giovedì 12 marzo 2026

Giovedì 12 marzo 2026: IN RICORDO DI GIOVANNI GASTEL POETA... (prima parte)

La vita non dà garanzie

Non creiamoci altre illusioni.

Ogni giorno è buono per morire

         (Vittorino Curci)

Giovanni Gastel è andato incontro alle stelle il pomeriggio del 13 marzo, ma io avevo perso notizie e contatta verso la fine di febbraio di cinque anni fa. Il tempo vola. Ma non il suo ricordo radicato nel mio cuore e in quanti (tantissimi) l’hanno amato, sparsi in tutto il mondo e non solo nel suo adorato lago di Como. A me manca come Persona generosa e attenta agli altri, e come Poeta.

Bisognerebbe leggere ogni verso per comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti.

Io sono una pianta rampicante, per esempio, è uno scrigno prezioso di ritratti di famiglia, di spazi vuoti (‘i margini di silenzio’ di Paul Eluard?), di luoghi e date, di poesie perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nella sua anima di poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzerava ogni passato e ignorava ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.

Io sono una pianta rampicante: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo giovanile, Duetto profano, pubblicato nel 2018 con la nostra Casa editrice SECOP) e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli ‘Angeli caduti’, connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrivano…

La cultura familiare, radice profonda e indistruttibile, e le rigide regole ad essa sottese erano, comunque, gabbie dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che avvertiva a suo danno (la solitudine dell’“albatros” di Baudelaire o dei “numeri primi” di Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per la genialità che gli concedeva di forare il cielo per sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricomponevano in Unità: Giovanni Gastel era tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie hanno firmato la sua genialità. La sua umanità.

Oggi Giovanni Gastel sarebbe stato sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che fa ancora male e che avrebbe voluto dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile conferma.

Giovanni Gastel ne parlava come vocazione all’Arte in tutte le sue molteplici desinenze. Vocazione nata proprio sulle acque del lago di Como, dove aveva incontrato l’Eleganza della natura e lo “splendore delle architetture e dei giardini poggiati sull’acqua”, definendo una Perfezione che si realizzava in una perenne Armonia, rimasta per sempre negli occhi e nel cuore di quel ragazzino irrequieto, ma già tanto attento alla “magia del reale”. Lui era consapevole dell’“immenso” privilegio che gli era toccato in sorte, ma anche dell’“immensa” responsabilità di dover essere sempre all’altezza della situazione, sfruttando al massimo i suoi “immensi” talenti per andare oltre ogni possibilità umana.

Esaltazione e perdizione insieme. Vinte col suo cuore colmo di tanti doni, tra cui il più grande: l’Amore, come dono di sé agli altri. E l’ironia, con cui aveva imparato a tenere sotto controllo la malinconia, quasi una “saudade” (che i portoghesi o i brasiliani identificano con una sorta di nostalgico rimpianto) per quanto ci accade in un precipitare di giorni che ci danno come un presentimento di quanto non riusciremo più a vivere, ad assaporare nella lentezza di un futuro che ci sembrava eterno e tutto nostro. Ma, appunto, gli e ci sembrava. Nostra eterna illusione di esseri mortali. Ritengo, però, che in Gastel abbiano avuto l’una e l’altra perlopiù lo stesso valore. Non a caso, Maria Corti, scrivendo di Cavalcanti, definì l’ironia la “splendida virtù dei malinconici”.

Con l’ironia e l’autoironia tutto diventa più lieve, sorridente, sopportabile. Persino la propria identità dimidiata. Già l’identità di per sé è un’arma a doppio taglio: dà la certezza della propria unicità, ma anche la responsabilità di sentire gli altri “diversi” da sé. L’identità, dunque, consacra e dissacra. L’ironia tende al compromesso di accettare, con ariostesca o anche manzoniana “bonomia”, sé stessi e gli altri in un processo di salvifica semplificazione della vita. Un banalmente “ridiamoci su”. È quanto si evince sia da alcune situazioni che i protagonisti vivono in Duetto profano sia da alcuni versi della raccolta di poesie, sia dalle immagini di alcune fotografie, che non risentono mai delle ingiurie del tempo, e soprattutto da alcune situazioni dialogiche con i propri followers, verso i quali Giovanni Gastel era sempre prodigo di parole affettuose sorridenti e gratificanti, da vero gentiluomo qual era. Ma il tempo stringeva e la malinconia sempre più spesso prendeva il sopravvento, malgrado tutte le buone intenzioni e i buoni propositi, soprattutto onirici. E così, mentre si andava “facendo sempre più tardi” (Antonio Tabucchi), non era più l’Endimione dell’ultima foto, inserita nella raccolta, in cui aveva gli occhi chiusi per non vedere il mondo e rimanere eternamente giovane (il mito greco e i suoi simboli e i suoi eroi), ma un uomo che aveva avuto migliaia di doni dal cielo ed era fiero delle sue radici per quanto di irripetibile e unico e grandioso gli avevano destinato, e delle sue foglie rampicanti che per istinto ora sapevano le più percorribili vie dell’anima, senza più “gallerie oscure” (Machado), ma luminosi percorsi per afferrare astri di splendore e farsene dono. E farne dono a quanti amava e lo amavano. Ed erano e sono davvero tanti, come già detto. Potrebbero pareggiare il numero delle stelle?

