mercoledì 4 marzo 2026

Mercoledì 4 marzo 2026: IN RICORDO DI VITO MAUROGIOVANNI...

… Su l’immemore speranza

Scrivo il tuo nome

E in virtù di una Parola

Ricomincio la mia vita

Sono nato per conoscerti

Per chiamarti

Libertà.

(Paul Eluard)

Il 4 marzo 2009 il grandissimo VITO MAUROGIOVANNI, scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore e soprattutto Amico dei nostri verdi anni, pensò bene di lasciare questa Terra per andare ad allietare, con le sue innumerevoli opere teatrali in vernacolo barese, il Cielo dei suoi Santi e delle immense stelle. Ma Vito rimane VIVO nei cuori delle figlie e di quanti lo hanno, stimato, apprezzato, ammirato, amato. E da circa quattro anni è in tenera compagnia con la sua Anna, adorata compagna di una vita. Nell’esergo la sintesi dell’eredità che Vito Maurogiovanni ha ricevuto dai suoi cari e dal tempo in cui è vissuto e di cui fa dono alle figlie e ai nipoti e a tutti noi: la dignità della libertà del suo pensiero che, tradotto in parole, rivendica la forza dei ricordi legati al suo mondo familiare, e a quello di giornalista, di poeta, di scrittore di Teatro, a cui si è dedicato con passione e coraggio per una vita intera. I Santi di Casa mia e tutte le sue opere teatrali sono la testimonianza ancora viva e palpitante di tutto questo. Sono passati diciassette anni da quando Vito ci ha lasciati, ma ogni sua pubblicazione conserva l’incanto, la purezza e la freschezza di quegli anni nella loro intramontabile veste, di cui li hanno ricoperti Vito, il nostro Cantore per eccellenza, accompagnandosi spesso anche con Enzo Morelli, il grande Pittore bitontino dei nostri ulivi contorti e sofferenti, ma mai umiliati, mai vinti. Enzo, per fortuna è ancora tra noi e ancora dipinge con la passione di sempre. Il tempo passa velocemente e i tempi certamente cambiano, ma l’animo umano attraversa il tempo con la sua immutabilità. Si presenta con i suoi sentimenti e risentimenti, i suoi ardimenti e le sue paure, le sue illusioni e le sue delusioni, i suoi appigli di sopravvivenza e i suoi dolori a demolirli. E tutto questo è pane che lievita di voci antiche e presenti in ogni Libro di Vito Maurogiovanni. Mi piace, oggi, ricordarlo, riportando alcuni suoi versi, spigolando qua e là alla ricerca di quanto di più profondo della sua anima di sottile ribellione alle regole possa emergere dal suo raccontarsi con estrema franchezza e un pizzico di reticenza. Mi riferisco, in primis, alla poesia intitolata “Lo sciopero”, inserita nel Testo I Santi di Casa mia:

 In Questura mi fecero fare/ una lunga anticamera./ Poi all’improvviso mi fecero entrare/ In una grande stanza/ Con vista sul Castello/ Immerso in un mare di verde./ La giornata era scura/ Un tempo nero di pioggia,/ una di quelle mattine/ che quando andavi a scuola,/ e le vie erano scure e deserte,/ pensavi come sarebbe stato bello/ rimanere nel silenzio amico/ dei mobili della casa antica./ Il Questore non mi guardò./ Rimase impalato/ Al centro della stanza./ Mi sentivo perduto/ In quel silenzio ostile/ Di fronte al disprezzo evidente/ Del Potere che mi aveva convocato./ (…)./ <Vi avviso che non m’interessano/ Le vostre questioni./ Una sola cosa vi dico:/ finitela di sabotare>./ Forse il Questore non sapeva/ che il personale non era stato pagato./ E vecchi operai e telefoniste nubili e sole/ andavano ricorrendo a prestiti/ e impegnavano per campare/ cari oggetti d’oro./ <Io non c’entro con i fatti vostri,/ ma faccio formale invito a non sabotare./ Volete scioperare? Scioperate./ La Costituzione non lo vieta./ Guagliò, ma vi avverto:/ se continuate a sabotare/ io vi vengo ad arrestare>./ Noi avevamo lasciato il posto di lavoro/ per un’antica questione di paga./ Uscii dalla stanza del Questore/ un po’ sollevato/ perché avevo pensato/ che m’avrebbero trattenuto/ per chissà quante ore/ e invece potevo tornare a casa./ Ma da quel giorno/ del dicembre quarantanove/ il mio nome è negli schedari/ della Questura centrale./ Con la nota: sabotatore.

