martedì 12 marzo 2024

Martedì 12 marzo 2024: ALCUNI TESTI POETICI DA RECUPERARE PER I NOSTRI VOLI INSIEME...

Oggi mi piace riportare alcuni testi poetici che mi sono sfuggiti nei giorni scorsi e che vado riacciuffando perché sono belli e vale la pena condividerli.

Comincio con Bianca Sorrentino, mia carissima amica, che ha preso il volo nelle alte sfere della Cultura e della Letteratura dei nostri giorni e del prossimo futuro. Sempre fedele a sé stessa e sempre determinata a dare il meglio di sé con una scrittura tutta sua, ma in funzione anche degli altri, all’insegna della Bellezza e dell’Arte declinata in tutte le sue accezioni: Per le libraie che riempiono di tulipani freschi e parole le loro stanze, per le madri che restano tali anche se un pezzo di cuore è stato loro strappato via, per le insegnanti che leggono, viaggiano, incantano, per le compagne che non hanno bisogno di separare padri e figli, per le sorelle che accolgono e abbracciano, per le amiche che con l’ironia e la presenza alleggeriscono i fardelli, per le creature rare che non sbandierano i propri sacrifici, ma che custodiscono come un cristallo il dolore che hanno conosciuto, per le figlie che quel dolore scelgono di coniugarlo al passato e costruiscono per il futuro un tempo nuovo, e per la mia mamma, che mi ha plasmata nel cuore fragile della sua roccia. (Bianca Sorrentino. In data 8 marzo).

“Amicizia” di Giuseppe Selvaggi: Una stretta di mano,/ fermarsi ad ascoltarsi,/ le voci s’intrecciano/ si mescolano come colori./ Accettare di perdere/ qualcosa di proprio/ per generare un noi,/ arricchirsi offrendo/ l’unicità irripetibile/ di storie che nascono/ da un differente sguardo/ su tutto quello/ che ci circonda./ Le parole/ diventano un anelito/ verso la costruzione/ di ponti tra storie separate,/ lontane, differenti./ Le parole sono/ prima di tutto/ trasfusioni di vita./ Una parola/ per tornare alle cose,/ agli uomini, al dialogo fitto/ per vivere/ l’arte dell’incontro./ Questo è tutto,/ al prossimo pensiero/ che facendosi parola/ rompe il voto del silenzio. (e di amicizia sincera, disinteressata, ricca di parole autentiche per colmare solitudini e silenzi ne abbiamo tutti un gran bisogno!)

Albert Camus: Mia cara,/ nel bel mezzo dell’odio/ ho scoperto che vi era in me/ un invincibile amore./ Nel bel mezzo delle lacrime/ ho scoperto che vi era in me/ un invincibile sorriso./ Nel bel mezzo del caos/ ho scoperto che vi era in me/ un’invincibile tranquillità./ Ho compreso, infine,/ che nel bel mezzo dell’inverno,/ ho scoperto che vi era in me/ un’invincibile estate./ E ciò che mi rende felice./ Perché afferma che non importa/ quanto duramente il mondo/ vada contro di me,/ in me c’è qualcosa di più forte,/ qualcosa di migliore/ che mi spinge subito indietro. (anche delle parole ricche di speranza abbiamo tutti, oggi soprattutto, una invincibile necessità dell’anima).

Pedro Salinas: Il tuo modo di amare/ è lasciare che io t’ami./ Il sì con cui a me t’abbandoni/ è il silenzio. I tuoi baci/ sono l’offerta delle tue labbra/ perché le baci io./ Nessuna parola, abbraccio,/ mi diranno della tua esistenza,/ del tuo amore per me: mai!/ Mi parlano fogli bianchi,/mappe, auguri, telefoni;/ non tu./ E resto abbracciato a te/ senza nulla chiederti, perché temo/ che non sia vero/ che tu vivi e mi ami./ E resto abbracciato a te/ senza guardare e senza toccarti./ Che mai non debba scoprire/ con domande, con carezze,/ l’immensa solitudine/ d’amarti solo io. (Trad. di Rino Bizzarro) (nessuno di noi vorrebbe provare l’amarezza di non sentirsi amato/a o “l’immensa solitudine” di non essere corrisposto/a in ugual misura).

Assunta Braì: La notte spiega/ placida le ali/ avvolge il mondo/ in coltre di velluto/ il tempo dell’oblio/ per i mortali/ riposo e quiete/ di un giorno già vissuto/ silenzio cala intorno/ tutto tace/ liberi si rincorrono/ i pensieri/ tu vai con la memoria/ ad una voce/ vorresti che domani/ fosse… ieri. (9 marzo 2016) (Assuntina, altra mia amica del cuore, per fortuna, nei ricordi trova la chiave giusta per riportare indietro le lancette del nostro orologio immaginario).

“Viaggio” di Gino Locaputo: Fu in una grotta/ che incontrai il mio destino/ in un antro dove una sibilla/ miscelava parole arcane./ Poi arrivò la pioggia/ e ancora rivoli di parole/ scorrevano tra le pietre/ grinzite dagli anni./ La mia barchetta di carta cominciò a navigare/ tra un sentimento assordante e strano/ fu allora che mi smarrii/ fu allora che mi accorsi/che perdersi è bello./ ricominciai il mio lento cammino/ in deserti assolati/ tra dune che accarezzavano il cielo./ E quel sentimento, mi accarezzò ancora una volta./ Rividi lo scorrere lento della mia vita/ le lacrime e i sorrisi diventarono pioggia battente,/ incessante, martellante./ ai rintocchi del tempo/ chiedevo ancora dov’era la mia casa/ sognata e mai rivista./ Fu il soffio del vento/ a ricordarmi di antiche litanie/ litanie lontane/ cominciai a raccontare storie/ le storie dei miei padri/ tra ondulate foglie di ulivo./ Storie di pane e olive nere./ E furono queste storie/ a regalarmi ancora una volta/ lo stupore e la meraviglia/ di un sentimento mai smarrito/ disegni arcani sommersi/ dalla sabbia e dal mare/ rividi ancora/ quella colomba bianca/ smarrita come me/ nell’incantata carezza del cielo/ continuai a cercare/ quel filo d’erba/ che il vento muoveva/ e continuai a pregare all’infinito./ mi accorsi che le lacrime/ non erano rivoli di rugiada/ erano le mie, acri, salate/ le assaporai nel mio dolce ricordo,/ riprendevo il mio cammino/ ancora una volta quella grotta/ quegli strani simboli/ che sussurravano il presente-passato/ mi accorsi allora/ che la divinità era un sentimento/ che riuscivo finalmente a vedere. (inedito di Gino Locaputo, per Secop edizioni); “Il tuo corpo”: Il tuo corpo è la mia valigia/ lì ho depositato/ le mie lacrime e il mio sorriso./ Dopo forse arriverà la pioggia/ per disegnare nuove vie/ nel deserto della mia anima/ … ci sono ancora/ nuove strade piene di fiori/ rivoli d’acqua/ da bere insieme/ poi… tornerà il sole. (Gino Locaputo, dalla raccolta Nei tuoi occhi le parole diventano pietra. SECOP edizioni). (Gino, meraviglioso compagno di Assuntina, e speciale amico di una vita, in due poesie ricche di ardimenti, di sogni e di ritorni misteriosi e visionari, ci riporta alle nostre radici di sempreverdi ulivi, e alle “nuove strade piene si fiori” e rinnovate speranze d’amore).

Anna Mininno: Ho bisogno di questo momento/ Anche tra vento e pioggia/ E nuvole crude e vaghe/ Ho bisogno del momento clou/ Per re-inventarmi e ri-appagarmi/ Svoltando l’angolo della mente/ E interrogando l’anima/ Che, se risponde, sa e salva; Fermarsi/ Il punto e a capo è un’utopia/ Occorre, sì/ Mobilitare il cuore/ Andare avanti/ Abbattere steccati/ e ostacoli/ Rimboccarsi le maniche/ E dare significato al sole/ Così che splenda/ e si rifletta buono/ Sul giorno e sulle ore/ E nella notte fonda/ Che l’anima raccoglie/ In un mondo solo; Penso a tutto e a niente/ Come opposti che si attraggono/ penso a questo e a quello/ A incertezze e innate sicurezze/ a interrogativi e a risposte vane,/ e al possibile che il tutto e il niente/ può rendere speciale

(con Anna Mininno c’è tanta reciproca stima e ammirazione. Qui tre brevi poesie inedite, ricche del detto e del non detto, che rimarcano le nostre salutari contraddizioni).

“ Sotto il tacco dello stivale” di Vincenzo Mastropirro (straordinario musicista e poeta dialettale, nonché mio carissimo amico): Se mi sbattono come un polpo/ su uno scoglio di mare/ il cuore si arriccia e butta sangue// sangue rosso, sangue vivo/ sangue di contadini, sangue di marinai// sangue che di sangue, l’abbiamo buttato davvero/ per sentirsi dire poi che non sei buono a niente/ che sei lontano da questo mondo/ un mondo incartato di soldi/ un mondo che ti disprezza.// Non è così,/ siamo nati qui e qui ci stiamo/ almeno io sto qui/ sotto il tacco dello stivale// fisso, piantato a terra,/ sempre pronto ad allungare radici/ le più profonde possibili. (È la versione italiana di quella dialettale, più difficile da riportare graficamente).

“Impluvium” di Mariateresa Bari: Raccolte tutte le lacrime/ delle tue piogge/ sei lama d’acqua sulla pelleterra/ satura di sale// Fiordalisi le iridi/ argentano superfici// /l pigolio dei riflessi è miele tra i resti

Luce Imzad: Le pietre all’infinito sussurrano preghiere/ le ciglia di cerbiatti sorridono alle stelle/ mentre tu, solo, corri l’infanzia della pelle/ per darle addio e calzare la ferita// chiavi smarrite di lune stanche/ tintinnano nel vento/ e il centro dell’ardore s’addormenta/ su note di sciamani. È l’acqua il suo splendore/ a far luce oltre l’attracco/ - domani sarà brina, brace e oblio. (suggestiva poesia segnalata generosamente da Mariateresa Bari)

I leopardiani: Curati/ con il silenzio/ con i libri/ con la musica.// Fermati qualche minuto/ a meditare/ a non pensare/ a respirare.// Rinasci infine.

“La celeste pazzia” di Mariangela Gualtieri: Procedi piano. Lascia che la mano/esegua il fragile dettato./ Abbi fede in quel niente/ che viene – quel niente/     Che succede./ Non prendere la parola./ Lascia sia lei da sola. Diventa tu/ la preda. Sia lei che ti cattura. (da “quando non morivo”, contenuta nell’ultimo libro Bello mondo)

 

Erri De Luca: Considero valore/ tutte le ferite/ Considero valore/ risparmiare l’acqua,/ riparare le scarpe,/ tacere in tempo,/ accorrere a un grido,/ chiedere permesso prima di sedersi,/ provare gratitudine/ senza ricordarsi di che.

