martedì 12 maggio 2026

Martedì 12 maggio 2026: "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo, romanzo recensito anni fa dal Prof. Gianbattista Di Noi... (prima parte)

<… Leggere un libro è sempre un’avventura culturale di pregevole valore, molto personale ed estremamente coinvolgente. Sotto molti aspetti è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro io, dove i segni e i simboli non hanno un volto ben definito e attendono un impulso appropriato per liberarsi e tradursi in conoscenza. E allora la conoscenza diventa memoria svelata e il pensiero, così strutturato e partecipato a colui o a coloro che ci sono accanto, diventa storia, la nostra storia.

Ci accorgeremo di travalicare il tempo, così come lo intendiamo comunemente, nella sua dimensione geometrica e spaziale, il tempo che misuriamo, per intenderci, con gli orologi e con i calendari, per approdare al tempo come durata, un tempo dove il passato continua a vivere e a omologarsi al presente, dove nulla è perduto e dove la memoria ridona vita a ciò che ci è sembrato spegnersi per mai più apparire.

Cominciamo col presentare l’autrice, la prof.ssa Angela De Leo: In terza pagina di copertina è scritto che “il suo peggior vizio è quello di non poter fare a meno della Poesia, suo irrinunciabile canale espressivo, che poi è spesso quello di decodificazione del mondo e della vita”. Io affermo che questa è la sua virtù migliore e aggiungo che è la poesia, nella sua veste più ampia, come lettura spirituale della vita, a salvare il mondo>.

Ho dovuto aggiornare il mio curriculum perché ormai superato dagli anni e dagli eventi, pur conservando quanto detto dal mio recensore:

<Laureata in Materie Letterarie, per oltre trent’anni si è dedicata alla formazione del docente di base e anche di dirigenti scolastici, Angela De Leo, come potrete vedere leggendo il libro, ha al suo attivo numerose opere in prosa e in poesia. A questa intensa attività di scrittrice, ha affiancato interessanti interventi di critica letteraria e numerose prefazioni e postfazioni a vari libri di autori italiani e stranieri, tra cui molti autori serbi. Ha partecipato a numerosi Meeting Internazionali degli Scrittori Serbi a Belgrado. Varie volte è stata ospite dell’Autunno Poetico di Smederevo (Serbia), dove ha vinto prestigiosi premi. Nel 2023 ha ricevuto dall’Università del Texas l’importantissimo Premio Gjenima per la sua Silloge poetica tradotta in inglese STEPS, con versione italiana PASSI (SECOP edizioni). E altri saggi di critica letteraria si sono aggiunti nel 2024-2025-2026.

2024: Premio nazionale per “Donna tutto l’anno” conferito a Roma ad Angela De Leo per la Letteratura dall’on. Massimo Visconti nella Sala Girolamo Mechelli del Consiglio Regionale del Lazio (Via della Pisana, 1301 - Roma).

Della sua opera hanno parlato numerosi critici su riviste letterarie e su quotidiani, oltre che in trasmissioni televisive e radiofoniche.

La via delle vedove rivela un lavoro intimistico e a tratti autobiografico, cui si aggiunge un senso profondo di appartenenza alla terra che fa da contenitore a quel mondo che racchiude gli eventi e le tappe della narrazione. Non potrà sfuggire, a chiunque si appresti alla lettura di questo libro, l’amore e l’omaggio reso al Salento, la nostra striscia di terra, allungata e stretta tra due mari, ricca di tradizioni, di cultura, di atmosfere da sogno, con i suoi canti, i suoi balli frenetici ed estenuanti, le sue storie, dove la donna è sempre presente con ruoli dolci e affettuosi o di sofferenza e sopportazione o di ossessione e tragedia. Nel libro, le donne hanno una presenza importante e decisiva perché, come si evince dal racconto e come, d’altronde possiamo considerare anche noi, osservando la nostra struttura sociale, così come si è venuta evolvendo nel tempo, la donna ha impresso nella storia e nella cultura di questa terra un sigillo misterioso che chiude il segreto stesso della vita.

