domenica 9 gennaio 2022

Domenica 9 gennaio 2022: se all' "io" e al "tu" sostituissimo il "NOI"?...

Tre giorni fa abbiamo festeggiato con l’Epifania il mistero dei Magi in cammino verso la grotta di Betlemme per offrire i loro doni (oro, incenso e mirra) a Gesù Bambino. Il Re dei re, nato povero in una grotta e depositato con amore da Maria, sua madre, in una mangiatoia perché fosse riscaldato dal fiato di due animali da lavoro: il bue e l’asinello. E abbiamo approfondito il bellissimo significato e l’infinito senso del DONO, di cui ho parlato sulla mia pagina FB. “Dono” che qui, sul blog, si accende come fiore d’inverno al sorgere dorato della nuova alba del Nuovo Anno, che ci vede nuovamente insieme a fare scongiuri e a sperare in un cielo migliore. Ed è il dono stesso che presuppone un “io” (che compie il gesto del donare), un “tu” (che riceve quel pensiero) e una parola magica “grazie” (che trasforma immediatamente l’io e il tu in “NOI”).

E, allora, mi sembra giusto riportarmi al libro di Simone Cristicchi, da cui siamo partiti, alcuni mesi fa, per scoprire che la parola, che segue a quelle già evidenziate nel percorso che insieme stiamo facendo alla conquista della felicità, è proprio il pronome personale “NOI”, declinato al plurale. Già, dopo il talento e le riflessioni su questo dono che, in varia misura, ciascun essere umano riceve alla nascita da madre natura o dal buon Dio, subito Simone procede con alcuni esempi di persone con talenti particolari che sarebbero rimasti perlopiù sconosciuti se, in qualche modo, non fossero stati scoperti e comunicati agli altri, che magari non avevano avuto la stessa intuizione ma possedevano le competenze giuste per prendersene cura e sostanziarli di nuovi apporti. In pratica, anche il talento ha bisogno di un “NOI” per esprimersi al meglio di sé. Da soli si fa poca strada. Insieme si moltiplicano orizzonti e percorsi.

Il suo paragrafo intitolato “Noi” ha un esergo: Tutta la felicità nel mondo deriva dal pensare agli altri; tutte le sofferenze nel mondo derivano dal pensare solo a sé stessi. (Shantideva).

Simone scrive: Ci capita spesso di passare dall’Io al Noi per un evento di breve durata, forse più abbandonandoci alla sua potenza che non domandandoci cos’è che l’ha provocata e come potremmo prolungarla. Ci sentiamo uniti magari allo stadio, davanti a una partita degli Azzurri, durante un concerto, o cantando dai balconi, com’è accaduto nella prima ondata della pandemia. E dopo? Che succede dopo? Siamo soddisfatti, compiaciuti, ma non tentiamo di ricreare quella sensazione di insieme. Eppure siamo stati noi a generarla. Senza “ognuno”, non esisterebbe “tutti”. È come se avessimo le chiavi, ma ci dimenticassimo di usarle. Come se avessimo la cura, ma non riuscissimo a diagnosticarci la malattia, cioè l’individualismo. Il noi emerge come un istinto di sopravvivenza durante le catastrofi, viene fuori naturale, significa che in fondo lo sappiamo che non ci si salva mai da soli. Soltanto se si passa alla dimensione ristretta del nostro Io a quella cosmica del Noi, si può capire quanto siamo strettamente connessi, quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri per essere felici. Dal momento in cui nasciamo, non viviamo di solo pane, ma di relazioni umane, di carezze, di parole. Ognuno è responsabile della nostra felicità e noi siamo responsabili della felicità di ognuno. Io credo che ci si senta un noi quando si capisce di appartenere alla grande famiglia dell’Umanità e che il diverso è comunque un fratello, chiunque esso sia; che ogni forma di vita su questo pianeta ha senso di esistere; che ognuno di noi, centravanti o riserva in panchina, deve dare il suo contributo alla squadra. Non c’è azione individuale che non si ripercuota sulla collettività. Non c’è sofferenza personale che non intacchi in qualche modo gli altri. Diceva Gandhi: “Tu e io non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi”.

Cristicchi continua con altri esempi, altre sottili riflessioni sul senso di fratellanza che ci accomuna in particolari momenti della nostra vita o della storia dell’umanità. Diamo il meglio di noi, però, solo nei momenti peggiori, ma velocemente dimentichiamo. Eppure quando siamo insieme non abbiamo paura perché ci sentiamo più forti degli eventi di gran lunga più forti di noi. Dunque, ci abbandoniamo alla fiducia che gli altri suscitano in noi e che noi proviamo per gli altri. La fiducia è un sentimento bellissimo fino a quando non viene tradita. È questo che dobbiamo evitare con tutte le nostre forze se vogliamo salvarci tutti ed essere felici insieme. A questo punto mi sembra giusto riportare uno scritto emblematico del poeta e pensatore zen Thich Nhat Hanh, rivisitato dal mio amico, docente universitario di bioetica, Francesco Bellino: guardando questa pagina, ci si accorge subito che dentro c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia; senza la pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi non si può fare la carta. La nuvola è indispensabile all’esistenza della carta. Si può dire allora che la nuvola e la carta inter-sono, perché senza nuvola non c’è carta. Guardando più a fondo, comprendiamo che la pagina che stiamo leggendo dipende da tante cose, dal sole, dal taglialegna, dal grano e dal pane che il taglialegna ha mangiato, dai suoi genitori. In questo foglio di carta ci siamo anche noi. Quando lo guardiamo, il foglio diventa un elemento della nostra percezione. La nostra mente è lì dentro. Nel foglio di carta è presente ogni cosa: il tempo, lo spazio, la terra, la pioggia, i minerali, la luce del sole, la nuvola. Ogni cosa co-esiste nel foglio. “Questo foglio, così sottile, contiene tutto l’universo” (Thich Nhat Hanh). La nostra realtà fisica e spirituale è fatta di inter-esistenza. Siamo strettamente interconnessi gli uni agli altri. Né dobbiamo temere di perdere la nostra unicità in questo processo continuo di inter-connessione. E a questo proposito bellissima è la pagina riguardante la rete di Indra, tra induismo e buddhismo, che ci rivela il segreto dell’universo. Racconta di una rete di fili infinita presente in tutto il Cosmo. I fili orizzontali corrono attraverso lo spazio, i fili verticali attraverso il tempo. Ad ogni incrocio di fili c’è una persona con una perla di cristallo; ogni perla riflette la luce proveniente da ogni altra perla e dall’intero universo. Tutte le persone vengono illuminate simultaneamente. Altra versione riguarda una tela multidimensionale che, al mattino presto, si ricopre di gocce di rugiada. E ogni goccia di rugiada contiene il riflesso di tutte le altre gocce di rugiada. E in ogni goccia di rugiada riflessa, i riflessi di tutte le altre gocce di rugiada in quel riflesso. E così all’infinito

Insomma, tutto brilla di luce propria riflettendo la luce di ogni altro da sé. Bellissima immagine di interdipendenza in tutto il Creato. E, dunque, non esiste più l’IO, ma esclusivamente il NOI. Dal particolare si passa all’universale. Ed è questa la legge che tiene coeso l’universo e lo rigenera continuamente in un continuo atto d’AMORE. “Amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145), l’ultimo della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Nei miei auguri per il Nuovo Anno ho parlato di “cordate” proprio nel senso di riscoprire la reciprocità, la solidarietà, la condivisione, l’empatia: sono tutte forme che rendono visibile e concretamente operativo l’AMORE. E tutti, nessuno escluso, ne traiamo vantaggio e ben-essere, psico-fisico, socio-culturale, spirituale nella meravigliosa famiglia dell’umanità. Purché ci sia AMORE, l’unico collante che dovrebbe tenerci uniti e in grado di perseguire, come fine ultimo, la PACE. Utopia? Forse. Anche perché, come più volte ho sostenuto, l’utopia non è ciò che non si realizzerà mai, ma ciò che non è stato ancora realizzato. E qui riscopriamo anche la SPERANZA. Uno sguardo lungo verso il futuro a comprendere le nuove generazioni.  Nostro atto di FEDE nella VITA. 

E vorrei concludere per oggi con un esempio luminoso che da qualche tempo ha coinvolto anche me su FB: il nutrito gruppo di CIRCOLARE POESIA, capitanato dall’infaticabile Mattia Cattaneo e validamente sostenuto da tanti poeti (David La Mantia, Maria Concetta Giorgi, Giovanni Sepe, Michele Carniel, Ginevra DellaNotte, Ritapoesie Ritabù, le mie carissime amiche poetesse Mariateresa Bari, Maria Pia Latorre, Roberta Lipparini, e tantissimi altri…), accomunati dal desiderio di scrivere poesie e comunicarle in una circolarità che è sinonimo di continuo confronto e di vera reciprocità. Ma tanti sono anche i poeti della nostra Casa editrice (SECOP edizioni, affiancata dalla FOS edizioni) che scrivono e pubblicano poesie con lo stesso intento: Francesca Petrucci, Elina Miticocchio, Eli Stragapede, Vito de Leo, Federico Lotito con Luciana De Palma, Alberto Tarantini, Zaccaria Gallo, e tanti altri ancora…

La prossima volta ci saranno anche alcune delle loro poesie a testimoniare questa bella realtà dei nostri giorni…

 

 

 

 

  

lunedì 3 gennaio 2022

Lunedì 3 gennaio 2022: un Nuovo Anno per RICOMINCIARE..

