sabato 17 febbraio 2024

Sabato 17 febbraio 2024: CANTO AL FIGLIO (per il COMPLEANNO di GIULIANO)...

E alle cinque di questa mattina una gioia inaspettata: mio figlio! Nato tra il martedì di Carnevale e il mercoledì delle Ceneri, lui scelse il Carnevale e fu ed è CORIANDOLO PAZZO per tutta la vita piuttosto che un improponibile PENITENTE per tutta la vita. A lui subito dopo andò il mio canto che ripropongo perché avevo solo trent’anni e avevamo una vita ancora da vivere insieme e non. Ma portato nel cuore sempre come ogni figlio atteso e da subito amato. Questo canto non si ferma al passato, ma abbraccia il presente e il futuro… Perché stiamo sempre insieme pur non stando più insieme. Come è giusto che sia:

Perdonami figlio se ho riso e pianto

quando t’ho messo al mondo

nell’incertezza della tua vita futura

              (e della mia)

Perdonami figlio per le notti bianche

insonni alla tua culla

con mani stanche e cuore sfinito

e labbra spente senza più il filo

         d’una ninna-nanna

e alba di sconfitta tra le ciglia.

Perdonami figlio per le fiabe non dette

(e il registratore senz’ansia né mistero)

per i giochi non condivisi

per le tue conquiste già deluse

dal mio disattento silenzio

per le mie ore colme di mille cose da fare

(con tutte le pratiche inevase

     della mia irrequieta giovinezza)

Contro i tuoi giorni vuoti

di parole solo attese di sorrisi non ricevuti

di tenerezze sognate e non vissute

col capo alle ginocchia e ciglia tra le mani

E le tue pene raccontate con i silenzi

poi nascoste nel cuore.

Perdonami figlio per i miei pensieri

                lontani

ottusi ai tuoi perché troppo vicini

negli occhi immensi a contenere

              il mondo

e grande e bello e tutto da scoprire

Per me tutto scontato vissuto ormai ignorato…

Perdonami figlio se sei un po’ cresciuto

e io testarda ti traduco in segni le parole fiorite

                   d’improvviso

rubando la tua infanzia tra pagine di tristezza

con spazi definiti che non volevi riempire

con mani inerti su grembiulini blu

la divisa che ti mette in fila per due

nell’esercito della scuola con l’attenti

                     e il riposo

e il silenzio noioso e il libro di lettura

la bella scrittura le tabelline mai imparate

solo subite e ormai superate da computer

e tablet e minicalcolatrice da quel che si dice

la tecnica e il progresso che ti daranno

successo se imparerai

                            anche tu

i vantaggi dell’avere di più contro

l’essere e il dare

                      e la gioia d’amare.

Perdonami figlio se ti hanno insegnato

che gli uomini primitivi erano i primi uomini

e noi quelli dell’era dell’atomica e della scienza

che ha sconfitto l’ignoranza la fatica il dolore

(e nel mondo più di un bimbo muore

con i giochi da dimenticare

                       e la violenza da subire).

Perdonami figlio per la promessa

                            di eternità

la luna a due passi in polvere di carta

stampata e immagini via satellite

solo ponte di nuove

                             Speranze

contro la quotidiana confusione

e ti nascondo l’incertezza la paura

l’alienazione la massificazione

dell’uomo-macchina e senza Dio

Perdonami figlio per gli uccelli

che non volano

e gli aerei alti oltre le nuvole leggere

                             da inventare

Per i fuochi d’artificio che splendevano

nel mio cortile

E la bomba luminosa con crudeltà

                    su Hiroshima.

Ed ero bimba anch’io e non lo sapevo

e altri che sapevano me lo nascondevano

per salvarmi dal sorriso perduto dei bimbi

                      di Awshwitz.

Perdonami figlio per un mondo che è solo

il terzo il quarto mondo come se stessero

ancora i primi e poi i secondi e i terzi

e gli ultimi sotto l’unico cielo

              che ci vede nascere e morire.

Perdonami figlio ora già adolescente

se ti contrabbando la mia ignoranza

per certezza e verità la cultura

per onniscienza e tutta la stupidità

della mia maturità

i miei difetti per virtù l’ostinazione

per tradizione i cambiamenti

 per contraddizione e forse

chissà evoluzione

e le occasioni mancate come soprusi

a mio danno

da altri non da me dalla mia incapacità

a realizzarmi

oltre i miei pensieri a te ammanniti

                   per genialità.

Perdonami figlio se ho spento

le tue speranze con una manciata

d’irritazione contro la possibile involuzione

dei tuoi giorni futuri e le mie delusioni.

Perdonami figlio se ho soffocato

la tua voglia di vivere

con il mio cielo senza più orizzonti

e l’astenia e il quieto

vivere l’irrigidirsi delle mie arterie

e dei prati senza fiori

e dei mari senza vele e del mio porto

                     senza faro

e delle lucciole perdute nelle siepi

di un buio bosco

                    senza più ritorno

Perdonami figlio ormai cresciuto e vinto

per l’amarezza annientante del dolore

del primo amore perduto in poche ore

e la befana ormai lontana senza camini

                     né poesia

forse solo un pizzico di malinconia

per tanta ipocrisia e da te cercata

profumo di prato sotto un cielo di stelle

e parole ancora belle.

Le stesse in cui ho creduto e che avrei voluto

insegnarti se avessi saputo amarti

                  con più cuore

oppressa com’ero dalla mia urgenza

d’amore tanto amore.

Una sete mai spenta oltre gli anni maturi

                          e il disincanto.

Perdonami figlio ormai uomo maturo

se ti ho mentito perché ho creduto

di regalarti un mondo

fatto di sogno e di allegria senza ombra

di odio

                o di malinconia

a cui sarebbe bastato il mio… il tuo canto

                       l’incanto soltanto.

Per questo non ho voluto negarti la VITA.

Ma da CORIANDOLO PAZZO sfuggito

al mio buonsenso

condito di sana follia continua tu

i miei passi in volo

(pensieri parole sogni illusioni speranze canzoni)

con mani ancora colme di infiniti rivoli d’AMORE…

  

venerdì 16 febbraio 2024

Venerdì 16 febbraio 2024: I nostri TESTI ( in prosa e in vers) d'AMORE liberi di VOLARE...

E siamo a venerdì 16 febbraio e ancora mi giungono testi sull’amore e ancora ne recupero anch’io da fb da testi di autori famosi che alcuni di voi focalizzano e che è per me una gioia riportare nel nostro blog. Mi piacerebbe una maggiore interazione tra noi per poter fare dei commenti sui vari testi che possono aprire nuovi orizzonti di riflessione e di confronto: quali testi sono piaciuti di più? Perché? Quali affermazioni hanno colpito di più la nostra fantasia, il nostro cuore? Quale parola ha acceso una luce? Quale linguaggio ci ha colpito di più? Perché? Sarebbe un arricchimento per tutti noi! Che ne dite? E penso, tra l’altro, che tutto questo potrebbe tornarci utile anche per il Retino che riprenderò tra un mese. Mi dovete indicare solo il giorno e l’ora più confacenti per ciascuno di voi per poter fare una scelta più oculata e per trascorrere insieme una simpatica mezz’oretta di “analisi” letteraria delle parole o frasi. Anche con vivificante contraddittorio! Se siete d’accordo, spero di ricevere presto vostre indicazioni. Ed ora riprendiamo con i testi d’AMORE:

 “Da riva a riva” di Mariateresa Bari: Con ampie ali remigava/ l’inverno dei pensieri/ nello strappo di asole/ troppo strette/ al polso// Inclinato il piano del pianto/ da travi orizzontali/ si scucivano fiori/ comete trascurate nel grigio grido//Amaca da riva a riva/ il rosso di un bacio

