sabato 27 ottobre 2018

"Il secondo romanzo di Angela De Leo": analitica e colta relazione di Marco I. de Santis


Le piogge e i ciliegi di Angela De Leo (Secop, Corato 2018), come recita il sottotitolo, è La storia di un uomo straordinario, quella del nonno materno dell’autrice. Si tratta del suo secondo romanzo, anzi un «quasi romanzo», come si legge nell’introduzione. Perché «quasi romanzo»? Perché si tratta di un romanzo atipico, un romanzo di formazione sui generis, un romanzo-fiume in prima persona, un centone di retrospezioni, immagini, riflessioni e ricordi autobiografici, la cui matassa storica, che va dalla seconda guerra mondiale inoltrata al cosiddetto “boom economico” italiano, non viene dipanata in maniera lineare, ma districata a volte andando all’indietro e a volte muovendo in avanti.
In questo andirivieni memoriale affidato a un montaggio rapsodico, domina il dialogo a distanza col nonno materno, collocato in «un Altrove» ultraterreno, dialogo che in realtà è piuttosto monologo interiore, autoracconto. A cosa è dovuto il titolo Le piogge e i ciliegi? Le piogge si riferiscono al piacere condiviso da nonno e nipotina nel contemplare l’avvicendarsi di lampi e scrosci d’acqua durante i temporali. I ciliegi alludono all’abbondanza di cultivar cerasifere nei poderi del nonno, il quale vide nascere la nipotina in maggio assieme alle ciliegie.
La figura del nonno, associata alla natura e al mondo contadino, è fortemente mitizzata e sublimata. Nonno Mincuccio era la persona più capace di comprensione, protezione e tenerezza nei confronti della diletta nipotina, mancina contrastata a casa e a scuola a causa dei pregiudizi del tempo, «bimba ribelle e ciarliera», che solo lui riusciva dolcemente a domare e rettamente a guidare. In fondo, la capacità di sognare, poetare e raccontare, che le è propria, la nostra autrice la deve in massima parte all’avo materno, che definisce «cercatore di sogni e lampionaio di stelle» e «adorato nonno della pioggia e delle fiabe». Tutti gli altri personaggi (e sono tanti) non sono altro che satelliti che ruotano intorno al pianeta-nonno.
Nel libro vi sono continui richiami alla cultura contadina, perciò l’autrice riporta spesso lacerti del vernacolo di Bitonto sia nel dialetto arcaizzante, sia nel dialetto di tipo civile. Le piogge e i ciliegi, hanno molte pagine di sicuro richiamo, specialmente dove la prosa è ravvivata a tratti da un diffuso alito di poesia, che raggiunge il suo culmine nel cuore del libro con il settimo capitolo, intitolato La lettera, indirizzata a natale al nonno, da tempo ormai morto, dalla nipote Lina dopo aver subìto un terzo e assai complesso intervento a un femore, e l’ottavo capitolo, denominato Giochi e giocattoli, parole e bugie, “l’uomo del sacco” e la paura, che alle piccole menzogne, ai giganteschi timori e alle strane fobie infantili riserva pagine di grande finezza e penetrazione psicologica. In tal modo il lettore, attraverso il labirinto della memoria dell’autrice, inoltrandosi in una sorta di densa saga patriarcale, è condotto per mano in un viaggio intrigante nel paradiso perduto dell’adolescenza e soprattutto nel mondo mitico e fantastico dell’infanzia, con risonanze e suggestioni che non di rado si riconnettono al proprio vissuto.
Marco Ignazio de Santis

 Il mio carissimo amico Marco, studioso di lunghissimo corso di dialettologia e demologia, oltre che ottimo poeta e raffinato scrittore, ha sintetizzato al massimo il suo Intervento, tenuto nella serata di Presentazione del mio romanzo presso il Salone del prestigioso Palazzo vescovile di Molfetta (presentazione, di cui ho parlato ieri), per non "annoiare i lettori". 
Ho accettato, mio malgrado, questa sua "mutilazione" alla lunga e illuminante sua Relazione, ma senza molta convinzione, certa come sono che i lettori avrebbero gradito molto le sue attente e puntuali riflessioni sul dialetto bitontino, confrontato con quelli degli altri paesi del nord-barese, oppure le puntualizzazioni, dovute alla conoscenza profonda della nostra storia inserita nella più ampia Storia del nostro Paese e degli altri Paesi europei. 
Sono del parere, magari sbagliando, che, se un argomento è interessante ed è scritto in forma scorrevole e catturante, non bisogna auto censurarsi perché invoglia anche lo svogliato lettore di oggi a leggere e ad approfondire per un arricchimento personale. Anche questa, secondo me, può essere una nuova modalità di educazione alla lettura. Se riduciamo, infatti, sempre più i nostri scritti per il timore che nessuno li legga, finiremo col non avere più la possibilità di argomentare in maniera più analitica e profonda su argomenti che potrebbero aiutarci a riflettere meglio per fare delle scelte più oculate nei vari settori della vita e della nostra esperienza quotidiana. Ma è giusto che ci sia il più ampio rispetto per le altrui opinioni. Quando sono espresse, poi, da un amico di lunghissima data a cui sono legata da tanta stima e tanto affetto, allora non c'è ma che tenga. Buona lettura, dunque! e... a domani. Senza impegno, ma sul filo dell'empatia che ci unisce...  

