… Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome
E in virtù di una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti
Libertà.
(Paul Eluard)
Il 4 marzo 2009 il grandissimo VITO MAUROGIOVANNI,
scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore e soprattutto Amico dei nostri
verdi anni, pensò bene di lasciare questa Terra per andare ad allietare, con le
sue innumerevoli opere teatrali in vernacolo barese, il Cielo dei suoi Santi e
delle immense stelle. Ma Vito rimane VIVO nei cuori delle figlie e di quanti lo
hanno, stimato, apprezzato, ammirato, amato. E da circa quattro anni è in
tenera compagnia con la sua Anna, adorata compagna di una vita. Nell’esergo
la sintesi dell’eredità che Vito Maurogiovanni ha ricevuto dai suoi cari e dal
tempo in cui è vissuto e di cui fa dono alle figlie e ai nipoti e a tutti noi:
la dignità della libertà del suo pensiero che, tradotto in parole, rivendica la
forza dei ricordi legati al suo mondo familiare, e a quello di giornalista, di
poeta, di scrittore di Teatro, a cui si è dedicato con passione e coraggio per
una vita intera. I Santi di Casa mia e tutte le sue opere
teatrali sono la testimonianza ancora viva e palpitante di tutto
questo. Sono passati diciassette anni da quando Vito ci ha lasciati, ma ogni
sua pubblicazione conserva l’incanto, la purezza e la freschezza di quegli anni
nella loro intramontabile veste, di cui li hanno ricoperti Vito, il nostro
Cantore per eccellenza, accompagnandosi spesso anche con Enzo Morelli, il
grande Pittore bitontino dei nostri ulivi contorti e sofferenti, ma mai
umiliati, mai vinti. Enzo, per fortuna è ancora tra noi e ancora dipinge con la
passione di sempre. Il tempo passa velocemente e i tempi certamente cambiano,
ma l’animo umano attraversa il tempo con la sua immutabilità. Si presenta con i
suoi sentimenti e risentimenti, i suoi ardimenti e le sue paure, le sue
illusioni e le sue delusioni, i suoi appigli di sopravvivenza e i suoi dolori a
demolirli. E tutto questo è pane che lievita di voci antiche e presenti in ogni
Libro di Vito Maurogiovanni. Mi piace, oggi, ricordarlo, riportando alcuni
suoi versi, spigolando qua e là alla ricerca di quanto di più profondo della
sua anima di sottile ribellione alle regole possa emergere dal suo raccontarsi
con estrema franchezza e un pizzico di reticenza. Mi riferisco, in primis, alla
poesia intitolata “Lo sciopero”, inserita nel Testo I Santi di Casa mia:
In Questura mi fecero fare/ una lunga
anticamera./ Poi all’improvviso mi fecero entrare/ In una grande
stanza/ Con vista sul Castello/ Immerso in un mare di verde./ La
giornata era scura/ Un tempo nero di pioggia,/ una di quelle
mattine/ che quando andavi a scuola,/ e le vie erano scure e deserte,/ pensavi
come sarebbe stato bello/ rimanere nel silenzio amico/ dei mobili
della casa antica./ Il Questore non mi guardò./ Rimase
impalato/ Al centro della stanza./ Mi sentivo perduto/ In quel
silenzio ostile/ Di fronte al disprezzo evidente/ Del Potere che mi
aveva convocato./ (…)./ <Vi avviso che non
m’interessano/ Le vostre questioni./ Una sola cosa vi
dico:/ finitela di sabotare>./ Forse il Questore non
sapeva/ che il personale non era stato pagato./ E vecchi operai e
telefoniste nubili e sole/ andavano ricorrendo a prestiti/ e
impegnavano per campare/ cari oggetti d’oro./ <Io non c’entro con
i fatti vostri,/ ma faccio formale invito a non sabotare./ Volete
scioperare? Scioperate./ La Costituzione non lo vieta./ Guagliò, ma
vi avverto:/ se continuate a sabotare/ io vi vengo ad
arrestare>./ Noi avevamo lasciato il posto di lavoro/ per
un’antica questione di paga./ Uscii dalla stanza del Questore/ un po’
sollevato/ perché avevo pensato/ che m’avrebbero trattenuto/ per
chissà quante ore/ e invece potevo tornare a casa./ Ma da quel
giorno/ del dicembre quarantanove/ il mio nome è negli
schedari/ della Questura centrale./ Con la nota: sabotatore.