È una poesia in cui si sente tutta la soggezione che Vito Maurogiovanni avvertiva nei riguardi del potere con tutte le iniziali maiuscole a connotarlo meglio in tutta la sua pervicacia ai danni di semplici operai e operaie in situazione di sciopero per rivendicare il loro diritto ad una paga che gli consentisse di sfamare la famiglia, e invece vengono bollati con “la nota: sabotatore”, in un tempo tutto da ricordare: dicembre Quarantanove. Sono ricordi del passato che ancora turbano la coscienza cristallina del nostro Autore, connotandolo nella sua malinconia di fondo, nella sua pensierosa tristezza, nella sua sete di giustizia e di onestà... Pure, un raggio di sole attraversa i suoi giorni, quando torna a Lecce, dove abitano le sue origini e palpita ancora il suo sangue di più ascendenze straniere (Ma non capirò mai/ il sangue che mi scorre nelle vene./ È sangue di spagnolo di francese/ d’antico svevo di vecchio greco/ d’avaro ebreo di sognante arabo?/ Non capirò mai quale sia la radice/ che è nel cuore dei miei figli/ nei desideri improvvisi/ del mio cervello amaro/ che scopre di vivere in una solitudine/ di una landa che fu di tante stirpi./ Non scoprirò mai da dove proviene/ il mio stanco sangue). Lecce è la panacea per la sua anima solitaria e stanca. Qui ritrova il sole e il suo sorriso. Qui si rinnovano i ricordi e ogni sua rinnovata Speranza: … L’organo suonava a piene note/ cantavano felici le fanciulle/ tutte profumate di sole,/ e in tanta commozione/  mi venne dal cuore/ un dolce pianto da prima comunione./ Splendeva il duomo nel suo barocco/ nei suoi capitelli nei suoi quadri antichi/ e a tratti mi baluginava nel cervello/ il tiepido ricordo di una donna trepida/ che m’aspettava felice/ nella sua casa imbiancata di sole.

E potrei chiudere qui, se non avvertissi dentro l’urgenza di rendere omaggio a modo mio a Vito ed Enzo che hanno fatto dei loro Libri e opere capolavori di solitudine e di incanto.

 Per Vito    

Nei giorni di ogni tempo/ Risuona nell’anima la tua anima/ Di voci a migliaia./ Tante quante le tue opere inventate/ Con la magia della tua penna/ Del tuo cuore./ Nidifica in me la nostalgia del tempo/ Che non torna/ E ritorna nella eco di passate stagioni/ Quando di verde stupore si coprivano/ I giorni delle antiche primavere/ Baciate dal sole./ Oggi stupore dei miei vecchi anni/ In faticose quotidiane avventure/ Di parole che sanno ancora di magia./ Maga io senza scarpe e a piedi nudi/ Nel parco di ogni rimembranza/ Sugli incroci del tempo con valigie/ Di rimpianti vinti da mai spenta Poesia./ Nel tempo senza tempo che ci vinse/ Erano complicità d’incontri le “cose” affini/ Di due anime sospese al filo/ Della nostalgia, malinconica nota/ Che vibrava nei nostri occhi/ Di stanca malinconia/ Che trasaliva d’improvvisa risata/ Ad una voce/ Prima di ogni improvviso silenzio/ (il mio il tuo?)/ So di anni addossati agli anni./ So di dolori addossati a un unico dolore/ Quello che fa più male e che ancora/ Ha sussurri di mai perduto amore./ Rimase il silenzio a confinare/ L’antica amicizia nell’album dei ricordi./ Tristezza e Gioia riprendono oggi/ A percorrere nuovi sentieri fioriti con noi/ Noi che ci ritroviamo accanto a noi/ Per raccontarci come un tempo./ Sicuri delle nostre parole/ Mai più ascoltate eppure presenti/ E quanto mai necessarie a cantare/ Il senso sicuro del nostro ritrovarci/ Come allora/ Per questi quarant’anni a festeggiarti/ In pieno sole…

