sabato 28 febbraio 2026

Sabato 28 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (terza e ultima parte)...

Con il tempo si impara la sottile differenza
fra sostenere una mano e incatenare un'anima, (…)
e uno impara a costruire tutti i suoi cammini nell'oggi,
perché il terreno di domani è troppo insicuro per
far piani…

(“Col tempo imparerai” una poesia
attribuita a Jorge Luis Borges)

E vorrei oggi concludere, accennando brevemente ai rimanenti capitoli, da me non ancora “visitati”, del coraggioso Saggio sulla vita e la morte di Valeria Rossini. E riprendo dal VI capitolo che s’intitola “Il dolore dell’assenza” e parla soprattutto di un dolore che perdura nel tempo, anche quando fingiamo con noi stessi e con gli altri di averlo superato. In realtà, il vuoto che avvertiamo dentro ci sembra “un inganno” perché “pervade tutta la nostra esistenza”. Uno strumento pedagogico potrebbe essere quello di “allenare al dolore” per “temperare lo spirito attraverso l’azione sul corpo”. Questo è il suggerimento dell’Autrice. Ma come ci si allena al dolore attraverso il corpo? Ci viene in aiuto il termine “agonia”, che presuppone una lotta, una sfida, in cui si trovano coinvolti il corpo, la mente e l’anima in una <singolar tenzone>, che comporta alla fine anche la resistenza muscolare, come capacità di guardare in faccia il dolore e la morte senza più la tentazione di chiudere gli occhi. Del resto, esistono reazioni di chi riceve dal medico la condanna della sua morte in tempi brevi. Ebbene, il moribondo passa dal “rifiuto” alla “Rabbia”, ossia alla ribellione, dalla “negoziazione” con Dio alla “depressione” fino alla “accettazione”. (p. 127). È quanto si spera avvenga nel VII capitolo, intitolato “Il coraggio del lutto”, in cui occorre, valutare anche le reazioni di chi assiste il moribondo e rimane dopo la sua dipartita. Si tratta di avere la forza di affrontare la situazione per superare non solo il dolore, ma anche il pianto della perdita. Si fa necessario, allora, percorrere e attraversare tutte le “fasi di lavoro” che occorrono per “elaborare il lutto”. Si passa così dalla prima fase della “Idealizzazione” a quella dello “Stordimento”. Subentra, poi, lo “Struggimento” con la successiva “Disorganizzazione” per giungere alla “Disperazione”. Sono Fasi che sottendono, purtroppo, ad un depauperamento delle forze vitali (fisiche e mentali) di chi ha subito la perdita di una persona cara e non riesce ad elaborare il lutto in tempi non eccessivamente lunghi, perché in questo caso possono causare malinconia e rimpianto, sentimenti perlopiù negativi che ristagnano nell’anima, fiaccando il corpo. Soprattutto quando si tratta della morte dei bambini o di come affrontare questo tema doloroso con i bambini. Argomento che Valeria Rossini ha trattato con molta delicatezza e attenzione nel Capitolo VIII, intitolato “I bambini e il morire”, di cui abbiamo parlato insieme, in precedenza, con dovizia di particolari pedagogici, psicologici, sociologici ed etici.
Nel IX capitolo, intanto, intitolato “Il rischio di vivere”, ricompare la morte rimossa in precedenza. Ma “Per vivere bene il momento della morte bisogna aver vissuto una buona vita”, scrive la Rossini, attardandosi a ipotizzare i tanti modi con cui e possibile accettarla. Io, per esempio, scrivo e spesso scrivo, in prosa e in versi, di mio marito, Primo Leone, perso circa diciotto anni fa, oppure di tutti gli altri miei cari che non ci sono più. Scriverne mi permette, in qualche modo, di riconciliarmi con la morte. Ma sono in ottima compagnia. Scrivere è sempre catartico, infatti, e molti scrittori e poeti sono riusciti così a superare o quantomeno a contenere il dolore per la perdita della persona amata o dei propri cari. È uno dei modi comuni a chi ama scrivere. Gli esempi sono tanti: Eugenio Borgna o Eva Cantarella, o il più famoso Roland Barthes che, con i suoi versi immortali, scritti per sua moglie, l’ha immortalata nel tempo. Scrivere, dunque, è uno dei tanti modi di tenere vivo nel ricordo di tutti chi non c’è più. Perché ogni legame d’amore continua negli anni come difesa dal dolore più che come accettazione di quest’ultimo. Non a caso, essendo Valeria Rossini pedagogista e docente associata di Pedagogia presso l’Università di Bari, conclude il suo Saggio con il X capitolo che riguarda pedagogicamente “L’educare a morire”. E fa una prima fondamentale distinzione tra “educare alla morte” e “educare a morire”. La prima comporta l’accettazione, e a volte la ribellione, all’ineluttabile; la seconda ci esorta alla “consapevolezza” di affrontare l’“aspetto cruciale delle dinamiche esistenziali che si esplicano in forma educativa allorquando questa consapevolezza è promossa e sostenuta a partire dalle prime fasi della vita”, come giustamente scrive Valeria Rossini (p. 196). E, sostenuta dal pensiero di altri grandi pedagogisti, sostiene che è bene farlo attraverso la “prevenzione primaria”, che presuppone un primo intervento pedagogico, per giungere alla “riabilitazione” che è sempre fonte di “riflessione”. Sono tutte “piste” che consentono di “trasformare la paura della morte in un sentimento di accettazione”, che sottintende “l’arte di vivere” più che del morire. Ed io mi fermo qui, con questa confortante prospettiva, che ci insegna a vivere intensamente il presente perché “del diman non v’è certezza” (Lorenzo de’ Medici, XV secolo). Riflette il “Carpe diem” oraziano, un salutare invito, in entrambi i casi, a “cogliere l’attimo presente”, intensamente e con “consapevolezza”. Tutto il resto è stato detto e analizzato nei capitoli precedenti e nella Conclusione da me già trattata. Auguriamoci allora un “bel vivere!”, carissimi amici lettori, e alla prossima con argomenti un po’ più sorridenti, si spera! Buona fine di febbraio. Marzo è già una promessa di primavera… Angela/lina

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