Non rimane
che un disarmo muto
il cuore lancinato
il mare e la sua risacca
(a.d.l.)
E oggi desidero riproporre in parte
quanto ho scritto due o tre anni fa. In parte, perché alcune cose sono cambiate
nel frattempo e occorre, con dolore, prenderne atto. Come tutti sappiamo la
Giornata del Ricordo fu istituita in Italia il 20 marzo del 2004, per ricordare
le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. E sono letteralmente commossa
nel fare testimonianza con delle “voci” a me care che hanno vissuto sulla
propria pelle quelle esperienze devastanti, ma anche fortificanti, e
decisamente autentiche, e perciò più credibili della stessa “verità storica”,
che non è mai “vera” perché inficiata dall’essere spesso “di parte”, dal sapere
a priori che le testimonianza saranno presto divorate da utenti di testate
giornalistiche o di trasmissioni televisive, il più delle volte, per non dire
sempre, “confezionate ad hoc”. Io, invece, parlo di Tea Dalmas, Nico Mori, che
purtroppo non sono più fisicamente tra noi, e di Manuela Mori, loro amatissima
figlia, che non avevano certamente intenzione di pubblicare alcunché fino a
quando, parlandone in una nostra serata conviviale tra vecchi amici, non è
venuta fuori l’esigenza di fare testimonianza diretta di quanto realmente
accaduto in quei tragici anni, attraverso il diario scritto dalla nonna di Tea.
Ne è venuta fuori “a posteriori” una pubblicazione, sollecitata dalla nostra Casa
editrice SECOP e subito accolta con entusiasmo dai diretti interessati, con il
titolo alquanto sibillino di PUSE.
Ma lascio la parola a Tea, Nico e
Manuela:
LETTERA
DELL’AUTRICE
Miei
cari, ho custodito gelosamente questo diario scritto per mia madre e affidatomi
dalla nonna Vinka, con l’intento, un giorno, di tradurlo in italiano, perché ne
restasse memoria nella nostra famiglia. Ora il proposito è diventato realtà,
grazie anche al grande aiuto di Nico e Manuela: Nico ha saputo trasformare la
mia traduzione “letterale” in un testo più “letterario”, vivo, conservando ed
esaltando l’ironia e la curiosità intellettuale che animavano lo scritto e le
parole della nonna e tracciando utili riferimenti storici. Manuela è stata
impagabile per il lavoro al pc, la correzione delle bozze e l’impaginazione.
Man mano che traducevo, mi tornavano alla mente i tanti pomeriggi d’estate a
Spalato, a casa della nonna Vinka, dove trascorrevamo le vacanze estive. Seduta
sulla sua poltrona a dondolo, sul balcone, all’ombra dei rami di un grande fico
mi raccontava della nostra famiglia, degli zii Ivo e Braco e dei nostri
antenati. In questo diario sono citate delle persone che ho conosciuto da
piccola, per cui tutto quanto scritto dalla nonna mi è ancor più familiare.
Aver tradotto questo diario è stato per me un atto d’amore verso la nonna, i
miei genitori, mio fratello, i nostri figli. Per questo vorrei che i ragazzi
avessero questo ricordo della “none Puse” e del meraviglioso nonno Franco, che
non hanno conosciuto, il mio amato “papacci”, come lo chiamavo da piccola.
Traducendo e rileggendo questa storia, più di una volta i miei occhi si sono
inondati di lacrime… ma non di dolore, piuttosto di tenerezza e nostalgia. Spero
che questo scritto abbia anche per voi un grande valore sentimentale, come lo
ha per me. Vi voglio bene.Tea
Subentra a questo punto Nico Mori, marito di Tea, per
dare importanti ragguagli esplicativi: <Puse è innanzitutto un atto d’amore di Tea Dalmas nei riguardi di
sua madre Jelka, chiamata Puse, e di sua nonna Vinka Šperac Bulić, giornalista
e femminista ante litteram nei primi anni del Novecento in quella terra
mittleuropea tra Italia, Croazia e Dalmazia, che ha, nella storia di questa
famiglia, come fulcro Spalato. (…). Si tratta, infatti, della pubblicazione del diario, che sua nonna
aveva scritto dalla nascita della terzogenita, avvenuta nel febbraio del 1919,
dopo parecchi anni da quella dei primi due figli, al 1953, anno in cui con una
lettera accorata Vinka, dopo circa dieci anni di silenzio per aver chiuso il
diario con le nozze della sua amatissima Puse, lo riprende per cercare col suo
amore e la sua tenerezza materna di consolarla per la morte prematura
dell’adorato marito Franco, stroncato da una grave malattia cardiaca.