venerdì 26 ottobre 2018

Il romanzo "Le piogge e i ciliegi" presentato all'ANEB di Molfetta


                                                     Mercoledì, 24 ottobre 2018                                    
"LE PIOGGE E I CILIEGI di Angela De Leo
Certamente tutti i presenti hanno sentito parlare di Bernard Berenson, ebreo lituano naturalizzato americano e italiano di adozione, uno dei più importanti studiosi della critica d’arte, il più grande esperto della pittura italiana del Rinascimento; e in molti hanno sentito del suo metodo e di quelli che egli stesso definisce 'i valori tattili'.
Scriveva Berenson: 'I valori tattili si trovano nella rappresentazione di oggetti solidi allorché questi non sono semplicemente imitati (non importa con quanta veridicità) ma presentati in un modo che stimola l’immaginazione a sentirne il volume, soppesarli, rendersi conto della loro resistenza potenziale, misurare la loro distanza da noi, e che ci incoraggia, sempre nell’immaginazione, a metterci in stretto contatto con essi, ad afferrarli, abbracciarli o girar loro intorno'.
I valori tattili, insieme al movimento, sono dunque le qualità che permettono ad un oggetto raffigurato di essere percepito come esistente.
Berenson riteneva che Giotto fosse maestro supremo nello stimolare la coscienza tattile…
Se paragoniamo la Maestà di Santa Trinità di Cimabue e la Madonna di Ognissanti di Giotto, il discorso è chiarissimo.
Qualcuno si starà chiedendo se non ho sbagliato serata. No, il libro di Angela De Leo stimola quella che Berenson chiama 'la coscienza tattile'.
La pioggia vi bagna davvero, la sentite sulla pelle, le ciliegie… a quelle casse di ciliegie distribuite ai vicini ci potete girare intorno, e potete prendere furtivamente una di quelle ciliegie e sentirne il profumo, inebriarvi della sua dolcezza, morde la polpa e sentirne il turgore…
I personaggi Angela, protagonisti o rapidi bozzetti, sono di una straordinaria evidenza plastica: prendete il ciabattino. Non so se i più giovani qui abbiano mai portato un paio di scarpe a riparare (ora si getta via, non si ripara più), chissà perché i ciabattini lavorano sempre in sgabuzzini in penombra, mettono una manciata di chiodini in bocca e contemporaneamente parlano col cliente. Da brivido. Ma leggete poi come questa immagine plastica con Angela acquista poesia: quei chiodini sotto la suola, per Angela bambina, diventano stelline, così anche i poveri con le scarpe risuolate avevano il loro prato stellato, su cui camminare e sentirsi ricchi e felici…
Ora devo farvi una confidenza. Molti, molti anni fa ho fatto un sogno, non lo ricordo, non so esattamente che ho sognato, ma continua a turbarmi: sognavo di essere nella quarta dimensione.
Non ho intenzione di parlarvi di Fisica quantistica o di stringhe ecc… non ci capisco niente, ma posso dirvi che in fisica, e in particolare nella teoria della relatività, la quarta dimensione è riferita al tempo. La definizione è di Einstein: la quarta dimensione è il tempo. Può essere immaginata come una linea che connette quello che facevamo un minuto fa con quello che stiamo facendo adesso.
Noi, però, non siamo in grado di vederla nella sua totalità perché viviamo nella terza dimensione, quindi il tempo lo vediamo istante per istante senza poter vedere la sua interezza. Noi, esseri tridimensionali, vediamo solo sezioni del nostro io quadridimensionale. In termini ancora più ampi, la quarta dimensione può essere vista come la linea che connette il Big Bang con la fine del nostro universo. 'Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il tempo; è una tigre che mi sbrana e io sono la tigre; è un fuoco che mi divora e io sono il fuoco' (Borges).  
Il discorso mi riguarda da vicino come artista perché voglio parlarvi molto brevemente di una corrente artistica che conoscete tutti: il Cubismo, che ha come esponenti principali Picasso, Braque, Fernand Léger, di cui tutti avrete visto qualche opera e sono sicura che non vi piacciono, ma questa è stata indubbiamente una corrente rivoluzionaria. Nella pittura cubista gli oggetti sono ripresi da differenti angoli visuali, scomponendo e ricomponendo l’immagine e, quindi, l’osservazione del soggetto introduce un nuovo concetto: il tempo. Ma... nihil sub sole novi… Picasso sosteneva che la pittura egizia usava sistematicamente la regola base del cubismo, rappresentando la figura umana frontalmente - l’occhio e le spalle - e lateralmente il profilo del volto, il fianco e le gambe.
Il libro di Angela ci porta nella quarta dimensione. Con i suoi salti temporali che si intrecciano, si sovrappongono: passato e presente sono su una stessa linea.
E diventiamo così noi i padroni del tempo, il tempo che possiamo rivivere e tornare a far nostro.
Questo libro è come un diamante dalle tante sfaccettature e ciascuno di noi si rispecchia in ciascuna o in molte di esse, e allora il tempo non scorre più in una sola direzione, ma in tante direzioni. Ascoltate cosa scrive la stessa Angela a pag. 344: 'io e Lizia riproponevamo le tue fiabe ed era il momento della magia delle parole. Potenza delle parole e potenza della fantasia. Io mi prendevo la mia piccola rivincita. Scoperta meravigliosa e insostituibile la narrazione: le parole erano iridescenti bolle di sapone che volavano e fluttuavano nell’aria con mille capriole, più divertenti e affascinanti di mille giochi. La mia testa tra le nuvole ritrovava finalmente il suo habitat naturale. La sua dimensione. Il suo appagamento. La sua felicità. E dimenticava ogni limite. Ogni vuoto. Ogni disarmonia. Ogni mortificante realtà.
Ma quel marciapiede era prezioso anche perché proteggeva i nostri segreti d’amore quando con le nostre amiche ci attardavamo ad attraversare la sera con le passeggiate strategiche per sfuggire al vostro orecchio attento e non farvi ascoltare i nostri progetti di fuga e libertà. Che avevano come orizzonte lontano l’angolo dove il marciapiede finiva. Non sapevamo andare oltre'…
Il libro di Angela è ancora come uno scrigno prezioso, o un baule, una cassaforte, in cui Angela ha riposto i nostri ricordi: anche noi facevamo così, anche in casa nostra c’era questa o quella tradizione… e i suoi ricordi d’infanzia (e dell’adolescenza), raccontati con leggerezza e autoironia, ma quanta amarezza nascosta. Il dolore dei bambini non va mai sottovalutato.
La prima Comunione, l’essere mancina, la scuola…
Si potrebbe continuare a lungo ma, a questo punto, meglio leggere il libro!" 
Della splendida serata di mercoledì ho parlato già su face book per ringraziare il presidente dell'Associazione ANEB di Molfetta, prof. Michele Laudadio, che mi ha accolta con grande e sincero calore, introducendo la Presentazione con commossa nostalgia anche dei suoi ricordi personali, riverberati dai miei. E, con lui, ho ringraziato dal profondo del cuore i miei due carissimi amici e relatori, Marco I. de Santis, che mi ha promesso il file del suo illuminante Intervento in tempi brevi, e Marisa Carabellese, di cui ho riportato qui la meravigliosa Relazione. Anche la mia dolcissima amica del cuore, Ada de Judicibus, da me sollecitata, è intervenuta con la delicatezza e la profondità delle sue Riflessioni. E, infine, sono stata davvero felice di salutare, con una pagina divertente del romanzo, i numerosi amici, davvero tanti, che mi hanno fatto corona con il loro affetto e la loro stima, perché il nostro arrivederci fosse gioioso e ricco di speranza in un mondo sempre più triste e di desertificato sentimento, come ormai sono solita dire con una grande pena nel cuore. 
Ma la scrittura, la poesia, l'incontro con gli altri ci arricchiscono sempre e ci aiutano ad avere la forza e la determinazione di fare, nel nostro piccolo, la nostra parte per risvegliare le coscienze ai veri valori della vita e sollecitare i giovani a credere nel futuro, che essi stessi cambieranno in meglio. Basta incontrarsi e ascoltarsi. Come accadeva un tempo di maggiori ristrettezze economiche, ma di più grande respiro sociale e umano.  
                                                                                                                                                Marisa Carabellese

mercoledì 24 ottobre 2018

"Dio è amore"?: una riflessione... (ultima parte)