(Erri De Luca, con semplicità e fermezza, ci riporta ai valori che dovrebbero essere alla base della nostra umanità).

E anche per oggi mi fermo qui. per me è un valore ritrovarci insieme con poesia… Angela/Lina

domenica 10 marzo 2024

Domenica 10 marzo 2024: "ERA SOLO UNA BAMBINA", coraggioso romanzo di ISABELLA ANTONACCI...

Parto da una citazione: Franz Kafka nella lettera a Oskar Pollak (novembre 1903) così scrive: Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile al morso…

Punto focale, dunque, delle mie riflessioni, dopo aver letto il romanzo di Isabella Antonacci Era solo una bambina, è che un libro deve lasciare “tracce” profonde, vere e proprie ferite e cicatrici, da cui rinascere possibilmente migliori. È questo, a mio parere, uno dei compiti fondamentali di un libro: renderci possibilmente migliori.

E, infatti, l’autrice, in questo suo coraggioso romanzo d’esordio, affronta un tema quanto mai “aspro e pungente”: la storia di Mariuccia, la protagonista, che a soli nove anni viene stuprata con sadica violenza dal suo fratellastro non consanguineo, Angioletto, che “squassa” tutta la sua vita di bambina, facendola precipitare, ironia della sorte nettamente in contrasto con quel suo nome protettivo, nell’inferno familiare, e di una vita, molto breve tra l’altro, vissuta tragicamente tra tormenti, vessazioni, incomprensioni di ogni genere, maltrattamenti, dovuti ai pregiudizi, che si rivelano i sotterranei e impietosi coprotagonisti di tutta la vicenda. Rapinandola della vita e dei sogni. Rapinandola della sua stessa identità di bambina, costretta, appena dodicenne, ad andare sposa al suo stupratore da un terribile complotto, ordito senza scrupoli, da chi avrebbe dovuto difenderla e salvaguardarla da ogni male, per salvaguardare invece l’onore della famiglia e la sorte delle figlie più piccole, che prima o poi avrebbero dovuto trovare marito pure loro, ora che la notizia era sfuggita alle strettissime maglie-prigione della casa. Incolpevole, ma ferocemente colpevolizzata, vittima sacrificale Mariuccia ha pure un figlio, a cui dedica tutto l’amore che le è stato negato, ma il destino a volte si accanisce di più su chi ha già tanto sofferto. Il bimbo muore con conseguenze ancora più devastanti per la povera bambina-madre, subito abbandonata dal neghittoso marito con la scusa di dover servire la patria.

È bene ricordare che i fatti avvengono nel lontano 1933, agli albori del Novecento, definito, nel 1994, dallo storico marxista Eric Hobsbawm “il secolo breve”, perché racchiuso tra due date storiche molto significative: 1914 (scoppio della Prima Guerra Mondiale) e il 1991 (crollo dell’Unione Sovietica). In pratica, in un tempo molto travagliato, attraversato da due guerre mondiali, dal fascismo e dalle ferree leggi razziali che devastarono l’Italia, l’Europa e il mondo intero. A discapito della povera gente che viveva, tra analfabetismo quasi totale e conseguente ignoranza, una condizione di vita che, per quanto assurda e distante anni luce dalla nostra esperienza esistenziale di persone in transizione tra il secondo e terzo millennio, è stata la intricata realtà di quegli anni.

Isabella Antonacci ha il grande merito di aver narrato quella realtà in maniera apparentemente semplice e lineare, ma in verità ricca di vivide sfumature per descrivere con estrema chiarezza e con il linguaggio tipico della povera gente del Sud, verosimilmente di Bari e dintorni, i modi di essere e di comportarsi, sopraffatta dall’analfabetismo, dalla miseria materiale e morale, dai pregiudizi. Con una sua intransigente regola di vita, legata ad una particolare idea di “sacralità della famiglia”, in cui era intoccabile l’atavico ruolo di capofamiglia del marito, al quale moglie e figli dovevano cieca obbedienza per il suo lavoro nei campi o in bottega in grado di poter sfamare tutti i conviventi nella stessa casa. Ma, in fin dei conti, il ruolo principale, proprio nella casa, lo ricopriva la moglie, quale “vestale del focolare domestico”, dalla quale dipendeva il buon funzionamento o meno dell’intero universo familiare. Con le consuetudini, i modi di dire, i sentimenti chiusi a doppia mandata, e i risentimenti palesati con schiaffi e parolacce e rancori, covati in famiglia ma mai messi in piazza per “l’occhio della gente”, vera e propria iattura a cui nessuno sfuggiva, maschi e donne, ma soprattutto queste ultime che si nutrivano, all’ombra delle finestre, di pettegolezzi, credenze, asfittiche preghiere frammentate e sempre uguali, senza un briciolo di senso critico e di libertà, interiore ed esteriore.

Furono errori maturati in quel ginepraio di secolari tabù mai messi in discussione per mancanza di orizzonti più ampi, soprattutto per la povera gente del meridione. Si svilupparono, perciò, tragedie che neppure il buon senso riuscì ad evitare; tragedie causate anche dal degrado dei paesi del Sud, degli ambienti domestici piccoli per mancanza di mezzi economici, l’inevitabile promiscuità, l’asservimento totale della donna all’uomo per assenza di sostentamento personale.

In quei tragici anni nacque un fiore di rara bellezza, purezza, intelligenza, generosità, amore, Mariuccia, appunto, incapace per dote naturale di pensare il male e di farlo nei riguardi di chicchessia, destinata a “grandi imprese”, se un destino avverso non l’avesse segnata sin dalla culla.

Fondamentali, a mio parere, per districare meglio l’intricata matassa della sua storia, sono le “biografie” di ciascun personaggio del romanzo, ricche di sfumature importantissime, legate alle difficoltà di vivere, di affermarsi, di riconoscersi e di essere riconosciuti, come opportunamente l’autrice scrive, sul retro-copertina, per bocca di Suor Camilla, di cui si parlerà tra poco. Ma il riferimento è anche alla personalità e/o carattere, e/o inclinazione e/o temperamento di ciascuno che ne ha condizionato comportamenti, sentimenti, emozioni, scelte, conseguenze. A partire dalla protagonista. E con lei Rosellina, altra anima sensibilissima e bella, sua compagna di banco, figlia di Guglielmo, il misterioso, taciturno, ma gentile avvocato venuto dal Nord, con un alone di semi-clandestinità, che ha alimentato a lungo sospetti e pregiudizi su di lui, fino “a prova contraria”.

E occorre precisare che la narratrice ha l’abilità particolare di usare parole ed espressioni che rendono vive e palpitanti le tante storie raccontante, che vanno a confluire nella più grande storia della protagonista in una esemplare coralità di voci positive e/o negative.

Luminoso contraltare di Mariuccia, per esempio, è Rosellina. Entrambe anime elette, con una vita breve e colma di poche rose e tante spine.

Isabella Antonacci è una coraggiosa voce femminile che non fa sconti alle voci “sbagliate” di tante donne presenti nel romanzo, prima fra tutte Nellina, sciagurata madre di Mariuccia, vittima anche lei di sua madre e degli atavici errori comportamentali delle precedenti generazioni. Ma ci offre anche la carezza delle donne “giuste”: Suor Camilla in primis, la madre superiora di un convento di manzoniana memoria. Quest’ultima, al contrario di suor Gertrude, è ricca di talento e di carità cristiana, ma con mille dubbi sul suo apostolato in un luogo chiuso e protetto quale era il convento invece che nel mondo esterno e tra la gente carica di sofferenze morali e materiali, come avrebbe tanto desiderato senza riuscirci mai. Comare Bice, moglie di Comba’ Colin, altre due persone degne di rispetto e considerazione perché, non avendo avuto i tanto desiderati figli, sono stati e sono sempre premurose, protettive e presenti nelle tristi vicissitudini della ragazzina e di suo fratello Mimì, che tanto avrebbero voluto adottare come figlio, se non fosse stato per le reticenze della famiglia per evitare paventati pettegolezzi. Suor Agata, anziana ma forte e volitiva presenza nel convento, quale esempio di giustizia, solidarietà e umiltà. Sono figure femminili molto importanti perché pronte a farsi testimonianza, con la loro esperienza di vita, della infinita bontà e misericordia di Dio, nonostante tutto.

Ma ci sono anche voci maschili da prendere in considerazione, nel bene e nel male: il buon don Savino, parroco generoso e attento a tutte le sue pecorelle, ma che, per eccesso di zelo, non sempre riesce nel suo intento di proteggere Mariuccia e di essere portatore di serenità e di pace nella sua famiglia. A volte, suo malgrado, avviene proprio il contrario. Anche lui, causa indiretta e incolpevole, di tutti i mali della piccola protagonista del libro. L’avvocato Guglielmo, di cui si è già parlato. Tonino, sposo innamorato e sensibile di Graziella, la sorellastra di Mariuccia. Tonino fino alla sua triste fine fu sempre attento alla infelice sorte de Mariuccia, difendendola sempre dalle immeritate vessazioni della sua famiglia. Ma c’è anche la figura ambigua e negativa del funzionario comunale Giovanni Cerchetti, da oltre vent’anni impiegato nel municipio del paese, grazie a sua madre e alle di lei equivoche frequentazioni maschili e femminili. Entrambi saranno alla base della tragedia finale della povera Mariuccia. Del balordo fratellastro Angioletto si è già parlato col disprezzo che merita.

La “traccia” più nobile che fa nido nel nostro cuore ce la lascia proprio la protagonista del romanzo che, nonostante tutte le angherie, le continue beffe di un destino crudele e impietoso, è esempio di infinita bontà, comprensione, generosità, amore persino verso i suoi aguzzini. E vorrei ricordare che tra la povera gente del Sud la parola amore in dialetto non era contemplata fino a qualche decennio del secolo scorso. Si usava “amàur” con significato di “sapore” e mai di “sentimento”. È superfluo ricordare che in quegli anni, giù o su di lì, ci si sposava solo per convenienza e spesso senza neppure conoscere lo sposo scelto dai genitori e dal parentame. Mariuccia è un dono del Cielo perché e impregnata d’AMORE.

Ed ora una puntualizzazione o forse una provocazione.