Sì, imperativo categorico è RICOMINCIARE. Ma per farlo dobbiamo lasciarci alle spalle gli anni trascorsi che più ci hanno fatto male o riprenderli ad uno ad uno per verificare quanto si possa e si debba salvare per non perdere la memoria di noi in una continuità a restituirci l’intero di ciò che siamo e che è, come già detto, molto di più delle singole tessere che costituiscono il mosaico della nostra vita? Io penso che quest’ultima ipotesi di soluzione sia la più giusta per noi e per chi amiamo soprattutto. Per questo riprendo a parlare delle persone care che in questi ultimi anni ho perduto e di cui rintraccio continuamente voci, gesti, parole, nell’oceano del cuore. E parto da Primo Leone che proprio ieri, traslocando momentaneamente dalle stelle presso cui ha fissa dimora, ha festeggiato nella nostra casa i suoi 81 anni, ricordandoci con le “parole in fondo al mare” (99 pensieri in libertà) la sua mai spenta voce: Una coperta di seta azzurra/ per avvolgere le stelle/ad una ad una.; Una strada deserta/ quattro case in fila/ a tessere l’ombra per la sera.; E la mia ombra/ disegnata dal sole/ si è spenta nella sera. (Bari 1983). E ancora, meno lontana nel tempo, ecco “Il vino il tempo la nostalgia”:     È qui     / che vorrei fermare il mio tempi,/ tra le braccia di queste viti/ avvinghiate alla terra,/ dormire sul cuore verde/ di queste foglie,/ legare i miei sogni/ con i tralci vibranti/ dei grappoli gonfi di sole/ e di cieli spensierati…/     È qui     / che voglio aspettare i canti/ della festosa vendemmia,/ ricordare l’allegria/ del vino nei bicchieri,/ quando l’anima è un brindisi/      di sangue vivo  /  senza ieri e senza domani,/ soltanto sogni progetti speranze…/ e l’ebbrezza di un amore/ rosso rubino/ che ti scalda il cuore…/     È qui     / che vorrei fermare/ le mie ansie e le mie illusioni…/     È qui     / ancora immortale/ come il vino nelle vene/ che non conosce sconfitte…/     È qui     / - tra i richiami di sempre - / che aspetterò/ tutte le vendemmie dell’eternità./ … quando l’aria/ è un canto di sole e di cielo/   quasi una nota di musica/   che ti risuona sulla pelle/   e il mondo è solo un ricordo/ da disperdere…/     È qui     / dove il tempo è immobile/     in attesa     / sui tralci delle viti, tra le mani gonfie/ del vino di domani…/ Ricordi si sgretolano/ Lungo quel fiume misterioso/ Di vino e di sangue/ Per le nostre vite infinite (da Premio Rabelais 2004 Poiché tutto è, fors’anche una storia d’amore, 2004). Infine: La strada fino a ieri/ passa tra i tuoi occhi/ si disperde ormai stanca/ come un sogno che si muove appena/ come un giorno disegnato sul muro/ come l’acqua inventata dai naviganti/ una terra sconosciuta ci aspetta/ prima dell’orizzonte… (da Lontano da ieri, Secop 2008). Ma poi c’è Nico Mori, il mio carissimo amico Nico, che desidero ricordare con uno stralcio della poesia “Metà di me” da Al confine di me (Secop, 2015), in cui c’è tutta la sua personalità di molteplici perché, tra la necessità di vivere nel mondo del lavoro, con onestà, competenza, coerenza, e l’incoercibile bisogno di immergersi nel mare (suo habitat naturale) con  infinita poesia, alimento quotidiano del suo cuore e della sua anima: Metà di me non mi appartiene/ naviga/ dove il chiaro dell’aurora boreale/ si stempera nel blu infinito della notte./ Metà di me si dissolve in milioni di grani/ e si sparge e combina/ in simpatia con miliardi di atomi/ sulla linea d’ombra/ al limite di ogni verità/ dove certezze sconfinano nel dubbio/ e l’umano sapere è attonita coscienza dell’immenso./ Metà di me non mi appartiene, naviga/ tra l’Orrido e il Meraviglioso/ in consapevoli teorie dell’incanto/ verso lontani/ magici bagliori…; in risposta a tutto questo, mi sembra necessario fare riferimento a una lettera di Herman Rojas, lontano amico di tutti noi quando era semplicemente un poeta cileno scappato dalla sua terra perché ribelle al regime militare di Pinochet, e amico fraterno di Nico anche dopo il suo ritorno in patria. Questa lettera è di solo qualche anno fa. Dopo un lungo silenzio poetico di Nico… Le omissioni sono mie per via di una lettera molto lunga e ricca di ricordi e di sollecitazioni a tornare a pubblicare le sue poesie, di cui tutti avvertivamo la mancanza: Caro Nico (…) non lasciarci senza la tua parola, senza i tuoi sogni, senza la tua folle geografia italica, senza il tuo mare, senza la tua tenerezza. Vai oltre i “confini di te”, con tutta la forza che hai, non fermarti, non spegnerti (…). I nostri confini sono come l’utopia alla quale non rinunceremo mai. Perché tu e io siamo l’orizzonte e, insieme, noi siamo l’utopia. Pescatori di meraviglie, ricordi? A costo di annegare nei mari della luna. Ti abbraccio con l’immenso affetto di un fratello. Germàn (lettera contenuta nell’ultimo libro di Nico Mori PESCATORI DI MERAVIGLIE e altre storie (Secop, 2020). E che dire di Giorgio Bàrberi Squarotti, della sua preziosa amicizia, di cui mi ha fatto dono fino agli ultimi istanti della sua vita terrena? Di lui mi piace riportare qui una poesia “La memoria di Dio”, che è sintesi della sua originalissima vis poetica, a cui hanno attinto tanti altri grandi poeti fino ai nostri giorni e oltre, guadagnandosi ampia fama anche per il futuro: Matilde disse - Ora semino l’erba,/ dove ci sono ancora nude chiazze/ di terra dell’inverno - e con il gesto/ solennemente largo della mano,/ nell’eccesso del gioco, sparge il seme/ lieve; e subito Gabriele versò/ con cura lenta l’acqua che lo aiuti/ a nascere. Abbaiò un cane, una gazza/ nera e bianca attraversò l’eden, rapida,/ e si nascose nell’abete, un’ala/ di brezza scosse leggermente il tiglio./ Ecco: l’eterno si è concluso, il tempo/ scorre: pensaci Tu a conservarlo/ nella memoria, per tutti. (Monforte d’Alba, 20 agosto 2011 - da LE VOCI E LA VITA, Secop 2016). Ma poi mi viene incontro la mia amatissima Silvana Folliero, alle cui sollecitazioni, imperiose e affettuose, dobbiamo la nascita della nostra Casa editrice e l’eredità di una fascinosa Rivista culturale da lei fondata a Roma, “Dialettica tra le culture”, e che dal prossimo numero passa alla Secop, che intende darle respiro nazionale e internazionale, come è giusto che sia, con sede anche a Roma (curata da Antonio Scatamacchia, grande amico e collaboratore di Silvana per lunghi anni) e a Firenze (ancora in fieri). Di Silvana Folliero, eccezionale e severo critico letterario vi offro uno stralcio del Saggio introduttivo a Tersicoree, un libro antologico di racconti, pubblicato dalla Secop nel 2005 e illustrato con inchiostro di china dalla mano delicata e incisiva di Ombretta (Leone): … Deve esserci nuova linfa. Il XX secolo è alle nostre spalle, davanti abbiamo il XXI (è il tempo cronologico dopo Cristo) con una piccola porzione già passata. Molti di noi sentono il bisogno di capire ciò che accade, di comprendere i significati più nascosti, meno evidenti. Il precipitare degli avvenimenti ci rende timorosi, ritardatari e insufficienti, ed anche - però - maggiormente agguerriti di fronte al non visto, al non udito. Se percepiamo le onde sonore del futuro - attraverso speciali antenne che alcuni hanno - si fa strada poco a poco la consapevolezza del vissuto e, insieme, la cognizione di ciò che siamo nel profondo, sia pure nella contraddizione e nel dubbio. Si rafforza così la facoltà della divinazione e della comprensione attraverso proprio la forza dirompente dei fatti. Una fenomenologia costruttiva che alcuni scrittoti hanno e, nel nostro caso, la esprimono nella narrativa. Un piccolo drappello di coraggiosi, forse di temerari; ma loro, uomini e donne del drappello, hanno la capacità di estrarre pepite d’oro dal terriccio. Proprio perché sono immersi nella società drammatica e delittuosa di oggi sanno perforare sé stessi attraverso la mente e la parola; sanno capire il dolore, la sconfitta, la follia. Silvana è andata via solo qualche anno fa, ma l’ha preceduta la sua tenera e discreta compagna Anna Borra, che ha lasciato di sé splendide fotografie e delicatissime e accorate poesie d’amore. Eccone un esempio con “Oltre il tempo”: … Infinità del mio arco/ - teso -/ nella luce, verso te./ E tu, amore, in me/ per l’eternità.// “Essere Te”// Vorrei che non ci legasse/ - soltanto -/ una parola detta nel buio/ della mia solitudine,/ essere te/ senza che niente impedisse/ di respirare vicini,/ restare in pace, con te,/ nel silenzio/ di questa sera che muore./ Vorrei trovarti tra la folla/ che cammina in vie desolate,/ prenderti e non lasciarti,/ non lasciarti a dire/ che il tempo ci annienta/ mentre la torre lontana/ batte rintocchi di morte.// Non ingoiare amari/ calici di vita fredda,/ quella che incombe su noi/ come una gelida notte/ che non ha stelle nel cielo/ e non ha echi di gioia, d’amore,/ ma intenso/ freddo, come il delirio/ della mia mente, stasera…// essere te, con l’anima nella tua anima, avere/ ancora vent’anni, col fuoco/ della passione che arde/ e riscalda il tuo cuore/ e lo carezza qual fiamma/ che non si distrugge nel buio.// Essere paga, soltanto,/ di una tua lacrima/ e darti gioia;/ desiderare, oltre il tempo,/ questo tuo amore infinito/ con l’anima/ nella tua anima. (25 maggio 1955). Quanto amore e dolore in questi versi, che troveranno in questo nuovo anno diversa e più ampia collocazione, così come Silvana avrebbe voluto. E, intanto, il ricordo di un’altra grande amica, Rossella Lovascio, grande scrittrice barese e prefatrice di una mia silloge di poesie, mi serra la gola. Quanti sogni e progetti insieme! Quante speranze naufragate nell’arco di pochi anni. Vorrei proporvela così, andando indietro nel tempo con “Gli inizi. La forza delle idee”: Eravamo, intorno al 1970, giovani. Non proprio ragazzi, ma giovani un po’ pazzi e presuntuosi. Le nostre ambizioni non arrivavano a pensare di voler cambiare il mondo, ma la nostra città, Bari, sì. Michele Ardito, pittore poderoso che aveva vissuto molti anni in Lucania, terra che amava moltissimo, e io convincemmo Renato Gagliano, dinamico titolare della Libreria Roma, a unirsi in sodalizio per incominciare a mutare il volto culturale della nostra terra. (…). Ci dividemmo i compiti: io dovevo presentare gli autori che Renato, in contatto con le case editrici, avrebbe invitato, Michele, invece, doveva curare i rapporti tra pittura e letteratura. Non chiedemmo dei finanziamenti, ma ci autotassammo per le spese (da I giorni e le parole, Bari 2009). Avrei voluto riportare almeno una pagina di questo suo raccontarsi per raccontare di quanti autori famosi sono stati ospitati, nel tempo, presso la Libreria Roma di Renato Gagliano, e quanti autori di Bari e dintorni hanno frequentato per decenni la libreria e, forse, continuano a farlo. Renato, altro mio grande amico, è sempre ricco di passione e di progetti culturali e spirituali. Tra i tanti amici scrittori e poeti che ho perso in questi ultimi anni, e che hanno preso dimora nella culla/urna del cuore, mi piace ricordare la immensa e indimenticabile Maria Marcone, col suo fedele e innamoratissimo compagno di vita Antonio Ricci. Quante confidenze tra noi! Quanta sintonia d’intenti! Alcune sue opere inedite, in prosa e in poesia, affidatemi perché le facessi pubblicare dalla nostra Casa editrice, sono rimaste nel cassetto per la morte improvvisa di Antonio. Maria Marcone, spirito tormentato ma estremamente genuino e forte nelle sue fragilità, mi si è uncinata nell’anima e me la porto con me sempre. E che dire di Cris Chiapperini, il mio amatissimo Cris, compagno generoso di tanta POESIA vissuta e recitata? Perdita incolmabile. Lui il nostro angelo custode, mio e di Filippo Mitrani, altro mio grande amico del cuore. Anche Cris mi affidò una cartellina con le sue originalissime poesie, ma il suo volo tra le stelle e tutte le mie dolorose vicissitudini ne hanno momentaneamente bloccato la pubblicazione. Peccato! Non ho a portata di mano la magica cartellina per farvi assaporare alcuni suoi versi di meravigliosa tessitura. Ma lo farò sicuramente, appena l’avrò recuperata tra le migliaia di “carte preziose” che occupano persino i miei armadi oltre ai tanti scaffali delle tante librerie presenti nella nostra casa. Non così per Gabriella Maleti, compagna sempre presente nella vita di Mariella Bettarini, che non ha bisogno di presentazioni. Noi tre ridevamo di noi perché accomunate non solo dal sacro fuoco della scrittura poetica, ma anche dall’anno di nascita 1942. In questo nuovo anno festeggiamo gli ottanta tondi tondi, ma Gabriella è volata via anzi tempo. Di lei ecco “Una poesia” (per Elda), cioè per la mamma di Mariella nel giorno del suo dolente Commiato: madre di dolore/ madre tua di scavi/ di carene a fondo/ di rigovernature/ madre scoperchiata di cento corone d’acqua/ regge un peso nel ventre/ un fiato notturno/ un odore vegetale e sacrale/ e pianoforti e altre città/ madre di primavera/ madre tua di sussulti e di perdite/ passata senza rumore/ da inutili personaggi sonori/ a colpi di cuore/ madre di calendule/ di grandi fiori nel cervello/ vibrante come un getto negli occhi/ madre tua/ che mangia con la leggera foga degli abbandoni/ alla tavola di un re sprovvisto/ madre romantica r presente/ intera madre tua (da M. Bettarini, Poesie per mamma Elda, Secop edizioni 2019). E vorrei concludere, ancora una volta ma non per l’ultima volta, con Giovanni Gastel. Quasi dieci mesi fa, più o meno nelle prime ore del pomeriggio, affidò i suoi sogni d’amore a Dio e acconciò le ali per raggiungerLo, dove ogni ansia terrena si placa e si annulla nella Sua divina carezza. Ma è rimasto nel nostro cuore con tutta la Bellezza che ci ha regalato con le sue foto e le sue poesie, con tutta l’amorevole generosità con cui ha accolto ciascuno di noi, pago di veder fiorire la gioia ad ogni suo sguardo, ogni sua parola, ogni suo sorriso a chi aveva incontrato per un giorno o per la vita. Erano questi gli “abbracci” le “attenzioni minime e immense” che lo rendevano davvero felice. Infatti, solo due anni fa, così scriveva sulla sua Pagina FB: Un abbraccio vi manderò/ da questo mio mondo di parole./ Un abbraccio forte/ da questa mia solitaria isola./ Un abbraccio aspetterò/ mentre qui scende la sera/ inesorabilmente come il destino./ Un abbraccio/ che porterò con me fino al giorno/ in cui memoria e sogno/ balleranno confusi nella mia mente./ Un abbraccio. (Castellaro 2019). Era questo il suo costante aprirsi agli altri per offrire e ricevere amore, senza mai pensare a una “deminutio” della sua fama e grandezza, del suo NOME. Desiderava solo amare ed essere amato. Grazie e ancora GRAZIE, Giovanni! Ed io rispondo così oggi ai suoi abbracci di sempre: Frementi destrieri i giorni/ galoppano con te verso/ il tuo lago e anticipano la gioia/ dell’incontro nell’abbraccio/ delle acque che sanno di te/ a rivoluzionare il mondo/ nell’impeto d’assalto alle buone/ maniere che di giorno sono ferrea/ regola “misura dell’onestà dell’uomo”/ della sua inviolata dignità,/ ma di notte complice il mistero/ che canta e incanta con serti di poesie/ impallidiscono e si acquattano vinte/ mentre ti brillano tra le mani e i fogli/ luci a migliaia per percorrere altre vie./ E tu novello Robin Hood corri/ a rubare il sogno dei buoni sentimenti/ ormai in disuso per restituirlo/ alla gente che lo ignora e si accalca/ all’ombra del tuo albero maestro/ che sa il bene e il male/ e riaccende di rinnovato amore/ per il mondo/ per gli altri e per la vita/ l’alba di nuovi domani/ (e farai dono di te ancora ancora ancora…).