“Bambinamia” (a mia figlia Daniela) di Angela De Leo: Bambinamia/ eri già nelle mie braccia/ quasi notte quasi ansia d’appena/ aurora e neppure alba, sì tu c’eri/ con occhi immensi/ spalancati nei miei,/ tra giardini fioriti di quasi autunno./ Canto leggero di oltre mezzanotte/ e palpito di settembrini e allodole/ a ingigantire il tuo richiamo/ sul mio seno stanco di silenzi./ Noi due in due di noi/ Rose e spine tra le mie braccia/ e battiti forti del cuore mai arreso./ E al centro del mio universo TU/ ignara della casa ad attenderti/ e di piccole mani tre di tre/ protese verso il tuo sognato sorriso./ E tornammo e seppero dei tuoi occhi/ a cercare i miei in un’ansia d’amore/ mai vinta, mai sazia, mai compiuta./ E non ha fine e vince ogni buio/ allo splendore di ogni nuova attesa,/ di ogni nuovo quasi autunno,/ di ogni nuova quasi alba che sa di noi…

“Cerco libri IN AFFITTO” di Elina Miticocchio: “Cerco libri IN AFFITTO” poiché i libri sono per me delle abitazioni dove entro guardandomi attorno, poi, giro per le stanze più volte e rifaccio il percorso, prima di chiudere la porta d’ingresso. Sono innamorata della lettura. Chi ha vissuto le mie “frequentazioni in biblioteca” conosce la mia passione per ogni pagina e la cura estrema che ho nello sfogliare le amate pagine. Ho libri nel bagno, tra i profumi e la biancheria, e nel cesto degli indumenti ormai ci sono solo libri. Alcuni poi in cucina, tre quaderni fitti di appunti e riflessioni. Sono tappe del mio viaggio e imparo dalla loro compagnia la bellezza di mondi ampi e inarrivabili. Da bambina e ragazza i libri erano centellinati. I soldi servivano per la scuola e il vestiario. Coltivo un sogno grande… ma chissà se un giorno… e mi dico i miei sogni non portano tristezza… per cui che mi restino compagni.

“Non così” di Vito Davoli: Non così avevamo sognato/ sorrisi, coraggio:/ le spalle non avrebbero dovuto/ essere troppo forti per portare/ il peso di una testa che chiede di poggiarsi.// Non così avevamo sperato/ pugni stretti a fendere l’aria inutilmente/ o le mani sul viso impaurito/ sulle soglie della resa/ per accarezzare senza mai svegliare.// Non così ci avevano detto/ ma insieme a tagliare le onde,/ a tenerci in equilibrio,/ col dondolio giocare/ senza aspettare un’alba riluttante.// Non così il nostro tempo/a segnare punti irrimediabilmente/ contro di noi/ e il circense dolore che doveva annoiarci/ ci attraversa lo stomaco/ e ci burla ci riveste.// Non così la tenacia/ doveva arrugginire dentro i giorni/ e la memoria perdersi/ nei mille fatti bravi di ogni sveglia al mattino./   L’attesa della notte/   e di una luce fioca, una qualunque./ Forse volevamo ristoro e non conquiste.// Vorrei mi perdonassi/ e perdonandoti ricominciare il giorno/ che non riuscimmo mai a regalarci/ e che ci vede ritornare alla partenza,// quel che dal cuore rade i peli dello sdegno,/ dell’odio, del delirio e ci dà pace

“Amore che vieni, amore che vai” di Fabrizio De Andrè: Quei giorni perduti a rincorrere il vento/ A chiederci un bacio e volerne altri cento/ Un giorno qualunque li ricorderai/ Amore che fuggi da me tornerai/ E tu con gli occhi di un altro colore/ Mi dici le stesse parole d’amore/ Fra un mese fra un anno scordate le avrai/ Amore che vieni da me fuggirai/ Fra un mese fra un anno scordate le avrai/ Amore che vieni da me fuggirai/ Venuto dal sole o da spiagge gelate/ Perduto in novembre o col vento d’estate/ Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai/ Amore che vieni, amore che vai/ Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai/ Amore che vieni, amore che vai

Massimiliano Bardotti: Abbiamo tutti bisogno d’amore, un amore sconfinato, infinito, qualcosa che nemmeno sappiamo immaginare né desiderare. Abbiamo bisogno di una parola dolce, di tenerezza. Che qualcuno ci dica che è grato per quello che facciamo, che ha visto quanto impegno ci mettiamo. E va bene, va bene, anche se spesso sbagliamo, commettiamo errori imperdonabili, ma senza un briciolo di cattiveria. Siamo già stati perdonati ancora prima di chiedere perdono, questo abbiamo bisogno di sapere. Ci vogliono occhi che sanno andare oltre i nostri, sanno entrare dentro, sanno arrivare fino al punto preciso in cui siamo adorabili. Siamo così bisognosi d’amore, di attenzioni. Niente ci fa bene come qualcuno che dice: quello che fai serve, è necessario, grazie. Perché ogni giorno tutto è faticoso, sanguinoso, tutto richiede uno sforzo sovrumano, anche alzarsi dal letto, o dal divano. Perché nel silenzio assenso generale muoiono ogni giorno bambini sotto i bombardamenti e a qualcuno pare giusto a qualcun altro normale. Perché ormai diciamo “è la vita” quando invece è la morte. Quella nera, quella dell’anima. E invece la morte vera non la vogliamo nemmeno sentir nominare, quella che ci riguarda tutti perché riguarda il nostro scomparire. Voglio dirtelo, sconosciuto lettore, io spero nella tua misericordia. E nel tuo amore. Io spero, anzi credo, nella grazia del tuo cuore. Domani il sole sorgerà di nuovo, come ogni giorno da miliardi di anni. Se questo non ci fa tremare, se questo non ci fa meravigliare, se questo non ci lascia completamente, assolutamente sbigottiti, forse non siamo più vivi.

(suggerito da Mattia Cattaneo)  

Agus Requejo Scaloni: Amore/ piccola parola/ di grande valore,/ non si compra/ né si vende/ né si affitta./ Felicità/ senza misura/ per chi la prova,/ la riceve, la sente, la dona.

(evidenziata da Mariantonietta Bellezza)

“Se questa vita” di Domenico Luiso: Se questa vita è una piuma sospesa/ dentro un’ampolla diafana di carne/ reclina il capo il fiore germogliato/ dell’odio astioso/ e ridiventa amore// muore lo scroscio delle tue mani ossute/ e ridiventa una carezza triste// stesa con gli occhi chiusi questa vita/ annega nebbie pazze di parole/ nelle placide acque di un sorriso// non ha ferite e pieghe nei suoi fianchi// riflette il segno del tuo sguardo amico/ e nella bocca muta s’agita lo stelo/ del balsamo di un bacio che non muore

(indicato da Vincenzo Mastropirro, amico di Mimì Luiso quanto me, che lo conoscevo molto bene e ne apprezzavo il talento multiforme sotto quella sua “scorza” dura sorretta da tanta ironia e autoironia. Merita il nostro commosso omaggio).

“A MIO FIGLIO” di Leopoldo Attolico (1946 – 2024): Di tutto ciò ch’oggi mi dici/ Adriano,/ rimarrà un picco d’allegria/ e a sfamo, dal gesto lungo della corsa,/ l’onda d’oro d’una didascalia di suoni/ fra le mie braccia confusi;/ quasi un groppo in gola.// rimarrà, di rondine che torna/ il caldo del tuo viso/ il suo roseo abbandono/ e la rincorsa del mio piccolo mondo/ dentro il tuo, che lo chiama e lo storna,/ quasi a cercarvi messi alle parole/ in cadenza di fuga o di accordo/ abbaglianti di note; ininterrotto azzurro.