Finalmente, con Isabella Antonacci, abbiamo una voce di donna che tratta un tema così delicato e scabroso con la sua lettura da donna e non maschile come perlopiù è avvenuto fino quasi ai nostri giorni per via di un maschilismo dominante per secoli, anche se attutito negli ultimi due secoli dalle rivendicazioni dell’universo femminile (e non femminista come molti sostengono ancora). Per parlarne meglio traggo spunto da alcune importanti riflessioni, di qualche anno fa, sul mondo maschile e femminile di un grande filosofo e saggista Umberto Galimberti, che in Le cose dell’amore (Feltrinelli  Editore, Milano 2013) parla della donna nella sua più alta espressione di Persona, che è innanzitutto dono di sé a sé stessa per essere in grado di donarsi e di donare agli altri, perché è essenzialmente una Donna d’Amore e l’Amore comporta anche tanta passione e condivisione, “tra entusiasmo e follia”, quale creatura che “sfiora il divino”, in quanto detentrice del potere della “creazione”. Per questo, rivisitando la Donna attraverso la Storia della Letteratura mondiale e tutte le altre espressioni artistiche, dalla Pittura alla Musica, alla Scultura, al Teatro, ci rendiamo conto che, sino ad oggi, si è trattato pur sempre di una donna cantata in queste molteplici forme dall’uomo e mai vissuta in prima persona dalla donna per le altre donne e per l’uomo stesso. Con le sole caratteristiche di seduzione fisica che l’universo razionale maschile le concedeva di scoprire e comprendere. Inevitabilmente ne viene fuori l’immagine di una donna a metà. Mai del tutto falsa. Mai del tutto vera. Sta di fatto che una donna è molto di più, delle singole tessere che gli uomini hanno presentato e presentano al mondo, non per incapacità nel definirle in maniera diversa e completa (cosa del resto impossibile per la sua imprendibilità), ma per l’impossibilità dovuta essenzialmente al loro pensiero logico-matematico che è in eterno conflitto con la natura erotico-romantico-creativa e generativa femminile, di cui non può assolutamente cogliere l’anima, molto più complessa della propria razionalità, rivolta al politico-sociale e semplice e chiara come la luce del giorno. La donna, invece, è notturna e misteriosa, lunare, fredda e lontana solo in apparenza perché poi ha quotidiane maree ad attirare a sé le forze marine sotterranee e in superficie, che solo la donna conosce e può rivendicare per sé e per le altre, assegnandosi il valore incommensurabile, dovuto alla cognizione profonda e inviolabile del suo potere di immortalità che può regalare o negare all’umanità. Ed è questo valore che le donne oggi vanno scoprendo e riscoprendo in sé stesse. Unito all’Amore oblativo che le porta a donarsi senza riserve e calcolo alcuno agli altri, in ogni ambito della loro umana esperienza. E l’AMORE ha il potere di cambiare il mondo e di renderlo sicuramente migliore con il sostegno e la forza dell’uomo al loro fianco, non un passo avanti o indietro o in altra direzione. È la Donna che scientemente e sapientemente deve dare la mano al suo uomo (sempre più in crisi di identità) per affrontare insieme con coraggio e determinazione le battaglie della vita e venirne fuori vincitori. È questa la Donna a cui rendere quotidianamente omaggio in trecentosessantacinque 8 marzo all’anno… (visto che ci siamo incontrati per presentare il romanzo nelle Libreria del Teatro Traetta di Bitonto, egregiamente gestita da Gianluca Rossiello, proprio il giorno della rivendicazione dei diritti delle donne. Gli uomini che si sono arrogati il diritto di parlarne o di scriverne non hanno potuto mai penetrare nel segreto e nel mistero della sua anima più profonda perché non hanno potuto sostituirsi a lei nella percezione reale del suo dolore o della sua gioia, del suo desiderio o rifiuto della maternità o della rinuncia di quest’ultima per motivi personali, difficilmente elencabili, ricorrendo a un aborto spesso clandestino a rischio della propria vita. La lacerazione di un abbandono, richiesto da circostanze su cui e difficile e non sempre opportuno indagare. Nelle parole di un uomo la donna è rimasta sempre mutilata, frammentata, sconosciuta. a meno che non si tratti di un uomo molto sensibile che riesce a fare sue le istanze di una donna, come Umberto Di Bari, innamoratissimo marito di Isabella. Occorre, perciò, prenderne atto e rimediare una volta per tutte, facendo spazio alla scrittura coraggiosa di narratrici e scrittrici che hanno scritto un’altra storia delle donne, più autentica e vera. E l’elenco nei secoli e soprattutto in questi ultimi si è fatto sempre più lungo e fiero.

Tra queste comincia oggi a farsi strada Isabella Antonacci, con la sua Mariuccia, scampolo di cielo terso verso cui alzare lo sguardo per ritrovarla in tutta la verità del suo essere “Donna-Bambina” mai colpevole (neppure nella scelta di morire per Amore dei suoi cari), pronta ad offrirci entro gli argini di queste due età sempre compresenti in lei, l’esempio sublime del Perdono. PER-DONO: un dono grande per tutti i lettori. Nelle parole di Isabella Antonacci il suo Riscatto e la nostra Preghiera.

E se ho cominciato con la citazione delle parole di Franz Kafka, desidero concludere con quelle dello psicanalista e scrittore (e non solo) Massimo Recalcati, il quale scrive: Il libro è un coltello, un corpo e un mare (da: A libro aperto. Una vita è i suoi libri, Feltrinelli, Milano 2018). Ed è un coltello perché bisogna fenderlo per aprirlo e leggerlo, pagina dopo pagina; è un corpo, perché è attraverso quest’ultimo che percepiamo e sentiamo il mondo esterno e interno per assaporare emozioni, sentimenti, stupori; è un mare, in quanto si slarga sempre più verso viaggi che portano lontano, se si ha il coraggio di attraversarlo, verso altre geografie e altri porti e altri popoli e altri usi e costumi, modelli di vita. Ma è anche percorribile nei sotterranei di coralli dei suoi fondali, dove albergano sogni e forzieri di nuovi misteri, nuove verità, celati ad occhi indiscreti e rivelati solo alla nostra anima…

Alla prossima. Angela/Lina  

venerdì 8 marzo 2024

Venerdì 8 marzo 2024: DONNA SEMPRE... NEI VERSI CHE CI VEDONO FIORIRE...

L'amico carissimo Antonio Licastro ha segnalato una splendida poesia di Alda Merini: Germogliava in lei la luce/ come se in lei in piena notte/ venisse improvvisamente il giorno/ era aulente come una preghiera/ provvida come/ una matrona, era silenzio, preghiera e voce./ Ed era così casta ed ombra/ e luce, che su di lei si alternavano tutti/ gli equinozi di primavera./ Se alzava le mani le sue dita diventavano uccelli/ se muoveva i suoi piedi pieni di grazia/ la terra diventava sorgiva/ se cantava tutte le creature del mondo facevano silenzio per udire la sua voce./ Ma sapeva anche essere muta./ I suoi occhi nati per la carità, esenti da qualsiasi stanchezza/ non si chiudevano mai/ né giorno né notte/ perché non voleva perdere di vista/ il suo Dio. Salvate la valle del Signore./ per camminare Dio bambino/ ha bisogno di un prato,/ per camminare Dio bambino/ ha bisogno del mondo./ Salvate la madre di Dio,/ ella è tenera/ ed è solo una fanciulla,/ ma tiene i coltelli della sapienza/ nel grembo per aprire un varco al demonio.

“Mi tieni” di Pasqua Sannelli: E mi tieni/ passero l’ala spezzata/ Ti ho dato me stessa/ le notti insonni/ i lunghi sorsi di cielo/ bevuti al chiaro di luna.// Mi tieni imbracata/ questo sporco lenzuolo/ Ti ho dato spighe di grano/ e papaveri rossi/ in albe remote// Mi tieni avvinta/ in una catena dorata/ la capigliatura odorosa/ marea vagabonda/ di onde turchine// Mi tieni la mano a fare/ silenzio del grido/ sulla bocca tumefatte ciliegie/ Ti ho dato il sole vergine/ il profumo del timo/ i tramonti di porpora d’oro/ la mia non scritta poesia// Ti ho dato la mia anima diafana/ fondo di cristallo muto e offuscato./ Tu mi tieni e mi scavi/ spogli i turgidi seni/ di latte rappreso/ Ti ho dato la divina essenza degli occhi/ ogni forma e libbra della mia carne// Tu mi hai strozzato in gola il respiro/ ti ho dato il cuore/ potrebbe contenere persino le stelle/ Lascia la presa perché/ io possa volare fin dove/ giunge la vita e inizia la notte// Appendi le mie scarpe in cucina/ Abbi cura di te. Ci guarda il destino

“Baci a ogni donna” di Marco Zanchi: Mamma Nonna/   Nipotina   / Principessa e Regina/   Terra Luna   /   Sera e Mattina   /   Rosa Mimosa   /   Pioggia fina   /   Oggi il mondo   / indossi la gonna /  metta il rossetto  / baci ogni Donna

“IN TE” di Vito Davoli: In te ogni rintocco/ ogni minuto movimento di lancette/ ogni istantanea ingiallita al fumo/ ogni speranza ogni fatica/ in te.// In te ogni passo/ ogni cammino e sguardo/ incuriosito./ Ogni carezza magnetica/ all’ombra/ ogni petalo ogni furore/ in te.// In te ogni feto/ ogni placente che rompe le acque/ chiedendo di conoscere la vita./ Ogni cratere ogni luna ogni lato/ ogni stretta di mano ogni/ marea/ in te.// In ogni orizzonte/ ogni impronta di memoria./ Ogni materna scorza di ferita/ ogni stella ogni granello di sabbia/ in te.// In te ogni alito/ogni voluta verticale d’uomo./ Ogni ebbrezza ogni capogiro/ ogni caduta ogni profondità/ in te. (da Carne e sangue, Tabula fati 2022).

Anna Mininno: E penso a te, donna,/ nel pudore che tinge le tue gote/ o che il volto celi al mondo/ e alla tua stessa bellezza/ A te che lotti, pena la vita,/ per il rispetto che ti è negato/ A te che in guerra/ sei vittima della follia/ A te che attraversi il mare/ stringendo al petto il tuo bambino/ e che, nell’estremo atto/ d’amor sublime,/ sei Pietà per chi poi piange il tuo destino/ E penso soprattutto a te, uomo,/ che potresti capovolgere l’abisso

“IL GRANDE SOGNO OVVERO LA LIBERTA’” di Anna Gramegna: Chi sei per essere il padrone?/ Chi sei per impedirmi di vivere a modo mio?/ per dirmi in nime dell’<amore>,/ questo voglio o non voglio,/ questo è buono, questo è immondo?/ Non sono libere/ le farfalle di volare,/ gli alberi di fiorire,/ gli uccelli di cantare?/ Ed io/ debbo sottostare al tuo volere,/ capire solo quello che ti fa piacere!/ Volo con la fantasia/ da questa casa/ che per me è prigionia./ Mi ritrovo sulle rive ardenti,/ nelle piazze,/ fra le genti/ in cerca della libertà mia/ smarrita per la via. (per tutte le donne!).

Francesca Petrucci: Per la pace, per il pane e per le rose. Viva la Giornata internazionale della donna!

“Donne da ESEMPLARE UMANO” di Maria Pia Latorre: Siamo donne con il canto delle madri in tasca.

(Peccato per tutti i meravigliosi video e le splendide canzoni e la carrellata delle Donne straordinarie che meritano di essere festeggiate ogni anno per tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno! Grazie, Maria Pia carissima! E condividi il tuo scrigno prezioso, che non posso postare sul nostro blog!).