In questo ultimo secolo ci siamo affidati ad altro e abbiamo fallito.
E qui voglio ora riportare un nuovo scritto, questa volta mio, preso dal secondo e conclusivo volume del romanzo “Le piogge e i ciliegi”, che sarà pubblicato in primavera. Potrebbero anche queste pagine risultare illuminanti? Non so. Lo spero!
‘Nel dormiveglia pomeridiano ho fatto ancora un sogno. Bellissimo. Ero nell’universo e giravo appiattita contro la crosta terrestre (come l’uomo vitruviano), insieme alla terra che era una grande sfera illuminata dal sole.
Proprio come oggi ce la mostrano negli “infiniti spazi” le immagini tridimensionali scattate dai satelliti. Avvertivo la sensazione esaltante di essere leggera, libera, incantata dalla vista dell’alba, del tramonto, della notte, delle stelle. Contemporaneamente. Ho cominciato a volare verso una luce lontana, luminosissima e pensavo, ad un tratto, che fosse Dio.
E tu mi sei venuto incontro, parlandomi con tenerezza, quasi volessi farmi da guida, istruirmi, chiarirmi il mistero degli universi e di quella Luce. Non erano chiare, però, le tue parole. Giungevano a me come musica indistinta, quasi ninnananna, quasi preghiera. Poi una frase chiara, cristallina:
                  “L’incontro con Dio è un meraviglioso miracolo d’amore”
Eri sparito. E, mentre da sola andavo incontro alla Luce, vedevo davanti a me una lastra di marmo bianchissima su cui erano scritte tutte le parole che mi avevi detto e che non ero riuscita ad ascoltare. In un angolo, in alto, c’era un piccolissimo fiore tra un ciuffo d’erba che diventava filamento grigio. Le parole dicevano:
“Sono sempre con te ad indicarti la via che porta a raccogliere le stelle. Hai il paniere, che ti diedi quando eri bambina per raccogliere le ciliegie, ormai vuoto. È tempo di riempirlo. Tra un po’ ci sarà una grande pioggia di stelle e tu devi soltanto aprire il paniere perché ne sia colmo. La pioggia serve anche a questo. A riportarti alla memoria quella bambina felice che ora ha bisogno di essere inondata di luce per ritornare a rigenerarsi. Senza la fonte luminosa a cui dissetarsi tutti i fiori dell’anima si riducono a grigi steli appassiti e lasciano il deserto nel cuore. Così si riduce anche la LUCE di DIO sulla terra. Non perdere mai la sorgente né la stella più luminosa. Trattienila negli occhi e nel cuore. Ti servirà a ritrovare sempre la strada…”
Mi sono svegliata con un misto di paura e di gioia. E ho ricordato le tue ultime parole prima di andare via. Sì, ora ricordo, mi hai parlato della fede come fiaccola per illuminare, ogni giorno, il buio. Fino alla vera LUCE.
Sono disorientata. Fino a qualche tempo fa la mia fede era ridotta al lumicino.
‘Sono solo sogni e miei pensieri’, mi dicevo negli ultimi anni presa da uno scoramento che non aveva nome, ‘sogni e pensieri che sembrano prodigi, ma proprio per questo non sono realtà’.
                                             Volevo razionalizzare
‘Belli, emozionanti i miei pensieri e i miei sogni ma pur sempre sono frutto della mia fantasia. Sì. Lo so. “Ci sono molte più cose in Cielo”…’, mi dicevo.
E questa consapevolezza mi ha fatto, pian piano, anche a mia insaputa, riconciliare con la morte, mio eterno tormento. Non a caso, ne ho parlato tanto in questo libro con dolore e disperazione. Non a caso, molte di queste pagine sono impregnate di morte più che di esperienze di vita.
Poi… ecco scoprire in ogni perdita una nuova verità e un nuovo mistero, una nuova consapevolezza della inevitabilità del riso e del pianto; delle parole che sfumano nella nebbia del passato, di quella voce che non c’è più e la perdi se non la risenti ancora e ancora, magari in una registrazione, un filmato… le voci dell’intera umanità perse nell’oblio, fino a che l’invenzione di strumenti sonori, e poi anche visivi, non ci ha dato il potere di conservare almeno quella voce, che ti appartiene o ti è cara, su un nastro, in una pellicola, oltre che nel cuore, e di altre che fioriscono e che ti sono estranee fino a che non impari ad usarle e a farle tue. Come i bambini che nascono e si aggiungono agli affetti di ieri. E dilagano nel cuore, dove credevi che non ci fosse più spazio per nuovi amori, nuovi volti, nuove tenerezze.
Ad ogni nascita, ad ogni morte ecco rinascere e morire un segreto, la somiglianza di ogni uomo ad un altro uomo e la sua differenza. L’unicità di ciascuno, nonostante le cellule del cervello siano uguali per tutti, nel numero, nella forma, nel peso e nella dimensione.
                Con la morte si chiude un cerchio che è un percorso infinito
E così ancora il mistero della vita, che si fa mistero dell’intero universo, in cui ti perdi e ti ritrovi migliaia di volte ancora. E non è dato a te cambiare di un solo millimetro il corso del sole, di un solo secondo l’alternarsi delle stagioni, il ritorno delle foglie ad ogni primavera sui rami spogli di ogni inverno. Come non è dato a te di cambiare il cuore degli uomini. Il tuo cuore. Il reale cammino del mondo nell’immenso cammino degli innumerevoli cieli e spazi stellati o privi di stelle. Cambia solo la parte esteriore, superficiale, che vediamo, tocchiamo, conosciamo o crediamo di conoscere. Il nostro aspetto cambia. Anche la nostra anima cambia e si evolve. Ma tutto rimane profondamente immutato. Tutto quanto i nostri occhi non vedono e i nostri pensieri sfiorano maldestramente. Ed è allora che il cuore non trema più. L’ansia si placa. Non ci si oppone più con la nostra insufficiente intelligenza. Subentra una nuova pienezza di sé che è accettazione della propria finitudine, realizzazione della propria essenza, offerta della propria compiutezza.                                                                         
       Non si può essere niente di più e niente di meno di quello che siamo
nel flusso dell’umana esistenza. Altrimenti lo saremmo stati, lo saremmo diventati. E tutto ha un senso. Un fine.
                             Una fine nel nuovo inizio che si accende’.
Un sogno, certo, ma non sono forse i sogni più veri della stessa realtà? Mi piace crederlo. Non mi fa male. Anzi!   E, allora, perché non percorrere nuovi sentieri con umiltà e coraggio per recuperare i valori perduti e il senso del divino che comporta sempre, quando è autentico, pienezza, appagamento, fiducia nel prossimo e fede in Dio, senza chiese né religioni? Solo facendo della nostra anima la Sua casa e il Suo tempio? Quanta gioia e serenità io avvertivo nei miei nonni e in chi frequentava la nostra casa. E quanta gioia e serenità avverto ancora oggi in quei pochi autentici cristiani (ma sono davvero pochi?), che vivono dando un senso alla propria vita, fondandola sull’amore, sulla solidarietà, sulla carità, che è pur sempre amore, sull’abnegazione, che è sempre e ancora amore. E ammetto di avere ancora mille dubbi e mille riserve. Non dico: io so. Dico: forse… perché no! Se questo mi fa stare meglio? Mi procura ben-essere psico-fisico? Mi avvicina agli altri? Questo è il mio possibilismo. Non escludo niente. Tutto può avere un senso. Una dimensione altra, un’altra forma di realtà. Di verità.
Ma non posso fare a meno, nello stesso tempo, di notare la disperazione di quelli che, tentando maldestramente di riempire il vuoto di senso della propria vita, diventano facile preda del male. Della violenza, della droga, del sesso, del nulla esistenziale. E, con il nulla, quanta indifferenza, quanta arroganza, quanto egoismo, quanto buio senza appigli. E non un santo a cui votarsi. Di qui i suicidi sempre più frequenti, gli omicidi, l’infanticidio, il femminicidio.
Certo, tutto questo è accaduto in ogni tempo e luogo, ma non aveva le casse di risonanza dei nostri giorni (giornali, televisione, internet, social…) che creano emuli e trasformano belve insensate in eroi mediatici. Sempre più avanza la desertificazione del cuore. La voglia di apparire più di essere. La superbia e il rifiuto. La sguaiata supponenza e la mancanza di vera conoscenza. La perdita totale della memoria storica e, quindi, di noi stessi. L’esclusione piuttosto che la partecipazione e la condivisione. È più importante, a mio parere, condividere la gioia e non solo il dolore.
Ma la mia è solo una sgangherata ipotesi d’amore e di salvezza tutta da confutare, tutta da discutere. Nel comune indispensabile rispetto della nostra umanità e fallibilità…   
(ma mi piacerebbe tanto aprire un dibattito costruttivo con chi si accosta ai miei apporti “di cuore e di anima”, con maggiori conoscenze e competenze di me in questi campi così importanti e delicati della nostra umana esperienza).
                                                                                               Angela De Leo

martedì 23 ottobre 2018

"Dio è amore"?: una riflessione... (terza parte)


