La poesia è l’imminenza
di una rivelazione
che non si produce”
(L. Borges)
È un
ricordo lontano nel tempo, ma è un ricordo colmo di poesia. Il mio
interlocutore preferito è sempre il mio nonno materno. A lui sono dedicati molti
dei miei lavori pubblicati e da pubblicare ancora, se ne avrò ancora il tempo…
<… In primavera, con lo splendore della natura che esplodeva
d'erba, di pratoline e di fiori di campo, tu andavi a casa dei nostri tanti
amici e li invitavi a venire con noi in campagna all'alba del giorno dopo.
Molti venivano in bicicletta, altri salivano sul traino con noi. E il cielo era
un ricamo d'alberi. L’alba spegneva le stelle e vinceva lentamente il buio, rischiarando
i nostri occhi spalancati di stupore su quella natura rigogliosa e ricca di
frutti. Le nostre labbra chiacchierine si confidavano, in bisbigli d'intesa,
confidenze di amori appena nati. Nel campo dei ciliegi sciamavamo tra i rami e
tu, appena di ritorno, vestivi a festa il nostro quartiere con ceste di rossi
frutti che distribuivi in tutte le case. E le case si accendevano di colore e
di allegria: adulti e bambini si riempivano le mani delle accese ciliege,
raggruppate dai lunghi gambi e ricoperte dalle verdi foglie
(ciliegie di maggio ciliegie
d’assaggio ciliegie di giugno ciliegie a pugno…)
Già da bambina avevo imparato quel rito festoso che salutava di
gioia la nostra primavera...
(sì bbéddə accòmə a ‘na cəràsə…) (sei bella come una ciliegia…)
Lungo le strade le ragazzine, con quelle lampade accese ai lobi
delle orecchie, cantavano la spensieratezza dei loro pochi anni, dilatando lo
spazio angusto tra quelle case antiche, dove il cielo era un lungo rettangolo
blu definito dai terrazzi anneriti di tempo e di impervie stagioni...
Questo è il tempo delle ciliege,
le ciliege si vanno a cogliere,
si vanno a cogliere ad una ad una,
questo è il tempo del primo
amor...
La
cintura stretta stretta
e
la gonna larga larga,
le scarpette a punta a punta:
io ballerò con te...
Io danzerò con te...
Questo è il tempo delle ciliege,
le ciliege si vanno a cogliere,
si vanno a cogliere col panierino,
questo è il frutto del mio
giardino...
La cintura stretta stretta
e la gonna larga larga,
le scarpette a punta a punta:
io ballerò con te...
io danzerò con te...
Divenuta ragazzina anch'io, adoravo quelle ciliegie: rosse,
dolcissime, morbide, profumate
(cerasèlla cerasé/quànnə è
tìmbə də cəràsə/ tu mə dai tre o quattə vàsə/ cərasèlla cərasé/ quànnə è tìmbə
də limónə tu m’assàssə ‘nu scəcaffónə… Nunzio Gallo e Aurelio Fierro
cantavano).
Le ciliegie erano per me quasi labbra baciate di donna innamorata
e amata
(“Labbra dal disìo baciate”,
come avrei letto e scoperto più tardi)
E, poi, via via, fioroni e gelsi e nespole e prugne e fichidindia.
Grosse ceste di uva matura e dolce da scaldare l'anima. “Spórtə” (panieri stretti e profondi di sottili sarmenti d’ulivo
intrecciati), “spərtéddə” (panierini)
“scəchəcchəmarùzzuə”
(recipienti piccoli piccoli, per la gioia delle mie manine), di olive verdi e
brune da fare in salamoia o con la calce oppure da far scoppiare nel tegamino o
sotto la cenere e da mangiare col pane fra boccali del tuo ottimo vino e, per
quegli anni, insolite risate.
C’erano più frutti che fiori allora nella nostra casa a colorare e
a profumare i giorni.
Ma ora ho fatto un salto temporale
dovuto alla memoria che non sempre segue il tempo nella sua cronologia storica.
E non sempre riporta alla coscienza collegamenti di esperienze nel loro
susseguirsi esistenziale. Irrompe così all’improvviso e accende l’occhio di bue
su un volto, strimpella l’assolo di una voce, riempie una strada di ciliegie.
Occorre allora ricucire il prima e il dopo perché nulla sfugga alla fiaba e
alla storia. Occorre tornare indietro e ripartire dal mio primo giorno di vita
e dalla casa in cui ho incontrato per la prima volta le tue mani, la tua voce.
Era una casa a più piani che si arrampicava fino al cielo in un incrocio di strade
antiche: via Maggiore, angolo via De rossi>.