E per oggi mi fermo qui. Non ho più parole. Solo lacrime di ricordi, commozione, gratitudine. E il Nuovo Anno si tinge di Rimpianto/Speranza. E siamo ancora insieme… per RICOMINCIARE!  Tutti!

 

 

  

lunedì 20 dicembre 2021

20 dicembre 2021: altre testimonianze sull’AMORE che vince il DOLORE…

Forse, la vita è proprio come un mattino qualunque di dicembre. Un solicello fragile e ignaro, un cielo limpido solcato da vecchie nuvole, il gelo assurdo nel cuore. E le vestigia dell'amore da riconoscere sulla pelle di un uomo, ferito per sempre. Non vedevo Carla chissà da quanto, ma qualche volta mi era capitato di incrociare Francesco. Già, perché per me Carla era Francesco e Francesco era Carla. Il consueto saluto amicale, mozziconi di parole che si disperdevano nell'aria, la gracile promessa di risentirci. E, intanto, lo vedevo appassirsi dolorosamente, come capita a quei fiori belli che, cresciuti insieme in un vaso ancora più bello, vedono spegnersi la rosa che svettava accanto, intrecciatasi all'anima, nel tempo, con la tenacia indistruttibile del sentimento. La luce della giovinezza, la leggerezza dell'ironia, la forza delle difficoltà superate insieme, il sogno di una vita condivisa: tutto finito. Inutile. Insensato. Precipitato giù in un botro buio senza fine. Si resta, certo, perché quella rosa nomata Carla - estremo dono d'amore- si sfarinerà per nutrire i fiorellini stupendi che in quel vaso erano nati e, giorno per giorno, cresceranno. Ma quel fiore di nome Francesco, che ha sentito lo stelo adorato sfuggire inesorabilmente dall'abbraccio disperato, ora come farà?


