<… Leggere un libro è sempre un’avventura culturale di pregevole valore, molto personale ed estremamente coinvolgente. Sotto molti aspetti è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro io, dove i segni e i simboli non hanno un volto ben definito e attendono un impulso appropriato per liberarsi e tradursi in conoscenza. E allora la conoscenza diventa memoria svelata e il pensiero, così strutturato e partecipato a colui o a coloro che ci sono accanto, diventa storia, la nostra storia.
Ci accorgeremo di travalicare il tempo, così come lo intendiamo
comunemente, nella sua dimensione geometrica e spaziale, il tempo che
misuriamo, per intenderci, con gli orologi e con i calendari, per approdare al
tempo come durata, un tempo dove il passato continua a vivere e a omologarsi al
presente, dove nulla è perduto e dove la memoria ridona vita a ciò che ci è
sembrato spegnersi per mai più apparire.
Cominciamo col presentare l’autrice, la prof.ssa Angela De Leo: In
terza pagina di copertina è scritto che “il suo peggior vizio è quello di non
poter fare a meno della Poesia, suo irrinunciabile canale espressivo, che poi è
spesso quello di decodificazione del mondo e della vita”. Io affermo che questa
è la sua virtù migliore e aggiungo che è la poesia, nella sua veste più ampia,
come lettura spirituale della vita, a salvare il mondo>.
Ho dovuto aggiornare il mio curriculum perché ormai superato dagli anni
e dagli eventi, pur conservando quanto detto dal mio recensore:
<Laureata in Materie Letterarie, per oltre trent’anni si è dedicata
alla formazione del docente di base e anche di dirigenti scolastici, Angela De
Leo, come potrete vedere leggendo il libro, ha al suo attivo numerose opere in
prosa e in poesia. A questa intensa attività di scrittrice, ha affiancato
interessanti interventi di critica letteraria e numerose prefazioni e
postfazioni a vari libri di autori italiani e stranieri, tra cui molti autori
serbi. Ha partecipato a numerosi Meeting Internazionali degli Scrittori Serbi a
Belgrado. Varie volte è stata ospite dell’Autunno Poetico di Smederevo
(Serbia), dove ha vinto prestigiosi premi. Nel 2023 ha ricevuto dall’Università
del Texas l’importantissimo Premio Gjenima per la sua Silloge poetica tradotta
in inglese STEPS, con versione italiana PASSI (SECOP edizioni). E altri saggi
di critica letteraria si sono aggiunti nel 2024-2025-2026.
2024: Premio nazionale per “Donna tutto l’anno” conferito a Roma ad
Angela De Leo per la Letteratura dall’on. Massimo Visconti nella Sala Girolamo Mechelli del Consiglio Regionale del Lazio (Via
della Pisana, 1301 - Roma).
Della sua opera hanno parlato numerosi critici su riviste letterarie e
su quotidiani, oltre che in trasmissioni televisive e radiofoniche.
La via delle vedove rivela un
lavoro intimistico e a tratti autobiografico, cui si aggiunge un senso profondo
di appartenenza alla terra che fa da contenitore a quel mondo che racchiude gli
eventi e le tappe della narrazione. Non potrà sfuggire, a chiunque si appresti
alla lettura di questo libro, l’amore e l’omaggio reso al Salento, la nostra
striscia di terra, allungata e stretta tra due mari, ricca di tradizioni, di
cultura, di atmosfere da sogno, con i suoi canti, i suoi balli frenetici ed
estenuanti, le sue storie, dove la donna è sempre presente con ruoli dolci e
affettuosi o di sofferenza e sopportazione o di ossessione e tragedia. Nel
libro, le donne hanno una presenza importante e decisiva perché, come si evince
dal racconto e come, d’altronde possiamo considerare anche noi, osservando la
nostra struttura sociale, così come si è venuta evolvendo nel tempo, la donna
ha impresso nella storia e nella cultura di questa terra un sigillo misterioso
che chiude il segreto stesso della vita.