Tea Dalmas ha conservato
gelosamente per decenni il diario ereditato da sua nonna per poterlo un giorno
tradurre, come poi coraggiosamente ha fatto, e lasciarlo in dono ai suoi
familiari. (…).
Ma Puse è anche la
straordinaria testimonianza di uno spaccato di vita che coinvolge sì due donne,
madre e figlia, quindi due generazioni a confronto, ma anche un intero popolo,
anzi più popoli con la loro tormentata storia che riguarda ideali di libertà e
soprattutto di rivendicazione d’appartenenza ad un ceppo storico-culturale
piuttosto che ad un altro; ideali e rivendicazioni, che fecero di quegli anni e
di quei territori veri e propri campi di battaglie, acerbe e devastanti, a volte anche cruente o di forte tensione propagandistica
e sociale, senza ottenere reali soluzioni di giustizia e di equilibrio
tra le sacrosante aspirazioni indipendentistiche, talvolta anche romantiche,
dettate, anche in quelle terre, dagli “eroici furori” di tutto l’Ottocento e la
prima metà del Novecento (vedi l’impresa di D’Annunzio a Fiume o a Zara), e la
concreta vita quotidiana della gente comune e dei suoi sacrifici per affrontare
nuove e destabilizzanti situazioni familiari e domiciliari come profughi o
esiliati. (…).
Sono, intanto, questi gli
anni dell’incontro di Puse, adolescente, con Franco Dalmas, uno studente di
Spalato, che diventerà suo sposo e che sarà il padre di Tea e di suo fratello
Rafo. Poi, la frequenza dell’università con i lunghi soggiorni a
Zagabria, Graz, Vienna, dopo aver superato una temibile malattia, per quei
tempi, il tifo. E, quindi, le prime lettere (…): gli avvenimenti storici in
tempi così travagliati soprattutto per quei territori tra regni diversi che se
li contendevano per giungere ben presto ai prodromi del secondo terribile
conflitto mondiale. Emblematiche sono le prime due lettere che Puse scrive alla mamma
da Vienna, dove sta imparando il tedesco. È ormai fidanzata con Franco Dalmas,
l’italiano, che però vive già a Roma per avervi trovato lavoro.
È il momento della
propaganda nazista e Vienna è in festa per Hitler, che viene da tutti
inneggiato come “liberatore”. Piangono e si uccidono, invece, i poveri ebrei
oppure cercano riparo in Ungheria. Già i divieti nei loro riguardi
s’infittiscono di ora in ora. Puse è disorientata e attende notizie dalla mamma
che, attraverso i giornali, è più informata di lei che pure è testimone oculare
di quanto avviene per le strade di Vienna. Evidentemente la propaganda nazista
è già dominante e i giornali faticano a giungere per una informazione più
corretta e obiettiva. Ritengo davvero preziose queste prime due lettere perché
ci danno notevoli spunti di riflessione sulle grandi, inevitabili
contraddizioni che regolano i destini degli uomini, come appunto sosteneva
Simone Weil: i tedeschi gioiscono e gli ebrei piangono riguardo agli stessi
eventi. O, anche, l’informazione dei giornali diventa più importante della
testimonianza diretta di chi vive in prima persona gli accadimenti che fanno la
storia, che non viene mai scritta nella sua verità oggettiva. (…). Ma sono giorni cupi di guerra e di paura. (…).