Eva è la protagonista di questo grande racconto. Una donna splendida e indipendente che nel giorno del suo settantesimo compleanno, quando tutti pensano che dovrebbe restare in casa in attesa degli auguri che immancabilmente sarebbero giunti da più parti, si avventura da sola in un lungo viaggio senza avvertire nessuno. Era ovvio che nessuno poteva compiere quel viaggio insieme a lei. Molte strade, come sempre nella vita, vanno percorse da soli. Lei parte da un centro a nord di Bari e si reca in un paese del Salento, dove ha ereditato una casa (la casa di nonna Sabina) che dev’essere abbattuta perché al suo posto dovrà essere edificata una palazzina a più piani. Questo è l’incipit di tutto, quel che segue è un viaggio nella memoria, “alla ricerca del tempo perduto”, colme direbbe Proust, per ritrovarlo in quella forma temporale caratterizzata dalla durata, dove, come si diceva prima, tutto vive, anche se estinto, tutto riappare agli occhi di Eva, così com’era una volta e anche più nitido, perché lo scorrere degli anni e i volti dell’esistenza le hanno consentito di filtrare quei ricordi, colmandoli di una vita nuova e offrendo loro una comprensione prospettica che è guadagno rispetto al vissuto. E qui la pagina si arricchisce di luce, come l’alba che avvolge Leuca, Otranto, Gallipoli, Lecce e tutto il Salento, terra dalla bellezza inebriante, dagli idiomi sognanti di raffinate culture e di popoli antichi, dai simboli magici che coniugano le credenze più recondite della vita popolare, terra scintillante di sole e odorosa di mare, dove Dio nel crearla non ha lesinato nulla. Eva l’ama profondamente e la descrive con tratti di intenso lirismo, pur nel ricordo dei guai che gli uomini le hanno procurato nella storia. Dopo tanto viaggiare, giunge a destinazione e si reca nella via dove è ubicata la casa della nonna, via della Rivoluzione, che i paesani hanno ridefinito via delle vedove. La casa ormai è un cumulo di macerie, ma la desolazione non nasce da quelle macerie bensì dalla condizione delle altre case, dall’abbandono in cui versano, dall’assenza di vita. Il mondo che lei conosceva è passato e vive soltanto nella sua mente: ecco la casa di zia Nana (dove Nana sta per Loredana, orribilmente storpiato), ecco la casa di zia Vienna, ecco la casa della Vita e de lu Ucciu che è anche quella di Ada, l’amica malaticcia e sofferente che ha condiviso, in un tempo lontano, sogni e speranze di una vita migliore. Adesso “tutto è silenzio”.

Eva ritrova il passato nei tanti indizi che nota per strada e che con fare trasognato la riportano, senza però accenni nostalgici, indietro nel tempo, alla sua giovinezza, ai suoi vent’anni, in un pacato dolore che si stempera nella solitudine del presente, mentre avverte il peso di essere sopravvissuta. Non c’è il rimpianto di un mondo ormai perduto. È piuttosto la sensazione di qualcosa che continua a vivere in lei, in modo indefinito, difficilmente nominabile, alla qual cosa non si può rinunciare e dalla quale non ci si può staccare, perché continua a vivere in noi, è parte della nostra storia e di noi stessi e allora risale alla mente quel Sud dai costumi atavici, fermo nel tempo, dove ogni cosa era scandita dalla durezza del lavoro dei campi, da tragedie taciute e nascoste (racconti che fanno rabbrividire), dalle crude sorti della vita e dalla inesorabilità delle morti, accettate queste con una rassegnazione inspiegabile, specialmente quando a morire erano i bambini, gli eletti che alimentavano con la loro presenza le schiere angeliche. Le campane “a gloria” annunciavano il funerale di un bambino. Da noi era invece una campanella mesta che con i rintocchi misurati accompagnava l’incedere del funerale di un morticino in una piccola bara bianca.

L’abito nero, quasi una divisa, esprimeva ad un tempo la nuova condizione di chi lo indossava e la chiusura di un ciclo vitale, sigillato ormai per sempre nella sua irreversibilità. L’evento luttuoso non era limitato alla scomparsa di un caro, ma si perpetuava tanto nel tempo da mutarsi in un lutto perenne, un nuovo stato personale che bandiva ogni gioia, ogni apertura alla vita e si appagava in questa forma di espiazione di colpe mai commesse. E che dire del modo in cui si propagava la notizia di una tragedia? Nei nostri paesi spesso si sa tutto di tutti, ma non in maniera lineare e neppure con un unico e assoluto conoscitore di tutto. Ognuno, spesso, è conoscitore di una parte del tutto e quasi per un recondito protocollo d’intesa è obbligato in modo clanico a mettere in comune quello che sa, con ciò che sanno gli altri. Ogni cosa è sussurrata, quasi segua un rituale di propagazione, è proferita con tono di un labile mistero e col risalto di poche parole, che, proprio perché poche, diventano essenziali e alimentano i labirinti tortuosi del mistero e ne tessono le trame intricate. Le parole sono pronunciate con stacco enigmatico, scrutando sul volto dell’ascoltatore quanto c’è di comprensibile in quello che si è detto e, se lo smarrimento osservato è grande, allora si offre qualche altra parola gravida di sensi quasi impronunciabili, affinché ciò che si vuole comunicare assuma una sua tragicità che compendi insieme la gravità del fatto e la percezione che di essa ha l’ascoltatore, amplificando l’ancestrale modo di riferire le tragedie degli umili>.(a domani. Angela/lina) 

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