(Vincenzo Mastropirro, in omaggio al suo amico Poeta di Roma. Pure Leopoldo è un comune amico di vecchia data. Anche lui apprezzato tanto per la sua signorilità di modi, la sua poesia elegante e misurata, la sua straordinaria autoironia)

“BUONGIORNO” di Paolo Polvani: Al suo paese Aziz è un ingegnere./ Qui fa il lavavetri a un incrocio,/ ai semafori di via regina Margherita./ È abituato ai dinieghi Aziz, li scorge/ oltre il parabrezza, a volte/ somigliano a minacce./ nessuno gli ha mai detto: buongiorno/ ingegnere!/ Del resto non è scritto/ sulla bottiglia con l’acqua e con la schiuma,/ sul raschiello, sulle mani e nemmeno/ sul viso in bilico tra il sorriso e la disperazione./ però nessuno gli ha mai detto neanche:/ Buongiorno, Aziz!/ A pensarci bene  nessuno gli ha mai detto: BUONGIORNO.

(da Vincenzo Mastropirro per il suo amico e Poeta di Barletta)

“Alla casa di mamma” di Vincenzo Mastropirro: Alla casa di mamma/ mi stendo sul letto/ non quello della vecchiaia/ l’altro dove mi hai concepito.// Mi sono sentito piccolo/ ho chiuso gli occhi/ e ho visto passare le nuvole/ volavo sotto la polvere.// Non si sentiva niente/ nessun suono nella testa/ ho sentito solo un tremore/ tu salivi ed io scendevo.// Trovavi il paradiso/ ed io l’inferno, ma lo sai/ quello è il tuo,/ l’altro è il mio/ rido e deliro. Lo sai, lo sai.

(Vincenzo Mastropirro è un poeta e musicista-compositore molto generoso, come è facile dedurre dai tanti poeti che promuove per stima e amicizia. Ed è anche amico mio di vecchia data. Scrive in dialetto e in italiano e spesso usa una bellissima commistione tra le due lingue. Questa poesia è scritta anche in dialetto, ma io incontro purtroppo difficoltà a trascriverla nella versione dialettale. Ha tutto il mio apprezzamento, la mia stima, il mio affetto).

Primo Leone (da Le parole in fondo al mare): Uno. Il tempo/ occasione perduta/ per inventarsi l’anima/ dopo una caduta. Tre. Strada/ per incontrere/ le tue mani./ Quattro. Albero/ senza sogni:/ tu eri il sogno./ Tredici. Il mare/   il suo marinaio   / l’acqua   la vela   l’azzurro   / un gabbiano/ l’i n f i n i t o./ Ventiquattro. Infinite le mie mani/ per disegnare/ il tuo corpo./ Settantacinque. Vorrei una cassaforte/ per la tua voce/ ancora tenera,/ Daniela./ Ottantasei. Quando Pollicino/ partì soldato/ l’Orco rimpianse/ di non essersi arruolato./ Novantanove. E mi ritrovo infine/ straniero a me stesso/ guerriero di carta e di speranza.

Angela De Leo: E l’Amore,/ vecchio quanto il mondo,/ inondò la Terra di silenzi/ Lei li raccolse/ per farne collane/ da appendere al cuore./ Contro ogni fuga di stelle/ con mani di tenerezza/ perché sempre e ancora/ vincesse il CUORE/ (e tutto si fece vela/ di luna e di sole, di terra/ e di cielo,/ di infinito…)

“A testimonianza di un amore grande più del mare” di Raffaella leone: Sei tu/ e unica per me/ rimani./ Abiti l’altrove della parola insieme alle stelle./ Sai del mare il canto/ come le sirene./ Conosci le sue rotte/ e i suoi segreti pensieri./ Hai ciliegie tra i capelli/ e gelsi rossi sulle labbra./ Lasci manciate di sogni/ sparpagliati fuori/ da tutti i cassetti/ tra le caramelle e gli orecchini/ tra le virgole e le parentesi/ e pochi punti da fermare./ Cerchi coralli fioriti/ sulle grondaie/ per le rondini e i rondinini./ Conosci gli scriccioli/ le lucciole e le lantane./ Peschi lampare affacciate/ a illuminare la strada ai naviganti di carta./ Di notte non dormi/ qualcuno alle orecchie ha poesie da sussurrarti./ Con gli angeli conti le lune e di quelle piene ne fai collane./ Ti salutano dall’albicocco le foglie/ tuo primo sguardo all’alba./ Piangi con la pioggia/ Ridi con i gelati/ Detesti il freddo/ tra le ossa e il cuore/ e ogni giorno aspetti l’estate./ Perché della primavera porti tra la gente gli occhi./ Sei tu/ e unica per me/ rimani.

(e chiudo così questa lunga carrellata con le poesie di Primo, una mia e una di Raffaella a me dedicata. Non me ne vogliate. Un po’ di narcisismo ogni tanto riscalda il cuore ed è AMORE!)

 

 

 

giovedì 15 febbraio 2024

Giovedì 15 febbraio 2024: Ancora i nostri TESTI D'AMORE IN VOLO...

L'AMORE in tutte le sue declinazioni:

Marida Piepoli: Io e te. Che nessuno ci dava insieme per più di due mesi. Io e te. Che abbiamo cominciato a 800 Km di distanza. Io e te. Così diversi in superficie. Così simili in profondità. Io e te. E le cose della nostra vita. Bellissime. Bruttissime. Io e te. Amici, qualche volta nemici, amanti. Io e te. Oggi, domani e, forse, per sempre.

Haruki Murakami: L’amore è davvero tutto. Dobbiamo lasciare il male fuori dalle nostre vite ed affrontare il presente con uno sguardo nuovo.

Andrea Zanzotto: or che mi cinge tutta la tua distanza/ sto inerme dentro un’unica sera

Madre Teresa di Calcutta: Trova il tempo di ridere./ È la musica dell’anima./ trova il tempo per giocare./ È  il segreto dell’eterna giovinezza./ Trova il tempo per amare/ e essere amato./ È  la strada della felicità.   

In La voce a te dovuta di Pedro Salinas: Tu vivi sempre nei tuoi atti./ Con la punta delle dita/ sfiori il mondo, gli strappi/ aurore, trionfi, colori,/ allegrie: è la tua musica./ La vita è ciò che tu suoni.// Dai tuoi occhi solamente/ emana la luce che guida/ i tuoi passi. Cammini/ fra ciò che vedi. Soltanto.// e se un dubbio ti fa cenno/ a diecimila chilometri,/ abbandoni tutto, ti lanci/ su prore, su ali,/ sei subito lì, con i baci,/ con i denti lo laceri:/ non è più dubbio./ Tu mai puoi dubitare.// Perché tu hai capovolto/ i misteri. E i tuoi enigmi,/ ciò che mai potrai capire,/ sono le cose più chiare: la sabbia dove ti stendi,/ il battito del tuo orologio/ e il tenero corpo rosato/ che nel tuo specchio ritrovi/ ogni giorno al risveglio,/ed è il tuo. I prodigi/ che sono già decifrati.// E mai ti sei sbagliata,/ solo una volta, una notte/ che t’invaghisti di un’ombra/ - l’unica che ti è piaciuta -/ un’ombra pareva./ E volesti abbracciarla./ Ed ero io.