E riprendo con quanto il mio carissimo amico Mario Sicolo (Apulo Scriba) ha postato oggi sulla sua pagina FB. Sorprendentemente sembra la perfetta continuazione della poesia di Antonella Coletti: “l’ultimo bocciolo reciso dal vento di una notte d’inverno”. Metafora dell’ultimo tratto di vita vissuto come rosa, i cui petali vengono sparsi dal vento che non perdona rughe e passi malfermi. Si attaglia in modo ammirabile con la terza età e, cioè, con gli anni che m’appartengono. Quanta reciprocità sul “viale del tramonto” tra Carla e Francesca fino a diventare, per un osservatore sensibile e attento come Mario, interscambiabili. E condivido parola per parola, tanto mi sento parte viva, per fortuna ancora VIVA, delle strade attraversate dal nostro autore e dai protagonisti di questa tenera storia di un tempo non ripercorribile se non al passato quando anche il cielo grigio s’illuminava della “luce della giovinezza, la leggerezza dell’ironia, la forza delle difficoltà superate insieme, il sogno di una vita condivisa: tutto finito…”. E potrei condividere anche la conclusione. Ma, al di là dell’amore per e della “rosa sfiorita” ci sono altri esempi di amori che asciugano il pianto. È bene ascoltare anche queste voci per sentirci ancora in viaggio su strade lastricate di buone possibilità di vincere il male con la forza che proviene dall’essere in due. Rubo dalla pagina di Miryam Procacci su FB una bella riflessione che ignoro di chi sia, ma che avvalora le scelte d’amore di Luciana e Federico, i due carissimi amici, di cui ho parlato la volta scorsa: “Ho capito che amare, nel suo punto più profondo, significa soprattutto fare pace - dentro di sé - con gli aspetti dell’altro che sono più diversi ed estremamente distanti dal proprio modo di essere. Non è affatto difficile apprezzare i lati positivi. È quello che viene più immediato nell’innamoramento. Ma la prova dell’amore è riuscire a percepire come domestici e accettabili proprio quegli aspetti che, agli occhi degli altri, sono “difetti”. Se non siete in grado di trasformare questo esercizio, che inizialmente è pura pratica quotidiana, in uno slancio naturale, vi sconsiglio di immaginare una vita a due.” A tutti coloro che credono. Che credono, anche, nell’amore. E mi piace sottolineare l’importanza dell’inciso “anche”, inserito nelle scarne ma incisive parole di Miryam, perché penso che stiano a sottolineare che sia fondamentale per ogni essere umano credere in qualcuno o qualcosa e che ci si possa incontrare e scegliere di amarsi, nel rispetto reciproco delle diverse identità. Mi piacerebbe che, con Miryam, mi deste una voce su questa mia interpretazione. Poi, m’imbatto per caso in questo meraviglioso racconto di Maria Concetta Giorgi, la cui scrittura è decisamente unica e catturante, rimango commossa e senza parole. Qui si tratta di altra reciprocità e altro amore, ma è quasi Natale e allora ben venga questo canto d’AMORE e di ATTESA. Grazie dal profondo del cuore, mia dolcissima amica: “Natale durante la guerra”.

Il silenzio della neve arrivò a fare rumore, picchiettava una neve fresca sul tetto di casa Zanella.
Un lieve e impercettibile ticchettio.
Maria che ormai aveva tanti anni, uscì per strada per guardare che il tetto non si riempisse troppo.
Era freddissimo, le mani si gelavano dentro alle tasche del cappotto.
Tornò in casa vicino al fuoco del vecchio camino.
Aggiunse un grosso ceppo. Sulla stufa bolliva un po’ di minestra, non c’era tanto in casa, la guerra aveva portato via tutto.
Aveva sulle ginocchia una coperta in lana grezza di colore verde, si sentiva felice perché poteva scaldarsi.
Sentì bussare alla porta.
Un uomo tutto bagnato dalla neve, chiese di entrare, aveva solo un maglione e calzoni molto consumati, le scarpe erano avvolte di stracci perché ormai non avevano più la suola.
Lo fece entrare a scaldarsi, un uomo in casa poteva essere una benedizione…
Attilio aveva solo vent’anni e una tristezza in viso che lo rendeva più vecchio.
Una tenerezza infinita colse Maria che guardando quel giovane pensò a quando aveva conosciuto Augusto, al loro amore e a quel figlio che avevano perduto…
Si misero a tavola in silenzio, la minestra era calda, Attilio mangiò voracemente, era tanto che non aveva avuto un pasto caldo.
Maria lo fece sedere vicino al camino, poi gli accarezzò i capelli ancora bagnati. Le venne in mente che dentro la scatola dei suoi poveri ricordi aveva ancora un sigaro di Augusto e che nella vecchia credenza era rimasto del rosolio.
Era la sera di Natale di un anno di guerra e forse era arrivato il momento di festeggiare.
La neve continuava a cadere, guardando dalla finestra Maria si accorse che in lontananza, in alto, luccicava qualcosa.
Non era facile vedere, la neve schiariva l’oscurità, ma il buio faceva da padrone.
Chiamò Attilio, che con il bicchierino di rosolio in mano, si avvicinò ai vetri.
Sembrava la scia di una stella a brillare.
Ma come poteva essere che sotto un cielo da neve si vedesse una stella?
Immersi nei propri pensieri continuarono a fissare quella cosa luminosa, era la notte di Natale e qualcosa era accaduto.
Attilio mise il capo sulle ginocchia di Maria e si addormentò.
Si addormentarono tutti e due. I dolori erano passati, la guerra per una notte era uscita da quella casa.
Fu una notte di Natale senza paura, al calore di un camino, con una coperta grezza che copriva tutti e due.
Maria aveva ritrovato un figlio, non c’era nient’altro che potesse desiderare.

Con questo piccolo racconto auguro a tutti gli amici un Buon Natale. La storia di quel bimbo che nasce, si ripete ogni qualvolta ci siano persone pronte a donare non l’effimero dello sfarzo, ma la profondità della condivisione. Qualcosa da dividere alla luce di una straordinaria visione, un faro che illumina nel buio di ogni periodo difficile e che afferma con meravigliosa intensità, la nascita di Gesù.
(mcg)


E vorrei concludere con Roberta Lipparini e la sua dolcissima poesia “DONI DI NATALE” che magnificamente completa il racconto di Maria Concetta: In questa notte fredda/ d'un freddo che fa male/ sto incartando per te/ i miei doni di Natale./ Il ritmo quieto
di una marea infinita/ un tratto leggero/ lieve, a matita./ Il perdono/ per ogni tuo errore/ conforto dal buio/ riparo dal dolore./ La certezza/ che ti verrò a cercare/ anche se mi sfuggi/ se ti perderai nel mare./
La fiducia/ che nel tuo volo/ non ti fermerà/ la paura di esser solo./ Incarterò i tuoi doni/ questa notte/ mio amore/ poi verrò da te/ te li poserò nel cuore. 
Quanto amore oblativo nella reciprocità del donarsi in doni/DONO…
E Natale è ormai alle porte. La prossima volta, gli auguri? In reciprocità…

sabato 18 dicembre 2021

Sabato 18 dicembre 2021: il dolore si supera con l’amore? Proviamo a scoprirlo insieme…