Allora, dove voglio arrivare con questa riflessione che non ha fine e che si serve anche dell’apporto dello scritto di un autore non ben identificato, ma convincente?
Se mi è possibile condividere tutto questo e riproporlo con un buon margine di verità, eppure siamo già all’interno del non dimostrabile, potrei anche accettare la “favoletta” degli angeli superbi che vollero sfidare Dio e che precipitarono negli inferi, diventando i signori delle tenebre e del Male. Da quel momento in poi il mondo venne retto da due forze contrarie: quella di Dio, che promise la venuta di Cristo, Suo figlio che avrebbe predicato l’amore e il perdono, e quella di satana dio del male.
Perché è indubitabile che il male esiste. È così evidente che non ha bisogno di dimostrazioni. E non è solo frutto di creatività e fantasia e fertile immaginazione!
Ma, al di là della “favoletta”, che io posso “rispolverare” a partire, comunque, da un Testo Sacro, anche per noi cristiani, La Bibbia, (“Genesi”) e che potrebbe, però, far sorridere tutti quelli che alle favole non credono, io che non ho competenze né scientifiche né teologiche né di alcun genere, se non di “scrittura creativa, fantastica, immaginifica”, e se vogliamo, tanto per abbondare e per pavoneggiarmi, anche “visionaria”, mi servo ancora una volta di un altro testo attribuito ad un genio, che ne sa indubbiamente molto ma molto più di me.
E vado a scomodare un racconto che parla di una singolare esperienza universitaria di Einstein (ancora lui!). Anche questa molto illuminante.
Il male esiste?”  
(Aneddoto attribuito ad Albert Einstein)
Attenzione: attribuito! Cioè, da non prendere per oro colato, ma abbastanza plausibile e convincente nel contenuto.
‘Germania, primi anni del XX secolo.
Durante una conferenza tenuta per gli studenti universitari, un professore ateo dell'Università di Berlino lancia una sfida ai suoi alunni con la seguente domanda:
"Dio ha creato tutto quello che esiste?"
Uno studente diligentemente rispose: "Sì certo!".
"Allora Dio ha creato proprio tutto?" - Replicò il professore.
"Certo!", affermò lo studente.
Il professore rispose: "Se Dio ha creato tutto, allora Dio ha creato il male, poiché il male esiste e, secondo il principio che afferma che noi siamo ciò che produciamo, allora Dio è il Male".
Gli studenti ammutolirono a questa asserzione. Il professore, piuttosto compiaciuto con sé stesso, si vantò con gli studenti che aveva provato per l’ennesima volta che la fede religiosa era un mito.
Un altro studente alzò la sua mano e disse: "Posso farle una domanda, professore?".
"Naturalmente!" - Replicò il professore.
Lo studente si alzò e disse: "Professore, il freddo esiste?".
"Che razza di domanda è questa? Naturalmente, esiste! Hai mai avuto freddo?". Gli studenti sghignazzarono alla domanda dello studente.
Il giovane replicò: "Infatti signore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della fisica, ciò che noi consideriamo freddo è in realtà assenza di calore. Ogni corpo od oggetto può essere studiato solo quando possiede o trasmette energia ed il calore è proprio la manifestazione di un corpo quando ha o trasmette energia. Lo zero assoluto (-273 °C) è la totale assenza di calore; tutta la materia diventa inerte ed incapace di qualunque reazione a quella temperatura. Il freddo, quindi, non esiste. Noi abbiamo creato questa parola per descrivere come ci sentiamo... se non abbiamo calore".
Lo studente continuò: "Professore, l’oscurità esiste?".
Il professore rispose: "Naturalmente!".
Lo studente replicò: "Ancora una volta signore, è in errore, anche l’oscurità non esiste. L’oscurità è in realtà assenza di luce. Noi possiamo studiare la luce, ma non l’oscurità. Infatti possiamo usare il prisma di Newton per scomporre la luce bianca in tanti colori e studiare le varie lunghezze d’onda di ciascun colore. Ma non possiamo misurare l’oscurità. Un semplice raggio di luce può entrare in una stanza buia ed illuminarla. Ma come possiamo sapere quanto buia è quella stanza?
Noi misuriamo la quantità di luce presente. Giusto? L’oscurità è un termine usato dall’uomo per descrivere ciò che accade quando la luce... non è presente".
Finalmente il giovane chiese al professore: "Signore, il male esiste?".
A questo punto, titubante, il professore rispose, “Naturalmente, come ti ho già spiegato. Noi lo vediamo ogni giorno. È nella crudeltà che ogni giorno si manifesta tra gli uomini. Risiede nella moltitudine di crimini e di atti violenti che avvengono ovunque nel mondo. Queste manifestazioni non sono altro che il male".
A questo punto lo studente replicò "Il male non esiste, signore, o almeno non esiste in quanto tale. Il male è semplicemente l’assenza di Dio. È proprio come l’oscurità o il freddo, è una parola che l’uomo ha creato per descrivere l’assenza di Dio. Dio non ha creato il male. Il male è il risultato di ciò che succede quando l’uomo non ha l’amore di Dio presente nel proprio cuore. È come il freddo che si manifesta quando non c’è calore o l’oscurità che arriva quando non c’è luce".
Il giovane fu applaudito da tutti in piedi e il professore, scuotendo la testa, rimase in silenzio. Il rettore dell'Università si diresse verso il giovane studente e gli domandò: "Qual è il tuo nome?".