(poesia evidenziata da Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte, curatrici della Rubrica “Pane e quotidiano”, <Quotidiano di Bari>, 14 febbraio 2024)

“CHE IL CUORE CI TOCCHI” di Rita Bonetti: E mi avvolgo i capelli sul dito/ il dito/ dove hai appoggiato le tue labbra// un silenzio siderale scorta/ il percorso pigro della luna/ rotonda luce sui miei seni// La mia carne si apre/ per colmarsi/ delle tue oscurità/ dei tuoi soli/ della tua anima// Pare che il cuore ci tocchi in fondo/ e il tempo si chiuda su di noi per/ sempre

(RB, D’amore e di altre storie, Bertoni Editore 2022)

“SE FOSSE AMORE” di Giulia Basile: Se tu mi amassi come io ti amo/ avresti due ali di gabbiano/ per volare lontano dalla tristezza./ Due gambe leste di cerbiatto/ per correre nei prati a primavera,/ per bere acqua di fonte/ lassù, alla sorgente./ un cuore che farebbe capriole/ ad ogni abbraccio,/ che ad ogni “ti amo” scioglierebbe/ anche il ghiaccio perenne,/ passando indenne nella bufera./ Due occhi splendenti di luna/ per illuminare ogni mia carezza./ Una bocca, come l’anima, vera/ che mi baciasse quando lento/ arriva il buio della sera

(Giulia BASILE- Schena Editore -)

Stefania De Angelis: <Dimmi qualcosa dell’amore, ti va?>. <Quando qualcuno sceglie>. <Cioè?>. <L’amore è quando qualcuno ti sceglie, senza prenderti per caso, solo perché, magari, cazzonesò, passavi di lì…>. Alzo un po’ le spalle continuando a guardarla negli occhi, lei non dice una parola e mi fissa. <Ecco, quando succede te ne accorgi, perché quella persona conosce cose di te che non conoscevi fino in fondo nemmeno tu, perché ti ha guardato dentro prima ancora di guardarti fuori, andando oltre il primo strato, quello sotto gli occhi di tutti, quello sul quale, spesso, trovi solo tanta polvere. E l’ha fatto in silenzio, restando in disparte, cercando di “sentire” le parole che tu non sei stato in grado di pronunciare, quelle più vere, quelle più belle, quelle che parlavano davvero di te…>>. M’interrompo un attimo e riprendo: <Hai presente quando, dopo una delusione, costruisci un muro tra il tuo cuore e il resto del mondo? Quel muro può durare anni. E diventare sempre più spesso… Ecco, l’amore è il momento esatto in cui senti crac>.

Maria Pia Latorre: Sui miei palmi/ la tua carezza che esule/ cade fuori dal nostro abbraccio/ custodirò in silenzio/ e lì nei miei palmi/ cresceranno roseti

Antonella Coletti: Quante parole su di noi a ronzare e/ quanti sogni/ a veleggiare sulle pallide zolle!/ Nel migrare de uccelli, sul nostro/ veleggiare/ sorpreso, tra i cespugli di malva/ e parole, trovammo una poesia,/ “figlia del bosco, sorella del giglio”; Mi manchi, amore,/ mi manchi come al sole/ mancasse l’aria./ Mi manchi come al cielo/ mancasse il mare,/ e alle vette più alte,/ la pace delle nevi./ come al mio inverno/ manca la primavera.

“DOVE NO ENTRA IL TEMPO” di Francesca Petrucci: Voglio stare con te/ Quando non ci sarò.// Mi troverai senza cercarmi/ Sarò lì, sul tuo sorriso/ Nascosto/ Sulla lacrima di un momento.// Non lo saprai/Ma sarò lì.// Non lo saprai/ Ma, più viva/ Camminerò, leggera/ Sulla tua anima/ Col sorriso triste/ Di chi è sempre/ Stata lì/ Su quella parola muta/ Su quel bacio mai dato/ sulla verginità/ Di un amore mai/ Donato.// Tu non lo saprai/ Ma sarò lì/ in quell’attimo “per sempre”/ dove l’amore spande/ dove riluce il buio/ Dove non entra il tempo.// Perché voglio stare lì/ Voglio stare con te/ Quando non ci sarò.

“DESIDERIO DI PACE” di Samih al-Quasim (esule palestinese): Cammino fiero,/ cammino a testa alta./ Porto in mano un ramo d’ulivo/ e il corpo sulle mie spalle/ e cammino, e cammino./ Il mio cuore è una luna rossa/ il mio cuore è un giardino/ pieno di bacche e basilico./  Le mie labbra sono un ulivo/ e il corpo sulle mie spalle/ e cammino, e cammino.

(Postato dalla scrittrice e poetessa Elena Diomede)

“La vita a ogni età è una sorpresa meravigliosa” di Roberto Vecchioni: Io ho 82 anni, ma vi assicuro - a voi che ne avete molti di meno - che quando arriverete alla mia età non sentirete differenze. La differenza arriva e si sente solo quando non si vive, quando non si ama la vita, quando non si vuol fare qualcosa di nuovo. Ma se si rimane ancorati e aggrappati alla bellezza dell’amicizia, dell’amore, della musica, del mare e della poesia, la vita regala sempre delle sorprese. Alla mia età si sentono gli acciacchi, certo, ma nello spirito non c’è differenza. L’amore non cambia mai. Quando uno si innamora, non importa l’età. Cambiano il riflesso fisico e la potenza sessuale, ma dal punto di vista emotivo forse l’amore è ancora più forte a cinquanta o a sessant’anni. Io ho visto e conosciuto persone che si sono innamorate a settant’anni, ma innamorate davvero. Di quell’amore che quando l’altro manca si sta malissimo. D’altronde, l’amore è questo: continuo bisogno, il desiderio di avere l’altro con sé…

“Liebeslied” (“Canzone d’amore”) di Rainer Maria Rilke: Come trattenere la mia anima, affinché non sfiori la tua? Come protenderla/ in alto sopra di te verso altri pensieri?/ Vorrei tanto ospitarla da qualche parte,/ presso qualcosa persa nell’ombra,/ in un luogo estraneo, tranquillo, che non continua a vibrare, quando vibrano i tuoi passi./ Ma tutto ciò che ci sfiora, me e te, ci unisce come un arco/ che tira da due corde una voce sola./ Su quali strumenti siamo tesi?/ E quale musicista ci tiene per mano?/ O dolce canzone.     

“Non ho smesso di pensarti” di Erica Ronchi (attribuita erroneamente a Charles Bukowski): Non ho mai smesso di pensarti,/ vorrei tanto dirtelo./ Vorrei scriverti che mi piacerebbe/ tornare,/ che mi manchi/ e che ti penso./ Ma non ti cerco./ Non ti scrivo neppure ciao./ Non so come stai./ E mi manca saperlo./ Hai progetti?/ Hai sorriso oggi?/ Cos’hai sognato?/ Esci?/ Dove vai?/ Hai dei sogni?/ Hai mangiato?/ Mi piacerebbe riuscire a cercarti./ Ma non ne ho la forza./ E neanche tu ne hai./ e allora restiamo ad aspettarci invano./ E pensiamoci./ E ricordami./ E ricordati che ti penso,/ che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,/ che scrivo di te./ E ricordati che cercare e pensare son/ due cose diverse./ E io ti penso/ ma non ti cerco.

(Erica Ronchi ha scritto un libro il 2014 con questo titolo Non ho smesso mai di pensarti, mentre Charles Bukowski nei suoi tanti libri di poesie non ha mai inserito la poesia “Non ho mai smesso di pensarti”, a lui quindi attribuita erroneamente. E non la si trova da nessuna parte, se non su Google. Vero è che è indubbiamente una splendida poesia!).

“Ti amo terribilmente” di Kahlil Gibran: ti amo terribilmente,/ se sbocciasse un fiore ogni volta che ti penso,/ ogni deserto ne sarebbe pieno./ Potrei dimenticarmi di respirare ma non di pensare a te./ Il grande amore non si può vedere né/  toccare, si può sentire solo con il cuore./l’amore non dà nulla se non sé stesso,/ non coglie nulla se non da sé stesso./ l’amore non possiede né è posseduto:/ l’amore basta all’amore.

