giovedì 1 febbraio 2018

La casa fra le stelle

Il primo mese dell’anno, gennaio, oggi ci saluta con la promessa di tornare fra un anno. E a me prende il magone della notte di Capodanno quando, tra luci, botti, brindisi, salutavamo il 2018 e speravamo di poterci fidare di lui, del suo buon cuore. In realtà, sono continuate le stragi, sono ripresi odi e rancori, si vanno riproponendo i teatrini della cattiva politica in Italia e all’estero. Il “villaggio globale” non ci fa ben sperare in meglio. Il buio continua ad avvolgere questo “atomo opaco del male”. E l’anima è, ancora una volta, come ferita, offesa, umiliata da tanta miseria, tanta violenza, tanta arroganza e vanagloria. Ha bisogno di respirare aria pulita. Magari di guardare il cielo stellato e fare un pieno di luce. Mi annido ne “La casa fra le stelle” di Francesca Romana Petrucci e mi sembra rinascere. La poesia, quando è bella e vera, ci salva sempre…
                                                 LA CASA FRA LE STELLE
Francesca Romana Petrucci è una splendida signora di età indefinita, come capita a quelle creature privilegiate che gli antichi definivano dee, con una straordinaria sensibilità poetica che àncora immediatamente alle stelle, come leggiamo dal titolo della raccolta delle sue poesie, già di per sé luminoso e suggestivo, “La casa fra le stelle, che ci conduce per mano oltre la soglia del desiderio (de-sidera: intorno alle stelle, appunto), del sogno e del mistero.
E l’immagine di copertina è una fiaba da vivere al calore di una casa dipinta come da mani bambine perché così sono tutte le case che animano occhi di stupore dell’infanzia di ogni tempo. Un archetipo che ignora palazzi e grattacieli per farsi dimora piccina, quasi nascosta, non più in un bosco d’alberi e di foglie, ma nei prati sconfinati di un cielo stellato, dove ogni ansia di bimbo incontra il suo sicuro rifugio, la sua buona fata che rischiara il buio della notte.
La casa tace./ Dal cespuglio di nebbie non traspaiono le stelle/ infreddolite zingare alla locanda del cielo”. Inizia così la raccolta e già da questi primi tre versi è facile notare l’originale cifra stilistica dell’autrice che traccia subito una metafora insolita e bellissima per indicare le stelle, “infreddolite zingare”, e la volta celeste come una “locanda”. Sapore di fiaba. Sapore di antico. Sapore di viaggio senza destinazione e senza mappe per orientarsi, ma solo tripudio di stelle, neppure queste fisse, ma girovaghe e in cerca di improbabile calore o forse di una dimora in cui fermarsi e riposare. Un viaggio immerso nel tempo esistenziale, dunque, che s’inerpica nel viaggio, ardimentoso e solitario, lungo il firmamento che di per sé è immenso e misterioso e lontano. Un qui e ora. Un lontano e “per sempre”. E, per Francesca, il viaggio nel mondo del quotidiano e dell’“altrove” poetico ha inizio proprio come il cammino che porta i viandanti e i girovaghi attraverso percorsi difficili e insidiosi per giungere ad un “luogo/spazio/tempo” che non ha mai fine.
In un eterno andare che è eco e ricordo, ma anche “favola, sorriso senza approdo”. Futuro sognato e ripescato tra progetti inevasi. Nel tempo e fuori dal tempo. Nello spazio e fuori da questo. Fra le stelle, forse, luce dell’anima.
     È un cammino, infatti, tutto ascensionale: dalle terra al cielo, da “pietra a colomba, da “tenebra a stella”, perché Francesca è assetata di luce, di nuovi orizzonti, d’amore. Di quel sentimento che fa mettere le ali. Solo così può superare ogni ostacolo, persino “lo spazio macchiato di silenzio(singolare sinestesia, che ci avvolge e ci disperde per un dilatarsi sfinito di quel luogo aperto senza nome, dovuto al silenzio che lo macchia e lo sgrana e lo rende misterioso e minaccioso nello stesso tempo) e giungere “dove il cielo si china/ a baciare i colli e l’acqua/ per poter sorridere e fiorire e amare/ e amare e sorridere e morire. Spazio, dove  tutto si rigenera e si redime. Perché dopo ogni morte c’è pur sempre una resurrezione. Miracolo d’amore. Della natura che si rinnova a primavera e sempre. E non importa se ciò presuppone il tempo lungo dell’attesa che il sentimento traduce in speranza. E la vita ricomincia.
Accade in quasi tutte le poesie di Francesca Romana Petrucci che il tormento ceda il passo alla luce. Alla gioia in sé conchiusa dell’amore condiviso: “A sigillare la luce che io credevo perduta… e dal cuore come l’aurora sboccia la gemma della vita… Come linfa e sorgente per correre nell’infinito…
Versi conclusivi che contengono il prodigio della luce dopo il buio, della radiosa felicità dopo l’abisso del dolore. Per questo sono datati, ma sempre attuali come tutto ciò che parla dei sentimenti, dei valori, delle passioni, della vita. Segnano un periodo decisivo per la poetessa e lo dilatano, lo prolungano fino ai nostri giorni : il volo verso la libertà e la riconquista di sé attraverso la scoperta e riscoperta di un sentimento grande, puro, intenso. Dopo lunga e dolorosa sospensione di giorni d’ansia, di dubbi, di taglienti ferite, quando erano lame persino i voli degli uccelli nel cielo.
“L’attesa metterà radici accanto al/ fuoco e se il cuore pullula di lacrime/ ti sarà compagno il mio sorriso”.
Dolcissima conclusione dell’ultima poesia che s’illumina del fiorire abbagliante di un sorriso a cancellare lacrime e tumulti lacerati del cuore.
La fascinosa raccolta è, tra l’altro, impreziosita dalla traduzione, anch’essa poetica e molto suggestiva, nelle magiche sonorità (le numerose sibilanti sembrano suono di violino), della lingua sarda campidanese ad opera del bravissimo Sergio Medved, e dalle illustrazioni di Ombretta Leone, sognanti e tenere, soffuse di tanta grazia e di un tocco di lievissima malinconia…
Forse si può ancora sperare di riscoprire nel mondo la bellezza, il sogno, la tenerezza del cuore.
A cominciare dalla luce misteriosa e incantata delle lontane stelle…  

                                               

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