“Il cuore di mia madre” di Elina Miticocchio: è un pane lievitato/ con cura e nel tempo/ conosce la fatica/ non si stanca/ di spezzarsi/ di farsi briciola/ conosce il segreto dell’amore (Abbiamo incontrato tante donne che sono state nutrici, e ancora rappresentano un faro per la nostra vita. Mia madre è in queste rapide parole. 8 marzo 2024 Elina Miticocchio)

“Arrossire” di Mariateresa Bari: Ti hanno chiesto/ di non arrossire/ recidere il gambo/ e sogni e lacrime tacere.// Ti hanno chiesto/ di fare spazio/ di sgomberare ogni zampillo/ e lucidare sorrisi// E tu/ sotto le coperte/ hai imbustato parole/ e, ubbidiente, hai ubbidito// Ubbidito ai sermoni/ sulle ciglia in disordine/ e nascosto in tasca/le pupille// Ma nell’imo un fremito/ e tu/ figlia del tuo tempo/ sfogli utopie e ti fai tempio// Sei fremito di luce sulla pelle/ essere nell’etere/ e dal gelo del silenzio/ scongeli il petto// Nel grappolo dei giorni/ sei tu che conti (questi miei versi, nati qualche tempo fa, per noi, donne perfettamente imperfette!).

“8 marzo” di Luisa Varesano: Stai/ tu/ vagando./ Sorridi./ T’adombri./ Quale nuvola/ passando/ oscura il sole?// Passi lo straccio/e piroetti/ sull’erba./ Voli/ con una foglia/ ballerina/ sull’ala/ di un refolo di vento./ Ti posi leggera/ sull’ultimo scoglio/ a bere acqua chiara/ con gli occhi.// Piangi/ col bimbo morente./ Lotti sgomenta/ col mostro cocciuto/ che t’opprime/ il seno/ e non sai…/ Non sai.// Allora ti guardi/ allo specchio/ e ti chiedi se…/ E speranza t’infiamma/ del domani/ e scaccia le delusioni del presente.// Sì./ La libererai quella voce/ che rimbotta furtiva/ nella gola./ Prenderai le armi forgiate di sguardi sinceri/ e carezzevoli piume/ e vincerai/ le tue battaglie d’amore… … e intanto una voce/ ti blocca il decollo/ e ti àncora al suolo/ con potenti catene:/ “Mamma,/ mi fai un panino?” (da Scampoli di Poesia, dedicato alle Donne che “creano” nel loro quotidiano di mamme/ mogli/lavoratrici…).

Federica Nolasco: … Sai dove s’incontra il nostro filo, prima ancora di intrecciarsi? Nella condivisione. Condividere significa avere qualcosa in comune con gli altri, vuol dire proprio “dividere con”. I miei beni più preziosi li ho spartiti nel quotidiano, storicamente, con chiunque. Il tempo, donato senza misura allo scambio dell’ascolto, abbinato all’orazione, alla lettura; la penna, l’arduo parto che ha reso le mie pagine figlie dei muri, degli occhi dei curiosi; la cura, di ciò che è bello, di ciò che appare brutto finché non lo si trasforma, la rivoluzione della materia grezza in opera d’arte. Quei passi per inseminare il selciato erano in comune a te anche quando non esistevamo, tuttavia il bene ha il potere di trasmettersi per via, di persona in persona. Avrò incontrato degli infanti infelici, a cui avrai reso il pomeriggio lieto, che di sicuro mi hanno restituito speranza. Avrò scritto qualche rigo che ha emozionato un passante, che quella sera avrà stretto più forte sua figlia. Il tuo contributo diventa mio, il mio diventa tuo. Questo traslare del bene che, senza gambe ma con le ali - martoriato, ma infinito -  ci ha connessi nella rete della vita, è una certezza indissolubile. Ci sarà sempre un po’ di te in ciò che è bello.

“Cieli di giovinezza” di Angela De Leo: Dispero in tempo di gelo/ che una rosa/ accenda i miei occhi di donna/ di spine e favola dimenticata/ Bagnati di pioggia/ i miei occhi persero il sogno/ Rimpiangono cieli di giovinezza/ di debuttanti al primo ballo./ Gli anni scivolano su steli riarsi/   Scivolano   / e non c’è più un oceano di baci/ in cui affondare viso e cuore/ Ma poi d’improvviso/ si frantuma in zolle/ di quasi primavera/ un capriccio di marzo/ e su rami desolati/ ha fatto nido un germoglio/ di mimosa e gaggìa e una festa/ di sole dimentico del sogno rosa/ che riesplode nei campi/ al primo richiamo di rondini/ Rosa di candido pudore/ i miei ritrovati tredici anni/ Festa di seni/ non ancora sbocciati allora/ che i tuoi occhi annegavano nei miei/ nella casa dei gatti di parole di foglie…

E noi ci diamo una voce di poesia che non si spenga in un giorno. Grazie. alla prossima. Angela/Lina.

 

giovedì 7 marzo 2024

Giovedì 7 marzo 2024: Non sempre le SINTONIE sono più efficaci delle DISTONIE (continua)...

Esplose la sua poesia, e la sua fama, nel mondo delle lettere alcuni anni dopo. E oggi è conosciuto e apprezzato poeta, scrittore e saggista non solo in Italia, ma anche all’estero.

Ed io, stando a contatto con il teologo Don Nicola nel mio paese d’origine e più tardi con il preside Cristanziano Serricchio, ho maturato negli anni la consapevolezza che abbiamo bisogno di “Maestri” anche quando abbiamo la presunzione o l’ingenuità, sia pure supportata da un talento naturale, di cavarcela da soli. In realtà, da adulta e abbondantemente inserita nel mondo scolastico, anche come preparatrice di candidati ai vari Concorsi per entrare di ruolo nella scuola, ho sempre pensato, e finalmente a giusta ragione, che abbiamo davvero tutti bisogno di Maestri per andare oltre nei vari nostri percorsi individuali del sapere. Non tutto si può apprendere da soli.

Bernardo di Chartres (filosofo francese, vissuto nella prima metà del XII secolo) soleva dire: “Siamo come nani sulle spalle dei giganti”. Interessante metafora con cui possiamo raffigurarci il bisogno di ricorrere a chi ne sa più di noi perché ha fatto esperienza del mondo prima di noi. Aforisma ripreso persino da Newton per dire che la cultura è una costruzione che parte da lontano per andare lontano grazie ai giganti della conoscenza che ci aiutano a vedere oltre le nostre individuali possibilità di scoprire e apprendere orizzonti sempre più ampi. Ed è conferma di tutto questo persino la mia straordinaria “performance” durante gli Esami di Stato per conseguire il Diploma Magistrale. Ecco la cronaca di quei giorni:

<Intanto, agli esami orali per la maturità, il professore esterno d’italiano, dopo aver letto quel tema-fiume con notevole interesse ma altrettanta diffidenza sulla sua autrice, mi aspettò al varco, mettendomi di fronte a tre antologie e ingiungendomi di scegliere almeno una tra le tante poesie più significative di alcuni autori della nostra Letteratura, dalle Origini al Novecento. Mi suggerì anche di inquadrarli nel periodo storico e nella corrente letteraria in cui la loro poetica era maturata. Io non scelsi. Aprii la prima antologia a caso e lessi la poesia che vi avevo trovato, mi divertii a commentarla, a modo mio, ad inquadrarla storicamente e culturalmente, riferendomi a quanto avevo leggiucchiato e orecchiato qua e là sul suo autore ed andai avanti per un bel pezzo, continuando a girare pagine e a parlare di poesie e di poeti e scrittori, giungendo così, come un fiume in piena, alla seconda e alla terza antologia.

Mi ispirasti tu? Sai quanto poco avessi studiato per gli esami, con la mia solita incoscienza (anche Lizia, venuta a sostenermi, si era detta scettica sul buon esito di quella difficile prova di maturità, date le enormi lacune che anche con lei, che mi interrogava, andavo riscontrando nelle mie conoscenze letterarie, filosofiche e soprattutto scientifiche…), ma avevo letto gli autori che amavo per conto mio, senza un programma, senza una regola, senza seguire un percorso storico-letterario.

Quella mattina, durante l’esame, avevo commentato a caso, attingendo dal mio intuito, dalle poche letture fatte a macchia di leopardo. Articoli di giornali, riviste, libri di poeti e scrittori: un po’ di biografia, qualche aneddoto simpatico attinto da spigolature varie più per curiosità e diletto che come studio sistematico e scolastico. Sentivo la tua presenza al mio fianco. Dentro di me. Quella di zio Padre Leonardo con la sua “sterminata” cultura che sicuramente, grazie alle nostre sporadiche ma intense chiacchierate, mi era venuta in soccorso. Quando il professore mi bloccò, mi accorsi dell’ora tarda e del silenzio nell’aula d’esame. Tutti i professori della Commissione si erano fermati ad ascoltare. Mi sorpresi. Mi meravigliai. Non riuscii subito a decifrare quella insolita situazione. Avevo fatto bene? Avevo detto corbellerie? Gli esami di terza media mi avevano insegnato a frenare gli entusiasmi: nel primo caso, erano mancati gli applausi; nel secondo, il biasimo. Quando raggiunsi Primo, Lizia e Anna Maria, che erano in mezzo al pubblico dei familiari, vidi anche te tra loro. Anche se tu eri a oltre cento chilometri di distanza. Tutti e quattro mi guardaste esterrefatti senza pronunciare parola. Le avevo consumate tutte io. Furono loro tre a dirmi che “li avevo stesi”. E tu mi sorridesti fiero e soddisfatto. La tua “pecora zoppa”, almeno per quella mattinata, aveva raddrizzato il passo percorrendo il sentiero giusto. Quasi una via maestra.

Purtroppo, due giorni dopo, m’inabissai in quel buco nero che era per me la matematica, e mi trascinai nell’abisso scienze e storia dell’arte e a nulla valsero i calci negli stinchi della professoressa delle due prime discipline, membro interno, per tutte le cavolate che potetti sparare. Praticamente, detti i numeri invece di dimostrarli. Anche tu ti vergognasti di farmi da assistente. Non è, poi, riferibile ai benpensanti il maldestro e neppure tanto intelligente (ma ingegnoso, a mio parere!) marchingegno da me messo in atto per l’esame di storia dell’arte:

mi era giunta voce che l’esaminatrice fosse un’anziana professoressa piuttosto sorda e distratta. Ciò mi fece sentire autorizzata a scrivere l’indice di tutti i capitoli con le pagine di riferimento dietro la copertina del libro, che mi affrettai a coprire per il mio stupido intento con una sovraccopertina trasparente. All’inizio l’esame andò benissimo: ad ogni domanda io davo un’occhiata alla pagina in cui avrei trovato l’argomento, aprivo il libro e tranquillamente sintetizzavo la risposta mentre la professoressa sonnecchiava. Poi, però, portarono il caffè e… i suoi occhi ben desti scoprirono l’inganno e con fare aspro mi intimò di lasciar perdere e di andare alla lavagna per copiare un disegno. Si trattava di una donna in primo piano con un’anfora tra le mani. Non mi riuscì assolutamente di contenere l’intero braccio destro nei limiti della lavagna e così anche gran parte dell’anfora. La prof. ebbe un moto di stizza, non seppe trattenere un urlo belluino per invitarmi ad andare via. Obbedii a testa china, vergognandomi soprattutto perché sentivo dentro di me il tuo sguardo di amara disapprovazione, e ti scorsi in fondo all’aula e mi parve di sentirti mormorare sconsolato: ‘Chi gabba Gabba non gabba Gabba ma gabba chi gabba Gabba’.