“FUNERAL BLUES” di Cris Chiapperini (rielaborazione di FUNERAL BLUES, in Morte e Altra Vita del grande Poeta W. H. Auden): Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,/ fate tacere i cani con ossi succulenti,/ accompagnate fuori il feretro,/ si accostino i dolenti.// Incrocino aeroplani lamentosi lassù/ e scrivano sul cielo il messaggio/ - Lui è morto - /allacciate nastri di crespo al collo pallido degli emozionati,/ i vigili comunali si mettano guanti di tela nera e zittiscano i clacson.// Lui era il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest/ di chi l’amava,/ la loro settimana di lavoro/ e di compagnia dei giorni in coda,/ di mezzodì, di mezzanotte./ La sua lingua, il loro canto,/ pensavano che l’amore fosse eterno:/ e avevano torto.// Non servono più le stelle:/ stasera spegnetele anche tutte;/ imballate la luna, smontate pure il sole;/ svuotate l’oceano e sradicate i giardini;/ perché Primo è ora tra i Primi,/ e ormai nulla può più giovare/per chi ha cuore d’amare.

(per la morte di Primo Leone, avvenuta il 4 giugno del 2008)

David Maria Turoldo: ma quando da morte passerò alla vita,/ sento già che dovrò darti ragione,/ Signore,/ e come un punto sarà nella memoria/ questo mare di giorni./ Allora avrò capito come belli/ erano i salmi della sera;/ e quanta rugiada spargevi/ con delicate mani, la notte, nei prati,/ non visto. Mi ricorderò del lichene/ che un giorno avevi fatto nascere/ sul muro diroccato del Convento,/ e sarà come un albero immenso/ a coprire le macerie. Allora/ riudirò la dolcezza degli squilli mattutini/ per cui tanta malinconia sentii/ ad ogni incontro con la luce;/ allora saprò la pazienza7 con cui m’attendevi, a quanto/ mi preparavi, con amore, alle nozze.

“Guardando il cielo dal mio terrazzo…” di Ombretta Leone: … e accorsero le nuvole,/ in un girotondo di gigli,/ a consolare la luna…/ “Mi sono persa disse lei al loro avvicinarsi…/ “Non puoi perderti… il tuo posto è/ sempre qui… puoi girare… ballare… farti/ piccola o immensa… puoi nasconderti o/ brillare… puoi fare capriole su te stessa…/ o farti virgola tra le stelle… ma rimani/ sempre nella parte più bella del cielo…/ lì dove batte il suo cuore!”

“Nonno Riccardo, la morte di te non farà mai spettro” di Angelica Grivel Serra: Infine, pace. Silenzio, nella stanza di cui un soffio di tempo fa - poche ore appena - animavi passi di vita. Non ci si chiederà più quante primavere siano qui disposte a carezzare i tuoi vetusti buonumori, non più da sospirare, al pensiero degli autunni ancora capaci d’intristirti. Non vige ora apprensione ad ogni tuo respiro storto; non l’obbligo della vigilanza, per ogni timido cammino delle gambe tue, steli candidi, liscio vetro. I petali delle tue parole quiete stanno ora sigillati e spenti, perché non più il tocco della tua voce d’aria, arrochita dagli anni, potrà dar loro forma. Nessuna esigenza condurrà il tuo corpo latteo a domandare, non acqua, non pane, né calore; perché il bisogno è fruscio terreno. E tu, dal terreno, hai infine estratto il vivere. Nonno, è privo di te, questo presente. Privo di te che hai raccolto il vigore di una vita facendone fascio d’argento gentile per consegnarlo a noi, l’increspatura sagace ad arruffarti gli occhi, tersi pure negli oceani dell’oblio. Tu comunque spargi tutto qui, lo lasci nell’assenza, la statura del tuo essere, i tremori del tuo udito, il contegno dei tuoi grazie, i rosari snocciolati, i baluginii della tua attenzione, la vividezza del passato issata nei ricordi, il contorno roseo e ancora turgido delle tue guance al capolino di un sorriso, il marchio delle dita che, tiepide, sfiorano i visi. Nonno Riccardo, la morte di te non farà mai spettro.

(Ulassai, primo gennaio 1924 - Cagliari, sette maggio 2023)

mercoledì 14 febbraio 2024

Mercoledì 14 febbraio 2024: I NOSTRI CANTI D'AMORE IN VOLO...

Avrei voluto inventare l’amore

Per offrirtene il brevetto

(Primo Leone)

Miei cari, oggi è San Valentino, il giorno in cui si festeggia l’Amore in tutte le sue svariate forme, in tutti i suoi modi di essere e di manifestarsi. Devo fare una precisazione: l’amore provato e vissuto e donato è sempre un amore imperfetto, mancante della certezza della sua pienezza e intensità, perché recepito in maniera soggettiva, che fa i conti con l’attesa e le attese, con il proprio metro di misurazione e di valutazione, e con il senso di inappagamento che ogni amore lascia in chi lo riceve perché è incerta la quantità d’amore in possesso di chi lo dona.

L’unico amore certo è, dunque, quello che si possiede?

Ma poi, si possiede davvero l’amore?

Ma allora come mai più lo lasciamo andare più diventa radicato nel cuore? E più lo tratteniamo e più ci sfugge, a volte soffocato proprio dalla stretta che non lascia libertà di essere e di agire?

Perché più viene dichiarato e più viene diluito il suo significato più profondo?

Eppure, se non lo diciamo, rimane impredicato, nascosto, non recepito, non ascoltato, non compreso nella sua reale esistenza. Esiste solo per chi lo prova ma non esiste per chi non ascolta le parole che lo rendono visibile, anche se mai certo.

Come ogni cosa che non ha corpo, non occupa spazio, non ha una o più dimensioni visibili, anche l’amore non può essere toccato con mano, pesato, quantificato, percepito e recepito nella sua essenza, nelle sue qualità.

Possiede qualità l’amore? È frazionabile in bellezza, costanza, vicinanza, accudimento, passione, tenerezza, forza, fiducia, protezione, esuberanza, allegria, complicità, molteplicità, singolarità, unicità? O è riconducibile davvero alla sola parola AMORE?

Siamo tutti concordi nel definirlo quasi sempre “amore” per poterlo vivere senza essere tratti in inganno da ogni pensiero soggettivo, dagli innumerevoli condizionamenti interni ed esterni, che inevitabilmente lo snaturano, lo sviliscono, lo esaltano, lo mascherano, lo esibiscono, lo urlano o lo soffocano nelle spire della paura e nel bosco di ogni fuga e di ogni perdita dell’unico sentiero per fare ritorno al punto di partenza: l’improvviso batticuore nel conoscersi e riconoscersi tra migliaia di simili con l’infinito negli occhi e tra le mani…

Ma che dire del personale punto di vista: per me, per te, per lui, per lei…?

Quanto complesso e complicato l’amore. C’è persino chi nega la sua esistenza. Oppure gli fa uno sberleffo di scettico sarcasmo.

Alla luce di queste considerazioni, diventa quasi impossibile conoscere l’AMORE. Eppure, sentiamo che abbiamo bisogno d’AMORE. Di amare ed essere amati. E sentiamo che solo l’AMORE ci può rendere felici, ri-generandoci. Donandoci, cioè, nuova nascita e nuova vita.

Dunque, questo sentimento esiste ed è vivificatore?

“Sì”, mi state rispondendo in coro quasi tutti, almeno in cuor vostro per non legittimarlo troppo, pena ogni possibile delusione e revisione. “Esiste”, ripeto anch’io. “Ed è reale ed esplode quando meno te lo aspetti. Sia che si tratti del primo palpito di un semino sotto il cuore di una donna chiamata ad essere mamma. Sia che si tratti del primo attimo di vita tra le braccia di un uomo che s’innamora della sua paternità. Sia che avvenga tra due esseri umani l’esplosione del Big Bang che è tumulto e del cuore in andata e ritorno… e in espansione…

E ci accorgiamo che l’AMORE è semplice come l’aria che respiriamo. È. Che duri un attimo o una vita non importa. Rimane un punto vivo, incancellabile, nell’eternità di ogni ‘incontro’ e ciò mi conforta e mi salva da ogni possibile perdizione”.