Oggi solo serenità./ La vita è una struttura fragilissima./ Ma a volte viverla è bellissimo”. 

Ed ecco una delle più profonde poesie di Giovanni Gastel sulla fierezza e incommensurabilità del suo amore paterno, a conferma di quanto detto sin qui:

ma se di questi

sentimenti

incisi nell’anima

potessi fare un canto

finale

quale poesia non

scritta

troverei nel profondo?

Che sia più densa del

tuo bacio figlio

che sia più amara

del tuo allontanarti per

la tua via

che sia più definitiva

del tuo osservare la

vecchiaia

scivolarmi addosso

ogni giorno

Quale voce uscirà da

questa mia solitudine

se non la poesia del

distacco?

La canterò anche per te

figlio

che mi guardi con un

sorriso paterno     (Castellaro 2018)

Ed ecco il mio commento: <È una poesia di una intensità straziane e dolcissima. Frutto probabilmente di attimi di sospensione dell’anima inebriata e ferita del poeta nel guardare il figlio, che a sua volta lo guarda con “sorriso paterno”, scatenando in Giovanni Gastel, uomo e padre, una ridda di sentimenti, taglienti come lame appuntite che, vinti dalla commozione, deviano in dubbi per lasciargli la possibilità di non rimanerne sopraffatto. Non a caso, il primo verso comincia con un “ma”, particella avversativa che serve a contrastare i tanti pensieri che lo sommergevano e a liberarsene piano piano. È come se stesse continuando un discorso che prima aveva solo nella mente e che ora, finalmente, trovava un varco per farsi poesia. E subito evidenzia cosa gli premeva sapere, ora che andava facendo spazio tra i tumulti del cuore: e al “ma” si aggiunge la dubitativa “se” e, subito dopo, “di questi” (cioè, eccoli sono qui, li avverto prepotentemente, sono miei!) “sentimenti”: a capo, ad occupare tutto il verso seguente tanto sono grandi. E, subito dopo, continuando a leggere, mi accorgo improvvisamente che tutte le parole-chiave di questa poesia (che non rispetta i canoni classici della poesia tradizionale, come l’andare a capo con senso finito del verso, senza usare articoli e preposizioni in sospensione): le locuzioni, i chiarimenti di sé a sé stesso, gli stilemi tanto cari al poeta e così connotanti la sua poesia hanno qui un intento d’amore ben preciso: ogni parola (che è necessaria perché è quella e non può essercene un’altra) va a capo e si distende nell’intero verso, occupa tutto lo spazio possibile.  Quasi a farsi colonna, statua, scultura, monumento. Una scala che porti sino al cielo.

Exegi monumentum” (Orazio). Non per la propria gloria, ma per glorificare il figlio, e con lui anche l’altro suo nato, ora assente alla sua vista, ma non al suo cuore di padre. E ogni verso si conclude con uno slargamento ad eco della parola messa lì, non a concludere, ma a dilatare: incisi nell’anima… potessi fare un canto… finale… quale poesia non… scritta… troverei nel profondo?

E, ancora: che sia la più densa del… tuo bacio figlio… che sia la più amara… del tuo allontanarti per… la tua via… che sia più definitiva… del tuo osservare la… vecchiaia… scivolarmi addosso… ogni giorno. E sembra di sentire il suono cadenzato delle parole che andavano a costruire quel monumento d’AMORE, quasi mattoni, quasi lastre a dare peso e consistenza e valore a quell’UNICO sentimento immenso e profondissimo, che i pensieri avevano definito, scendendo nelle viscere del suo “Io” più profondo, e che aveva bisogno di calibrare ogni attimo, ogni sensazione, ogni emozione perché si facesse carne viva e non solo sentimento e commozione (il bacio, per esempio, non dato, ma certamente trattenuto quasi si fosse materializzato tra le parole). L’allontanarsi per (e quel “per” lasciato per strada sembra già un viaggio verso l’ignoto, lo sconosciuto, l’insidia che il padre temeva e contro cui non poteva metterlo in guardia perché avrebbe fuorviato la “via” del figlio, quella che il ragazzo - non più “suo” - aveva scelto per essere sé stesso e riconoscersi). Gli occhi che osservavano la… “vecchiaia” (e il pudore, per quanto il poeta non riuscisse ancora ad accettare di sé, gli aveva proposto un verbo che non lasciava segni; non si fermava a incidere l’ingiuria di una ruga, ma “scivolava”), “giorno dopo giorno”, lentamente, pesantemente e senza tregua (quasi fosse un martello pneumatico a scavare gallerie di tempo sulla roccia del viso). Ancora una volta, la fugacità del tempo vince per un attimo tutti i sentimenti che palpitano dentro il poeta e si fanno poesia, per fantasmagarsi (mi si lasci passare il neologismo) nella paura che lo assale e lo attanaglia. E con la paura (non detta) si ripropone la solitudine, esibita, per crearsi l’appiglio del dolore lancinante del distacco, il solo a dettargli la verità “in forma” di poesia. È un attimo di smarrimento e di angoscia che si dissipa nella rinata tenerezza per quel figlio che andrà inevitabilmente lontano, accompagnato dal canto dolce del padre nella reciprocità di un amore senza confini che può risolversi, proprio perché tale, in un tenerissimo scambio di ruoli: il poeta, figlio di suo figlio, e suo figlio, padre di suo padre. L’Amore compie questi prodigi. L’AMORE ha scritto a caratteri cubitali il sussurro stupendo di questa meravigliosa poesia, che accompagnerà il duplice viaggio (del padre e del figlio) lungo le impervie strade del mondo…