E per entrambi i miei grandi amici: Vito ed Enzo:

Allora ci vinceva una gioventù/ già ricca di anni e di amici/ ed era un canto di luna/ il mio stupore alla bellezza/ della scena in un teatro di ulivi./ Alla libertà di sognare le stelle/ nelle vicinanze del cuore/ e una sola risata./ E fu un andar via come per caso/ così senza un preavviso senza un sorriso/ forse scritto di notte al fischio del treno/ di sola andata,/ da noi che siamo rimasti/ non condiviso/ (tutto si ripropone oggi/ Tutto come fosse sempre/ come fosse la prima volta…)

Ma non posso concludere senza la particolare tenerissima, divertente, carezzevole testimonianza della figlia Celeste ottenuta, grazie alla comune amicizia con il grande giornalista di Rai Tre Enzo Quarto, che mi ha messo in contatto con lei. Celeste Maurogiovanni è stata molto gentile e accogliente. Ed ecco quanto ha scritto, parlando anche de I Santi di Casa mia e di tutte le opere di suo padre, dei suoi modi di essere e di vivere: <Parlare di mio padre, Vito Maurogiovanni, e dei suoi scritti, è sempre una grande emozione per me, anche perché non riesco a non collocarli in uno spazio e in un tempo condivisi con lui: in una grande famiglia popolata soprattutto da donne, in una casa piena di libri e di ricordi più o meno importanti, sempre testimoni e amati, di ‘storie raccontate’, di personaggi conosciuti e storie antiche di cui parlava con la speranza che noi figlie potessimo a nostra volta ricordare e conservare questo grande patrimonio. Discorrevamo per interi lunghi pomeriggi nel soggiorno della casa di via Cancello Rotto (il cosiddetto Salone era interdetto a tutti noi da mia madre) ed era sempre disposto ad ascoltarci e a raccontarsi anche nelle sue debolezze, a lamentarsi con sottile divertimento per i richiami di nostra madre (ma le era sempre grato) ad abbandonare i sogni e a vivere il reale, talvolta faticoso. Quanta piacevole e tenera nostalgia per l’amorevolezza con cui ci guardava, mentre studiavamo, e ci procurava libri per approfondire e leggere sempre di tutto. E per le conversazioni in macchina nella 600 Fiat azzurra, sopravvissuta a tutt’oggi, quando, infervorato da discussioni, con noi figlie e Anna sua moglie, si distraeva dalla guida e recitava poesie, citava autori a lui molto cari, e, nonostante tutto, quasi per magia o grazia ricevuta, arrivavamo sempre alla meta illese e sbalordite di quanto avevamo vissuto con un allegro guidatore che gesticolava, mimava attori, ricordava il passato e immaginava il futuro con scarsa attenzione al presente traffico circostante, attratto dai bei paesaggi pugliesi che guardava con interesse, distogliendo l’attenzione dal resto (anche dalla carreggiata) preso da pensieri, parole, progetti e desiderio di comunicare. Era un abile e piacevole affabulatore, e - nonostante il naturale pessimismo che amava definire manzoniano e cristiano (era uomo di fede profonda, francescana, come afferma Tommaso Fiore) - sempre capace di rialzarsi dalle cadute, pronto ad incoraggiarsi nei momenti duri, a persuaderci che - nonostante tutto - si dovesse credere sempre nell’umanità e guardarla con occhi puri, nutrendo speranza nel futuro. Erano anni complessi, quelli della nostra adolescenza e giovinezza: delle contestazioni, delle rivolte giovanili, del crollo di ideologie e di interi sistemi politici. E io lo sentivo preoccupato e dimidiato tra il desiderio di dirci ‘scendete anche voi nelle piazze’ e legittime paure di padre. Naturalmente abbiamo autonomamente conosciuto e vissuto il mondo, perché, entrambi, mamma e papà, frenavano i loro timori e favorivano la nostra formazione alla vita. Capace di perdonare