La prima poesia d’Amore, come padrona di casa, mi appartiene e la dedico a Selvaggia C Serini (mia figlia adottiva, volata tra le stelle il 3 dicembre 2023 a meno di 44 anni).

“Per te, Selvaggia”: Zampine tutu di ballerine diciottenni// hanno sogno inevaso in volo/ tre gazze a lasciarmi la danza/ biancoazzurra in ventagli di Cielo/ e il mio incanto - tu moltiplicata per tre - / perché a te io levi il canto/ che mi pigola dentro/ come sussurro di madre/ al dono alato della figlia/ di solo Amore/ e carezze lacerate di pianto/ / (rimpianto per non averti saputo/ difendere dagli uncini dell’anima/ dalla incredulità del cuore/ e sentirti in me sempre VIVA)

“DICONO DI TE” di Mauro Contini: Dicono di te il tuo occultarti/ tra gli interstizi delle stagioni,/ La rosa che ti sorprese nei giardini di maggio/ prima della crudeltà della sfioritura,// traducono in attesa/ la tua mancanza muta,/ sperano i limoni che ti catturi/ il profumo che fa coda al vento,// gli occhi che racchiudono storie,/ i sogni erranti tra gli enigmi,/ le domande smarrite tra le onde,/ le tue parole vaganti nella sera,// sei tu che indossi la promessa/ e alludi all’accoglienza,/ non è mai perduto il tempo,/ nell’essenziale la tua sembianza.

“Come la dea Minerva” di Vito Tricarico: Come la dea Minerva/ con lo sguardo bello e fiero,/ dal passo aggraziato/ e con tocco leggero,// benedice i campi d’ulivo,/ con la stessa grazia e da tanti anni/ tu fecondi la vita mia/ con tanta passione e senza affanno.// Se c’è il sole che brucia/ la nostra terra e il pianoro/ tu sei la frescura ombreggiante,/ sei l’ombra fitta di un alloro.// Ora son passati tanti anni,/ se vuole Dio ne passeranno ancora/ e mi piace scrivere di te/ che sei il sole della mia aurora.//A te mi piace dedicare/ quattro parole e un pensiero/ con l’augurio di conservare di te/ la grazia e il favore.

“Sono accanto” di Elina Miticocchio: L’amore mio a un millimetro dal sogno/ Aspetto il tempo che accada/ Le mani che sapranno liberare/ Le farfalle negli occhi/ a dipingere una rinata primavera/ - il mio angelo/ a dirmi/ “sono accanto”.  

Luciana De Palma: E poiché sei distante/ Al tuo desiderio provvedo/ Con una passione/ Al fuoco equivalente/ Stuzzico con la voce/ Tutti i tuoi sensi/ Il tuo sangue rendendo/ Un magma ribollente// Di condurti presto/ Alla follia del peccato/ Non m’importa/ proprio niente/ D’altronde è questo/ Che tu vorace chiedi/ Sarò tua Eva/ E tu il mio serpente

Federico Lotito: giuro!/ aspetterò che tu compia sessant’anni/ e con te cullerò i giorni che uno dopo l’altro/ sono vita ora./ giuro”/ ce la farò, non ho più fretta di andare./ sai! Tu e il tuo sorriso,/ i tuoi occhi luccicanti,/ il tuo trucco mattutino davanti/ a mattonelle di specchi/ mi hanno ridato eternità/ giuro!/ sarò forza ancora finché/ un soffio di vento mi scompiglierà/ i capelli rimasti,/ finché il freddo non annacquerà/ gli occhi di commozione

(L. De Palma e F. Lotito da Istanteternità, Secop ed. 2021)

“Meditazione di San Valentino” di Alberto Tarantini: L’incubo e l’amore sono le due/ cose al mondo per cui valga la pena/ svegliarsi. E forse tenersi leggeri/ la sera… le ridurrebbe ad una.

“Per Anna” di Luigi Lafranceschina: Ogni volta che la sera/ Stanco mi addormento/ Nelle tasche la paura/ Di non svegliarmi più/ La felicità di averti accanto/ Spazza via il batticuore./ Ogni volta che al mattino/ Mi sveglio e mi sento vivo/ La certezza di averti accanto/ Esorcizza croci e crucci/ E ringrazio il Padreterno/ Che ho ancora occhi per guardarti./ Ogni volta che un amico/ Mi lascia solo/ Ringrazio la fortuna/ Di poter vivere/ Prima di partire/ Altri cento anni accanto a te!

“L’ODORE DI TE” di Fabrizio Lamarca: Il tuo profumo su di me/ sa di resa?// M’inebria e mi soffoca/ toglie e dona, mortifica l’anima.// E’ la spezia della mia attesa.// Mi lasci e vai via/ ma mi rimani addosso./ Sensi sconvolti. Rinascita. Nuova agonia.// Così l’odore di te/ è memoria/ che racconta di una storia di cieli scuri e di polvere,/da stanze vuote, ma piene di noi/ di ore piccole e di scale,/ di mani che si sfiorano, di occhi che si parlano.// Fermerei il tempo/ per poterti respirare come ora non posso/ per ridare vigore, nuova forza al sangue/ per rivivere l’estasi del tuo odore.// Vagando/ vado in ogni dove alla ricerca di quell’essenza/ che vive sulla tua pelle/ mentre ogni istante lontano da te/ si consuma come pioggia d’agosto// Malinconicamente.

Elisabetta Stragapede: Nonostante io conosca da tempo/ il luogo impervio/ nel quale mi avventuro/ ogni volta che ti lasci attraversare/ scivolo ancora a precipizio dai tuoi occhi.

“Ti amo” di Angela Strippoli: Ti amo/ Ti amo da sempre e da sempre lo sapevo/ Da prima che tu sapessi/ che io sapessi/ Irrazionale è il cuore/ Sconquassa le ossa e/ le ricompone/ con l’ansia e la tensione del primo bacio/ Ricordi?/ In Piazza del Popolo/ In contrappunto incosciente/ il nostro primo bacio/ Non chiedermi quando è cominciato/ Non chiedermi se finirà/ Non finirà/ Amo i tuoi spigoli i miei nei tuoi e la mia stupida ostinata follia e la mia/ libertà di amare solo te e non soltanto te/ Sono variabile irascibile/ incontentabile/ Tante volte ti ho tradito/ per un capriccio di poesia/ Sono stata attrice e poeta forse per sbaglio per finzione o per davvero non so ma con te mi sono amata alla/ follia/ Mille e nessuna/ Con te sempre/ in Piazza del Popolo

“Pioggia e sole” di Maria Sportelli: Odore/ di pioggia/ e sole/ nell’orizzonte/ di ogni domani/ e tu sei con me/ a guardare l’infinito/ a bere/ respiri d’amore/ appesi al filo/ di lenzuola/ stropicciate/ dal vento// Nella notte/ senza stelle/ sento/ il canto del Maestrale/ suoni e rumori/ in una sola nota/ ciottoli al cuore/ di corpi stanchi/ seduti/ a guardare la luna/ e a sfidare/ sorrisi d’inferno// Odore/ di pioggia/ e sole/ nell’orizzonte/ di ogni domani/ apro finestre di sogni/ e seguo/ il filamento/ del tuo cuore/ aquilone perso/ dalle piccole mani/ di un bambino/ è qui/ nel mio battito/ custode di casa/ senza terra/ senza fili d’erba/ a raccogliere/ spine e rose/ a seminare canzoni/  e passione/ per non lasciare/ niente al tempo/ per non dimenticare/ il colore della7 felicità stesa/ a quel filo/ di panni stropicciati/ dal vento

“Se un giorno ti diranno” di Primo Leone: Se un giorno ti diranno/ di amarti tanto/ pensami e saprai che t’amo più di tanto.// Se un giorno ti diranno di amarti un mondo/ pensami e saprai/ che t’amo più di un mondo.// Se un giorno diranno di amarti immensamente/ pensami e saprai che t’amo/ tanto di più,/ un mono di più,/ immensamente di più.

