giovedì 19 febbraio 2026

Giovedì 19 febbraio 2026: "MORIRE" di VALERIA ROSSINI (seconda parte)...

… perché il sole

possa incontrarci ancora

lungo l’arco dei suoi tramonti…

    (Primo Leone)

Riprendo a parlare del Saggio di Valeria Rossini per qualche riflessione in più sui vari capitoli non presi in esame. E comincio dal II capitolo (intitolato “Il destino della morte”) perché spesso di fronte alla morte si rimane senza parole, eppure è proprio attraverso queste che riusciamo a superare la paura o il terrore e a farcene, bene o male, una ragione. Ma occorre ricordare che  ampi studi sull’ultima fase della vita risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso. “la tanatologia rappresenta un approccio interdisciplinare che mira appunto a comprendere scientificamente la morte, con i suoi riti e i suoi significati”. La morte, del resto, “ci terrorizza” e “ci seduce”. Paradossalmente, essa “non è innata, ma provocata, tra pensieri e azioni che toccano e spesso oltrepassano le soglie del ridicolo e del tragico: bisognerebbe, invece, educare alla morte…” (pp. 35-36-37). È quanto riscontriamo in Socrate e, ancora di più, in Seneca quando invita Lucilio ad affrontare la morte imparando a valorizzare il tempo presente (vedi Epistulae morales ad Lucilium).

Sappiamo, intanto, che l’idea costante della morte non ha radici romane, ma greche: “Gli Antichi Greci affrontavano la morte senza turbamento, anzi prendendola sul serio perché avevano interiorizzato l’idea della mortalità dell’uomo (p. 38).

Al pensiero greco-latino, però, subentrò quello giudaico-cristiano, in cui la sofferenza veniva accettata come “caparra per l’eternità” (p. 40). Nel Medioevo, invece, “nell’immaginario collettivo popolare, la morte era annunciata dai segnali che la natura o il caso inviava, da assumere quindi come veri e propri presagi di morte”: il gatto nero che attraversava la strada, lo specchio che si rompeva, i denti spezzati, i sogni premonitori, e così via (p. 43). Bisognava, inoltre, assistere il malato in casa e non in ospedale. In seguito, è subentrata la pratica del funerale, e più tardi quella dell’elogio funebre, che si è protratta fino ai nostri giorni (p. 49).

Il III capitolo, intitolato “La scomparsa della morte”, affronta, infatti, un aspetto di grande attualità. Valeria Rossini scrive: “Nella nostra società dell’iperattività e dell’efficientismo, la morte costituisce un problema che, in quanto irrisolvibile, deve essere rimosso (…). Il cimitero rappresenta un vero e proprio ghetto che isola i morti dallo spazio fisico e mentale riservato ai vivi” (pp. 51-52). La scomparsa della morte è subentrata via via alla “medicalizzazione della vita”, alla ricerca quasi ossessiva del “benessere psico-fisico”, della possibilità di combattere l’invecchiamento, che è l’anticamera della fine. Occorre, invece, per quanto possibile, evitare l’accanimento terapeutico, spesso fonte di ulteriori sofferenze per il malato terminale. Ma sempre più spesso, purtroppo, “l’uomo contemporaneo muore in solitudine” e la sua morte viene “relegata nel recinto dei tabù”. Occorre superarli e questo sforzo viene favorito attualmente dai social che danno quotidianamente l’annuncio di qualche dipartita e anche le condoglianze passano attraverso gli stessi canali. Si evitano così visite e cordogli (pp. 53-59).

Di conseguenza, il IV capitolo ci dice come “Affrontare la morte” (ed è questo il titolo). Ritengo che sia un capitolo molto interessante perché, nel prepararsi ad affrontare la morte, dobbiamo tener conto delle tante contraddizioni che la riguardano. Più, infatti, siamo attaccati alla vita e più dobbiamo preoccuparci di prepararci alla morte nel miglior modo possibile, con senso di responsabilità e pacatezza, come ci suggeriscono Freud, la figlia Anna, e soprattutto Annah Arendt, senza più ricorrere alla “pietosa menzogna”, come accadeva un tempo, né avvertire la morte come una “ingiustizia”, soprattutto di fronte alla morte dei bambini, dei ragazzi e dei giovani (pp. 73 e seguenti). A questo proposito, ho un ricordo bellissimo della mia infanzia e adolescenza nella casa dei nonni materni, i quali erano soliti dire che i disegni di Dio sono all’uomo imperscrutabili perché noi guardiamo la parte inferiore del suo ricamo, fatto di nodi e fili ingarbugliati a confondere la nostra mente e il nostro cuore, mentre Dio guarda il suo ricamo dalla parte giusta, perché rivolta al Cielo e quel suo progetto è chiaro, luminoso, distinto per ogni creatura a cui ha dato vita. Dipende da cosa è chiamata a realizzare per sé e soprattutto per gli altri durante la sua esperienza terrena.