È una poesia in cui si sente tutta la soggezione che Vito
Maurogiovanni avvertiva nei riguardi del potere con tutte le iniziali maiuscole
a connotarlo meglio in tutta la sua pervicacia ai danni di semplici operai e
operaie in situazione di sciopero per rivendicare il loro diritto ad una paga
che gli consentisse di sfamare la famiglia, e invece vengono bollati con “la
nota: sabotatore”, in un tempo tutto da ricordare: dicembre
Quarantanove. Sono ricordi del passato che ancora turbano la coscienza
cristallina del nostro Autore, connotandolo nella sua malinconia di fondo,
nella sua pensierosa tristezza, nella sua sete di giustizia e di onestà...
Pure, un raggio di sole attraversa i suoi giorni, quando torna a Lecce, dove
abitano le sue origini e palpita ancora il suo sangue di più ascendenze
straniere (Ma non capirò mai/ il sangue che mi scorre nelle vene./ È sangue
di spagnolo di francese/ d’antico svevo di vecchio greco/ d’avaro ebreo di
sognante arabo?/ Non capirò mai quale sia la radice/ che è nel cuore dei miei
figli/ nei desideri improvvisi/ del mio cervello amaro/ che scopre di vivere in
una solitudine/ di una landa che fu di tante stirpi./ Non scoprirò mai da dove
proviene/ il mio stanco sangue). Lecce è la panacea per la sua anima
solitaria e stanca. Qui ritrova il sole e il suo sorriso. Qui si rinnovano i
ricordi e ogni sua rinnovata Speranza: … L’organo suonava a piene
note/ cantavano felici le fanciulle/ tutte profumate di sole,/ e
in tanta commozione/ mi venne dal cuore/ un dolce pianto da
prima comunione./ Splendeva il duomo nel suo barocco/ nei suoi
capitelli nei suoi quadri antichi/ e a tratti mi baluginava nel
cervello/ il tiepido ricordo di una donna trepida/ che m’aspettava
felice/ nella sua casa imbiancata di sole.
E potrei chiudere qui, se non avvertissi dentro l’urgenza
di rendere omaggio a modo mio a Vito ed Enzo che hanno fatto dei loro Libri e
opere capolavori di solitudine e di incanto.
Per Vito
Nei giorni di ogni tempo/ Risuona nell’anima la
tua anima/ Di voci a migliaia./ Tante quante le tue opere
inventate/ Con la magia della tua penna/ Del tuo
cuore./ Nidifica in me la nostalgia del tempo/ Che non torna/ E
ritorna nella eco di passate stagioni/ Quando di verde stupore si
coprivano/ I giorni delle antiche primavere/ Baciate dal
sole./ Oggi stupore dei miei vecchi anni/ In faticose quotidiane
avventure/ Di parole che sanno ancora di magia./ Maga io senza scarpe
e a piedi nudi/ Nel parco di ogni rimembranza/ Sugli incroci del
tempo con valigie/ Di rimpianti vinti da mai spenta Poesia./ Nel
tempo senza tempo che ci vinse/ Erano complicità d’incontri le “cose” affini/ Di
due anime sospese al filo/ Della nostalgia, malinconica nota/ Che
vibrava nei nostri occhi/ Di stanca malinconia/ Che trasaliva
d’improvvisa risata/ Ad una voce/ Prima di ogni improvviso
silenzio/ (il mio il tuo?)/ So di anni addossati agli anni./ So
di dolori addossati a un unico dolore/ Quello che fa più male e che
ancora/ Ha sussurri di mai perduto amore./ Rimase il silenzio a
confinare/ L’antica amicizia nell’album dei ricordi./ Tristezza e
Gioia riprendono oggi/ A percorrere nuovi sentieri fioriti con
noi/ Noi che ci ritroviamo accanto a noi/ Per raccontarci come un
tempo./ Sicuri delle nostre parole/ Mai più ascoltate eppure
presenti/ E quanto mai necessarie a cantare/ Il senso sicuro del
nostro ritrovarci/ Come allora/ Per questi quarant’anni a
festeggiarti/ In pieno sole…
E per entrambi i miei grandi amici: Vito ed Enzo:
Allora ci vinceva una gioventù/ già ricca di anni
e di amici/ ed era un canto di luna/ il mio stupore alla
