… Quando in anticipo sul tuo stupore
Verranno
a chiederti del nostro amore
Un amore così lungo
Tu
non darglielo in fretta (…)
(Fabrizio De Andrè)
Ieri è stata la Giornata Internazionale della LETTURA, avrei
voluto scrivere qualcosa a tal riguardo, visto che la mia Casa editrice SECOP e
l’Associazione culturale FOS, di cui sono presidente, hanno fatto della Lettura
il loro vessillo di “educazione a leggere in silenzio, ad alta voce, in
solitudine o insieme tra la gente”, ma purtroppo gli acciacchi della mia tarda
età si sono fatti sentire a tal punto da costringermi a stare a letto. E così
niente computer, niente appuntamento con voi, miei cari amici e amate amiche. Oggi,
per fortuna va un po’ meglio e così riprendo a scrivere, ma i ricordi mi
prendono la mano e il cuore e ho voglia di raccontarvi la poesia delle mie
primavere a ritroso nel tempo, quando io e mia sorella Lizia vivevamo con i
nostri amatissimi nonni materni nella casa “del gelso e delle rose”. Ed eccovi
il racconto (tratto dal I vol. del mio romanzo Le piogge e i ciliegi, pubblicato dalla SECOP edizioni alcuni anni
fa): <… Quando i ricordi ti
prendevano per mano, continuavi per ore a parlare della tua giovinezza e dei
tuoi passi, prima di approdare nella casa in cui anch’io avrei imparato a
conoscerti. A differenza dei tuoi cinque fratelli, tu, il quintogenito, eri il
più fantasioso e irrequieto, con uno spirito avventuroso che ti aveva portato
ad evitare il convento, come era toccato ad altri due dei tuoi fratelli, e ad
attraversare l'oceano per sbarcare in America, a Nuova York, poco più che
ventenne. Raccontavi che in America eri andato a scuola solo per diciannove
giorni e avevi imparato diciannove lettere dell'alfabeto; poi, niente più.
Senza mai dirci il perché di quell’abbandono. Ma ti rammaricavi di non
conoscere gli ultimi segni grafici, in italiano e in inglese, per poter leggere
e scrivere con minor fatica. Ti piaceva imparare. Eravamo adolescenti quando un
giorno chiedesti a noi di completare l'opera di tanti anni prima, per poter
leggere i romanzi che ti appassionavano tanto, ma incontravi difficoltà per
quelle poche lettere che ti mancavano e per tutte le altre che a malapena
ricordavi. Ti seccava non saper scrivere. Ti esercitavi a scrivere la tua firma
con una N che si aggrovigliava in un ricciolino fantasioso sulla seconda
gambetta, svolazzo della tua fantasia. Volevi imparare. Fu così che Lizia, più
paziente di me, ti insegnò quelle lettere che ti mancavano, e ti fece
recuperare quelle che avevi dimenticato, facilitando la tua lettura con le
immagini di alcuni giornali. Ti rese felice…
Prendesti
allora l'abitudine di comprare il settimanale illustrato <Grand Hotel>,
su cui leggevi alcuni romanzi famosi: da Jane Eyre di Charlotte Brontë a
Il conte di Montecristo di Alessandro Dumas. E così, nei giorni di
pioggia, quando ti era impossibile andare in campagna con i tuoi contadini, te
ne stavi in casa a leggere. E, mentre la pioggia ti parlava e attraversava
pensieri e storie, non più da te raccontate, come facevi con noi sempre ansiose
di ascoltarti, ma ricevute in dono da quelle lettere dell’alfabeto che avevi
finalmente imparato, pian piano cominciasti a diradare le tue giornate nei
campi anche per qualche problema di salute, di cui non facevi mai parola. Ti
sedevi nel cortile, durante i giorni di primavera-estate-autunno, o davanti al
braciere nelle fredde sere d'inverno, per leggere alla nonna quelle storie
romantiche e appassionate, che lei ascoltava in silenzio come rapita; poi le
mostravi, commentandole, le immagini che lei attendeva con ansia di vedere e
una comune commozione vi sorprendeva con le lacrime agli occhi per le
vicissitudini quasi sempre dolorose dei vari protagonisti. Io e Lizia vi
guardavamo sorprese, incantate. E anche noi ci univamo al vostro turbato
silenzio. Ma solo per poco. Ci prendeva ben presto una sorta di ilarità
contagiosa per quella tua lettura stentata e caparbia, con la ripetizione delle
parole più difficili conquistate a fatica, e per la tenera condivisione, mista
a tanta ingenua e vibrante partecipazione da parte della nonna che, quando
sfaccendava, quasi sempre brontolava per la stanchezza e i dolori alle gambe
mentre, quando tu leggevi, era tutta compresa nel ruolo di coprotagonista, in
silenziosa attesa, indignandosi o intenerendosi per le vicende dei personaggi,
spesso del tutto inventati dall'autore, ma da te e da lei vissuti come se fossero
lì presenti, vivi e veri. Che bello guardarvi! Eravate l'incarnazione
dell'amore e della poesia. Della quotidianità vissuta con un pizzico di magia. Nessuno,
guardandovi, avrebbe mai potuto leggere i lunghi anni di dolore nei calendari
della vostra anima: la Grande Guerra, la tua prigionia in Germania, dove ti eri
dissetato con la melma degli acquitrini e sfamato con le bucce di patate e ti
eri salvato mangiando zucchero da scoppiare nella fabbrica dove ti avevano
fortunatamente costretto poi a lavorare, e le due bimbe morte durante la tua
assenza tra le braccia di una donna troppo giovane e spaventata per non
portarne i segni per tutto il resto della vita; e la perdita, vissuta in due,
di tutti quelli venuti al mondo dopo la nascita di mamma, l’unica dei tanti
figli perduti nell’arco di pochi anni. Mamma era nata al vostro immarcescibile
amore il 3 dicembre del 1919. E solo un miracolo la salvò da una epidemia che
stava falcidiando i bambini. Io e Lizia non eravamo ancora neppure uno svolazzo
della tua incredibile fantasia. Eppure nel giorno di San Valentino del 1941 Lizia
nacque al vostro amore e l’anno dopo, 1942, a fine maggio nacqui io ed era
primavera inoltrata…in una guerra appena cominciata>.