"Mi chiamo, Albert Einstein, signore!" - Rispose il ragazzo’.
Penso che il racconto, vero o verosimile, debba farci riflettere. E qui è la scienza che parla. Non le mie pinzillacchere, che però, come sappiamo, lo stesso Einstein ha elogiato. Non le mie! Pur volendo, per limiti di età, non avrebbe potuto…
Ma non abbiamo detto che la creatività è un dono sacro, che ha permesso agli uomini di trasformare il mondo, grazie all’intuito che ha preceduto ogni altra scoperta, conoscenza, invenzione, e applicazione pratica di quanto intuito e inventato?
Perché allora meravigliarci? Non del pensiero scientifico, che, ribadisco, è sempre degno di rispetto, ma non è mai esatto, ma del pensiero creativo che, proprio nel “punto di non incontro” dimostra tutta la sua efficacia (non efficienza!).
Non la convergenza, dunque, occorre cercare, ma la divergenza. Pertanto, proviamo a ribaltare il nostro punto di vista. A partire da nuovi presupposti. Vediamo cosa succede! Secondo me, scopriremmo che le nostre argomentazioni prenderebbero la via del ritorno per avallare la nostra tesi iniziale. Come già detto. Semplice? Non è detto. Dipende anche da come argomentiamo. Quali possibili prove apportiamo al nostro assunto. Useremo la Retorica? La Dialettica e l’Euristica, che facevano parte della Sofistica? La Logica? Il Sillogismo? Il Teorema?
Io propenderei per la Poetica. Non potremmo azzardare di più, trovandoci di fronte ad un Argomento che supera di gran lunga quello dei Massimi Sistemi, che solo un genio come Galilei poté affrontare con le conseguenze che conosciamo. Propendo per una scorciatoia immaginifica, surreale, onirica, scavando profondamente nel subconscio e nell’inconscio. Vuoi vedere che è proprio lì che si annida la coscienza di Dio? E, dunque, ben venga la Poesia. Mi muovo in acque più familiari.
Allora, la mia risposta “creativa e visionaria” è:
                                 Sì, Dio esiste ed è essenzialmente amore.
Ma occorre superare steccati e preconcetti. Liberarsi dall’agnosticismo imperante. Dalle mode. Dalle ideologie. Dalle dimostrazioni matematiche e scientifiche. Dalla fisica e dalla chimica. Da tutto ciò che si vede, si sente, si tocca. Per scoprire l’anima e affermare che esiste anche se è “invisibile agli occhi”.
Avere un pensiero senza confini per scoprire o riscoprire Dio nell’ordine e nel disordine, che però non è il caos, ma il rovescio del suo ricamo, come diceva mia nonna. Nello spazio immenso e non solo nell’angustia del nostro “orticello”. Nelle leggi dell’amore che regolano il Creato e che gli scienziati, studiando lo spazio, i corpi celesti e persino i buchi neri, vanno dimostrando...
E mi fermo qui perché potrei dire un numero stratosferico di corbellerie, tali da superare lo spazio e il tempo senza apportare nulla di concreto e di inoppugnabile alla mia causa.
Potremmo tentare nuovi percorsi tra questi pensieri senza confini: in orizzontale per raggiungere gli altri nella loro natura corporea, e in verticale per raggiungere l’essenza della nostra anima e ricongiungerci con Dio. E viverLo dentro di noi e accanto a noi. In tutte le direzioni possibili. Purché ci facciano stare bene.
Occorre, a mio parere, abbandonare il binario della strada ferrata che segue rette parallele che si perdono solo all’infinito, per scegliere un nuovo sentiero, magari poco battuto ai nostri giorni, e che, ad un certo punto, diverga per trovare, tra le vie della terra e quelle del cielo, il possibile incontro tra scienza e fede.  Come alcuni studiosi, del resto stanno già facendo. Si pensi alla Quantistica!
Questo duplice percorso ci potrebbe permettere di scoprire, chissà, in maniera molto confusa e nebulosa, certo, con i nostri miopi occhi umani, la presenza di Dio a sostenerci contro il Male nella nostra missione sulla terra (e non a punirci con il male); a fortificarci, con il suo amore, contro le nostre fragilità che spesso ci ostacolano, per aiutarci a elevare al massimo grado le nostre capacità e portare a compimento la nostra migliore realizzazione di noi. Il nostro capolavoro in funzione di. Ecco spiegati i nostri talenti, le passioni, le inclinazioni, le diverse intelligenze che non sono dovute al cervello, che è un organo uguale per tutti gli esseri umani, sia pure con lievi differenze accertate: di peso, per esempio, o di strutture differenti tra i due emisferi (tra il cervello maschile e quello femminile, come dicono?), ma alla mente, che è “un altro e un altrove” dell’intero sistema nervoso. L’ala per il volo. La garanzia della conoscenza. La sua poesia.
Gli studiosi dei casi di pre-morte (NDE), da R. Moody a Padre A.J. Herbert, da P. V. Lommel a B. Greyson, ne sanno qualcosa e sono pronti a testimoniarlo. E qui mi limito solo al cervello e alla mente e non vado oltre.
Potrebbe essere questo piccolo, umile, semplice duplice sentiero, umano e divino, a farci riscoprire un nuovo umanesimo, fondato sulla spiritualità e la speranza, piuttosto che sulla materialità e la disperazione che il vuoto di Dio comporta.
                                                                     (fine terza parte)


