giovedì 5 febbraio 2026

Ciovedì 5 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (Saggio)...

 Giovedì 5 febbraio 2026: MORIRE di VALERIA ROSSINI (Saggio)…

Siamo solo aliti di vento

soffi delicati appesi alle pareti

di un cielo senza confini.

      (Rabindranath Tagore)

 È un Saggio, quello di Valeria Rossini, non sulla morte, ma sul morire, come sottolinea l’Autrice, che sente la necessità di precisare subito, e a giusta ragione, che il sostantivo “morte” è statico, ferma l’attimo e lo pone come qualcosa di irreparabile; il verbo “morire”, invece,  all’infinito presente, è dinamico: è un percorso, un cammino che abbraccia l’attimo della nascita e quello della morte a cui, però, bisogna giungere, facendosene, col passare del tempo, una ragione filosofica, psicologica, pedagogica per sconfiggere la paura che, comunque, tale attimo genera nell’animo umano. Ed è un tempo proficuo, quello che scorre durante il percorso, breve o lungo che sia, perché permette all’uomo che, a differenza degli animali, si sa “mortale” sin dal principio, di superare la paura, che è altro elemento bloccante la crescita e la consapevolezza di sé nell’uomo, nel suo “divenire” e farsi “persona”. E questo percorso, in questo Libro, si snoda in dieci capitoli, densi di citazioni che avvalorano, via via, i vari punti di vista presi in esame e sviscerati con “ipervigilanza” dall’Autrice, che non lascia nulla al caso, pur nella imprevedibilità dei risultati delle sue ricerche a vasto raggio, come necessariamente accade in ogni “avventura”. Già, perché ogni sfida culturale che si fa sfida umana e che utilizza, nel nostro caso, le parole scritte, è di per sé un’avventura di cui si ignorano fino alla fine i risultati. Occorre ricordare, per tutto questo, che il Saggio di Valeria Rossini rientra nella Sezione “Parole di filosofia dell’educazione” curata dal Prof. Antonio Bellingreri, che coordina un Comitato scientifico di tutto rispetto con docenti che operano in varie Università italiane, da Brescia a Roma, da Bari a Palermo, Messina e così via. Molti di loro, all’interno della Sezione, hanno già pubblicato Saggi riguardanti diverse tematiche fondamentali inerenti al processo educativo, e che abbracciano la “persona nel suo formarsi”, la “comunità con il relativo senso di appartenenza”, l’“incontro con gli altri, ritenuti estranei, l’“inclusione nella scuola di ogni ordine e grado” e via di seguito.

Alla Rossini il Prof Bellingreri aveva chiesto di trattare l’argomento riguardante la morte dal punto di vista pedagogico. Argomento a lei non estraneo perché trattato con i suoi studenti in relazione alla “assenza negli anni dell’adolescenza del supporto delle figure genitoriali”, ma anche perché realtà da lei dolorosamente vissuta in prima persona. In pratica, come afferma l’Autrice nella Premessa, è stato l’argomento a scegliere lei e non viceversa. Ma, occorre precisare che la docente Valeria ha avuto grande coraggio e tanta maturità nell’affrontare una tematica così difficile e impervia per tutti, ma soprattutto per lei, avendo perso sua madre quando aveva appena quattordici anni.

Non a caso il Saggio ha una dedica lapidaria e tenerissima: “A mia madre”.

E decisamente intensa, simbolica, significativa è l’immagine di copertina: una corda intrecciata che rischia di sfilacciarsi e spezzarsi del tutto se non le fosse impedito da un nodo che tenta di trattenere in vita un sottilissimo filo… e noi ci chiediamo il perché. Ecco una possibile motivazione: “filo” è una parola breve, che dà subito l’idea del suo essere sottile, quasi di poco conto, di scarsa durata e di cui, forse, si potrebbe fare a meno, mentre è, invece, di una incredibile utilità in molti casi. Serve, per esempio, a legare due polsi, unire due persone, due pensieri, due cuori, due sentimenti, due percorsi di vita in uno. Ed è bello pensare che un esile filo possa diventare così resistente da legare due vite, con tutto quello che in una vita è compreso, moltiplicato per due o anche per dieci cento mille volte. Mille volti.

Quel sottilissimo filo, del resto, ci dà la consapevolezza della precarietà della sua consistenza e resistenza, sollecitando l’attenzione e la cura per salvaguardare la sua forza, la sua generosa solidarietà. Ma, per non rischiare che si spezzi del tutto, occorre ricorrere al nodo.