Sì, io avevo commesso un grave errore di presunzione, sottovalutando l’esaminatrice e raggirandola nella maniera più sleale possibile. Il tuo bilancino pendeva tutto dalla parte della mia colpevolezza. Se fossi stato davvero presente ti saresti mortificato, mi avresti severamente rimproverata con lo sguardo ed io sarei davvero morta di vergogna.

Creai nella Commissione “un vero caso di coscienza”, come ebbe a dire il preside a babbo alcuni giorni dopo. Alla fine fui promossa con ottimi voti in italiano e nelle materie umanistiche e con appena la sufficienza in tutte le altre. Dovette piegarsi anche la inviperita professoressa da me raggirata. Il preside confidò a babbo che la Commissione d’esame aveva dovuto “tappare tre grosse falle”, con addirittura un 2 in Storia dell’Arte, ma nessuno si era sentito in cuore di rimandare un’alunna che aveva scritto un tema che era un saggio di critica letteraria e aveva sostenuto in italiano un esame orale brillante, facendo simultaneamente agganci con la storia, la geografia, la filosofia, la psicologia, ecc. ecc.

(“Per riuscire a farsi strada nella vita ci vogliono Testa, Testone e un Diavolone. La testa è la tua intelligenza, il testone è l’intelligenza chi ti giudica, e il diavolone è la potenza di chi deve raccomandarti a chi ti deve giudicare oppure semplicemente la fortuna”, avevi continuato a ripetermi tu dopo gli esami di terza media perché avevi sentito che senza raccomandazione non si andava da nessuna parte. Lizia aveva smentito quella diceria, io invece l’avevo convalidata all’incontrario: “non c’erano state per me raccomandazioni” e neppure “un colpo di fortuna”. Volevi difendermi. Difendere l’indifendibile. Sapevamo entrambi che ero stata rimandata perché avevo ignorato libri ed esami. E che aborrivamo in famiglia qualsiasi tipo di raccomandazione. Ora, dovesti ricrederti: avevo superato gli esami di maturità solo con Testa e Testone perché Diavolone fu sempre e comunque la mia testa, con la mia incoscienza certo, ma anche con la mia innata capacità di leggere criticamente i versi di qualsiasi autore. Era un dato di fatto inconfutabile. Un dono piovutomi dal cielo. Un dono di cui non avevo e non ho alcun merito. Non una faticosa conquista, dunque, ma uno squarcio d’azzurro e un brulichio di stelle e di onde e di corolle fiorite nella mia testa. Al posto delle vecchie formiche, mosche e cicale.  Al posto dei miei ingarbugliati pensieri tra le nuvole. Persino a mia insaputa).

Poggiai il mio piede nel vento

E questo mi sostenne

(Hilde Domin, Solo una rosa a sostegno, Fischer-Verlag, Frankfurt 1987, trad. it. Vito Di Chio, nel suo profondissimo e dettagliato libro/saggio Bisogno di Maestri, purtroppo non ricordo più la Casa editrice e l’anno di pubblicazione e non ho in questo momento il libro a portata di mano). Riconquistai l’autostima perduta, nonostante la mia incredulità. (non mollare mai non mollare anche quando tutto sembra andare a rotoli non mollare tutto passa e tutto resta, resta quello che sei passa quello che gli altri pensano di te che non sarà mai quello che realmente sei, neanche tu sai realmente quello che sei, ma non mollare mai non perdere mai la fiducia in te stessa non perderla di nuovo… la mancanza di amor proprio ti blocca e ti fa perdere la capacità di scegliere, di osare, di andare avanti…). Mi dissi. E mi convinsi che meglio di così non avrei potuto fare. E probabilmente era vero. Vissi, infatti, il mio momento di gloria e di celebrità. Fui invitata a turno dai miei docenti a fare quattro chiacchiere con loro sugli studi da intraprendere dopo il diploma. Non ne avevo idea. Non avevo mai messo in conto di frequentare l’Università. Non m’interessava. Non avrei mai voluto insegnare. Non avevo ambizioni di sorta. Mi piaceva scrivere e basta. Solo scrivere e magari raccontare… Ma ero costantemente pungolata da alcuni professori (non soltanto della mia classe e della mia scuola), con i quali, d’estate, avevo la dis-avventura di incontrarmi al mare. Ormai si era a fine luglio e, sotto l’ombrellone, al “Lido Tricarico”, si parlava purtroppo di università e di indirizzi da prendere in considerazione: letterario, filosofico o psicologico, dato che avevo dimostrato del talento, dicevano, per la scrittura e per i fondamentali problemi dell’uomo e della sua psiche. Fui anche spesso invitata dal mio professore di filosofia a “discettare” sui vari filosofi contemporanei che non avevamo potuto studiare a scuola. Si divertiva con me ad aprire ampie conversazioni su Nietzsche perché trovava interessanti le mie disquisizioni, dettate più dalla mia irruenza e incompetenza che dalle teorie codificate nei libri di critica di quegli ultimi anni e che io ignoravo del tutto. Curioso come un gatto, si divertiva a farmi domande, aspettando con malcelato interesse le mie risposte, che accoglieva con una faccia compunta e assorta, ma trapuntata di sorpresa e dubbi e punti interrogativi. Si divertiva. E mi divertivo anch’io a guardare le facce che faceva nell’attento ascolto delle mie balordaggini. Anche lui mi sollecitava a non abbandonare gli studi. E non li abbandonai. Grazie non agli interventi del preside o dei vari professori, ma solo grazie a Primo che aveva deciso di iscriversi alla Facoltà di Lingue nel nostro capoluogo ed io volevo stare con lui. Solo per amore, dunque. Ancora una volta, solo per amore! Non degli studi, di cui non m’importava un bel niente, ma del mio amore, di cui non avrei sopportato la lontananza.

Dammi la tua mano…

Vedi?

Adesso tutto pesa la metà…

(Leo Delibes)

… La cosa più bella del nostro amore

è che esso cammina sull’acqua

e non affonda.

(Nizar Qabbani)

E mi fermo qui. Avete scritto o reperito qualche bel testo (in prosa o in poesia) per domani 8 marzo? Io vado a cercarlo sulla vostra pagina FB. Grazie. Angela/Lina

  

mercoledì 6 marzo 2024

Mercoledì 6 marzo 2024: Non sempre le SINTONIE sono più efficaci delle DISTONIE (continua)...

Babbo, da alcuni anni maresciallo maggiore, appena giunti nel nuovo paese, mi disse che la pacchia era finita, che ero la figlia del comandante della stazione dei carabinieri e dovevo comportarmi di conseguenza. Niente amicizie, niente passeggiate, niente ribellioni a qualsiasi adulto, a qualsiasi autorità. Solo doveri: aiutare mamma in casa, e studiare per andare bene a scuola perché lui non dovesse vergognarsi dello scarso rendimento di sua figlia con il preside e i professori. Pregò il segretario di iscrivermi alla classe femminile, ma per un casuale errore di segreteria fui destinata ad una classe mista, dove c’erano quattro sparuti ragazzi tra cui Primo. Anche lui reduce da vicissitudini personali di ribellione in un liceo scientifico, che aveva soffocato la sua creatività, e in esilio forzato come me. Fu così che, dopo essere stata per oltre un anno agli arresti domiciliari, in totale clausura e altrettanta disperazione, lasciai che il mio cuore si avventurasse nei pressi degli occhi teneri e ironici di Primo e vi mettesse radici. Era, tra i quattro, il più intelligente, il più bravo, il più sfrontato. Il bel tenebroso con fulminee battute al vetriolo e al miele. Il ragazzo brillante che persino i professori temevano per le sue risposte rapide e spesso irriverenti

(leone che io ti conosco so tutto di te ti posso rovinare quando voglio… professore anch’io so molte cose di lei e posso rovinarle la carriera e la vita più di quanto lei possa fare con me… che vuoi dire? maleducato!... quello che ho detto e anche lei sa benissimo a cosa mi riferisco… va bene leone come non detto facciamo finta di non conoscerci noi due…)

In realtà, nel nuovo paese incontrai una solitudine di caserma, grande, fredda, grigia, ma nella nuova scuola “che sapeva di mare” incontrai l’amore e la poesia. E fu subito magia. Ma fu anche l’incontro con un preside poeta a regalarmi il sogno di poter realizzare i miei sogni, nonostante le catene. Non passò molto tempo che, come erba tenera e papaveri in fiore, nello sconfinato prato della mia testa-cuore-anima, cominciai a coltivare il “pensiero unico”: il mio amore per quel ragazzo tanto diverso dagli altri, più basso di statura, ma dominante su tutti per genialità. E, fosse stato per me, non avrei scelto altro che lui, lui e soltanto lui. (…)

L’anno seguente ci fu anche la conclusione eroicomica del mio forzato esilio, con gli Esami di Stato, da me affrontati neghittosamente, e il fuoco d’artificio nelle materie umanistiche e gli inevitabili colpi a vuoto della mia impreparazione in tutte le altre materie, ma con risultati insperati e lusinghieri, dopo i primi due anni che, come avevo previsto, non furono niente affatto facili per me. Prima di partire avevo fatto un sogno molto strano: Ero in riva al mare. Stavo cominciando a sfidare le onde, quando una voce maschile mi fermava sollecitandomi a guardare il muro d’acqua altissimo che si ergeva davanti a me. “Basta un soffio di vento”, diceva la voce, “per fartelo crollare addosso e travolgerti”. Mi giravo di colpo e tentavo disperatamente di correre per raggiungere la riva e allontanarmi dalla spiaggia, ma non riuscivo a muovermi. Avevo le gambe inchiodate alle onde che mi sembravano di pietra. Alle spalle il muro grigiastro, minaccioso, terrificante. Ad un tratto, mi sentivo sollevare e strappare a quel mare solido e pesante come una roccia fino a lasciarmi sulla riva. “Ci sono qua io”, mi mormorava la voce, ancora la voce, in un sussurro. In quel frastuono d’acque e di vento non mi era stata chiara la voce di mio nonno, ma quelle parole mi riportarono a lui: era sicuramente lui ed era un avviso di pericolo. (Solo un anno fa, pubblicando una mia nuova raccolta di poesie, ho ricevuto in dono da una nota pittrice, nata dalle nostre parti ma famosa a livello internazionale, la possibilità di usare, come immagine di copertina, un suo dipinto meraviglioso, con una fanciulla piegata e assorta su un lembo di mare che somiglia a una pietra. Quella fanciulla e quel mare quasi solido mi hanno riportato alla mente le pietrificate onde di quel sogno lontano in un presagio di nuovi passi da sradicare da quelle rive perdute eppure desiderate).