L’esergo del V capitolo (intitolato “Allontanamento e perdita”), dovuto a M. Scheler è molto intenso e significativo. Ci spinge a riflettere molto sulla perdita soprattutto delle persone amate. Ma occorre partire dal processo di formazione, che crea relazioni e legami, indipendentemente dalla durata. Anche qui fondamentali sono, pedagogicamente, le “esperienze” e gli “apprendimenti”, ma anche “i modi tramite i quali queste stesse relazioni si interrompono e terminano. Ognuno di noi, nel corso dell’esistenza, ha sperimentato quanto sia difficile separarsi anche solo da una casa, un’abitudine, perfino un’idea. Non è mai facile lasciare andare qualcosa in cui abbiamo creduto, per cui abbiamo lottato o semplicemente ha accompagnato solo un tratto della nostra strada”. Verissimo. Proust ce lo ha insegnato: basta un sapore, un odore, un oggetto, una fotografia e subentrano i ricordi, la nostalgia, il rimpianto. Niente scivola invano tra le dita delle nostre mani. Meno che mai una persona cara (p. 90). E ancora una volta i ricordi personali prendono il sopravvento e si fanno testimonianza: <… Il restauro richiedeva la ricostruzione della vecchia struttura con innovazioni per migliorarla e renderla più confortevole per la nuova famiglia.

Quella mattina ero riuscita a ricavarmi un paio di ore di libertà e avevo deciso di trascorrerle con mamma, in eterna attesa di una mia visita sempre più sporadica e breve. Mio eterno rimorso, mio inconsolato rimpianto. Girai l’angolo e… ancora una volta i residui stracci d’infanzia adolescenza giovinezza mi piovvero addosso con quel mucchio di pietre che fino al giorno prima era stato il giardino da cui spuntavano i verdi rami degli alberi da frutta. Schianto annunciato. Schianto improvviso. Schianto. Per un attimo vidi mio nonno, seduto all’angolo dove di solito posizionava la tua sedia tra la saracinesca, il cortile e il muro del giardino. Lo vidi mentre mi aspettava con la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia giovinezza miracolosamente ancora intatte per raccontarmi ancora la fiaba di noi due inseparabili sempre, e ormai lontani da quella casa del gelso e delle rose: lui nel suo “altrove”; io nella mia casa dei lunghi balconi e lunghi corridoi. Ma io avevo occhi di lacrime che mi impedivano di vedere le sue labbra mormorare nuove parole di antichi richiami e negli orecchi il rumore assordante del muro crollato e degli alberi abbattuti e dei nidi dispersi e degli antichi pulcini sparpagliati e delle voci degli ultimi nipoti…>

Anche Recalcati, in più libri, ci parla di questa enorme difficoltà psico-fisica a lasciare andare ciò che si ama e si perde. Ancora di più le persone care, naturalmente. Non è facile neppure accettare quanto ci insegna la Chiesa cattolica al riguardo. L’uccisione del Padre non è vista come principio di affermazione personale, di affrancamento, ma come colpa contro Dio. Il peccato più grave. Enzo Biagi nel 1975 scrisse il Libro Disonora il padre, che tratta, anche, della necessità di una disubbidienza all’autorità paterna per affermare la propria identità di persona libera da ogni condizionamento, sia pure affettivo.

Altro Libro di formazione in tal senso è Se incontri il BUDDA per la strada UCCIDILO dello scrittore e psicoterapeuta statunitense Sheldon B. Kopp (1972), il quale afferma che è necessario superare i propri maestri per affermare la propria personalità e libertà di pensiero, la propria interiorità e compiutezza.

È quanto avviene dalla metà del Cinquecento in poi: “Indipendentemente da come affrontiamo il passaggio, il percorso di allontanamento, continua comunque a coincidere in qualche angolo della nostra mente, con un processo di alleggerimento e di liberazione dal male”. Per cui “quando l’uomo perde il suo corpo non perde sé stesso perché il suo corpo è determinato, imprescindibilmente, dallo spirito”. Dell’uomo, dunque, oltre il corpo, rimane l’essenza, “ciò che è” e diventa “corpo celeste”. Ma il processo di separazione comincia con la nascita e con il lasciare il corpo materno; poi, via via, subentrano, di volta in volta, tutte le altre separazioni.

“Da un punto di vista pedagogico, accompagnare la separazione da una persona cara significa allora lavorare su due dimensioni che la caratterizzano: l’abbandono e il dolore” (pp. 90-94- 101)

E ci sono dolori che non ci abbandonano mai. Ci sono capitoli ancora da sviscerare per comprendere appieno il mistero del nostro nascere e morire e quello che pedagogicamente e importante accogliere per “allenare al dolore (…) e per temprare lo spirito…”, come vedremo… grazie per l’attenzione e l’affetto. A presto. Angela/lina

 

 

 

 

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