E, se per Borges “la poesia è l’imminenza di una rivelazione che non si produce”, per Giovanni Gastel è sempre rivelazione di sé a sé stesso e agli altri. Grazie per questa straordinaria “Poesia-Verità”>.

Vorrei, a questo punto, tornare sui miei passi, in un movimento di scrittura, che viene definito “ad anello” per parlarvi ancora delle sue Opere che meglio parlano di Giovanni Gastel, della sua anima, del suo cuore, del suo immenso amore per la scrittura e soprattutto per la Poesia. Ritorno così non al nostro Duetto Profano, ma all’antologia Il Sentimento della Scrittura (a cura di Raffaella Leone della SECOP Edizioni, Corato-Bari, 2021), dove Giovanni scrive: “Come rumore di tempo” Ma la mia è poesia del momento in cui vivo/ Degli addii/ Del rumore del tempo/ Dei ricordi che ricordo semplici e profondi/ Come la vita stessa. Scrivere è, dunque, “il rumore del tempo che passa. E ci trasforma, pur lasciando intatta la nostra personalità di fondo. La mia è quella di un sognatore. Eri sdraiata su uno dei materassi/ della terrazza a Filicudi./ Guardavamo la notte scendere su di noi/ come un immenso falco./ Poi hai chiuso gli occhi e hai detto/ - Sopravviveremo anche a questa notte/ senza luna./ C’è un posto per noi anche nel buio sai?/ Ma perché sei così diverso?/ Quasi fatto di vetro leggero/ sempre sul punto di rompersi? - / Ho risposto/ - io vengo da un altro tempo e un altro luogo./ Tu dormi/ presto verrà il giorno nuovo/ nel tuo mondo che non è il mio./ Io scenderò al mare per parlare con l’acqua/ con le rocce/ col vento/ con le conchiglie,/ questo mi è ancora possibile/ solo in questa isola lontana./ Persa nel mare -./ Tu hai rinchiuso gli occhi sorridendo/ come se io fossi stato solo un sogno. Ecco, questo sono ancora io. Eternamente viandante e naufrago con un bisogno immenso di approdo nelle acque sicure della mia casa: Approdato come un naufrago in una terra/ sconosciuta, ho misurato il territorio e appreso/ la lingua dei nativi. Sono invecchiato raccontando del/ mio mondo lontano, ma ancora la notte nel buio/ sogno navi amiche che mi riportino a casa. (…) - Sto leggendo molto… ora con maggiore adesione… Credo sia merito… o colpa… della solitudine. Leggere diventa una necessità, un modo per vivere altre vite… (…). Di qui il grido di una mia poesia: Provo pena per la sorte/ degli uomini.// Per noi magri ed educati// signori della terra/ analfabeti e rozzi.// Ma nessuno può guardare il mondo/ senza provare commozione.// Il giorno del plotone/ sia benda sopra gli occhi/ questa sconfinata bellezza. E vorrei concludere così: non la filosofia/ o l’esempio/ o i lunghi discorsi./ Sono le quasi invisibili cose./ Il leggero tremolio delle mani/ la linea discendente delle labbra/ la curva pura del dorso/ la ciocca dei capelli che ricade sulla fronte./ Questo mi manca/ e taglia l’anima come una lama/ in questa solitudine che sale/ inarrestabile come marea…;/ Eppure ho inventato e scritto./ Ho raccontato di me e delle mie debolezze/ con feroce sincerità.// Signore dimmi/ cosa ancora/ devo cercare/ in questo deserto di anime/ per essere infine sereno;// Così mio figlio/ avrà un figlio./ Già lo vedo muoversi/ nel ventre di sua madre/ che splende come solo le madri/ sanno splendere./ Come una dea fiera cammina leggera/ sulle terrazze/ nel vento/ col suo miracolo/ nascosto nel cuore./ E io non posso che contemplare/ questo avvenimento eterno/ e insieme straordinario/ che è il crescere di una vita/ dentro un’altra vita/ figlia di una terza vita che non esisterebbe/ senza l’amore di due altri esseri./ È storia di sempre/ davanti alla quale però persiste/ un antico stupore/ estatico/ solenne.  

E per oggi chiudo per non interferire, con le mie parole superflue, con l’emozione che ci ha tenuti con il fiato sospeso e le lacrime agli occhi fino all’ultimo rigo. Riprenderò domani per parlare ancora di Giovanni e della sua Poesia. Grazie sempre. Angela/lina

 

 

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