Dopo quel sogno/incubo, partii con il timore di ripercorrere con babbo giorni difficili di incomprensioni e di paure e di attraversare vuoti di tempo di tenere complicità senza il mio adorato papà, e mi spaventava anche scoprire, in varie sequenze oniriche ricorrenti, di avere le gambe spezzate che mi impedivano di camminare (spəzzàtə də gàmmə appìrsə a mè… con le gambe spezzate accanto a me… nel ricorrente anatema tutto bitontino, la voce della nonna a rincorrermi in un’angoscia senza fine…)

Il primo anno fu davvero avvilente. Niente amiche, niente passeggiate, niente sogni. Quando Lizia venne a trovarmi con i nonni a Natale, si rese conto che ero infelice. Uscimmo insieme e ci allontanammo verso il lungomare, dove singhiozzammo in due: io, per la mia prigionia; lei, per lo scoramento nel vedermi così provata.

Avrei trascorso quasi l’intero anno scolastico in quella solitudine, se non avessi avuto una crisi di nervi una sera in cui sapevo che i miei compagni di classe si sarebbero incontrati per andare a ballare. Ero stanca anche perché nell’ultimo mese mamma non era stata bene, avendo avuto per la prima volta i prodromi della menopausa con mestruazioni così abbondanti e prolungate nel tempo da indebolirla molto, per cui mi ero dovuta sostituire a lei nella cura dei più piccoli e della casa.  Non avevamo più la cameriera perché ora le ragazzine, come già evidenziato per il Salento, quasi dappertutto nel nostro lento Sud, piuttosto che “andare a servizio”, preferivano il lavoro di operaie nei diversi stabilimenti di conserve, abbigliamento, articoli per la casa, che stavano fiorendo come funghi dopo la prolungata pioggia.

Cominciai a piangere, a battere la testa contro il muro e ad accusare mamma di non aver contrastato minimamente suo marito nel Diktat di non farmi uscire oltre le ore di scuola.

L’accusai di lamentarsi sempre e di non darmi così neppure la possibilità, durante le vacanze di Pasqua, di tornare nella casa del gelso e delle rose, per respirare aria d’amore e di libertà.

L’accusai di essere ormai la mia carceriera e la mia nemica.

L’accusai di essere debole, senza spina dorsale, di accontentare sempre e comunque suo marito.

L’accusai di non conoscermi affatto e di non capirmi minimamente altrimenti si sarebbe opposta a farmi frequentare l’Istituto Magistrale; si sarebbe opposta a mandarmi dalle suore; si sarebbe opposta a farmi tornare con loro strappandomi ai nonni, alle mie amiche, ai miei amici, a tutte le cose care che ora mi mancavano.

L’accusai di non tenerci affatto alla mia felicità.

L’accusai di essere insensibile e di pensare solo a sé stessa.

L’accusai.

Non capirsi è terribile -

Non capirsi e abbracciarsi,

benché sembri strano,

è altrettanto terribile

capirsi totalmente.

In un modo o nell’altro ci feriamo.

Ed io, precocemente illuminato,

la tenera tua anima non voglio

mortificare con l’incomprensione,

né con la comprensione uccidere.

(Evgenij Evtusenko, “Non capirsi”,

Poesie d’amore, Newton Compton, Roma 1986, trad. it. E. Pascucci)

Mamma si spaventò di fronte alla mia veemenza, alle mie lacrime e alle mie accuse. Si affacciò al balcone per cercare lungo il corso che serpeggiava ai nostri piedi qualche mia compagna di classe con cui farmi uscire e la sentii veramente disperata quanto me o forse anche di più. Le gridai dietro senza provare rimorso: “Cosa fai? Lo vuoi capire che non ho amiche io? Che mi avete spezzato le ali e condannato alla solitudine?”. Pallidissima e distrutta, nonostante non stesse per niente bene, mamma si vestì e mi costrinse ad uscire con lei, pregando Anna Maria di badare agli altri. Lungo il corso non scambiammo neppure una parola né eravamo in grado di farlo né di vedere la gente che ci sfiorava, chiuse come eravamo nel nostro comune e individuale dolore. Ce ne tornammo a casa. Anche mamma scoppiò in lacrime e per la prima volta si rese conto della mia infelicità. Io della sua. Mi sentii un verme. Ci riconciliammo con un abbraccio intriso di pianto. Sentendoci ferite entrambe ed entrambe assolte. (Avrei rivissuto anch’io quelle terribili accuse di incomprensioni molto più tardi con le mie giovani figlie, ritornando indietro nel tempo e rivivendo le inevitabili tensioni che anche in un rapporto di amore oblativo si sedimentano ed esplodono, incapaci come siamo di farci carico delle motivazioni e delle reazioni delle persone più care, che avvertono maggiormente le ferite dell’incomprensione e delle attese disattese. Con i maschi tutto questo perlopiù non avviene perché raramente hanno la capacità tutta femminile della introspezione, di viaggiare dentro di sé e nella psiche degli altri, fosse pure della madre. E, per fortuna, con il figlio certe lacerazioni difficilmente accadono. Ci sono magari chiusure, distacchi, ma non devastanti squarci e strappi feroci nella delicata seta dei percorsi dell’anima femminile. Tu forse hai sempre ignorato questa pagina infelice della mia storia con mamma e della mia storia con le mie figlie. Sono pagine che non si vorrebbero mai scrivere, ma la vita è crudele anche nei rapporti più profondi e veri. Anzi, proprio in quelli. Perché ci toccano più da vicino e ci fanno più male. Ma poi, per fortuna, si ricompongono. Bastano uno sguardo, un sorriso, due braccia ad accoglierci con amore).

Da quel giorno della mia ribellione, comunque, mamma ottenne da babbo il permesso che sarei potuta andare al cinema non soltanto con loro ma anche con Anna Maria, che da quel momento in poi divenne la mia ombra. E in classe c’era anche Primo che mi faceva ridere. Cominciò, pian piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose (strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato contrastato fin dal suo nascere, e se non fosse stato per il nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato dal mare. A scuola il preside, che era anche un poeta ed era un capo d’Istituto giovane e abbastanza severo, aveva atteggiamenti di grande comprensione verso il mondo dei giovani.

Intanto, insieme a un gruppetto di altri arditi come noi, rivoluzionammo la classe, cominciando anche a scrivere un giornalino scolastico, dove proprio noi due ci assegnammo il compito di redigere le pagine più importanti: la critica letteraria e di costume, la poesia dei grandi e le nostre poesie, i racconti degli autori famosi e i nostri racconti, le parodie. Ma il nostro “diario di bordo” finì miseramente i suoi giorni, strangolato dalla mia presunzione, superficialità e ingenuità. Scrivevo parodie irriverenti sui nostri professori e quasi tutti gli “attaccati” ridevano di buon grado soprattutto quando si trattava dei miei strali contro i colleghi. E tutti mi dettero il loro consenso quando criticai una professoressa in modo feroce da farle prendere un colpo alla lettura dei versi incriminati che la riguardavano. Svenne e dovettero ricoverarla in ospedale. Successe il finimondo in tutta la scuola. Venne fuori il mio nome. Fui chiamata dal preside che si disse costretto a “buttare a mare” il nostro giornalino perché “rischiavamo il naufragio” per mancanza di maturità e giudizio. Io, rammaricata e piena di rimorsi, mi assunsi ogni responsabilità e promisi a me stessa che mai più avrei usato le parole per ferire qualcuno. E, ancor di più sentii valida dentro di me quella promessa quando, molti anni più tardi, seppi della morte per infarto della professoressa così tanto provata dai miei incoscienti versi a lei rivolti. Ancora oggi mantengo quella lontana ma salutare regola di comunicazione verso gli altri. (Mai usare la parola come spada. Può davvero uccidere! Ma quanti se ne rendono conto, oggi, in questa nostra società violenta, volgare, respingente?). Le mie dis-avventure scolastiche nascevano dalla mia natura ribelle, ma anche paradossalmente da una buona dose di ingenuità. Ma poi, in qualche modo, ho imparato ad essere più accorta e cauta. E così, anche oggi, piuttosto che rischiare, taccio. Allora, eravamo in due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in qualche modo, incompatibili.

Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio il preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci aspettavamo, ci sorrise chiedendoci: “È una cosa seria?”. Intuii allora la tenerezza del suo cuore. Sì, un poeta che aveva sposato una donna più anziana di lui, amandola più della sua stessa poesia. Scoprii tutto questo alcuni mesi dopo quando, agli Esami di Stato, seppe che avevo scritto un tema di quattro fogli di protocollo fittissimi (suscitando l’allarmata perplessità della Commissione) sui versi de “La signora Lalla” di Marino Moretti

(“Quando l’anima è stanca e troppo sola/ e il cuore non basta a farle compagnia/ si tornerebbe discoli per via,/ si tornerebbe scolaretti a scuola.// Ma sì prendiamo la cartella scura,/ il calamaio in forma di barchetta,/ i pennini, la gomma e la cannetta,/ e la storia sacra e il libro di lettura…). Se ne fece un gran parlare dentro e fuori la scuola. Lui mi chiamò in presidenza e mi disse che, se avessi avuto bisogno di approfondire altri autori non contemplati nel programma d’esame, mi avrebbe prestato volentieri alcuni suoi libri perché li leggessi durante l’estate per scoprire la ricchezza della letteratura contemporanea che la scuola purtroppo ancora ignorava. Non li avrei neppure aperti, ne ero sicura, presa com’ero dalle magiche scoperte dell’amore e dalla mia perseverante scarsa voglia di studiare persino per gli imminenti esami orali, ma accettai ugualmente la sua proposta, curiosa di vedere la sua casa e di conoscere sua moglie ed eventuali figli. In realtà, poi quei libri li divorai perché mi dischiusero orizzonti più ampi di poesia che ignoravo. Andai con Primo a casa sua in una stradina che dal corso portava al mare, Arco Boccolicchio, oggi famosa proprio per alcuni suoi bellissimi rammemoranti versi. Fu allora che ci presentò sua moglie e ci parlò di lei con parole molto tenere. Rimasi incantata. Non parlò affatto delle sue poesie. Come se volesse fermare il tempo su di lei. E rimanere in secondo piano. Lui, annullato in lei. Andammo altre volte a casa sua, invitati anche dalla signora Delia, sempre molto accogliente e affabile. A due passi, il rumore del mare fu dolcissima o impetuosa musica di sottofondo alle nostre vivaci e sorridenti chiacchierate. Siamo stati fortunati io e Primo ad averlo frequentato per un paio d’anni, ma non ci venne mai in mente di chiedere dei suoi versi o di fargli leggere i nostri. Era, tra l’altro, uno studioso della cultura dauna e della identità etnica di un popolo sempre dimidiato tra l’attaccamento alla terra e alla civiltà occidentale e la libertà del mare verso l’Oriente magico, mitico e fantastico. Con Federico II e re Manfredi a sintetizzare perfettamente questi due mondi. Molti suoi saggi lo attestano. Allora, però, era solo il nostro preside con un’apertura culturale e mentale diversa da quella degli altri dirigenti scolastici.