E il nodo ha tutta una simbologia antica e moderna. Si alimenta di miti e di poesia. Penso al nodo gordiano o a quello di Salomone, ai nodi delle reti dei pescatori, o a quelli delle vele dei marinai. Ma c’è anche il nodo al fazzoletto per non dimenticare (e i nodi del rovescio del ricamo a indicarci la bellezza del diritto nelle mani del Signore, ma questa è un’altra storia). Ci sono anche i nodi che vengono al pettine per una ritrovata verità in precedenza messa in discussione oppure celata. Ma anche il nodo alla gola, segno di commozione e di pianto trattenuto. Può dimostrare, dunque, un legame più forte, ma anche un ostacolo. Una promessa o solo un ricordo. Diventa forse anche la misura del tempo e dello spazio. O il punto fermo. E che dire dei nodi sui tronchi degli alberi a indicare i loro anni?

Nodi e fili, infine, possono diventare dialogo, intimità, riconoscimento, amore. Resistenza. Persistenza. O, piuttosto, una ferita che segna un sentimento che vive di vita propria oltre il tempo e lo spazio, anche se si nutre di tempo (gli anni) e di spazio (la propria dimora del cuore), da cui sconfinare perché la nostra straordinaria Autrice ha scelto come nutrire il verbo “morire” all’infinito nel tentativo di scoprirne il senso, la profonda verità, l’essenza della nostra stessa esistenza, che non è misurabile perché non ha chiodi e perni per fissarla una volta per sempre, ma si frantuma in mille segmenti diversi e sempre nuovi perché, come sostiene il famoso poeta e scrittore statunitense Walt Whitman in Foglie d’erba, “siamo abitati da moltitudini”, che scivolano via. Non ha affermato la stessa Rossini, con fermezza e un pizzico di poesia, che “il nostro destino è quello di morire ogni giorno perché la vita ci sfugge lentamente”?

Del resto, la nostra è una società, che accompagna pedagogicamente l’essere umano in una “Lifelong” (cioè dalla culla alla tomba) (Premessa, p. 15). Certo non possiamo decidere se nascere o meno, ci dice ancora Valeria Rossini, ma possiamo gestire meglio i tanti momenti della vita e prepararci a quello della morte, apprezzando di più il presente e le possibilità di crescita e di maturazione che ci offre, e utilizzando anche, in senso positivo, gli strumenti tecnologici, scientifici e medici che abbiamo a nostra disposizione. Occorre “collocare la questione morte dentro un orizzonte pedagogico attento alla globalità e alla sacralità dell’essere umano in linea con l’eredità culturale che dalla Grecia antica arriva fino al pensiero europeo del Novecento (…) influenzato dal modello giudaico-cristiano, che ha influenzato stabilmente i paradigmi interpretativi dell’umanità” (I Capitolo, pp.17-18).

In tale “orizzonte pedagogico” possono nascere scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con Dio. Ma, a mio parere, un approccio autentico alla trascendenza non può avviarsi,  se non a partire da un ascolto sincero dell’anima, capace di avvertire i sentimenti più profondi che non mentono. E cambiare significa progettare il futuro nel senso di far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima.

Ma può accadere anche il suo contrario quando si affronta il tema scottante della paura della morte che di solito si evidenzia verso la morte o la perdita di qualcuno e quello dell’“angoscia”, trattata da Jean Paul Sartre, il filosofo dell’Esistenzialismo ateo francese, in L’essere e il nulla (il nichilismo nietzschiano sempre in agguato!), quando afferma che l’uomo non riesce più a “progettare” perché avverte il suo “non essere” in maniera angosciante. In questo caso direi che bisogna ricorrere alle affermazioni di Bloch: “i vivi sono morti quando hanno paura, e lo ignorano. Muoiono quando hanno paura e non fanno nulla per superarla. Si angosciano per il futuro perché non sanno cosa riserverà” (I Capitolo, p. 23).

(E. Bloch, Il principio speranza. Sogni ad occhi aperti, vol I, 2019).  