“Se non ci fossi” di Angela De Leo (per Nicola): se non ci fossi/ sarei silenzio di scale/ muta ora del giorno/ disabitata quiete ai tumulti del cuore// sarei il tempo dell’attesa/ e del non compimento/

vuoto di braccia nel vuoto del sogno// vuoto di vuoto a perdere/ buco nero nell’universo/ privo di stelle già ingoiate e disperse// sarei legna da ardere/ albero senza foglie/ veliero senza vele e cielo senza mare// sarei la disgiunzione/ la parola spezzata/ iato che non torna al conto sillabato// sarei priva di ardimenti/ di passi e ripide salite/ statua di sale e di ogni muto dolore// sarei lampada spenta/ candela e stoppino/ bruciati nell’indistinto fumo del giorno// sarei la mia assenza/ dispersa nella tua/ e ansia di cercarti per avere un appiglio// (tu àncora d’ogni mia salvezza porto sicuro/ rifugio nella protezione delle tue ali/ gioia immensa perché ci sei ci sei ci sei…)

“Conversazioni con Selvaggia C Serini” di Francesco Papadia: Sedici anni fa io e te ci baciavamo per la prima volta. Faceva freddo e io avevo una paura fottuta di te, della tua sicurezza, del tuo carattere assertivo, del tuo essere oggettivamente superiore a me. Mi sono bastati pochi giorni per capire l’enorme errore di valutazione che avevo fatto. Perché amavo già tutto di te e amavo in particolare tutti quegli aspetti di cui avevo paura. Sedici anni fa mi hai fatto innamorare per la prima volta e sono ancora innamorato. Oggi però ti sputtano, perché in questi sedici anni abbiamo fatto credere a tutti di essere una coppia di intellettuali e fini conoscitori di musica, libri, cinema, ma la verità è che non hai avuto mai il coraggio di dire che la nostra canzone romantica più intima era Superstiti di Raf. Ti amo sempre, per sempre.

“Ogni altra profezia” di Vito Davoli: Di mille segni che in un giorno profetizzi/ quanto ho desiderato che tu fossi tutti!// Che fossi i mille rivoli di un fiume limaccioso,/ il luccichio infinito dentro gli occhi,// le cento foglie e ogni loro vena,/ perfino il tratto ruvido di impronte digitali.// Di nubi caldo, fetido sudore,/ inquieto torcersi di vento di capelli,// parole a caso di passanti innamorati,/ strisciare sordido di vipere nei campi.// Moscerini a milioni di controra/ e sapide bestemmie della sera intorno al fuoco.// Di luna impuro candore ammaliante,/ di terra incerto sentiero e di zolle.// Restavi per me il giorno e a me soltanto/ apparteneva ogni altra profezia.

“Oh,Valentino!” di Anna Mininno: Vali quel che vali ogni anno il 14 di febbraio/ E poi?/ Poi “più non dimandare/ Ignori e non sai di pene/ Quelle che fanno scalfire il cuore/ Dell’anima tu non sai/ che vive un tempo solo/ E non ti trastulli in piacevoli tenzoni/ E abbozzi sorrisi solo quando vuoi/ Oh, Valentino/ Tu non sai quel che di te avanzo,/ tu non sai/ Tu non sai, no, che d’amore si muore/ l’amore di sempre di oggi o di mai,/ my special Valentine

Sono tantissime le poesie d’amore da molti di voi inviate, altre da me scoperte e recuperate. Non voglio perdere quelle non riportate oggi nel nostro blog. Non posso perderle. Sono tante voci diverse e un solo spartito a raccontare AMORE. Alcune romantiche, altre scettiche, altre con un linguaggio duro e un amore puro, altre tenere, altre… Ogni voce ha una nota diversa e un solo cuore.  Continuerò a proporvele domani e, se necessario, dopodomani ancora. Perché privarcene se può rendere più vivibile la vita, più ricca di testi poetici e di letture con cui confrontarci mentre atteniamo la primavera? A domani, dunque, con AMORE. Angela

martedì 13 febbraio 2024

Martedì 13 febbraio 2024: una PROPOSTA con urgente RISPOSTA...

Mi piacerebbe per domani San Valentino riempire il nostro blog di brani (prose e poesie) d’Amore, nostre o di altri Autori famosi o meno. Ci state? Vi allego il mio indirizzo email per ricevere in tempi brevissimi i vostri testi o le vostre proposte, per poterli sistemare nel blog di domani: angeladeleo42@gmail.com . Aspetto i vostri apporti. Rapidissimamente. Grazie! Angela       

 

lunedì 12 febbraio 2024

Lunedì 12 febbraio 2024: CARNEVALE vola via con l'ultimo CORIANDOLO di MALINCONIA...

Una pausa per festeggiare Carnevale che quest’anno è volato via, sfiorandomi appena per i tanti impegni culturali che vado srotolando in questo periodo e per qualche problema di salute di troppo, che a me ormai non mancano. Ma voglio spolverare qualche ricordo per conservarne la magica follia che ha caratterizzato i miei spensierati anni di ragazzina ribelle. Mi ritorna prepotente il ricordo del Carnevale del ’56, anno della memorabile nevicata.

È un ricordo di orme lontane

danzanti come fiocchi di neve

col principe ormai perduto

(e sotto altri cieli ritrovato)

mani di rose volto senza spine

e una risata allegra e ciarliera

a raccontarmi ti amo e poi ti amo

con labbra di fumo e fuoco di parole

sui miei quattordicianni appena.

                  1956

Anno di fiaba bianca

colorata di sogno e ballerina

tenerezza di canzoni perdute

e una luna di lana

per pensieri da riscaldare

con mani di gelo

e un gioco da inventare

per fingersi un amore

svanito coi primi raggi di sole…

 

             (io che guardo il cielo anche di notte

              e immense galassie di sogno scopro      

                    in quell’amore ragazzino

                    che colma il tempo di noi…

             io che conto le stelle e penso e scrivo

                    e chiacchiero con i ricordi)

   (a.d.l. “Questo cielo di neve”, da L’ora dell’ombra e della riva)

 

                                                  1956

<Fu l’anno della grande nevicata e l’anno delle mie prime cotte, divise in ugual misura tra Franco primo e Franco secondo. Il primo, snello, biondo, occhi cerulei e “testa da condottiero romano”, lo incontravo nei corridoi della scuola e gli lasciavo in pegno lunghi sguardi languidi per farmi ricordare durante le altre ore di lezione; il secondo (il Franco bruno, alto, elegante, bellissimo, che si era innamorato, appena tredicenne, della mamma di Cappuccetto rosso, cioè io) consumava quotidianamente il marciapiede parallelo a quello della nostra casa, nella speranza di vedermi al balcone, dove mi affacciavo quando andavo a suonare il pianoforte, oppure nel cortile. Lo incontravo anche in chiesa alla messa delle sette o durante le feste da ballo in casa di Zettina, la nostra comune amica.