Il dolore! Quanto è presente nella nostra vita! E come mai ne facciamo memoria più della gioia o della felicità? Alcuni anni fa scrissi una riflessione al riguardo che avrei voluto riportare qui, ma ho perso un giorno in ricerche varie, ma niente da fare. Riscrivo quello che più o meno ricordo di quanto detto in passato perché mi sembra un passaggio essenziale per comprendere il perdurare del dolore dopo anni e forse per tutta la vita. Ebbene, non così il ricordo della gioia. Quest’ultimo è effimero perché, dopo l’esplosione delle braccia alzate in segno di giubilo e di vittoria per qualcosa di bello che ci è capitato e ci capita (Hannah Arendt parla della visibilità immediata della gioia perché tutto il corpo si distende ed è come se mettesse le ali, mentre, nel provare il dolore muto, si raggomitola su sé stesso e si chiude quasi a riccio, rendendolo invisibile e impenetrabile), subentra una sorta di dimenticanza di quella pienezza di noi che non può durare, assaliti subito come siamo da inevitabili problemi di vita quotidiana. Il dolore, invece, si ripropone alla mente più e più volte perché ci procura un vuoto che non riusciamo a colmare in quanto ci viene a mancare proprio ciò di cui prima eravamo pieni: la salute, l’assenza di sofferenza e, quindi, presenza di benessere del nostro corpo che si risolveva anche in benessere della nostra mente (“mens sana in corpore sano”: locuzione di Giovenale). Il dolore allora si protrae. Non trova rimedi immediati e a portata di mano. Soprattutto quando esso ci strangola in seguito a una perdita che è per sempre. E qui non ci possono essere rimedi di sorta. E c’è anche il dolore meno drammatico ma ugualmente reale, che non ottiene rimedio o consolazione dagli altri perché è un dolore “guardato”, ma non “vissuto”. Spesso il dolore guardato e non vissuto non viene percepito e sentito nella sua reale portata. Può essere solo intuito dalla mimica del volto sofferente. Dalla postura sbagliata, dalla difficoltà del respiro o di un movimento, ma l’intensità del tormento fisico e la resistenza alla sofferenza sono appannaggio solo di chi le prova e fa immediatamente i conti con sé stesso. La condivisione si rivela difficile, la compenetrazione rara e altrettanto rara la consolazione, per cui il dolore intimo e muto permane più a lungo di quanto si possa immaginare. Quello poi di una irrimediabile perdita è talmente devastante da richiedere anni di metabolizzazione, senza più risorse interiori per innalzare palizzate su terrapieni che, come sabbie mobili, cedono. E noi, per non dare mai un addio definitivo alla persona amata e perduta, riaccendiamo all’infinito il dolore per riattualizzare la sua presenza, celebrandone il ricordo. Eppure una pozione magica esiste per ogni tipo di dolore, di ogni forma e dimensione, e avvertito anche nelle varie età della vita ed è l’AMORE, in tutte le più suggestive forme di oblatività. L’amore dato senza riserve. Difficilissimo da vivere, ma quando accade assistiamo al miracolo della cancellazione del dolore. Si pensi al bimbo che piange e che smette non appena la mamma con amore lo prende tra le braccia; al ragazzino che teme il castigo dei genitori per qualche marachella di troppo, e piange e si dispera dentro di sé perché ha bisogno di comprensione e non di punizione, ha bisogno di sentirsi avvolto dall’amore e non dal giudizio o pregiudizio dei suoi cari; al giovane innamorato e incompreso nella profondità dei propri sentimenti. L’amore levigherebbe ferite e incomprensioni. Molto spesso queste ultime nascono proprio in famiglia. Ci sembra assurdo e paradossale eppure accade più spesso di quanto si possa immaginare e accettare: anche tra genitori e figli o i diversi componenti della costellazione familiare. Anche qui basterebbe l’amore. Dubbi, incertezze, incomprensioni si nutrono di amore malato e di non-amore. Chi ama davvero non dubita, non ha incertezze, non nutre illusioni né si rammarica delle delusioni. A volte, si tratta semplicemente di superficialità più che di indifferenza o cattiveria. E può accadere anche quando pensiamo che le nostre parole o gesti siano dettati dall’amore (non mollare non lasciarti vincere dallo scoramento di passi che non t’appartengono e che prendono altre vie illuminate da neon e dimentiche di stelle… non mollare stringi i denti risali la china non mollare…), ma non vengono recepiti come tali. Come si può essere così superficiali, anche quando le nostre parole sono dettate dall’amore? Anche quando sono dettate soltanto dalla preoccupazione di alleviare le sofferenze di chi amiamo? Evidentemente si può. Ma oggi mi chiedo: sappiamo veramente cosa sia giusto dire e cosa evitare? Quante incomprensioni in un atto di amore… Eppure accade. Sì, accade. Siamo incapaci di totale comprensione di ogni altro da noi. Fosse pure nostra madre. C’è qualcosa in noi di veramente unico e irripetibile, che è solo ed esclusivamente nostro, che ci impedisce di comprendere appieno l’altro e di farci comprendere pienamente dagli altri. Si salva la nostra individualità ma non la nostra socialità, la nostra affettività. Siamo miliardi e miliardi di stelle, ognuna col suo nome, la sua costellazione, la sua distanza anni-luce dall’altra. Di qui la difficoltà di ogni comunicazione. Di superare il vuoto che ci separa, pur vivendo spesso nella stessa galassia. Si tratta, a mio parere, di una strana inevitabile condizione di imperfezione della natura umana. Nostro malgrado. A questo proposito, mi sembra calzante una poesia inviatami, con un commento, due giorni fa, qui sul blog, da Mariateresa Bari, cara a noi tutti: "Il dolore ritorna e ritorna ancora, come l’alta marea, come la risacca alla battigia, come il pianto del bimbo nella culla"... Quanta dolce poesia in queste tue riflessioni, Angela! Perché gioia e sofferenza sono la trama e l'ordito di quella splendida tela che è la nostra esistenza! Ti lascio alcuni versi nati la scorsa notte e ti abbraccio grata 💓 “Frana il dolore”: Schianto di neve incandescente/ una stilla di tramonto/ che incendia lanterne all'orizzonte/ Frana in un riverbero di parole il dolore/ e travolge il cuore/ Si offusca l'ora di lacrime. Sì, spesso “il dolore frana in un riverbero di parole”, ma anche l’amore spesso frana in un riverbero di parole che non sono quasi mai quelle giuste da dire, da ascoltare per poterle ricambiare nel loro giusto senso e significato, che l’altro/a da noi si aspetta. È come il cane che si morde la coda. Eppure è proprio l’amore l’unico rimedio. Come? Quando? Per dare una risposta, torno indietro di tre giorni, quando, nel Liceo Artistico di Corato (Bari), città del Sud dove abito da vent’anni, c’è stata la presentazione di un libro SECOP, nella collana editoriale “PARALLELI POETICI” con un canto a due voci. 