lunedì 22 ottobre 2018

"Dio è amore"?: una riflessione (seconda parte)


Molti filosofi, scienziati, teologi, metafisici, studiosi a vario titolo delle nostre origini e del fine a cui tendiamo, si sono cimentati nel dimostrare la validità dell’una o dell’altra tesi. Pensiamo alle prove ontologiche sulla esistenza di Dio, apportate da Agostino, definito “il massimo pensatore cristiano del primo millennio e uno dei più grandi geni dell’umanità in assoluto” e a quelle di Nietzsche sulla “morte di Dio”, nostra grande illusione. Due menti eccelse entrambe. Perché, dunque, così discordanti? E qui torno all’inizio del mio discorso: dipende dalla premessa o presupposto, dal nostro iniziale convincimento, dovuto a qualcosa che ci sfugge: natura, tipo di intelligenza, la personalità individuale (anche se frutto di miliardi di ascendenze che hanno determinato il nostro DNA)? Non sono una studiosa di tutte le discipline sottese a questi interrogativi. Sono semplicemente una persona normale innamorata della vita, della natura, dell’amore e appassionata ricercatrice di una qualche possibilità di verità, colorata di sogno e di fantasia. Mettiamola così. E, allora, anch’io noto tutte le brutture del mondo, tutti i massacri della storia passata e presente e mi prefiguro anche quelli futuri (l’uomo non cambia mai, altrimenti non sarebbe ancora oggi quello della fionda e della pietra, come Salvatore Quasimodo continua a ripeterci). 
Né la storia insegna, altrimenti avremmo finalmente imparato, sia pure “per tentativi ed errori”. 
Ma noto anche la bellezza innocente e luminosa nel sorriso e negli occhi di un bambino, il cielo stellato che mi fa andare oltre il buio di una notte senza stelle, il sacrificio di un uomo qualunque che si getta tra le fiamme per salvare la vita di un suo simile, l’ardore della giovinezza in sé per sé, tutto il bene che si compie e che non fa notizia perché spesso avviene in silenzio e senza clamore, la misteriosa attrazione di due sconosciuti a livello fisico e del cuore, che li fa “cadere” in un sentimento mai provato prima, ma così intenso, assoluto, totalizzante da far compiere ad entrambi reciproche follie per la persona amata. Tutto questo, dunque, ci parla d’amore nel mondo. In eterno contrasto con l’odio, che genera violenza e morte.
Non credo, pertanto, alla mancanza d'amore nel mondo, e soprattutto non credo al Caso. Non potrei crederci per una serie di motivi inconfutabili. 
Sì, ci sono alcuni fenomeni inconfutabili, perché nel corso dei millenni non è mai accaduto il contrario. Potrei fare innumerevoli esempi. Ma mi limito a trascrivere un testo illuminante (di cui purtroppo manca il nome dell’autore), letto in una delle lettere che compongono il Diario epistolare “Gelido è l’inverno” (SECOP edizioni 2018) di Anna Maria De Leo, la mia amatissima sorella. Disperate lettere d’amore verso il giovanissimo marito, strappatole da un terribile incidente automobilistico ad appena due anni dal matrimonio. Una persona amica le inviò una lettera consolatoria dopo la triste notizia, facendo riferimento al suddetto testo. Condivido quanto l'autore scrive. Io non saprei fare di meglio. E trascrivo il testo per intero perché contiene molte mie convinzioni, che non oso definire verità, ma…
“... Per tutti i millenni gli uomini di ogni latitudine costruirono grandi civiltà intorno ai loro morti e ai loro dèi, ossia intorno a ciò che oggi sembra inesistente.
Tutte quelle civiltà affermavano che dietro la realtà corporea ve n'è un'altra, più importante, fervida di forze e di potenza, di anime e di dèi. Erano pazzi?
Pazzi i costruttori della grande muraglia di Borobudur, delle Piramidi, ecc.?
Pazzi Mosè, Budda, Pitagora, Isaia, Gesù?
Se noi siamo savi, dobbiamo dire che i più grandi uomini furono tutti folli.
Ma il dirlo non sarebbe una follia?
Forse non vi sono né savi né pazzi, ma esistono due dimensioni del reale, l'una si raggiunge con la sola anima, l'altra si raggiunge con i soli sensi.
Per l'una il morto è vivo, per l'altra è morto.
Non siamo solo un “corpo”.
Per breve tempo un corpo tenta di starci vicino.
Legge della vita è la metamorfosi.
Poco o molto, ogni creatura cambia; nell'uomo cambia soprattutto l'anima.
La psiche di un uomo di tre anni è diversa da quella di uno di cinquanta o di settanta anni. La psiche umana si evolve continuamente, ma a qual fine?
Deve esserci una continuazione!
Se ci guardiamo attorno tutto è destinato a morire. La pianta dimostra il segno della sua morte, il corpo umano pure, ma la psiche si evolve e non muore assurgendo a dignità universale e perché?...
Non v'è uomo senza sensibilità estetica, dal semplice “è bello”, “è brutto” fino alla perfezione di Wagner e Michelangelo.
Non v'è uomo senza capacità matematica dal semplice “Uno più uno” fino all'altezza di Newton e di Einstein.
Non v'è uomo senza giudizio etico del semplice “è bene”, “è male”.
Queste facoltà immateriali fanno parte della nostra grandezza; ma non servono per trovare cibo, per accoppiarci, per riprodurci: sarebbero inutili se il nostro destino fosse soltanto terreno, come nel bozzolo sarebbero inesistenti le ali se la farfalla non fosse destinata al volo.
E di conseguenza dico che le facoltà dell'anima sono sproporzionate alla terra, in quanto preparano la metamorfosi.
Più ci avviciniamo all'anima più incontriamo leggi elevate e complesse.
I nostri muscoli sono retti da semplici leggi meccaniche; i nostri visceri da complicate leggi chimiche; i nostri nervi da ineffabili leggi elettriche (l'elettricità è una forza misteriosa di cui ci appaiono soltanto gli effetti diversissimi tra loro).
Patrik dice che se la corrente attraversa un filo sottile diventa luce; se il filo è grosso diventa calore.
In noi la corrente neuro- elettrica, passando per un nervo uditivo, diventa musica, per un nervo olfattivo, diventa profumo...
L'uomo è diverso da tutte le creature, perché la vita gli ha rivelato un segreto che nessun altro conosce: solo l'uomo sa di dover morire.
Lo ignora il mondo vegetale: l'alga non sa di dover perire; lo ignora il mondo animale: non lo sa né il mollusco né il pesce né l'uccello.
Tutti lo ignorano e vivono come se non dovessero morire mai.
È per questo che la flora e la fauna sono sempre più belle, più pure, più maestose, affascinanti, misteriose. Hai mai osservato un bosco?
Quanta pace, quanta serenità vi regna e vi regna inoltre il senso dell'eternità, della continuazione.
Invece l'uomo sa che alberi, piante, animaletti... tutti moriranno.
L'uomo solo si accorge che tutto finisce; solo l'uomo sa d'essere condannato a morte!
La vita ha dato agli altri esseri solo impulsi precisi e comprensioni necessarie; la vita ha affidato, invece, all'uomo il segreto della morte.
L'uomo può dare una risposta a mille perché, ma la morte è l'enigma che la vita gli pone. A lui solo. Affinché non se ne distragga, il pensiero della morte è sempre accompagnato dalla paura. Se l'uomo non avesse paura non penserebbe alla morte e sarebbe stato inutile rivelargli il segreto.
La vita affida a qualsiasi essere una propria funzione.
Affida alla farfalla la funzione riproduttiva, all'ape quella lavorativa: nasce già pronta per lavorare e, appena ne diventa incapace, muore.
All'uomo la vita ha affidato la più importante delle funzioni: la funzione conoscitiva.
L'uomo conosce il globo e l'universo; conoscere è il suo destino.
L'uomo si matura conoscendo e non si stanca mai di cercare la risposta ai perché della vita. Appena la risposta è giusta, cessa la paura di morire.
Vi è chi crede la vita senza ragione, retta dal caso. Per alcuni il proprio dio è il caso.
Ma qual è la differenza fra il Caso, meraviglioso creatore, e Dio, creatore meraviglioso?
Se veramente esistesse il mondo del caso, si avrebbe un mondo anarchico.
Le leggi andrebbero a dritta e a manca e si vedrebbe un bimbo diventare adulto e poi vecchio e si vedrebbe un vecchio ridiventare adulto e poi bambino.
Invece le leggi del mondo hanno la loro direzione precisa e intenzionale.
Vi è una legge che vuole l'uomo successivamente bambino, giovane, adulto, maturo, vecchio: è una legge che ha la sua ragione, perciò non si torna indietro.
La nostra vita terrestre è quella di un'anima che scende nel corpo, e che infine dal corpo si svincola. Più l'uomo è vicino all'anima, più la sua morte è facile.
I giovani che muoiono avvinti al corpo hanno agonie lunghissime.
I centenari diventano quasi incorporei, Spesso si spengono nel sonno.
L'ora della morte è l'ora della verità.
V'è una verità celata in ogni esistenza umana ed essa ci appare soltanto dopo la morte.
E se tu hai visto qualcuno morire avrai notato che la figura del morente si trasforma.
Non è più un frammentario motivo di buono o cattivo umore: la sua immagine, sino ad allora incompiuta, si delinea dinanzi definitiva e ne notiamo i valori che prima ci sfuggivano.”
(Mi piacerebbe scoprire l’autore che per ignoranza mi sfugge. E pregherei chiunque ne avesse notizia di comunicarmela. Ritengo davvero che sia un testo altamente convincente, per la conoscenza scientifica che evidenzia e per la “sapientia cordis” che la sostiene!).
                                                      (fine seconda parte)

domenica 21 ottobre 2018

Dio è amore?: una riflessione...