Eva è la protagonista di questo grande racconto. Una donna splendida e
indipendente che nel giorno del suo settantesimo compleanno, quando tutti
pensano che dovrebbe restare in casa in attesa degli auguri che immancabilmente
sarebbero giunti da più parti, si avventura da sola in un lungo viaggio senza
avvertire nessuno. Era ovvio che nessuno poteva compiere quel viaggio insieme a
lei. Molte strade, come sempre nella vita, vanno percorse da soli. Lei parte da
un centro a nord di Bari e si reca in un paese del Salento, dove ha ereditato
una casa (la casa di nonna Sabina) che dev’essere abbattuta perché al suo posto
dovrà essere edificata una palazzina a più piani. Questo è l’incipit di tutto,
quel che segue è un viaggio nella memoria, “alla ricerca del tempo perduto”,
colme direbbe Proust, per ritrovarlo in quella forma temporale caratterizzata
dalla durata, dove, come si diceva prima, tutto vive, anche se estinto, tutto
riappare agli occhi di Eva, così com’era una volta e anche più nitido, perché
lo scorrere degli anni e i volti dell’esistenza le hanno consentito di filtrare
quei ricordi, colmandoli di una vita nuova e offrendo loro una comprensione
prospettica che è guadagno rispetto al vissuto. E qui la pagina si arricchisce
di luce, come l’alba che avvolge Leuca, Otranto, Gallipoli, Lecce e tutto il
Salento, terra dalla bellezza inebriante, dagli idiomi sognanti di raffinate
culture e di popoli antichi, dai simboli magici che coniugano le credenze più
recondite della vita popolare, terra scintillante di sole e odorosa di mare,
dove Dio nel crearla non ha lesinato nulla. Eva l’ama profondamente e la
descrive con tratti di intenso lirismo, pur nel ricordo dei guai che gli uomini
le hanno procurato nella storia. Dopo tanto viaggiare, giunge a destinazione e
si reca nella via dove è ubicata la casa della nonna, via della Rivoluzione,
che i paesani hanno ridefinito via delle vedove. La casa ormai è un cumulo di
macerie, ma la desolazione non nasce da quelle macerie bensì dalla condizione
delle altre case, dall’abbandono in cui versano, dall’assenza di vita. Il mondo
che lei conosceva è passato e vive soltanto nella sua mente: ecco la casa di
zia Nana (dove Nana sta per Loredana, orribilmente storpiato), ecco la casa di
zia Vienna, ecco la casa della Vita e de lu Ucciu che è anche quella di Ada,
l’amica malaticcia e sofferente che ha condiviso, in un tempo lontano, sogni e
speranze di una vita migliore. Adesso “tutto è silenzio”.
Eva ritrova il passato nei tanti indizi che nota per strada e che con
fare trasognato la riportano, senza però accenni nostalgici, indietro nel
tempo, alla sua giovinezza, ai suoi vent’anni, in un pacato dolore che si
stempera nella solitudine del presente, mentre avverte il peso di essere
sopravvissuta. Non c’è il rimpianto di un mondo ormai perduto. È piuttosto la
sensazione di qualcosa che continua a vivere in lei, in modo indefinito,
difficilmente nominabile, alla qual cosa non si può rinunciare e dalla quale
non ci si può staccare, perché continua a vivere in noi, è parte della nostra
storia e di noi stessi e allora risale alla mente quel Sud dai costumi atavici,
fermo nel tempo, dove ogni cosa era scandita dalla durezza del lavoro dei
campi, da tragedie taciute e nascoste (racconti che fanno rabbrividire), dalle
crude sorti della vita e dalla inesorabilità delle morti, accettate queste con
una rassegnazione inspiegabile, specialmente quando a morire erano i bambini,
gli eletti che alimentavano con la loro presenza le schiere angeliche. Le
campane “a gloria” annunciavano il funerale di un bambino. Da noi era invece
una campanella mesta che con i rintocchi misurati accompagnava l’incedere del
funerale di un morticino in una piccola bara bianca.
L’abito nero, quasi una divisa, esprimeva ad un tempo la nuova condizione di chi lo indossava e la chiusura di un ciclo vitale, sigillato ormai per sempre nella sua irreversibilità. L’evento luttuoso non era limitato alla scomparsa di un caro, ma si perpetuava tanto nel tempo da mutarsi in un lutto perenne, un nuovo stato personale che bandiva ogni gioia, ogni apertura alla vita e si appagava in questa forma di espiazione di colpe mai commesse. E che dire del modo in cui si propagava la notizia di una tragedia? Nei nostri paesi spesso si sa tutto di tutti, ma non in maniera lineare e neppure con un unico e assoluto conoscitore di tutto. Ognuno, spesso, è conoscitore di una parte del tutto e quasi per un recondito protocollo d’intesa è obbligato in modo clanico a mettere in comune quello che sa, con ciò che sanno gli altri. Ogni cosa è sussurrata, quasi segua un rituale di propagazione, è proferita con tono di un labile mistero e col risalto di poche parole, che, proprio perché poche, diventano essenziali e alimentano i labirinti tortuosi del mistero e ne tessono le trame intricate. Le parole sono pronunciate con stacco enigmatico, scrutando sul volto dell’ascoltatore quanto c’è di comprensibile in quello che si è detto e, se lo smarrimento osservato è grande, allora si offre qualche altra parola gravida di sensi quasi impronunciabili, affinché ciò che si vuole comunicare assuma una sua tragicità che compendi insieme la gravità del fatto e la percezione che di essa ha l’ascoltatore, amplificando l’ancestrale modo di riferire le tragedie degli umili>.(a domani. Angela/lina)
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