Penso di poter affermare, dunque, che il I Capitolo sia il più ampio e ricco di tutti gli altri perché ci permette di riflettere anche su “individuo”, “persona”, “identità”. Importante anche, in questo contesto, la “irripetibilità della persona”. Concetti fondamentali che hanno due direttive diverse: la prima mette al centro l’individuo, che è tutto in sé conchiuso (e, quindi, espone al rischio del nichilismo, già evidenziato); la seconda mette al centro la persona e apre alla trascendenza che è intrisa di speranza. L’Autrice spiega meglio tale concetto: “tutti nasciamo individui e diventiamo persone. La persona è un compito, si fa” attraverso la formazione che consente il “passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto”. (I Capitolo, p. 19)

 Mi sembra giusto, a questo punto, dire quanto sia apprezzabile e pedagogicamente motivante quello che Valeria Rossini scrive negli altri capitoli in maniera sempre chiara, lucida, profonda, aiutandoci ad arricchirci di nuove voci come quelle di Acone, Antonelli, Ambrosiani, Kierkegaard e tantissimi altri. La Bibliografia è vastissima. Vengono affrontate, pertanto, altre sfaccettature della morte e del morire, in termini pedagogici, mirando costantemente alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”. E mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda consapevoli e responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza, sentimento e passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa rinascere infinite volte” (Erich Fromm).

Tutto questo anticipa quanto Valeria Rossini ha scritto nell’ottavo capitolo, riferendosi ai bambini e al loro rapporto con la morte e il morire, filtrato attraverso le varie età. È un capitolo che mi sta particolarmente a cuore perché è molto importante educare i piccoli non soltanto alla vita e al futuro, ma educarli soprattutto a “proteggersi” dalla morte, che quasi sempre significa perdita e assenza delle figure affettive di riferimento, e con l’assenza subentra un senso, a volte devastante, del vuoto e della solitudine da colmare (VIII Capitolo, pp. 127- 128- 129).

A questo punto, me sembra opportuno fare riferimento anche a Lo Stralisco (Einaudi 1987, con le illustrazioni del pittore Cecco Mariniello) di Roberto Piumini. Il grande scrittore per bambini (ma non solo) affronta il problema della morte in maniera lieve, fiabesca, mirando alla bellezza delle forme e delle parole per salvaguardare il senso dell’amicizia e il sorriso del bambino in prossimità della morte, e la tenerezza che vince le lacrime, l’angoscia e il dolore del padre.  

E vorrei concludere, riferendomi alle stesse conclusioni di Valeria Rossini, che in questo Saggio ha preso tra le mani la complessità del mondo contemporaneo per farne una “rete” di interconnessioni tra i vari “attori” di alcune teorie pedagogiche molto seguite e apprezzate ai nostri giorni affinché possano offrirci i modi e i tempi di interagire per ambire ad affratellare l’umanità, oggi come sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte, distruzione.

La sua Conclusione, inoltre, mi offre in estrema sintesi quanto verrà dipanato della complessa matassa delle tante teorie e dei tanti risvolti antropologici, psicologici, filosofici, sociologici, etici e culturali in dialogo tra loro in tutti i dieci capitoli.

Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per una reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà, tanta vera “accoglienza” dell’altro soprattutto in riferimento ad un tema, che oserei quasi definire “eretico” oggi, tanto la morte e il morire vengono accantonati, rimossi, dimenticati, salvo a farne purtroppo anche oggetto di spettacolarizzazione… Ma non mi piace concludere così, negativamente. Sarebbe meglio fare riferimento all’approccio interdisciplinare e transdisciplinare, di cui si è anche parlato, in grado di rendere possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il pedagogista in un atteggiamento di apprendimento continuo con i suoi allievi, invitandoli senza sosta a una conversione dello sguardo sulla realtà dei nostri giorni da cambiare. Ma sento anche la necessità di puntualizzare ancora qualcosa riguardo alla forma di questo Saggio. Occorre precisare, infatti, che la nostra Autrice ha uno stile tutto suo (basta leggere alcuni dei suoi Saggi e, in particolar modo, quello su Maria Montessori: Maria Montessori. Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare. (pubblicato nel 2020 da Edizioni San Paolo): chiaro, lucido, attento ad ogni dettaglio, ma con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono più volte ribaditi e sottolineati, ogni teoria viene spiegata e approfondita nei minimi particolari per fugare ogni dubbio nel lettore, che Valeria Rossini tiene nella massima considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso intento tutto viene documentato con innumerevoli note. Sono strategie vincenti. Come vincente è la musica interna che è facile notare dappertutto perché seduce e convince quasi l’Autrice abbia seguito costantemente il ritmo ancestrale del proprio cuore, il rimpianto, la nostalgia, i sogni, il coraggio di ricominciare...

                                                                Angela De Leo

Chiedo, come sempre, scusa ai lettori e alle lettrici del mio blog per essermi dilungata, come sempre. La sintesi purtroppo non mi appartiene, ma confido nella vostra generosità e nel vostro affetto nei miei riguardi. Grazie. alla prossima. Angela/lina

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