Ma
stavamo parlando di maggio e delle ciliegie del nostro campo, chiamato “Lama
angelica”, un ciliegeto meraviglioso già dalla sua prima fioritura:
Era di maggio e poi…
Al bel tempo di maggio le
serate
si fanno lunghe; e l’odore
del
fieno
che
la strada, dal fondo, scalda
in
pieno
lume
di luna, le allegre cantate
dall’osterie
lontane, e le risate
dei
giovani in amore, ad un
sereno
spazio
aprono porte e petto…
(Giorgio Caproni, stralcio della poesia
“Maggio” da Tutte le poesie,
Garzanti, 1983)
<Verso i sessantacinque anni nonna Angelina cominciò ad avere
dei problemi alle gambe. Faceva fatica a camminare. Si alzava a stento dalla
sua poltrona e d'inverno sembrava cadere in letargo. Si svegliava con l'arrivo
delle ciliege. Sì, le tue ciliege segnavano il tempo del suo risveglio. A primavera.
Le portavi un panierino di foglie con dentro le prime ciliegie di maggio e lei
sgranava gli occhi grandi di bambina golosa e, stupita, ti sorrideva (a sàn pasquàlə matùrənə rə cəràsə…) (a
san pasquale maturano le ciliegie).
Proprio a fine maggio di parecchi anni prima, la mia storia si era
intrecciata con la tua, con la sua. La mia storia nella tua e nella sua storia.
A maggio. Anch’io aprii gli occhi alla vita con le ciliegie e le rose. E furono
le sole a sorridermi con rosse labbra e mille spine
(“… voglio fare con te ciò
che la primavera fa con i ciliegi”… mi cantò Neruda)
Nacqui in tempo di guerra e non c’era nessuno disponibile a farmi
da padrino o madrina per il battesimo. Foste voi due, in una chiesa spoglia e
silenziosa perché deserta, a giurare, per me, di non lasciarmi mai tentare dal
demonio e di rendermi degna di far parte della Chiesa e di essere figlia di
Dio, a Lui consacrata
“Stèmmə scəchìttə no’… crìstə espóstə e làmba stətàtə” (stavamo solo noi… cristo
esposto e lampada spenta…), commentava la nonna ogni volta che se ne parlava…).
Eravate diventati anche per me “nonno-compare” e “nonna commara”!
Non ci fu alcuna festa
quel giorno. Ero nata in tempo di guerra ed ero la seconda femminuccia e babbo
non era ancora tornato. Tre buoni motivi per non esultare. Scoprii,
però, la mia storia solo un paio di anni dopo, quando cominciai a riconoscere
la grande casa e i tuoi passi, i miei giocattoli, le tue mani per aggiustarli,
Lizia e la nostra reciproca gelosia nel dividerne il possesso, il nostro
lettino e la tua buonanotte, la nostra cena dopo ogni tuo ritorno. In ogni
attimo della mia/nostra giornata Tu. Eri il pendolo dell'alba e le prime ombre
del tramonto, il coltello per tagliare il pane e la bottiglia e l'imbuto per
travasare il vino. Eri la capriola tra le tue braccia e
il cavallo che ti portava via, le voci dei tuoi uomini confuse con i respiri
dell’alba e il cauto risvegliarsi delle strade. Il richiamo al nuovo giorno e
alla vita. Eri i tuoi campi i tuoi ciliegi. Le nostre
suppliche: “ci porti con te in campagna?”.
E la tua risposta: “quando matureranno le
ciliegie”. Eri la nostra attesa delle ciliegie. Eri le ore trascorse tra
gli alberi, le stesse ore senza di te nella nostra casa che si riempiva
ugualmente di te, di foglie nuove e solchi appena arati, di gemme attese dopo
il lungo inverno, dell'ansia dei primi frutti perché il tempo delle ciliegie
fosse una realtà (i tuoi racconti quando tornavi e ci mettevamo a tavola per
mangiare e per ascoltarti). Tu ti toglievi la coppola, ringraziavi il buon Dio
per il pasto quotidiano mentre tagliavi il pane e mescevi il vino. Te ne
bastava un bicchiere per sentire il vigore di quel rosso fuoco che ti penetrava
nelle vene, e anche il vino aveva colore e sapore di ciliegie…> (A. De Leo,
LE PIOGGE E I CILIEGI, SECOP edizioni. Vol. I, 2018).
E mi fermo qui per non sciupare l’incanto della nostra fiaba di ciliegi
nel “cortile del gelso e delle rose”. Alla prossima con un abbraccio a tutti. Angela/lina
(e fra qualche giorno saranno 84 i miei giorni di maggio fioriti)…
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