I ricordi lasciano il tempo e lo spazio a qualche altra poesia d’amore e
di primavera in questo giorno in cui il sole sorride, ma un venticello
dispettoso, tipico di questo mese pazzerello ne fa barchetta di carta e ala di
rondine in volo…
FIORE
D’ACQUA E DI LUCE
S’apre come fiore d’acqua e di luce
la luna che imbriglia occhi incantati
a scoprire il magico canto
della prima giovinezza
a trattenere giorni in sospensione
tra cielo e terra. Con graffi di corallo
e acqua di rugiada il sogno tra le mani,
mistero dell’amore
a lasciare orme sul cuore
e un rosso sorriso di seta e gerani
affacciati ai balconi della vita
perché non se ne perda il profumo
(ma ero io
nella primavera
dei miei anni in fiore)
LA DANZA
DEGLI ARCOBALENI
Esplodono arcobaleni alla danza
di nuove ore d’amore che disegnano capriole
di peschi e rami turchini come i capelli della
fata
mai dimenticata.
Hanno voce d’arpa i miei diciotto anni
e mille canzoni: “come te non c’è nessuno”,
“nessuno ti giuro nessuno, nemmeno il destino
ci può separare”, “ciao, ciao, bambina”,
“credo che un sogno così non ritorni mai più”.
Domenico Modugno il mio idolo
e idolo di mia madre. Lo ascoltiamo insieme
mentre lei ascolta il mio cuore
e sa del mio amore per il ragazzo occhi
innamorati e promesse da realizzare in due.
(e di arcobaleni festosi si colorava il nostro
sorriso).
LA FANCIULLA
AZZURRA
Quando il ragazzo-poeta
inondò le sue vesti di grappoli di cielo
la fanciulla afferrò l’azzurro
tra le sue mani
in un immenso cerchio cielo-mare
per ritrovare il suo cuore bambino
perso in un cortile di gelsi e di rose
dove i gatti facevano le fusa
parlando con lei del suo amore lontano.
UNA NUOVA
PRIMAVERA
Grappoli di rose uncinano
ai rami delle dita
una nuova primavera
tra labbra di rosso vestite
per tacere un segreto che parla d’amore.
- dammi una nuova luna
per
cantare i tuoi occhi -
(dammi
la tua mano di more
senza i rovi della siepe
tra incaute fughe d’amore)
IL GELSO E
LE ROSE
Vissuti in un cortile
che conteneva il mondo
all’ombra del gelso rosso
che ascoltava in silenzio
i nostri sogni, segreti, misteri.
Misteriosi incanti di fiabe e fate
a cullare la nostra gioia di vivere,
a condividere sogni e rimpianti
e un rettangolo di cielo
a parlarci del mare
ad un passo da casa…
Sarà un filo d’erba il tempo
per legare al polso l’arcobaleno.
I ricordi - rose e spine -
sono canto che rinasce
nei grovigli del cuore
con fiori colorati di ogni primavera.
Nello specchio dell’anima
quello che di noi rimane
(il sogno che non muore)
NOI SIAMO
INIZIO E FINE
Siamo alfa e omega del nostro canto
Siamo l’incanto che mai ci abbandona
Siamo la chiave e il chiavistello
Il molo e la vela
La luce e l’ombra d’ogni incanto
Pioggia e arcobaleno che porta il sereno.
(il filo dell’aquilone nelle mani
incantate
che abbiamo e che avremo)
E mi fermo
qui. Con i ricordi, i sogni, le voci, la primavera tra le priorità di questo
giorno. Domani si vedrà. Grazie sempre. Angela/lina
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