E anche per oggi mi fermo qui. A domani forse o a dopodomani. Intanto, se avete testi in prosa o in poesia sui diritti della Donna scriveteli su FB o Messenger perché io possa recuperarli per tempo. Grazie. Angela/Lina

lunedì 4 marzo 2024

Lunedì 4 marzo 2024: Ma siamo sicuri che le SINTONIE siano più efficaci delle DISTONIE? (continua)...

E riprendo a raccontare gli anni delle mie ribellioni distoniche che fecero da collante tra quella che ero agli albori della mia prima giovinezza e quella che via via sono diventata nel tempo fino ai nostri giorni. E mi assalgono i ricordi che si venano inevitabilmente di nostalgia: <La favola sempre attesa e mai finita che il nonno raccontava nelle sere colme di stelle e d’ingenuità? La risata lunga e soffocata di mia nonna sospesa, sempre, all’eco dello stupore che il suo vecchio le dava col suo cuore di ragazzo. Il cortile, le rose i gatti i sogni? Non un filo, dunque, una trama labirintica di percorsi a riportarmi alle radici. La mia terra d’ulivi e di preghiere. (Lina, su svegliati, si va in campagna, ti porto a vedere le olive, sono grosse così…, questa è un’annata buona. Sul carro gli occhi addormentati hanno rami d’ulivi nel groviglio del cielo dell’alba. Fantastico storie di lune e di licantropi. Rabbrividisco. La paura ha il sapore dell’avventura. Gli ulivi sono fantasmi di contadini piegati dalla fatica. Corpi nodosi di dolore. Un sottile piacere d’essere viva tra gli alberi stempera la paura. Mi rassicura la favola lunga del nonno «sette scarpe di ferro ho consumato. . . »). Sento i piedi gonfi per la notte trascorsa in treno. Aggiusto il tiro: «Sette paia di scarpe ho consumato / di tutto ferro per te ritrovare». Ma questo l’ho imparato a scuola. La voce del nonno si fa fioca e lontana, si mescola alla voce della professoressa che recita Carducci e la favola finisce. Mi piacciono gli errori del mio vecchio, non la perfezione della scuola. Amo i miei nonni visceralmente: sono vissuta con loro fino alla prima giovinezza. (Abbasso la scuola: - Questa ragazza spreca la sua intelligenza. Non ha un briciolo di volontà e sì che potrebbe fare molto, potrebbe essere la prima della classe.  - Perché, figlia mia, non studi? Cosa dobbiamo dire a tuo padre?  Vedi tua sorella? Non ci dà preoccupazioni, anzi! E tu? Se riuscirai a prenderti un pezzo di carta, dovrai dire grazie a tua nonna…)>. 

La società era in rapido movimento. Tutto veniva cambiato, rinnovato, scoperto. Sostituito. Senza rimpianti, ma con una energia nuova e quasi frenetica per lasciare il passato al passato. La scuola, perno fondamentale di questo cambiamento, divenne “di massa” e subito si verificò la “mortalità scolastica” dei più diseredati che non conoscevano una sola parola di italiano e in classe si parlava solo quello. Ben presto divennero “stranieri in patria”, come li definì don Lorenzo Milani che comprese il loro dramma di perenni bocciati e si premurò di insegnargli soprattutto la lingua, “passaporto” per ogni altro apprendimento. Ma, alla buona volontà di pochi si oppose la rigidità di molti insegnanti che pretendevano di insegnare ancora alla vecchia maniera e di bocciare chi non seguiva il programma ministeriale, valido da Nord a Sud per le amorfe scolaresche e comunità scolastiche in cui il singolo si perdeva completamente nella indistinta scolaresca o classe. Fino al Sessantotto, che spazzò via ogni tradizionalismo e inaugurò il “sei politico” per tutti, dalla scuola dell’obbligo all’università. E fu così che paradossalmente la scuola di massa non elevò i diseredati ad una cultura superiore, ma livellò verso il basso l’istruzione con le conseguenze di un analfabetismo culturale che ancora oggi ci fa pagare il prezzo di certe scelte avventate e solo apparentemente più democratiche. La democrazia aveva ancora un lungo cammino da percorrere in salita. E non bastò neppure inserire e poi integrare i portatori di handicap nelle classi normali e nelle scuole di ogni ordine e grado.

<Tu sospiravi e sostenevi che stavano meglio prima gli scemi e gli storpiati a cui l’intero paese voleva bene e che accettava così come erano senza che venissero umiliati perché non capivano e non imparavano.  Si sapeva che non capivano e basta. “Come il ciuccio che non può diventare cavallo”… (E, infatti, mio caro papà, ancora oggi si combatte una dura battaglia per far rispettare nella scuola e nella società i loro diritti faticosamente conquistati: gli insegnanti di sostegno devono armarsi di coraggio per rimanere in classe con tutti gli alunni e allievi da coinvolgere in un processo di apprendimento che non esclude quelli che incontrano maggiori difficoltà nell’imparare e nel realizzarsi, perché devono scoprire innanzitutto come valorizzare le personali aree intellettive, motorie e sensoriali rimaste intatte. Ma è discorso molto lungo da affrontare, certamente non in questo libro). Non so perché mi attardo a parlarti di questi problemi, papà, ben sapendo che non facevano parte delle tue conoscenze dirette, ma ritengo che siano anche queste confidenze necessarie per raccontarti i passaggi epocali della mia vita e della società vissuti con te e dopo di te, in un processo di trasformazione individuale e collettiva non sempre vissuta come progresso ed evoluzione. E ora mi sembra persino più facile parlartene. Ora che tutto ti è chiaro e che potrei persino fare a meno della mediazione delle mie parole. Ma io, come te, non riesco proprio a liberarmi dalla necessità di raccontare. Come non dirti dei miei personali mutamenti, man mano che crescevo, dei miei interessi e delle mie passioni? Nel campo letterario, per esempio, da me quasi ignorato fino a qualche anno prima, presi piano piano coscienza dei nuovi gruppi di scrittori e poeti che, negli anni della mia adolescenza, andavano completando ciò che Marinetti e i futuristi avevano cominciato a smantellare nella nostra lingua e letteratura ai primi del secolo, rivoluzionando sempre più la tradizione, i vecchi schemi e costrutti linguistici. Ora c’erano le “neoavanguardie” con il Gruppo 63, nato proprio in quegli anni a Palermo. Quanto avveniva, poi, oltreoceano cominciò a sorprenderci e a scandalizzarci. Scoprimmo finalmente anche la Beat Generation. In Europa esplodeva la letteratura mittleuropea che coinvolgeva anche l’Italia e, in particolar modo quella del Nord. Nuovi fermenti culturali, perciò, cominciarono a catturarci, mentre anche il nostro paese di provincia si stava risvegliando piano piano grazie alla nuova generazione, più istruita e più colta di quella di voi nonni e dei nostri padri. Tu non seguivi questa rivoluzione culturale che ti vide estraneo anche se sempre appassionato di sapere. Le tue conoscenze si fermavano ai fatti di cronaca e ai dibattiti politici della DC e del PCI con uomini della statura di Alcide De Gasperi e Palmito Togliatti; ma anche degli altri partiti: Pietro Nenni (PSI) e Saragat (PSDI), Giorgio Almirante (MSI) e La Malfa (PRI) e Malagodi (PLI), di cui discutevi soprattutto con tuo nipote Pasquale, che era impegnato politicamente nella DC, filiazione del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, e via via capeggiata da De Gasperi, Moro, Andreotti, Fanfani, e tanti altri. (Tuo nipote, parecchi anni dopo, sarebbe diventato anche consigliere comunale o assessore, non ricordo bene e tu tenevi in grande considerazione il suo parere in fatto di politica. E, del resto, si trattava di grandi statisti, su cui ti piaceva confrontarti con gli uomini che frequentavano la nostra casa).  Le donne ignoravano completamente questa realtà così importante per il nostro Paese. La politica era un argomento o un impegno per soli uomini. A me, di tanto in tanto, quando mi capitava di orecchiare qualche dibattito fra i leader dei vari partiti, piaceva ascoltare Trombadori, Almirante e Malagodi non perché condividessi le loro idee, di cui neppure sapevo granché, ma perché erano dei grandi affabulatori. Mi incantavano, pur contestandoli in maniera acritica e superficiale. Trombadori e Malagodi pare fossero anche poeti. Era questo che mi intrigava. Ma i miei interessi, in quegli anni della mia adolescenza e prima giovinezza, nella nostra casa e anche altrove, furono larvatamente letterari, musicali, televisivi, cinematografici. Interessi, di cui raramente facevo parola con te, men che mai con la nonna perché non rientravano nella vostra quotidianità. Sempre più mi appassionai, alla mia maniera, frammentaria e superficiale, a scoprire nuovi modi di scrivere degli autori italiani e stranieri e mi accorsi che le neoavanguardie non mi emozionavano e gli sperimentalismi di quegli anni mi lasciavano indifferente, anche se mi piaceva molto giocare con le rime, le assonanze, le combinazioni di termini diversi che, però, dovevano sempre dare un senso alle storie o alle poesie lette e a quelle da me inventate e scritte. Io e Lizia facevamo ormai, anche in fatto di letture, scelte diverse. Lei preferiva i classici o la saggistica. Io mi avventuravo in terreni meno battuti. Entrambe, però, eravamo anche appassionate di musica lirica, che tu ci avevi insegnato ad apprezzare. E ci piaceva l’operetta, il teatro, il cinema. Conoscevamo a memoria molte opere di Verdi, Rossini, Puccini, Donizetti. I libretti di Francesco Maria Piave. Io cantavo molte arie de La Traviata, La Norma, Il Rigoletto, La Turandot, La Tosca, La Bohème, Madame Butterfly, L’elisir d’amore, e anche de La vedova allegra, Il paese dei campanelli, Salomè.  Ma gli acuti continuavo a strozzarli tutti in gola. Non sarei mai diventata un soprano>. 

Ora, però, sto divagando, mentre voglio fare nuovamente un salto indietro per rituffarmi con te nella foce a delta dei nostri anni Cinquanta, quando in quella casa di via Generale Montemar tutto aveva ancora sapore di antico con alcuni squarci di novità.