Tempi di guerra, di fame, di
autorizzazioni per ogni piccola cosa, che non era più un privilegio ma
necessità di sopravvivenza. E sempre più le vicende personali s’intersecano con
quelle civili e sociali, di popoli, che si esaltano o si spaventano o non
capiscono, e di capi che comandano a loro piacimento, ignorando diritti,
calpestando terre, violando ogni forma dell’umano nell’uomo. Conosciamo le
nefandezze di quell’immane sciagura che fu la seconda guerra mondiale. Dolori,
deportazioni, violenze, torture e sofferenze non furono risparmiate neppure
alle popolazioni slave, attraversate più di altri popoli da tensioni, odi
feroci e terribili espropri ed esecuzioni. Nel “Diario” di Vinka e nelle
lettere di Puse, leggiamo le vicende drammatiche della seconda guerra mondiale,
l’Asse Roma-Berlino, le leggi razziali e le loro terrificanti conseguenze. La
lotta partigiana. Spalato bombardata. L’armistizio e le dimissioni di
Mussolini, la fine della guerra. (…).
Nel frattempo, la vita continua con nuovi posti di responsabilità e nuovi
problemi nella vita quotidiana… (…).
E Vinka chiude il suo “Diario” il 7 febbraio del 1945 (quando Puse è costretta
a lasciare la sua casa, la sua terra, tutti i suoi averi, per veleggiare con
due bambini e tanta disperazione verso Bari, dove prenderà dimora). Lo
riprenderà improvvisamente e brevemente otto anni dopo per la morte
dell’amatissimo Franco e per annotare la disperazione di Puse, sola con due
bambini e... in terra straniera. Estranea alle sue radici, ai suoi affetti, a
sé stessa. Il “Diario” si chiude con una poesia di Franco, scritta a sua moglie
circa due anni prima di lasciare per sempre i suoi cari, già da tempo malato e
consapevole della fine ormai prossima. E con un’ultima lettera di consolazione
e d’amore di Vinka a Puse, il 2 aprile 1953. Ma la storia di Puse continua per
molti anni ancora. La gòmena d’amore si è pian piano intrecciata ad altre due
donne, Tea e Manuela, che non hanno mai smesso di tenere in vita il ricordo
luminoso di Vinka Šperac Bulić e di sua figlia Elena, per tutti Puse. (…). È stata Manuela che, una mattina di marzo
del 1991, ha scoperto il volo di sua nonna verso il cielo, nonostante fosse
ancora “seduta in cucina davanti ad una tazzina di caffè, tra le dita una
sigaretta mai accesa...”. Di qui anche il suo sommesso, nostalgico, sussurrato
canto...>
Il
mio primo incontro con la Fine.
Le
medicine, la solitudine.
Una
vita in salita, ladra di sorrisi.
La
canzone di Natale, il pianoforte.
Il
tè alla menta, le sigarette.
Il
nostro ultimo capodanno insieme, solo tu ed io.
Il
profumo di lavanda.
Le
carte, i cruciverba, il corso d’inglese a 45 giri.
I
libri gialli e i film western.
L’italiano
a modo tuo.
Il
tuo grande, sfortunato amore.
Gli
occhiali rosa, e la tinta peldicarota al battesimo di mio fratello.
Il
mare, i cani.
Il
pesce rosso nella vasca da bagno perché stesse più largo.
Tu seduta sul wc
a sferruzzare, che ridi mentre sguazzo nella vasca col pesce, vestita di sana
pianta.
Diciassette anni dopo, è solo ieri. Non ti ho
mai sognata, o almeno mai come avrei voluto. Ti ritrovo nel volto di mia madre,
e in un rito tutto mio. Quando ogni anno torno dall’altra parte del mare, e
davanti agli occhi, all’alba, eccoti. Con immenso amore, Manuela.
E, intanto, approfitto di questa
importantissima pagina, che ci permette di comprendere la tragedia vissuta dai
popoli presi in esame nella Giornata del Ricordo, per ricordare a quanti lo
hanno conosciuto e amato il carissimo amico Nico, di cui non ho potuto scrivere
il giorno 26 febbraio per via del mio computer “muto” a causa di un guasto. Lo faccio
ora con tutto il dolore che dopo cinque anni è ancora uncinato al mio cuore,
come il primo giorno della sua assenza e come si evince da quello che scrissi
appena mi fu annunciata la sua morte: < Per te, Nico, ancora una volta, per
te, con te, che sei ricordo/presenza. Incancellabile>.
E, per il ricordo/rimpianto di Nico, posto su facebook quanto scrissi quel giorno, il 26 gennaio 2021, per lui. E grazie a tutti voi che mi leggete con tanto paziente affetto. Al prossimo incontro sul blog. Angela/lina
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