Venerdì sera, nella nostra libreria, Secopstore di Corato (Bari), abbiamo avuto il piacere di ascoltare il dott. Stefano Campanella, direttore di Tele Radio Padre Pio, intervistato dal caro amico e giornalista Franco Tempesta sull’ultimo suo libro, intitolato “I tre misteri della morte di Padre Pio”.
L’autore ha catturato l’attenzione dei presenti con il suo racconto molto dettagliato e appassionato, ma anche obiettivo e rispettoso di ogni pensiero e punto di vista, sulla vita e la morte di Padre Pio, sulle sue stimmate, scomparse del tutto dopo il suo viaggio tra le braccia di Cristo, e sui suoi doni carismatici, come la bilocazione e la precognizione.
Non è stata letta alcuna pagina del libro, ma lo scrittore mi ha emotivamente ed empaticamente coinvolta in un argomento non facile per i tanti pregiudizi che ancora oggi aleggiano sulla figura di Padre Pio, che, pure, in tantissimi amano e venerano in tutto il mondo.
Un’affermazione, però, mi ha turbato molto, detta perentoriamente e con assoluta fede: “Dio è amore”. Mi sono girata a guardare mio cognato, Gianni Brattoli, ben conoscendo la sua reazione di rifiuto di fronte a tale affermazione, nel riportare alla memoria millenni di violenze e di guerre e di massacri e di quanto di aberrante possa esserci nella natura fisica e in quella umana. Gianni, che pure ha scritto due romanzi della prevista trilogia sulla “violenza”, quale macchia oscura che dilaga improvvisamente nella mente umana, inducendo a far commettere anche i più efferati delitti, con più o meno inconsce e diverse motivazioni (sta ora scrivendo il romanzo conclusivo), non è intervenuto. E non mi sono state chiare le sue motivazioni.
La serata, pertanto, si è conclusa tra i meritati applausi per l’autore/relatore e un sentito arrivederci al prossimo romanzo di pronta pubblicazione, ancora su Padre Pio.
In queste due notti ho riflettuto molto sulla convincente disamina del dott. Campanella e sulla sua affermazione, fulcro di ogni altro discorso sulla vita di Padre Pio e sulla vita in genere. E sono qui a fare anch’io qualche riflessione.
Per un confronto anche e soprattutto con voci divergenti. Altrimenti che confronto sarebbe?
Ebbene, io faccio solo delle ipotesi, partendo naturalmente dei miei presupposti.
Già: presupposto che. Ossia io parto da una mia convinzione e/o dal mio punto di vista. Presupposto, infatti, è il fondamento “a priori”, ciò che viene prima a sostegno di una tesi che si svilupperà per argomentazioni che tenderanno tutte ad affermare e a confermare il proprio convincimento, che purtroppo molto raramente viene superato, smantellato, scardinato dal convincimento dell’altro.
Solo gli spiriti più aperti e senza schemi fissi o barriere interiori possono, dietro inevitabili confutazioni e opportune e pertinenti reazioni alle stesse, giungere ad accettare il punto di vista dell’altro e farlo proprio. L’altro, dunque, è stato dialetticamente convincente tanto da “cum-vincere”, “vincere con”, ossia senza vincere da solo, ma con l’altro, per fargli scoprite la bontà del proprio assunto. Non si registrano, perciò, perdenti. Questo verbo è, per me, più importante di “persuadere”, che significa appunto “ottenere il consenso, suscitare l’approvazione di qualcuno, indurlo a darci ragione”, come la Treccani recita.
Ebbene, a mio parere, sarebbe tutto qui il nocciolo della questione. E non se ne viene fuori. Solo se si è liberi dentro e capaci di superare il proprio punto di vista per accettare con convinzione quello degli altri, ci può essere vero confronto e vera crescita, nel migliorare prima sé stessi nella speranza che gli altri migliorino in virtù della validità universale (o quasi) di una affermazione, non accettata per quieto vivere, ma a “ragion veduta”.
Ma quanto vale realmente la ragione in tutto questo?
Ha il suo peso in relazione all’argomento affrontato. Di sicuro non è valido per la fede in un credo qualsiasi. Non in quello politico, dove un tempo si sposava con l’ideologia partitica e, quindi, di parte, fortemente radicata nella coscienza e praticata nella esperienza di appartenenza, a discapito della obiettività. Non in quello calcistico, che si sposa ancora oggi con la tifoseria, non sempre corretta e rispettosa degli avversari, anzi sempre più violenta e pericolosa. Men che mai per la fede legata ad una religione che spesso è sfociata e sfocia nel fanatismo, di cui tutti conosciamo le nefaste conseguenze a livello mondiale.
La ragione non è in grado di chiarire il mistero (dobbiamo farcene una ragione!), perché non può andare oltre il dimostrabile con tutte le teorie scientifiche di cui siamo in possesso fino ad oggi, ben sapendo che la scienza non è assolutamente “esatta”, altrimenti non ci sarebbero stati gli innumerevoli cambiamenti delle varie teorie nel corso dei millenni.
E, allora, di chi o di cosa possiamo fidarci, quando vogliamo affermare un nostro pensiero? Personalmente, mi fido della “possibilità”. Tutto è possibile fino a quando inconfutabilmente mi viene dimostrato il contrario. “Inconfutabilmente”?
Esiste una teoria non confutabile nel tempo e nello spazio?
Certo, dovremmo tenere nella giusta considerazione l’“hic et nunc”, ma non farcene schiavi. La creatività ci affranca da questa schiavitù perché ci conduce sempre “in un altro tempo e in un altrove”. Non a caso Einstein ha denunciato che la mente razionale è oggi serva della mente creativa, che è un dono sacro. Noi purtroppo abbiamo elevato a padrone il servo, dimenticando il dono sacro. Più o meno così.
Allora, sarebbe preferibile dire “tutto è possibile”! E rimanere aperti ad ogni sentiero, ad ogni rivolo, ad ogni colore, ad ogni via maestra o scorciatoia da percorrere con le  “intelligenze multiple” (Gardner) che diversificano il pensiero umano, nel rispetto del pensiero di tutti e di ciascuno. Il che non significa condivisione o passiva accettazione. Significa “reciprocità”. Una parola che mi piace molto. Che include e non esclude. Che accoglie, ma non abbraccia incondizionatamente. Che salva e non condanna. Perché tutti siamo possessori di frammenti di verità, senza la presunzione di possederne una… La verità!
E, allora, tornando all’affermazione “Dio è amore”. Io non me la sento di rigettarla tout court, solo perché vivo in un mondo che da sempre sembra essere l’antitesi dell’amore. Né di difenderla a spada tratta, perché sono convinta dell’esistenza di Dio e del suo incommensurabile amore per l’uomo e per il Creato. Niente di tutto questo. Vivo in continua tensione di ricerca nella consapevolezza della estrema fragilità della mia mente umana di fronte all’immenso che mi circonda, e soprattutto se questo immenso lo attribuisco al mistero della sacralità della vita e, dunque, della dimensione divina, che dovrebbe essere dentro e fuori di noi, se è vero che il tutto è fatto di un’unica materia, come gli stessi scienziati vanno, di volta in volta, scoprendo.
“Siamo figli delle stelle” e tendiamo al cielo. Anche questa affermazione potrebbe essere vera. Perché? Occorrerebbe chiederlo a chi ne sa più di me. So solo che questa tensione l’avvertiamo inconsciamente dentro di noi. Persino Emilio di Rousseau, tenuto fuori da ogni influenza sociale e religiosa, tende da solo alla ricerca e alla scoperta di Dio. Sente in sé stesso questo misterioso anelito.
Mi si dirà che non tutti gli uomini lo sentono. I materialisti, i pragmatici, i razionalisti, gli agnostici, gli atei, al limite persino i laici, in cui tutti più o meno ci ritroviamo, non hanno mai sentito vibrare nella loro anima questo anelito, altrimenti si sarebbero messi anche loro a cercare Dio. Non so se questo sia vero o meno. Non ho mai affrontato con qualche rappresentante di queste categorie un argomento così intimo e personale, pur parlando di assenza di fede (non di “mancanza”, perché si registrerebbe comunque un vuoto!), o della fede nella ragione, nell’azione, nel fenomeno, nella materia, nella esistenza e così via. Mai ho ritenuto giusto affrontare con i miei interlocutori il tema della genesi delle loro convinzioni, sentendo dentro di me il dovere di essere discreta per non “rovistare” nella sacralità delle loro anime.
Io ritengo, ma è un mio pensiero, che tutti partiamo dalla spinta a cercare e ricercare. Comunque sia, è innegabile nella natura come nella vita la presenza del Bene e del Male ed è quasi inevitabile pensare che se Dio permette il male non può essere un Dio d’amore. Anzi! E addebitiamo a lui ogni nefandezza. Oppure, se vogliamo scusarlo o ne ignoriamo l’esistenza, facciamo riferimento al Caso, cancellando del tutto qualsiasi altra possibilità.
Caso, dunque, o casualità?
Anche qui i dubbi ci assalgono. Alcuni sono certi che tutto derivi dal Caos primordiale, trasformatosi in Caso. Altri vedono in Dio la Causalità.
                                                                                      (fine prima parte)