<Inevitabilmente, intanto, Lizia e io diventavamo sempre più due mondi paralleli con rari momenti d’incontro. Lei ormai aveva amici e amiche che frequentavano il Liceo; io quelli di sempre e le nuove compagne del Magistrale. Studi diversi. Interessi diversi. Passeggiate diverse. Ma più o meno stesse feste. Stessi film. Stessi libri di lettura che andavamo a comprare insieme da tempo immemorabile ormai nell’unica cartolibreria del paese, gestita da due persone note e particolari, forse fratelli o forse marito e moglie, non ricordo più: lui, leggermente claudicante, era sempre sorridente con noi e ci indicava le novità; lei, gioviale e attenta, ci riassumeva le trame dei romanzi che riteneva più avvincenti per invogliarci a comprarli. Era una vera libraia, come raramente oggi mi capita di incontrare. E noi spendevamo tutti i nostri averi in fumetti, libri e riviste e non mancavamo mai di comprare <Grand Hotel> per te e la nonna e <Sorrisi e Canzoni> per noi, per leggere i programmi da seguire per radio o televisione. In quella libreria “Garofalo” in via Mercanti eravamo di casa ormai ed eravamo sempre accolte con grandi sorrisi in un’atmosfera di quasi familiare complicità. (Mi è dispiaciuto tanto, molti anni dopo, scontrarmi con la sua porta chiusa “sormontata” ancora dall’irriducibile insegna “CARTOLIBRERIA”. Altro tassello della mia adolescenza e prima giovinezza che si è sgretolato sotto il maglio del tempo). Allora, però, giunse presto anche il tempo di andare in esilio, sotto la stretta sorveglianza di babbo che da buon militare dettò subito le regole di caserma. E la caserma si trasformò immediatamente in galera, nonostante la mia buona volontà di evitare punizioni. Ma non era questione di reati e di pene. Era questione di princìpi. Ero una reclusa e basta. Con permesso di ore di aria da trascorrere esclusivamente a scuola. Passai così dalla libertà del tuo cortile alla prigione di un paese che aveva una tenerezza d’azzurro e di grano dorato tra la culla del suo sconfinato mare e la preghiera in verticale di quei monti, che sapevano di miracoli.

Accadde il 1958 che io andassi via con babbo e mamma per continuare gli studi in una scuola statale. Ma prima avrei vissuto quel 1956, che fu per me un anno magico e triste per via di quegli esami di terza media così devastanti per il mio ego e per i romantici primi batticuori, in quell’anno di neve e di fiaba. (…). Anno dei primi televisori in bella mostra lungo il corso cittadino e del mio stupore nel vederli accesi su grandi prati e sparute pecorelle a brucare l’erba. Meraviglia delle meraviglie! Anno che mi vide iscritta, mio malgrado, dalle suore per frequentare l’lstituto Magistrale dopo quella deludente, e per molti aspetti feroce, prova degli esami di passaggio alla scuola superiore. “Sì sciótə a fərnèscə arrèjtə chə chìrə càpə də pézzə fìgghia mè…”) (“Sei di nuovo tornata a frequentare un convento di suore figlia mia…”). In apparenza, non me la presi più di tanto per la scelta non mia. Non amavo studiare e questo era un dato di fatto. In realtà, non ero contenta della scuola che sarei stata costretta a frequentare soprattutto perché retta dalle suore e naturalmente tutta al femminile. In compenso, noi sfilavamo, ogni giorno, come fiume in piena fra argini di ragazzi che venivano a scortarci, dimentichi delle loro compagne di classe, più vicine e, perciò, più abbordabili e meno appetibili. Si sa, “l’erba del vicino è sempre più verde!”. Nell’Istituto Magistrale, ubicato in un convento di suore, appunto, conobbi una nuova realtà e nuovi insegnanti, quasi tutti giovani. La preside era anche la chiacchierata superiora del convento. Alcune suore novizie frequentavano la scuola con noi nelle stesse classi. Io continuai, per dispetto e disaffezione, a non studiare, a non mettere gli occhiali, a litigare con il professore di matematica, a prendere buoni voti solo in italiano, a scrivere poesie e racconti, a leggere i miei autori preferiti, ad innamorarmi di trapezisti e giocolieri, a seguire Sanremo ora anche per televisione, i programmi a quiz, gli sceneggiati, i varietà, i film d’amore, le mille chiacchiere con le amiche, le fanfaronate con gli amici. A cantare. Tu, alcune volte, quando litigavo con la nonna e subito dopo mi mettevo a cantare a squarciagola, dicevi ridendo: “l’uccellino di gabbia non canta per amore canta per rabbia”. Furono due anni di tira a campare, senza lode né infamia. Bene nelle materie umanistiche, male in quelle scientifiche. Litigi col professore di matematica che ci ripeteva che nessuno di noi era in gamba come i suoi figli, che erano bravissimi a scuola perché intelligentissimi e studiosi. Ed io rintuzzavo dentro di me la battuta ricorrente a quei tempi: “Sai qual è il colmo per un professore di matematica? Avere un animo retto, un cervello acuto e un figlio ottuso”. Mio malgrado, neanche quella soddisfazione mi potevo prendere. I suoi figli erano, del resto, veramente bravi! E oggi un suo nipote è diventato mio nipote acquisito. Bravissimo ragazzo pure lui. Il mondo è piccolo e tutto può accadere nella vita. Mai dire mai. Banalmente, ma dobbiamo arrenderci a questa evidenza. Oggi più che mai nel nostro “villaggio globale”. E, così, furono altri due anni di studio zero. Amiche tante. Tantissima superficialità. Sogni sogni sogni. Perlopiù ad occhi aperti. (…). Tu e la nonna eravate ora seriamente preoccupati. Sempre più preoccupati. Sentivate la responsabilità di una ragazzina esuberante e ribelle che mal si adattava alla disciplina scolastica, alle regole della famiglia, alle convenzioni sociali. La casa in via Generale Montemar fu così la mia allegria e la mia dannazione. Era, come tu eri solito dire, “la casa del buon Gesù, chi entra non esce più”. Lo dicevi con un pizzico di compiacimento. La saracinesca sempre aperta permetteva a chiunque di entrare nel cortile per fare quattro chiacchiere con la nonna e spesso capitava che si parlasse di me: - della mia scarsa voglia di studiare (nàn vòulə fəcàzzə!...)  (non ha amore per lo studio!) (Traduzione in dialetto di quanto i professori, nei rarissimi incontri di fine trimestre con babbo, gli dicevano: “intelligente, ma svogliata. Potrebbe fare molto di più ma non ne vuole sapere). - delle mie impennate contro i loro pettegolezzi (non m’importa un tubo di ciò che dice la gente… chi è la gente? si preoccupa di sapere come sto la gente? se sono viva o morta, se ho bisogno di qualcosa, se mi manca mia madre?) (…). La nonna ascoltava ascoltava ascoltava sempre più cupa in volto con la voglia di farmi passare la voglia di commettere tante imprudenze, in un paese che aveva cento occhi e mille bocche, a suon di bastonate con il manico della scopa, con cui mi rincorreva senza prendermi mai. Tu t’innervosivi nell’ascoltare quei pettegolezzi senza fondamento e canzonavi le maldicenti con il solito ritornello che le metteva alla berlina e che loro ignoravano perché non avevano l’acume necessario per capire che ne erano le destinatarie (e sémbə da càpə e nu pəgghiàmə e sémbə da càpə e nu pəgghiàmə…) (e continuiamo a ripetere sempre la stessa cosa…).

Anch’io, però, ero stanca di tante inutili dicerie, di tanta ottusa e ipocrita maldicenza, di quel perbenismo bigotto che mi stava sempre più stretto, facendomi allontanare anche dalla chiesa e dalle “bizzoche” che la frequentavano. Le chiamavo ironicamente “le pie donne” e mi stavano cordialmente “sulla bocca del piloro”. Anche se, per alcune (la signorina Lucia R., laureata in Lettere e Presidente dell’Azione Cattolica, elegante, delicata, moderatamente severa, ma anche sorridente, con la sorella più giovane, Pasqualina, cara amica di Lizia e poi anche mia; la sua aiutante e amica Nina P., colta, ironica, divertente, poi diventata zia acquisita di Raffaella, mia figlia; le tre affettuose e dolci sorelle M., la più giovane delle quali, Damiana, morì giovanissima di diabete, se non ricordo male) nutrivo ammirazione e affetto. Erano più aperte e vicine a noi adolescenti. Fiorivo alla vita nella maniera più candida possibile, farfalla luminosa con ali di gioia e di spensieratezza, che altri volevano tarparmi a tutti i costi con i macigni delle loro maligne supposizioni. Io non ci stavo a farmi seppellire dalle loro pietre. Ero già frantumata dentro per l’esito degli esami che aveva distrutto ogni mia sicurezza e velleità, e il mio fiducioso abbandono alla tua comprensione. Rimanevo, perciò, nonostante la mia incoscienza, turbata e ferita. (…). Poi, dopo quell’ultima estate nel Salento, trascorsa come sempre con mamma e babbo e i piccoli, partii nuovamente con loro in esilio. Avevano deciso che avrei frequentato la scuola statale nella nuova residenza di babbo. Mancavano solo due anni al diploma. Un nuovo feroce strappo. Una nuova separazione. Da te. Dalla nonna. Da Lizia ormai prossima ad iscriversi all’Università, alla Facoltà di Lettere classiche. Dal mio cortile. Dai miei amici. Dai miei animali. Dal mio gelso. Dalle mie rose. Dal mio pianoforte. Dai miei libri e quaderni che intenzionalmente non portai con me.  Dal paterno teologo, il saggio e colto sacerdote Don Nicola…. Dal mio paese che amavo e dalla gente che sentivo ancora legata a schemi tradizionali e asfittici della loro esistenza faticosa e buia. La mia gente, in buona parte, senza una luce nello sguardo a illuminarsi di cielo. Tutto mi sembrava mio e tutto in realtà non mi apparteneva. Io stessa non appartenevo più a me stessa. Erano sempre gli altri a decidere per me. Studi, dimore, paesi. Senza deleghe. Tutti credevano di pensare con la mia testa e si arrogavano il diritto di scegliere per me. Solo tu, tuo malgrado, ti arrendevi, inevitabilmente dispiaciuto, alla sacrosanta autorità genitoriale. (oggi, invece, sono io a delegare sempre perché non ho imparato mai a gestirmi da sola… ma anche questa è un’altra storia tutta da approfondire. La maggior parte della nostra vita rimane in sospensione di giudizio…)

Andai via senza una lacrima. Tu mi abbracciasti con occhi di pianto. Nonna. Lizia.

Gli amici mi accompagnarono in città col treno per prendere la corriera che mi avrebbe portato a destinazione. E lì, rincantucciata sul sedile accanto al finestrino senza neppure vedere campi e alberi e tratti di mare, che mi sfuggivano senza tregua, finalmente piansi. E quel pianto non si risolse in canto, come spesso mi accadeva. 

La caduta

               il tonfo

lacerato deserto

              il cuore

Conchiglia vuota

l’anima fossile

         cade

a spegnersi

tra fondali sabbiosi.

            Era spuma di mare  

(“frammento”, Il pozzo della luna, Carello Editore, Catanzaro 1993)>     

E anche per oggi va bene così. Alla prossima, sperando che non ci siano ripetizioni in tanto mio raccontarmi, recuperando a piene mani dai due libri Le piogge e i ciliegi i miei ricordi… a presto. Angela o Lina che dir si voglia.