale FOS, di cui sono presidente, hanno fatto della Lettura il loro vessillo di “educazione a leggere in silenzio, ad alta voce, in solitudine o insieme tra la gente”, ma purtroppo gli acciacchi della mia tarda età si sono fatti sentire a tal punto da costringermi a stare a letto. E così niente computer, niente appuntamento con voi, miei cari amici e amate amiche. Oggi, per fortuna va un po’ meglio e così riprendo a scrivere, ma i ricordi mi prendono la mano e il cuore e ho voglia di raccontarvi la poesia delle mie primavere a ritroso nel tempo, quando io e mia sorella Lizia vivevamo con i nostri amatissimi nonni materni nella casa “del gelso e delle rose”. Ed eccovi il racconto (tratto dal I vol. del mio romanzo Le piogge e i ciliegi, pubblicato dalla SECOP edizioni alcuni anni fa):  <… Quando i ricordi ti prendevano per mano, continuavi per ore a parlare della tua giovinezza e dei tuoi passi, prima di approdare nella casa in cui anch’io avrei imparato a conoscerti. A differenza dei tuoi cinque fratelli, tu, il quintogenito, eri il più fantasioso e irrequieto, con uno spirito avventuroso che ti aveva portato ad evitare il convento, come era toccato ad altri due dei tuoi fratelli, e ad attraversare l'oceano per sbarcare in America, a Nuova York, poco più che ventenne. Raccontavi che in America eri andato a scuola solo per diciannove giorni e avevi imparato diciannove lettere dell'alfabeto; poi, niente più. Senza mai dirci il perché di quell’abbandono. Ma ti rammaricavi di non conoscere gli ultimi segni grafici, in italiano e in inglese, per poter leggere e scrivere con minor fatica. Ti piaceva imparare. Eravamo adolescenti quando un giorno chiedesti a noi di completare l'opera di tanti anni prima, per poter leggere i romanzi che ti appassionavano tanto, ma incontravi difficoltà per quelle poche lettere che ti mancavano e per tutte le altre che a malapena ricordavi. Ti seccava non saper scrivere. Ti esercitavi a scrivere la tua firma con una N che si aggrovigliava in un ricciolino fantasioso sulla seconda gambetta, svolazzo della tua fantasia. Volevi imparare. Fu così che Lizia, più paziente di me, ti insegnò quelle lettere che ti mancavano, e ti fece recuperare quelle che avevi dimenticato, facilitando la tua lettura con le immagini di alcuni giornali. Ti rese felice…

Prendesti allora l'abitudine di comprare il settimanale illustrato <Grand Hotel>, su cui leggevi alcuni romanzi famosi: da Jane Eyre di Charlotte Brontë a Il conte di Montecristo di Alessandro Dumas. E così, nei giorni di pioggia, quando ti era impossibile andare in campagna con i tuoi contadini, te ne stavi in casa a leggere. E, mentre la pioggia ti parlava e attraversava pensieri e storie, non più da te raccontate, come facevi con noi sempre ansiose di ascoltarti, ma ricevute in dono da quelle lettere dell’alfabeto che avevi finalmente imparato, pian piano cominciasti a diradare le tue giornate nei campi anche per qualche problema di salute, di cui non facevi mai parola. Ti sedevi nel cortile, durante i giorni di primavera-estate-autunno, o davanti al braciere nelle fredde sere d'inverno, per leggere alla nonna quelle storie romantiche e appassionate, che lei ascoltava in silenzio come rapita; poi le mostravi, commentandole, le immagini che lei attendeva con ansia di vedere e una comune commozione vi sorprendeva con le lacrime agli occhi per le vicissitudini quasi sempre dolorose dei vari protagonisti. Io e Lizia vi guardavamo sorprese, incantate. E anche noi ci univamo al vostro turbato silenzio. Ma solo per poco. Ci prendeva ben presto una sorta di ilarità contagiosa per quella tua lettura stentata e caparbia, con la ripetizione delle parole più difficili conquistate a fatica, e per la tenera condivisione, mista a tanta ingenua e vibrante partecipazione da parte della nonna che, quando sfaccendava, quasi sempre brontolava per la stanchezza e i dolori alle gambe mentre, quando tu leggevi, era tutta compresa nel ruolo di coprotagonista, in silenziosa attesa, indignandosi o intenerendosi per le vicende dei personaggi, spesso del tutto inventati dall'autore, ma da te e da lei vissuti come se fossero lì presenti, vivi e veri. Che bello guardarvi! Eravate l'incarnazione dell'amore e della poesia. Della quotidianità vissuta con un pizzico di magia. Nessuno, guardandovi, avrebbe mai potuto leggere i lunghi anni di dolore nei calendari della vostra anima: la Grande Guerra, la tua prigionia in Germania, dove ti eri dissetato con la melma degli acquitrini e sfamato con le bucce di patate e ti eri salvato mangiando zucchero da scoppiare nella fabbrica dove ti avevano fortunatamente costretto poi a lavorare, e le due bimbe morte durante la tua assenza tra le braccia di una donna troppo giovane e spaventata per non portarne i segni per tutto il resto della vita; e la perdita, vissuta in due, di tutti quelli venuti al mondo dopo la nascita di mamma, l’unica dei tanti figli perduti nell’arco di pochi anni. Mamma era nata al vostro immarcescibile amore il 3 dicembre del 1919. E solo un miracolo la salvò da una epidemia che stava falcidiando i bambini. Io e Lizia non eravamo ancora neppure uno svolazzo della tua incredibile fantasia. Eppure nel giorno di San Valentino del 1941 Lizia nacque al vostro amore e l’anno dopo, 1942, a fine maggio nacqui io ed era primavera inoltrata…in una guerra appena cominciata>.   