e soffrire con dignità, coltivava la naturale dote dell’ironia, e ci spronava ad essere come lui: autocritiche, osservatrici impietose del male e delle ingiustizie da combattere senza riserve, ma anche a custodire gelosamente e a esercitare il sentimento della compassione e della pietà. Nutriva una forte passione per la scrittura e in tale orizzonte, costellata da moltissimi scritti di vario genere, rientra la sua prima raccolta di poesie, Composizione 34, edita dal Leggìo, Circolo culturale fondato in via Cognetti dalle professoresse Candida e Ave Maria Stella, animatrici culturali che vissero e amarono questa città come la propria, approdate a Bari durante la Seconda Guerra Mondiale e sue docenti di Lettere, con le quali aveva conservato un forte legame, e che lo incoraggiavano nelle sue scelte. Questa Silloge, ristampata con il titolo I Santi di Casa mia, è il ritratto di un uomo che, senza timori o falsi pudori, affida al lettore come prima aveva fatto con le sue figlie, il lungo racconto di una vita. Le poesie, infatti, sono la storia di ‘un povero cristiano’ che intende poesia lirica come narrazione di vicende vissute, grandi e piccole, di tormenti personali espressi con un linguaggio asciutto e antilirico, prelirico, disciolti in mille immagini di film che lo rasserenavano (quelli di Charlie Chaplin, il suo autore e regista preferito di cui ammirava la fine ironia e lo sguardo poetico e tenero sulla realtà), di sogni, di ricordi che si snodano in un trentennio, tra Bari e Matera, città in cui fu trasferito come Direttore di una grossa Società (v. ‘Cantata per Cristina’ ne I santi di casa mia), periodo in cui visse un forzato esilio a Matera. Dalle esperienze umane e culturali, di gioie, di struggenti malinconie consumate in città tra loro antropologicamente storicamente e culturalmente diverse, Bari e Matera, nasce questo testo nel cui titolo sono già evocati concetti e sentimenti che ispirano il suo canto, i santi - intesi in senso cristiano e laico, i quali, i Mani, tutori di antiche memorie, e la casa, luogo di affetti, di vincoli stretti, di sorrisi e sofferenze, di memorie in cui ritornano, anche solo come pensiero per ritrovare la forza e la spinta per andare oltre, per rinvenire il passato e il vero senso dell’esistenza da raccontare e lasciare come eredità di affetti e di pensiero, alle figlie, ai nipoti, agli ‘uomini di buona volontà”. Celeste Maurogiovanni

In ogni opera scritta o teatrale e anche nelle parole di Celeste Maurogiovanni emergono la grandezza dell’artista e il suo talento, ma soprattutto la sua generosa “umanità”, il suo immenso amore per la “casa”, la “famiglia”, le sempre “celebrate” figlie, gli adorati nipoti. È questa l’eredità più bella che Vito Maurogiovanni, sempre dimidiato tra “struggenti malinconie”, picchi di imperdibili memorie, risate, come fresche cascate di acqua pura, e mordaci quanto argute autoironie ci lascia in imperitura eredità…

Ma quanto ho scritto è solo una rapidissima sintesi di un mio saggio molto più ampio e articolato che, dopo oltre due anni rimasto nel cassetto in attesa di tempi migliori per la mia salute, che per fortuna sembra al momento rifiorire (saranno i mandorli in fiore come promessa di primavera in arrivo…), vedrà tra poco la luce di una pubblicazione con la mia Casa editrice SECOP (Corato-Bari) dell’editore Peppino Piacente o con la Casa editrice FOS della NP Studio di Nicola Piacente. Per ora è solo un affettuoso omaggio a una Persona meravigliosa per semplicità, poliedricità, generosità e umiltà… Grazie sempre. E a presto! Angela/lina              

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