Raffaella Leone, PR della Secop, e coordinatrice della serata, ha introdotto i due autori, Luciana De Palma e Federico Lotito (già con altre individuali pubblicazioni alle spalle con la nostra Casa editrice) e i relatori Mariella Medea Sivo e Alberto Tarantini, entrambi carissimi amici dei protagonisti, elencando in più punti la straordinaria preziosità del libro-conchiglia perlescente, con il titolo sottolineato da sfumature di indaco, il colore spirituale per eccellenza, che racchiude in sé la bellezza della poesia, e dell’amore che di quella poesia si alimenta. L’originale quanto significativo titolo della raccolta è Istanteternità. La parola doppia, che ossimoricamente si fonde in una sola parola, avente un fonema in comune, definisce il suggestivo momento puro del loro incontro a comprendere l’infinito: un consegnarsi in un solo istante all’eternità. E non c’è niente che possa uguagliare lo splendore di questo neologismo, spiegato molto bene da Mariella Sivo in uno dei suoi acuti e dettagliati interventi. Forse ne parleremo anche dopo. Ora mi preme sottolineare il momento “giusto” dell’incontro: momento è sinonimo di “istante” e riguarda ciò che avviene in un battito di ciglia. Ma qual è il “momento giusto”? Né prima né dopo! Di cosa? Non prima di aver rivisitato tutto il passato, con la discesa nell’abisso del dolore vissuto, e con i voli della gioia provata. E non dopo aver compreso il senso della “reciprocità”, come ho detto proprio l’altra sera, visualizzando le bracciate in andata e ritorno di Federico nel mare da entrambi amato, per testimoniare il suo amore a Luciana, facendosi carico di alleviare la sua sofferenza, dovuta alla perdita del suo adorato papà quando era ancora bambina. Quel movimento descrisse ai miei occhi l’immagine della necessaria “reciprocità” in amore. E la reciprocità consiste nel “prendersi cura” l’uno dell’altra con la stessa intensità e generosità. Quanto importante è il prendersi cura in una qualsiasi relazione affettiva. Indispensabile in un rapporto d’amore. La reciprocità nel prendersi cura (chi non conosce la meravigliosa canzone “La Cura” di Franco Battiato? Mi viene la tentazione di trascriverla tanto è bella, anche perché riguarda il corpo il cuore e l’anima - in una mirabile fusione - della persona amata) comporta per i due innamorati entrare nel cerchio che disegna una curva senza soluzione di continuità che porta all’infinito dentro e fuori, nella convergenza di sogni, bisogni, certezza di essere in due. Il cerchio magico della volontà di appartenersi nel rispetto della reciproca identità e libertà. Divergere, invece, significa aprirsi ad altri orizzonti, ad altri incontri, ad altre intese col rischio di perdersi e di non ritrovarsi mai più (come due parentesi aperte con orizzonti opposti che non s’incontrano mai. Come ho avuto modo di dire nel mio intervento). Ed ecco, a conferma di quanto detto sin qui, le parole di Federico e Luciana all’unisono: F. “se non fossi stato capace di piangere,/ non sarei stato capace di farti ridere  . L. “si sgrana una nuvola e un improvviso bagliore appare.   E compari tu   ”. E ancora, seguendo il percorso tracciato in precedenza: dal dolore alla gioia attraverso l’amore, al momento giusto, nel posto giusto e con le giuste parole. (Quanto importanti anche le parole!). L. “Speronando la mia oscurità/ Irrompesti come una cometa nel buio/ E di una sola breve scia ti servisti/   Per condurmi a te   // Fosti come il crepitio nel ghiaccio/ Infrangendo la mia luce immobile/ E con irrefrenabili tumultuosi boati/   Arrivasti a me   ”    . F. “mi affacciai ai tuoi occhi,/ nel buio della mia notte/ indicarono l’uscita./ resistevo per il giorno che si fa/   e scaccia rinunce.   / nessuna forza, nessuna speranza   / t’infilasti nello spazio socchiuso./ - prendi quello che da sempre/ è la mia solitudine - dico./ ti affacciasti ai miei occhi,/ nel buio della tua notte faticai/ a detergere il sudore della ruga profonda./ avevi parole da darmi, avevi paura./ - riusciremo a sentire una canzone? - dici/ forse vinci! sicuramente vinciamo - dico/   e spiegammo liberi   /   i nostri sudari   ”. E ancora F. “dentro ho ancora una manciata/ di allegria, il passo è malfermo/ tuttavia ci credo e tutto ho di te in me./ parlo, dico, canto, rimpiazzo volgarità,/ sostituisco fondamenta marce,/ comprendo i miei disastri e sento/   la fortuna di averti.   /  sicuro è il tuo sguardo,  / forte come le tue braccia il tuo arrivo,/   audaci le tue labbra,   /  il tuo sapore, il tuo odore.  /  proverò ad amarti   /  avrà senso il futuro.   ”. L. “   Alle spirali del tempo   / Concedemmo di tenerci stretti/ finché l’universo non ci avesse/  Richiamati all’unica eternità  /  Che rende gli amori perfetti   ”.  Ed è giusto che si chiuda qui il cerchio del mio percorso intorno al dolore che, grazie all’AMORE, ripropone un futuro che rende persino la speranza un universo felice di eternità. Le poesie a specchio continuano con numerose riflessioni sul darsi e ricevere AMORE in ugual misura senza più paure e ripensamenti, ma col cuore libero di volare in cerchi concentrici di voluttuoso ritorno. Eppure, alle spalle ormai, quanta sofferenza raccontata e ascoltata. E compresa. Quanta accettazione di sé nella comprensione dell’altro/a. Quanta solitudine comunicata e vinta dall’essere in due, in una reciprocità senza più inizio né fine. E vorrei scrivere un trattato su ogni parola di rimando, ogni spazio dilatato, ogni istante vissuto con una nuova certezza nel cuore. Ma è giusto e salutare dare spazio anche all’intervento mordace, autoironico e sciabolante di Alberto Tarantini, che spiazza tutti con una domanda, che è nelle sue corde: “essendo un eterno perdente in amore, dopo numerose imprese finite male per vari motivi, come accorgersi dell’incontro giusto, quale preludio all’amore eterno?”. Più o meno questa la domanda a cui ho risposto più o meno con quanto detto sin qui. Ma altrettanto giusto e inconfutabile è stato l’intervento del nostro comune amico, nonché altro autore di qualità, firmata Secop, Zaccaria Gallo: “La mancanza”. Senti che è AMORE quando una persona ti manca sempre e in ogni circostanza del giorno e della notte, nei momenti di veglia”. Più o meno così. In sostanza l’assenza crea un vuoto che genera il senso della mancanza. Il desiderio, l’attesa. Bellissimo. Chi non ricorda le canzoni di Vecchioni, Concato, Venditti, ecc. su un reiterato e accorato “mi manchi”? Sì, è un ottimo metro di misura, ma non sempre ci regala la certezza del vero amore, a mio parere. È una possibilità, che potrebbe anche rivelarsi egoistica ossessione di possesso da parte dell’altro/a. Mariella Sivo, intanto, dispiaciuta di non poter intervenire opportunamente con le sue domande che avrebbero potuto dare ulteriori apporti sulla veridicità dell’amore con garanzie di eternità (e con la mia cara Mariella mi scuso tantissimo per la mia interferenza fuori tempo!), ha rivolto una domanda sapida e catturante sul desiderio fisico, sulla passione erotica che tiene ben saldo l’amore. Certo, neppure questo aspetto è da sottovalutare, anzi! Spesso è proprio il collante che tiene fortemente unite le giovani coppie, o le coppie formatesi da poco, purché si sia pronti, col passare degli anni, all’inevitabile cambiamento che, se sorretto da vero amore, si trasforma in godibile, consolante, vivificante e, dunque, rigenerante “tenerezza”, di cui tutti alla fine abbiamo estremo bisogno. E su questo tema così delicato e importante, a mio parere, concludo con la profonda e metaforica poesia della sensibilissima poetessa Antonella Coletti: Si sfogliò l’anima come una rosa/ nel gelo incauto dell’inverno,/ reclinò il capo quando il vento/ le recise l’ultimo bocciolo./ Non emise lamento, si nascose/ sotto le folte occhiaie/ dell’edera cupa./ Nessuno la vide piangere/ o chiedere aiuto./ Nessuno le prestò attenzione!/ Nemmeno tu, tu che ne eri “responsabile!”. Ed ogni parola delle tante metafore “a cometa” di questa splendida poesia meriterebbe di essere evidenziata per farne insieme tesoro. Farsi carico, con “responsabilità”, dell’altro/a è anche AMORE. E ora il mio caro Alberto non avrà più dubbi! Potrà scrivere un sapido e realistico trattato sul vero amore. Una sfida? Grazie a tutti per la pazienza e il coraggio di leggere una pagina moltiplicata per… 3 e mezzo. Alla prossima. Ancora con tante altre testimonianze.

martedì 14 dicembre 2021

14 dicembre 2021: "Ho conosciuto il dolore": vogliamo parlarne?