bellezza/ della scena in un teatro di ulivi./ Alla libertà di sognare
le stelle/ nelle vicinanze del cuore/ e una sola risata./ E fu
un andar via come per caso/ così senza un preavviso senza un
sorriso/ forse scritto di notte al fischio del treno/ di sola
andata,/ da noi che siamo rimasti/ non condiviso/ (tutto si ripropone
oggi/ Tutto come fosse sempre/ come fosse la prima volta…)
Ma non posso concludere senza la particolare tenerissima,
divertente, carezzevole testimonianza della figlia Celeste ottenuta, grazie
alla comune amicizia con il grande giornalista di Rai Tre Enzo Quarto, che mi
ha messo in contatto con lei. Celeste Maurogiovanni è stata molto gentile e
accogliente. Ed ecco quanto ha scritto, parlando anche de I Santi di
Casa mia e di tutte le opere di suo padre, dei suoi modi di essere e
di vivere: <Parlare di mio padre, Vito Maurogiovanni, e dei suoi
scritti, è sempre una grande emozione per me, anche perché non riesco a non
collocarli in uno spazio e in un tempo condivisi con lui: in una grande
famiglia popolata soprattutto da donne, in una casa piena di libri e di ricordi
più o meno importanti, sempre testimoni e amati, di ‘storie raccontate’, di
personaggi conosciuti e storie antiche di cui parlava con la speranza che noi
figlie potessimo a nostra volta ricordare e conservare questo grande
patrimonio. Discorrevamo per interi lunghi pomeriggi nel soggiorno della
casa di via Cancello Rotto (il cosiddetto Salone era interdetto a tutti noi da
mia madre) ed era sempre disposto ad ascoltarci e a raccontarsi anche nelle sue
debolezze, a lamentarsi con sottile divertimento per i richiami di nostra madre
(ma le era sempre grato) ad abbandonare i sogni e a vivere il reale, talvolta
faticoso. Quanta piacevole e tenera nostalgia per l’amorevolezza con cui
ci guardava, mentre studiavamo, e ci procurava libri per approfondire e leggere
sempre di tutto. E per le conversazioni in macchina nella 600 Fiat
azzurra, sopravvissuta a tutt’oggi, quando, infervorato da discussioni, con noi
figlie e Anna sua moglie, si distraeva dalla guida e recitava poesie, citava
autori a lui molto cari, e, nonostante tutto, quasi per magia o grazia
ricevuta, arrivavamo sempre alla meta illese e sbalordite di quanto avevamo
vissuto con un allegro guidatore che gesticolava, mimava attori, ricordava il
passato e immaginava il futuro con scarsa attenzione al presente traffico
circostante, attratto dai bei paesaggi pugliesi che guardava con interesse,
distogliendo l’attenzione dal resto (anche dalla carreggiata) preso da
pensieri, parole, progetti e desiderio di comunicare. Era un abile e
piacevole affabulatore, e - nonostante il naturale pessimismo che amava
definire manzoniano e cristiano (era uomo di fede profonda, francescana, come
afferma Tommaso Fiore) - sempre capace di rialzarsi dalle cadute, pronto ad
incoraggiarsi nei momenti duri, a persuaderci che - nonostante tutto - si dovesse
credere sempre nell’umanità e guardarla con occhi puri, nutrendo speranza nel
futuro. Erano anni complessi, quelli della nostra adolescenza e
giovinezza: delle contestazioni, delle rivolte giovanili, del crollo di
ideologie e di interi sistemi politici. E io lo sentivo preoccupato e dimidiato
tra il desiderio di dirci ‘scendete anche voi nelle piazze’ e legittime paure
di padre. Naturalmente abbiamo autonomamente conosciuto e vissuto il
mondo, perché, entrambi, mamma e papà, frenavano i loro timori e favorivano la
nostra formazione alla vita. Capace di perdonare e soffrire con dignità,