giovedì 18 ottobre 2018

Due fiabe sulla felicità e sull'amore che nonno Mincuccio ci raccontava


C’era una volta un re che, stanco di essere infelice perché aveva tutto e non sapeva cos’altro chiedere alla vita, comandò ai suoi soldati di andare in giro per il mondo a cercare la camicia dell’uomo felice perché voleva indossarla sotto i suoi regali vestiti per scoprire il segreto dell’eterna felicità. Solo con quella camicia pensava che sarebbe stato davvero felice. I suoi soldati, anche se poco convinti dei capricci del loro signore, girarono per tutta la terra, ma non trovarono mai un uomo felice. Ma non si arresero per paura di tornare a mani vuote e della reazione del re. Continuarono a girare senza tregua, per monti e per valli, e per tutte le contrade della Terra. Passarono gli anni e le stagioni. Passò l’estate ed anche l’autunno. Poi sopraggiunse il triste inverno e giunse infine una nuova primavera, ma dell’uomo felice neppure l’ombra. Stanchi e desolati, e con mille timori, gli uomini del re stavano per tornare dal loro signore quando, in lontananza, sentirono un canto allegro e appassionato di un uomo nei campi. Si rallegrarono. Solo un uomo felice poteva cantare così. E corsero a cercarlo per chiedergli la camicia da portare al loro re e padrone. Ma quale fu la loro grande sorpresa quando lo trovarono su un albero di rosse e allegre ciliegie? Forse nel nostro campo di Lamangelica? Forse in un campo in cima alla montagna più alta del mondo? Forse in terreno di pianura e in riva al mare? Sulle rive di un fiume o su quelle di un lago misterioso e circondato da tanti alberi da potare? Nessuno è venuto a me a raccontarlo. Ma so per certo che quei soldati si precipitarono verso quel canto lontano e così vicino da rallegrare le loro orecchie abituate ai comandi e ai lamenti del re nella reggia.
Ma, secondo voi quale fu questa sorpresa? Non potete mai indovinare. L’uomo era talmente povero… da non possedere neppure la camicia.
La felicità era solo nel suo cuore…
(molto, molto più tardi scoprii che era una fiaba scritta da Lev Tolstoj e poi rielaborata da Italo Calvino, come “La camicia dell’uomo contento”. Ma il tuo racconto per me ha conservato sempre, nel tempo, sapore di casa, di cortile, di ciliegie, di felicità raggiunta, che le tue parole e l’intonazione e le pause, e le domande con il loro mistero, e le sospensioni di meraviglia tra i tuoi occhi grigi ci regalavano…)

C’era una volta un uomo che viveva con sua moglie da tanti anni e nessuno dei due si ricordava degli occhi dell’altro. Avevano perso anche i sogni e non credevano più a niente. Neppure che per ogni uomo c’è un Angelo che si prende cura di lui da quando nasce fino a quando muore, come avevano saputo da bambini. Ma l’uomo e sua moglie non si ricordavano più di essere stati bambini. Erano diventati delusi e tristi. Non avevano mai visto il loro Angelo. E ormai non ci credevano più.
Ma una notte l’Angelo di lui, ormai vecchio e malandato, lo chiamò facendosi vedere.
“Sono qui, mi vedi ora? E ora ci credi che esisto e ti sono sempre vicino? C’è qualcuno che prega per te? Vieni ti voglio mostrare una cosa”.
E, in men che non si dica, lo portò con sé in una specie di salone sotterraneo, grande e silenzioso come una chiesa. Fate conto, come la nostra chiesa, ma molto molto più grande. Era illuminato da tantissime candele. Alcune erano lunghe e appena accese, altre erano un po’ più corte, altre lo erano ancora di più con la fiammella che faceva fumo, fino a quelle che avevano appena appena un lumicino tremolante su un mozzichino minuscolo di candela e rischiava di spegnersi da un momento all’altro.
L’uomo, stupito, chiese il perché di tutte quelle candele accese. E perché erano di diversa altezza. E qual era il loro significato. Lui non sapeva e non capiva.
“È la vita di ciascuno di voi. Man mano che passano gli anni, la candela si accorcia fino a spegnersi”.
“Qual è la mia?”, chiese l’uomo con un filo di voce. “E quella di mia moglie?”, disse dopo un po’, pensieroso e titubante, come se il pensiero della moglie lo aveva sfiorato all’ultimo secondo.
L’Angelo gli mostrò due candele vicine: una un po’ più lunga e una cortissima.
“La tua è quella più corta, ma se c’è qualcuno che ti ama e prega per te, la fiammella può resistere ancora”.
“Mia moglie forse mi ama. Voglio chiedere a lei di pregare per me”, disse l’uomo sempre pensieroso e titubante, e ora anche pieno di paura. Tremava come la piccola luce di quel mozzicone a cui si era ridotta la sua candela.
In quel momento la fiammella riprese vigore e smise di tremolare.
“Vedi? Senza chiederglielo, lei l’ha già fatto! Ti ha forse pensato in questo momento e il solo pensiero ha reso più vivo il lumicino della tua candela. Forse, pensandoti, ha forse scoperto che ti ama ancora. Ora tocca a te pregare per lei. Se vi penserete con reciproco amore, fino a quando vi amerete le candele resteranno accese”.
“Ma perché allora si muore?”, chiese l’uomo con un dubbio negli occhi e nella voce.
“Perché piano piano si perde ogni gioia, ogni piacere, ogni speranza. Si perde a poco a poco il senso della vita. Non si è più curiosi di niente, sopravvengono dispiaceri e malanni. Ci si stanca di vivere. Ci si stanca di amarsi e di amare. E allora si muore.
È l’amore il senso della vita. Mai vivere una vita senza amore. Si pensa di vivere e invece si è già morti. Una morte senza senso”, disse l’Angelo mentre volava via…
L’uomo voleva fare altre domande sulla vita e sulla morte.
‘Perché, allora, si muore anche da bambini o da giovani? Perché si muore a tutte le età, anche quando si è molto amati? Anche se sono in tanti a pregare?’.
Ma l’Angelo non c’era più.
E l’uomo pensò che non è dato a noi “fərməchéddə” (formichine) sopra la faccia della terra di capire il mistero di Dio...
Ma una cosa ora gli era chiara: sua moglie lo amava ancora.
Il salone era sparito con tutte le sue candele accese: alte, medie, piccole, piccolissime. “Quandə a nu cècərə” (quanto un cece).
‘La sua era ancora accesa. Poteva sperare. Poteva ancora dare un senso alla sua vita. Riscoprire l’amore’.
Accese la luce. Fece una carezza al volto di sua moglie che dormiva, e si accorse che stava muovendo le labbra come se stava pregando.
E a quella carezza sulle sue guance spente si riaccese anche un tenero sorriso…  
(penso che questo racconto avesse un solo autore. Tu. Non l’ho mai letto da nessuna parte. O chissà! Ma è esclusivamente tuo l’amore che ci hai insegnato!).