Oggi vorrei parlare del dolore sempre presente alla nostra vita, senza distinzione alcuna. Non c’è persona al mondo che non l’abbia conosciuto nelle sue innumerevoli forme fisiche, psicologiche, spirituali e vissuto in vari modi del tutto personali: chi tacendo, chi urlando, chi pregando, chi bestemmiando; chi con paura, chi con coraggio; chi subendolo stoicamente, chi ribellandosi e adottando tutti i mezzi per debellarlo. Ma anche una volta sconfitto esso ritorna e ritorna ancora, come l’alta marea, come la risacca alla battigia, come il pianto del bimbo nella culla. Anche la ricerca della felicità è una strada lastricata di pietre d’inciampo che fanno male. L’Arte, a mio parere, in qualche modo ci salva. C’è chi si distrae dalla sofferenza cercando rifugio nella musica, chi gettando colori su una tela, chi costruendo un puzzle, chi usando parole per gioco, passione, necessità, scrivendo un romanzo o poesie, chi esercitando la mente a pensare, leggendo e rileggendo il pensiero dei grandi filosofi dell’antichità o del cristianesimo e, via via, fino ai nostri giorni. Chi scrivendo a tale riguardo un saggio. Chi amando il teatro come attore o come spettatore. Ognuno impara strategie di sopravvivenza pur di non soccombere al male. È il nostro stesso spirito di conservazione o “slancio vitale” a darci la forza di tentare tutte le strade per venirne fuori. Fino al prossimo assalto. Non ho le conoscenze e le competenze giuste per poterne parlare a livello filosofico o scientifico. In letteratura forse. Ma in letteratura infiniti sono gli esempi di autori che hanno parlato del dolore, essendo uno dei temi più presenti in tutte le opere letterarie dell’intera umanità. Persino quando gli scrittori si propongono di far ridere a bel guardare non possono che filtrare la risata attraverso il pianto. Dovrei scrivere trattati e in un blog manca lo spazio e il tempo, manca anche la pazienza e la perseveranza dei lettori a leggere testi lunghi, come mi ammoniscono i miei figli ogni volta che scrivo una pagina che si moltiplica per quattro o più. E allora non mi resta che fare riferimento ai poeti e scrittori contemporanei, a quelli che conosco, che incontro su FB, che mi permettono ricerche brevi e a portata di mano, che però abbiano qualcosa di incisivo da dire e che quel qualcosa susciti emozione, empatia, condivisione. Regalandoci la possibilità di essere insieme e di sentirci meglio. Superare, in questo caso, per la frazione di un attimo, i nostri inevitabili dolori. Già parlarne è, a mio parere, catartico. E comincio dalla canzone di Vecchione “Ho conosciuto il dolore” perché mi ha dato lo spunto per parlarne: Ho conosciuto il dolore/ (Di persona, s’intende)/ E lui mi ha conosciuto:/ Siamo amici da sempre,/ Io non l’ho mai perduto;/ Lui tanto meno,/ Che anzi si sente come finito/ Se, per un giorno solo/ Non mi vede o non mi sente./ Ho conosciuto il dolore/ E mi è sembrato ridicolo,/ Quando gli do di gomito,/ Quando gli dico in faccia:/ “Ma a chi vuoi fare paura?”/ Ho conosciuto il dolore:/ Era il figlio malato,/ La ragazza perduta all’orizzonte,/ Il sogno strozzato,/ L’indifferenza del mondo alla fame,/ Alla povertà, alla vita…/ Il brigante nell’angolo/ Nascosto vigliacco battuto tumore/ Dio che non c’era/ E giurava di esserci, ah se giurava di esserci… e non c’era./ Ho conosciuto il dolore/ E l’ho preso a colpi di canzoni e parole/ Per farlo tremare,/ Per farlo impallidire,/ Per farlo tornare all’angolo,/ Così pieno di botte,/ Così massacrato stordito imballato…/ Così sputtanato che al segnale del gong/ Saltò fuori dal ring e non si fece mai più/ Mai più vedere./ Poi l’ho fermato in un bar,/ Che neanche lo conosceva la gente;/ L’ho fermato per dirgli:/ “Con me non puoi niente!”./ Ho conosciuto il dolore/ E ho avuto pietà di lui,/ Della sua solitudine,/ Delle sue dita di ragno/ Di essere condannato al suo mestiere/ Condannato al suo dolore;/ L’ho guardato negli occhi,/ Che sono voragini e strappi/ Di sogni infranti: respiri interrotti/ Ultime stelle di disperati amanti/ - Ti ho vuoi fermare un momento? – Gli ho chiesto -/ Insomma vuoi smetterla di nasconderti?/ Ti vuoi sedere?/ Per una volta ascoltami! Ascoltami/ … e non fiatare!/ Hai fatto tutto/ per disarmarmi la vita/ E non sai, non puoi sapere/ Che mi passi come un’ombra sottile/ sfiorente,/ Appena-appena toccante,/ E non hai via d’uscita/ Perché, nel cuore appreso,/ In questo attendere/ Anche in un solo attimo,/ L’emozione di amici che partono,/ Figli che nascono,/ Sogni che corrono nel mio presente,/ Io sono vivo/ E tu, mio dolore,/ Non conti un cazzo;/ Non conti un cazzo di niente.// Ti ho conosciuto dolore in una notte d’inverno/ Una di quelle notti che assomigliano a un giorno/ Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente/ Io sono un uomo… e tu non sei un cazzo di niente. Un pugno nello stomaco davvero. Ecco, Vecchioni reagisce a muso duro per tenere a bada il dolore e, da uomo che sente ancora emozioni e vive ancora sogni e dignità di uomo solidale, è sicuramente vincente. Come vincente è Assunta Braì che scrive “Notte”: Stendi le mani/ e dammi una carezza/ amica notte/ e versa sul mio capo/ i raggi della luna/ bianca dea/ consegnami ai ricordi/ di una bimba/ senza ricordi/ se non quelli di giochi/ e d’innocenza/ che dicono trascorsa/ tu che di nero oblio/ ricopri il mondo/ tu che riposo dai/ a tutti i viventi/ donami requie/ e ritrai dal cuore/ crudeli artigli/ che da tanto tempo/ fanno male/ e fanno male atroce/ dammi il silenzio/ e poi che tutto tace/ placa il travaglio lungo/ che mi cinge/ prendi i ricordi miei/ portali via/ ricacciali nel buio/ tuo profondo/… lasciami solo il suono/ di una voce/ e sarà pace. Non così per Mariateresa Bari in “A perdersi”: Non muore la penombra/ nell’opaco di uno smalto// Stanco crepuscolo/ misero nella miseria/ di due nuvole spaiate/ si slabbra a perdersi/ ma non muore// Nell’ossatura della notte/ invisibili frammenti/ di un’occulta deflagrazione/ sisma che smuove// Ma il buio non muore ; e, ancora, “Contrabbando di ombre”: Smania il fuoco d’assolo/ abietta resta la materia// Siamo fantasmi / persi nel cunicolo . E, poi, il tanto rimpianto Giovanni Gastel con la sua speranza nella carezza di Dio a calmare ogni dolore: “Se come neve potesse/ la pace del cuore/ scendere su di noi./ Se il vuoto accogliesse/ il nostro dolore/ le nostre assenze/e restituisse presenza e gioia”./ Così mi hai detto/appoggiata alla notte./E non ho saputo rispondere/ ma ho pregato lo spirito del dolore/di alleggerire il nostro cammino./ Come angeli caduti/vaghiamo nel mondo/ aspettando il Dio che ritornerà/ a placare questa terribile solitudine/dell’anima./ Basterà una sua carezza a dare/ senso ad ogni cosa. Anche Eli Stragapede vede nella fede la possibilità di superare il dolore. Ed è una commossa invocazione a “Santa Lucia” perché dia forza e luce a chi non ha un tetto e si affida a una triste e buia strada d’inverno: Ci sono occhi nel piatto/ che non possono sopportare/ identità imposte/ a occhi che/ su di un marciapiede/ non ci vogliono stare./ Lo vedo pure io che/ nata sul lato opposto della strada/ col dito puntato a divinità/ invoco qualche cosa/ per quella miserella che non osa/ che occupa cartoni da abusiva/ e non si lascia tangere/ né da pubblicità/ né dal via vai convulso delle festività./ subisce il suo martirio/ con scura dignità. E di Mattia Cattaneo rubo dalla sua pagina FB ancora un accorato richiamo a non usare più violenza (uguale dolore disumano) alle donne. “STOP ALLA VIOLENZA SULLE DONNE” è il titolo: da questa finestra/ i segni lasciati dalle tue mani/ brucianti fuochi/ e una sera come tante// vene rotte/ di una follia impigliata/ nei respiri,/ lo svuotarsi/ lasciandoti andare alle urla// il canto muto delle stanze/ scendeva tra gli occhi/ pieni di spavento/ e io morivo da seduta// conosco il buio/ del non abitarsi più.
E il distico conclusivo è una pozza di inarrestabile dolore... E qui non c’è consolazione che tenga. Ma ritorneremo a parlare del dolore e delle possibili vie d’uscita. Anche il dolore si nutre di speranza e fa affidamento sull’amore. Alla prossima…

giovedì 9 dicembre 2021

Mercoledì 8 dicembre 2021: E la MAMMA CELESTE io canto...

Due anni fa, sul nostro blog, così il mio caro amico Beppe scriveva parlando della Immacolata Concezione: Non è forse l'Immacolata la parola della casa più splendente che sia apparsa nel mondo? E’ appena morto un tempo annuale e sta sorgendo un nuovo tempo nella casa dell'Immacolata. (…). Un tempo finisce, inizia un nuovo tempo. (…). Abbandona tutta te stessa al passato e vai incontro al nuovo che è racchiuso in una sola parola: «CRISTO». L'Immacolata giunge a te con il battesimo che è morte nell'acqua dalla quale risorgere immacolata invocando una sola parola: «CRISTO». (…). <Io, Signore, mi rivolgo a te, entro nella tua sfera, che mi assorbe e riplasma la mia coscienza. Tu, Signore, sei la mia Nuova Umanità, In te, Signore, io sono in piena comunione con Dio, col mio Principio, nella mia piena libertà, Donami, Signore, il tuo Spirito. In questa comunione, Signore, io sento la mia vera identità, la mia integrità, Sento i miei veri desideri: io voglio restare qui, con te, in questo Eterno Gioco che è la Creazione. . . . Questo è l'amore: essere una cosa sola con te e con il Padre. Essere uno con tutti: circolazione di vita è il vero Mondo: Gioco senza fine e gioia Nell'Eternità, che ora esplode e adesso mi risana. Amen> (di Marco Guzzi in Non ego, Cristus). Poi, la pandemia ha fatto dimenticare anche a me queste parole che riprendo volentieri perché in quel “CRISTO” reiterato c’è tutta la maternità dolente e coraggiosa di Maria, dal primo “fiat” fino ai piedi della croce e alla sua Assunzione nei Cieli gloriosi, dove ogni dolore si spegne alla Luce della visione di Dio. Ogni credente non può fare a meno di cantare questa evidente verità, innalzando un canto d’Amore a Maria, Madre di tutte le madri. Ed ecco il mio canto:

Immacolata Concezione

Vieni in punta di piedi

e lasci continue orme di sole

sul mio cammino di neve

con mani colme

delle tue infinite stelle

alla mia disattenta preghiera

(mia fanciulla di Nazareth

voce soave

dei miei giorni andati

e mani

di cura ancora presenti

a carezzare il mio pianto).

Signora dorata

adorata Patrona del tempo

innocente di bambina.

Solo frammenti di cuore

ti lascio in cambio

dei tuoi innumerevoli prodigi

(mollichine di speranza

su passi lievi

che attendono ritorni)

E tingi di rosa e turchese

i veli dell'attesa.

A te innalzo il mio canto,

Madre di tutte le meraviglie

mia eterna nostalgia

- Bella tu sei qual sole

Bianca come la luna

e le stelle le più belle

non son belle

al par di Teee... -

(e tornano antiche voci

a riscaldare i doni

della nuova alba)