coltivava la naturale dote dell’ironia, e ci spronava ad essere come lui:
autocritiche, osservatrici impietose del male e delle ingiustizie da combattere
senza riserve, ma anche a custodire gelosamente e a esercitare il sentimento
della compassione e della pietà. Nutriva una forte passione per la
scrittura e in tale orizzonte, costellata da moltissimi scritti di vario
genere, rientra la sua prima raccolta di poesie, Composizione 34, edita
dal Leggìo, Circolo culturale fondato in via Cognetti dalle professoresse
Candida e Ave Maria Stella, animatrici culturali che vissero e amarono questa
città come la propria, approdate a Bari durante la Seconda Guerra Mondiale e
sue docenti di Lettere, con le quali aveva conservato un forte legame, e che lo
incoraggiavano nelle sue scelte. Questa Silloge, ristampata con il
titolo I Santi di Casa mia, è il ritratto di un uomo che, senza
timori o falsi pudori, affida al lettore come prima aveva fatto con le sue
figlie, il lungo racconto di una vita. Le poesie, infatti, sono la storia
di ‘un povero cristiano’ che intende poesia lirica come narrazione di vicende
vissute, grandi e piccole, di tormenti personali espressi con un linguaggio
asciutto e antilirico, prelirico, disciolti in mille immagini di film che lo
rasserenavano (quelli di Charlie Chaplin, il suo autore e regista preferito di
cui ammirava la fine ironia e lo sguardo poetico e tenero sulla realtà), di
sogni, di ricordi che si snodano in un trentennio, tra Bari e Matera, città in
cui fu trasferito come Direttore di una grossa Società (v. ‘Cantata per
Cristina’ ne I santi di casa mia), periodo in cui visse un forzato
esilio a Matera. Dalle esperienze umane e culturali, di gioie, di struggenti
malinconie consumate in città tra loro antropologicamente storicamente e
culturalmente diverse, Bari e Matera, nasce questo testo nel cui titolo sono
già evocati concetti e sentimenti che ispirano il suo canto, i santi - intesi
in senso cristiano e laico, i quali, i Mani, tutori di antiche
memorie, e la casa, luogo di affetti, di vincoli stretti, di
sorrisi e sofferenze, di memorie in cui ritornano, anche solo come pensiero per
ritrovare la forza e la spinta per andare oltre, per rinvenire il passato e il
vero senso dell’esistenza da raccontare e lasciare come eredità di affetti e di
pensiero, alle figlie, ai nipoti, agli ‘uomini di buona volontà”. Celeste
Maurogiovanni
In ogni opera scritta o teatrale e anche nelle parole di
Celeste Maurogiovanni emergono la grandezza dell’artista e il suo talento, ma
soprattutto la sua generosa “umanità”, il suo immenso amore per la “casa”, la
“famiglia”, le sempre “celebrate” figlie, gli adorati nipoti. È questa
l’eredità più bella che Vito Maurogiovanni, sempre dimidiato tra “struggenti
malinconie”, picchi di imperdibili memorie, risate, come fresche cascate di
acqua pura, e mordaci quanto argute autoironie ci lascia in imperitura eredità…
Ma quanto ho scritto è solo una rapidissima sintesi di un
mio saggio molto più ampio e articolato che, dopo oltre due anni rimasto nel
cassetto in attesa di tempi migliori per la mia salute, che per fortuna sembra
al momento rifiorire (saranno i mandorli in fiore come promessa di primavera in
arrivo…), vedrà tra poco la luce di una pubblicazione con la mia Casa editrice
SECOP (Corato-Bari) dell’editore Peppino Piacente o con la Casa editrice FOS
della NP Studio di Nicola Piacente. Per ora è solo un affettuoso omaggio a
una Persona meravigliosa per semplicità, poliedricità, generosità e
umiltà… Grazie sempre. E a presto!
Angela/lina
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