I ricordi lasciano il tempo e lo spazio a qualche altra poesia d’amore e di primavera in questo giorno in cui il sole sorride, ma un venticello dispettoso, tipico di questo mese pazzerello ne fa barchetta di carta e ala di rondine in volo…

FIORE D’ACQUA E DI LUCE

S’apre come fiore d’acqua e di luce

la luna che imbriglia occhi incantati

a scoprire il magico canto

della prima giovinezza

a trattenere giorni in sospensione

tra cielo e terra. Con graffi di corallo

e acqua di rugiada il sogno tra le mani,

mistero dell’amore

a lasciare orme sul cuore

e un rosso sorriso di seta e gerani

affacciati ai balconi della vita

perché non se ne perda il profumo

(ma ero io nella primavera

                            dei miei anni in fiore)

LA DANZA DEGLI ARCOBALENI

Esplodono arcobaleni alla danza

di nuove ore d’amore che disegnano capriole

di peschi e rami turchini come i capelli della fata

mai dimenticata.

Hanno voce d’arpa i miei diciotto anni

e mille canzoni: “come te non c’è nessuno”,

“nessuno ti giuro nessuno, nemmeno il destino

ci può separare”, “ciao, ciao, bambina”,

“credo che un sogno così non ritorni mai più”.

Domenico Modugno il mio idolo

e idolo di mia madre. Lo ascoltiamo insieme

mentre lei ascolta il mio cuore

e sa del mio amore per il ragazzo occhi

innamorati e promesse da realizzare in due.

(e di arcobaleni festosi si colorava il nostro sorriso).

LA FANCIULLA AZZURRA

Quando il ragazzo-poeta

inondò le sue vesti di grappoli di cielo

la fanciulla afferrò l’azzurro

tra le sue mani

in un immenso cerchio cielo-mare

per ritrovare il suo cuore bambino

perso in un cortile di gelsi e di rose

dove i gatti facevano le fusa

parlando con lei del suo amore lontano.

UNA NUOVA PRIMAVERA

Grappoli di rose uncinano

ai rami delle dita

una nuova primavera

tra labbra di rosso vestite

per tacere un segreto che parla d’amore.

- dammi una nuova luna

  per cantare i tuoi occhi -

        (dammi la tua mano di more

             senza i rovi della siepe

                  tra incaute fughe d’amore)

IL GELSO E LE ROSE

Vissuti in un cortile

che conteneva il mondo

all’ombra del gelso rosso

che ascoltava in silenzio

i nostri sogni, segreti, misteri.

Misteriosi incanti di fiabe e fate

a cullare la nostra gioia di vivere,

a condividere sogni e rimpianti

e un rettangolo di cielo

a parlarci del mare

ad un passo da casa…

Sarà un filo d’erba il tempo

per legare al polso l’arcobaleno.

I ricordi - rose e spine -

sono canto che rinasce

nei grovigli del cuore

con fiori colorati di ogni primavera.

Nello specchio dell’anima

quello che di noi rimane

(il sogno che non muore)

NOI SIAMO INIZIO E FINE

Siamo alfa e omega del nostro canto

Siamo l’incanto che mai ci abbandona

Siamo la chiave e il chiavistello

Il molo e la vela

La luce e l’ombra d’ogni incanto

Pioggia e arcobaleno che porta il sereno.

(il filo dell’aquilone nelle mani

   incantate che abbiamo e che avremo)

E mi fermo qui. Con i ricordi, i sogni, le voci, la primavera tra le priorità di questo giorno. Domani si vedrà. Grazie sempre. Angela/lina   

 

  

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