Zettina aveva qualche anno più di noi e una lunghissima treccia corvina, lunga quanto la lunghissima fila di fratellini, di cui si prendeva cura soprattutto lei che era la maggiore. Il padre era emigrato in Arabia Saudita e la madre, una bellissima donna ancora giovane, ma sfiorita di gravidanze e di lunghe stagioni di “vedovanza”, aveva un sorriso triste e mite sul volto pallido e stanco. Con noi era affettuosa e materna. Dolcissima. (Mi chiedevo spesso come avesse fatto a collezionare tanti figli con il marito lontano. Poi, mi feci due conti e scoprii che l’uomo veniva giusto il tempo per ingravidarla e andava via. Intuivo l’intimo dolore e la grande rinuncia di quella splendida donna che conosceva forse attimi brevi di passione e sicuri tempi lunghi di fatica nel crescere da sola i suoi piccoli. Per fortuna aveva Zettina, già matura e avveduta per la sua età).

Quell’anno, sotto quella sognante favolosa nevicata, io vissi il carnevale più romantico della mia adolescenza. Ero accerchiata da Franco primo e Franco secondo e Peppino e Mimì, il fratello maggiore di Zettina, altissimo, bello e geniale, già studente universitario e pieno di sincera premura nei riguardi di noi “ancora uccelli di nido”. Mimì era solito dirmi che sarei fiorita splendidamente e che mi avrebbero presto rubata. Ma Franco secondo era il più innamorato. Quell’anno inscenammo per carnevale un matrimonio tra noi due. Lui indossò l’abito scuro dello sposo ed io quello meraviglioso di pizzo bianco, che una zia di Rosa (dai fulvi capelli) aveva ricevuto in uno dei grossi pacchi mandati periodicamente da una sua sorella suora (“la zia suora”) che viveva in America. Erano favolosi vestiti da sera, che zia Santa dava a noi ragazzine in affitto per poche lire nel periodo di carnevale. Per qualche anno io avevo indossato gli splendidi abiti neri di nonna Carmela, tua madre. Erano di pizzo lavorato a mano con fantastici ricami di coralli e perline, nero su nero. E con tacchi alti per poterli indossare senza inciampare. Ma quell’anno, per l’abito da sposa, mi rivolsi a zia Santa. Signorina anziana ma di belle speranze, morta poi quasi centenaria, era un pozzo inesauribile di abiti estrosi e fantastici che noi facevamo a gara a scegliere per avere il primato dell’eleganza e della bellezza. (Spesso mi chiedevo come facesse una suora ad avere simili vestiti e a lungo fantasticai di scrivere un romanzo su una famosa ballerina che viveva le sue erotiche avventure di notte e che si fingeva suora pudica, e fedele sposa di Gesù, di giorno. Ma, poi, in mancanza di notizie più dettagliate sulla vita in America, sul mondo delle ballerine e delle suore, sulle erotiche notti di chicchessia, desistetti. In compenso, per un concorso letterario su <Sorrisi e Canzoni>, scrissi un racconto che, con la complicità delle mie amiche, inviai al giornale con lo pseudonimo di Elodie, e che di lì a poco venne pubblicato con mia grande gioia. Era ispirato al tema della canzone di Umberto Bindi: “Arrivederci”. Da quel momento in poi non mi stancai più di cantarla. E Bindi divenne il mio cantante preferito.

Ma, durante quel carnevale di neve, tra me e Franco secondo venne celebrato quel matrimonio, che lui avrebbe ricordato per tutta la vita e che io avrei presto dimenticato, anche se ci fu il rinfresco in onore degli sposi e il ballo che ci vide felici e tremanti quasi fosse vero. Di Franco secondo e di quel carnevale, oltre alla neve alta per le strade e al turbinio di piume bianche nel cielo, ricordo un episodio tenerissimo che mi fece regalare il cuore a lui incondizionatamente. Ma solo per poco. Prima della cerimonia, vedendo le mie mani arrossate per i geloni (che io e te curavamo insieme, sfregandovi sopra uno spicchio d’aglio, quando, sicuri di non dover uscire, ammorbavamo la casa col suo caratteristico odore), si allontanò per andare da un suo cugino, sotto quel vorticare furioso di bianche e gelide farfalle, e mi portò un manicotto di pelliccia sintetica bianca, non senza avermi prima procurato una bacinella con acqua calda, dentro cui immergere le mani di fredda neve e di rosso dolore perché si riscaldassero al tepore delle sue calde premure. Dolcissimi gesti a dimostrarmi la profondità del suo amore. Io ero Mimì della Bohème. Ero Anna Karenina. Lara del Dottor Zivago. Ero tutte le eroine con manicotto di pelliccia e sogni di neve intrecciati tra capelli e pensieri.

                            Anno di bianco candore e di morbido incanto

Anno di scuole chiuse a lungo e di lunghe passeggiate con Franco secondo sotto arabeschi di neve a disegnarci di stupore il viso tra i rari passanti che borbottavano vedendo una ragazza passeggiare con un ragazzo. Noi non ci sfioravamo neppure per timore di un sentimento sconosciuto e carico di incognite. Più grande di noi stessi e dei nostri pochi anni. C’era solo il desiderio di essere insieme in quel paesaggio fiabesco e irreale.

          Tempo di gesti incompiuti e di compiutezza di sentimenti e sogni

                                         L’assoluto tra le mani

Un vago sapore di attese e di scoperte a infrangere certezze e verità.

L’assoluto solo un richiamo di assoluto? E la quotidianità?

Per lui, io fui l’amore assoluto. Per me, lui fu solo la quotidianità relativa. Anno delle corse in bicicletta, delle litigate con la nonna, delle soste in villa con lui e con le amiche del cuore: Maria, Rosa (dai fulvi capelli), Finuccia, Tonetta, Tinuccia, Lina, Gioconda, mia compagna di banco, con cui ci divertivamo un mondo, dimentiche di ogni spiegazione ex cathedra, a contare i pidocchi che girovagavano sullo chignon (“l’isola di Ceylon”) della compagna seduta al banco davanti al nostro, Vittoria (di alcuni anni più grande di noi e con una certa somiglianza con Anna Magnani)…

Anno del cuore enorme che lui incise, nella villa comunale a metà strada tra casa e scuola, sul tronco di un grande albero con i nostri nomi. E che di anno in anno, ormai senza di me, lui avrebbe rinverdito con un temperino a ricalcarlo sulla corteccia perché il tempo non lo cancellasse come aveva, poco dopo, cancellato ogni mia promessa.

Anno dei primi televisori in bella mostra lungo il corso cittadino e del mio stupore nel vederli accesi su grandi prati e sparute pecorelle a brucare l’erba.

                                       Meraviglia delle meraviglie!>

(Cfr. A. De Leo, Le piogge e i ciliegi, II vol, 2017)

Oggi

… Togliere maschere d’ogni dolore

vorrei.

C’è stato un tempo lontano quanto la pena

e c’era l’attesa lunga del carnevale.

Valeva oro sonno e litigate

per l’abito più bello da indossare

(nero con pizzi e ricami di corallo)

la bocca più rossa da baciare

tra il bianco della neve e un silenzio

di fiato sospeso su labbra innocenti,

come debuttanti al primo ballo

    (chi per primo le bacerà?)

Si rideva, si rideva tra balli e canzoni

Si vibrava d’emozioni e primi amori

Rapinati gli anni le primavere i passi.

Rapinati i sogni la neve il carnevale.

Occhi profondi d’oceano inabissati.

- Andare al mare non mi farà poi male -

Un canto di coriandoli nel tempo cancellato.

(vuota conchiglia tra le mani e suono di fanfara).

(a.d.l. “In compagnia dei pensieri truccati”, poesia inedita)

E il 17 febbraio di 52 anni fa nacque mio figlio Giuliano tra l’ultimo giorno di Carnevale, martedì grasso, e il primo giorno di Quaresima, mercoledì delle Ceneri, CORIANDOLO PAZZO da quando è nato fino ai nostri giorni. Ancora oggi mi fa volare con la sua fantasia, mi fa tremare di malinconia per tutto ciò che passa e non torna più. Restano i ricordi. Per fortuna i ricordi. E le sintonie…

Alla prossima per parlarne… Angela