Con una sintonia del cuore, Anna Mininno, la mia amica sempre presente, ha postato una bella immagine della Vergine di bianco vestita, col mantello di cielo e una corona di stelle intorno al capo e ha scritto: “Bella tu sei qual sole”, Santissima Maria Immacolata Concezione! Con tanti cuoricini e… Auguri a chi ne porta il nome! E contemporaneamente Arcangela Parrulli, altra cara amica di Gravina in Puglia scrive: In occasione della festa di Maria Immacolata, vi presento una mia poesia intitolata “T’INVOCO REGINA”… per chiedere il suo aiuto affinché il mondo segua le vie indicate da Suo Figlio, Gesù!!!: Il tuo diadema emana/ bagliori di stelle/ lucciole impazzite/ che avvolgono il mondo che muore.// Si combatte in più parti…/ sfollano genti dolenti/ a cercare una patri/ chiamata Pace.// Nessuno sa dove sia/ ora che i bimbi imploranti/ accendono fuochi d’orrore/ nelle alcove di belve umanizzate…// … o che scomparsi nel nulla/ rimpinguano avide tasche/ di truci commercianti di organi.// Io t’invoco Regina/ vessillo d’amore e di purezza/ traguardo estremo di salvezza/ Madre amorosa! Madre Luminosa! Con amaro realismo descrive le brutture e le violenze del mondo contemporaneo pe chiedere alla “Madre amorosa e luminosa”, in ossimorico contrasto, la salvezza di questa nostra umanità dolente e senza più una sola luce a vincere il buio di questa devastante disumanizzazione. Fa da piacevole contraltare il post di Cettina Fazio Bonina, altra dolcissima amica che ieri ha festeggiato il suo onomastico con la sua bella famiglia. Cettina scrive: Amore, calore, amicizia, famiglia, casa, semplicità hanno reso speciale la giornata di ieri in un periodo non facile per il mondo intero, ma un gesto, ina parole possono darti il sostegno per affrontare al meglio le difficoltà! Sono parole che allargano il cuore, dandoci la dimensione dei valori antichi che, se rimangono scritti a caratteri cubitali nell’anima, non possono morire nella nebbia dei ricordi di un passato che sembra del tutto dimenticato e che invece vive perché l’anima, essendo immortale, li attualizza continuamente e li restituisce all’Infinito. E non è l’otto rovesciato simbolo d’infinito? Basta solo girare un po’ il suo simbolo numerico per ottenere un richiamo mistico e misterico… e tutto riprende a volare e a diventate inno alla Vergine che infiamma i cuori d’amore e accende il buio del mondo e della nostra stessa anima desertificata con le sue luminose stelle! E farne prati fioriti d’attesa e di speranza per tutti gli uomini “di buona volontà” in cammino verso la Luce di una Stella Cometa… E, a proposito di Stella Cometa e del Santo Natale, Assunta Braì, speciale amica salentina, propone l’ironica poesia di Trilussa: Ve ringrazio de core, brava gente,/ pé ‘sti presepi che mi preparate,/ ma chi ve li fa fà? Si poi v’odiate,/ si de st’amore non capite gnente…//  Pé st’amore so nato e ce so morto,/ da secoli lo spargo dalla croce,/ ma la parola mia pare ‘na voce/ sperduta ner deserto, senza ascolto.// La gente fa er presepe e nun me sente;/ cerca sempre de fallo più sfarzoso,/ però cià er core freddo e indifferente/ e nun capisce che senza l’amore/ è cianfrusaja che nun cià valore. Grazie Assunta per avercelo ricordato con i taglienti versi di Trilussa. Ecco è solo e sempre questione d’amore! E vorrei concludere con le parole del nostro beneamato sindaco Corrado De Benedittis: Ritrovarmi con la Confraternita dell’Immacolata, ai piedi dell’antica statua, tanto venerata dalla pietà popolare, è stato come tornare a casa abbracciato e protetto, dopo giorni così amari e tristi. A Lei, ho affidato la città e soprattutto chi, in questi giorni, vive la desolazione, lo smarrimento, la perdita. Quanto amore nelle sue parole! Già la “pietà popolare” è sinonimo d’amore (da pietas = amore, appunto), ma anche il suo “tornare a casa” e sentirsi “abbracciato e protetto” dall’Immacolata, a cui ha affidato l’intera città e soprattutto “chi, in questi giorni, vive la desolazione, lo smarrimento, la perdita. Grazie, sindaco. Il riferimento di grande appassionata condivisione merita una nuova pagina su questo blog in tempi molto brevi. E sarà davvero un Santo Natale!

 

 

 

  

venerdì 3 dicembre 2021

Venerdì 3 dicembre 2021: Poesia è un lungo canto per una sola Donna: mia MADRE...

… Ho nostalgia del pane di mia madre del caffè di mia madre della carezza di mia madre. Diventa grande in me l’infanzia giorno dopo giorno e mi attacco alla vita perché se dovessi morire sarei mortificato per il pianto di mia Madre…
(Mahmud Darwish, stralcio della poesia “A mia madre”)

E desidero dedicare a lei quanto tempo fa scrissi sulla maternità e sulla paternità per dare origine a una vita, attraversando tutti gli stati d’animo di una madre prima di stringere tra le braccia il suo bambino. Stati d’animo anche da me attraversati come figlia e come madre:
La VITA si mantiene in vita grazie alla donna. Il miracolo dell’eternità nel suo grembo. E nel cuore che batte di un bimbo, che non sa ancora la luce.
Maternità: un lievitare di cellule vestite di speranza. L’amore che bussa all’esistenza e chiede di nascere e rinascere. Dal non essere all’essere: questo il miracolo della vita. Deflagrazione di un inizio che prorompe in miliardi di possibilità, in altrettanti possibili percorsi con trame infinite di incontri, di scontri.
Il bene e il male, concentrati nell’attimo in cui si origina una vita. E nello spazio di un agglomerato di cellule, un feto, fragile e indifeso, ma pur determinato a nascere, a crescere, a vivere: a farsi bambino, fanciullo, ragazzo, giovane, uomo. E andare incontro alla vita.
La sua avventura esistenziale è un’ansia negli occhi chiusi di sua madre su un antico sgomento che lei non osa dire: “come sarà mio figlio? Cosa ne sarà di lui?”.
Endimione sopravvisse alla realtà perché per trent’anni, sul monte Latmos, tenne gli occhi chiusi e continuò a sognare.
La madre sogna che il suo bambino non scopra mai la realtà. E la realtà è solo un pensiero d’amore sgomento negli occhi chiusi di sua madre: “nascerà sano mio figlio? Saprò prendermi cura di lui e preservarlo da ogni male? Saprò indicargli la giusta via dell’amore e della tenerezza perché sia un vero uomo nella libertà di piangere, di ridere, d’amare?”.
E il piccolo nasce. Prima strilla, poi si acquieta tra le braccia d’amore di sua madre.
E la realtà è solo un sogno/bisogno negli occhi grandi del bambino a cercare il volto materno, l’unico tra tanti volti. Il solo a dargli sicurezza. Nei loro occhi di abbandono condiviso la vita che sa la vita e la vita che ignora la vita. La mamma sa ma preferisce ignorarla. Il bambino la ignora ma desidera scoprirla, giorno dopo giorno, nei giochi di conquista delle sue mani bambine, nei giochi di scoperta dei suoi incerti piedini.
Sogno-realtà: il doppio volto della vita nei suoi incastri tra progetti e ricordi.
Sul ponte del presente: il passato e il futuro intrecciano incontri e sentimenti. Positivi. Negativi. Controversi. Ambigui. Con mille dubbi e poche certezze. E nessuna verità. O forse tantissime verità apparenti e una sola vera Verità. Spesso ignorata.
E il padre? Ha posto in questa diade, “involucro d’amore” (E. H. Erikson), il padre?
Certo, anche la presenza del padre è importante per la tensione che lo sostiene a realizzare per suo figlio una realtà migliore senza troppo indugiare nel sogno. Per proteggerlo e dargli sicurezza. Per difenderlo e incoraggiarlo. Per sollecitarlo ad accettare e a rispettare le regole. Per guidarlo a muovere passi più concreti e fattivi nella giungla del mondo. Con forza e coraggio.
La madre è penombra di mistero con una tenerezza di luce fra le sue carezze. Testimonianza di sorriso che illumina e riscalda il cuore. La dolcezza del canto e dell’incanto.
Il padre è il giorno certo, la via maestra da seguire, l’audacia della scoperta di orizzonti sempre più lontani. Il viaggio senza canto, ma con piedi lesti che vanno e sanno dove andare e quali ostacoli superare, i nemici da affrontare.
Testimonianza di lealtà e dignità nella forza delle braccia e nella chiarezza delle mete.
E la Vita procede con le sue luci e le sue ombre mentre le generazioni passano...


Emozione inesprimibile per l’incanto e lo stupore della vita che rinnova la vita: meraviglia degli universi che si rigenerano anche attraverso un uomo e una donna. Il loro amore.
(Nella Donna-Sorgente ancora una volta
cade una goccia dell’Uomo-Acqua,
dà vita, all’incontro, alla Pioggia-Bambino
(“La pioggia-bambino”, da Canto Navajo)

Oltre l’oblio, solo l’AMORE resta a fare spazio alla memoria…
Ed è memoria ancora e sempre di te, Madre mia. Certo, occorre cominciare dal primo giorno, seguendo il cammino di chi ci ha atteso e guidato fino a quando si diventa in grado di camminare da soli. Poi si ricomincia. E ogni nuova generazione prova con impetuosa curiosità a superare la linea tracciata da quella che l’ha preceduta per andare oltre. E la preghiera dei vecchi, come ben sai, è che i giovani non perdano mai la buona stella che vince il buio. Che quella luce rischiari ogni inevitabile notte del cuore e della vita. E in ogni inevitabile notte del cuore e della vita tu ci sei. Mi rimane, però, di te feroce questo tormento e il rimorso di aver per anni rimandato all’infinito i nostri rari incontri: per un lavoro ingrato/amato che mi attanagliava, logorando/divorando i miei giorni. Non avevo tempo neppure per te e sistematicamente deludevo la tua ansia di vedermi. Mi riprende anche oggi lo sconforto di aver ignorato i tuoi giorni di solitudine. E di attesa dei miei passi a confortarti di un ritorno. Mi rimangono le carezze alla tua mano, quando un soffio di tempo e di nostalgia mi riportavano da te in una fretta di minuti che ignoravano le ore. “Avremo tempo”, ti dicevo, tra lacrime non piante. Non c’è stato più il tempo. Solo il ricordo. Presente come la tua anima ai miei giorni.

E chiudo qui. Sulla mia pagina di FB la poesia che ti ho dedicato, Mamma, sintesi di questi miei ricordi. Di tutto il mio rimpianto. Per questo io ancora ti canto…