Riprendo subito: “Sai, la Tetta è morta a gennaio, improvvisamente, un dolore di testa, almeno così ha detto l’Elvira… quanta gente al funerale! Povera stria, manco sedici anni aveva… e la Tullia? Ha avuto uno sbocco di sangue… al sanatorio l’hanno portata, ma non c’è stato niente da fare… l’hanno portata di notte a casa, d’accordo con gli infermieri, sennò là ci rimaneva… all’obitorio… povera stria… quiddhu éte nu male che nun pirdùna…”
È questa la cadenza, il ritmo mentale col quale il pensiero viene
portato avanti in una miscela di timore, sorpresa, rassegnazione e rito
propiziatorio, perché tali fatti non abbiano più a ripetersi, pur sapendo che,
nonostante tutti i segni apotropaici, c’è qualcosa di superiore a tutto, che
tutto domina, di fronte alla quale l’uomo nulla può: il destino. E così, in
questo abbandono dai tratti paganeggianti, si stempera il gioco della vita,
allo stesso modo di un lancio di dadi: o si perde o si vince. Destino o casualità,
alle volte è la stessa cosa: un pensiero che ci avviluppa e ci permea nel profondo.
Sarebbe sciocco e inappropriato definirlo determinismo o fatalismo. Queste sono
parole dotte che non appartengono alla gente umile e sofferente. Non è una
forma di fede, dove si manifesta l’impegno del credere, non è un modo di
concepire la vita, è la vita stessa. Bodini, il più grande poeta salentino del ‘900,
lo esprime con rara intensità nella sua poesia La luna dei Borboni: “Tu non
conosci il Sud, le case di calce/ da cui uscivano al sole come numeri/ dalla
faccia di un dado”.
Le trame della vita sono intrigate
da questa forma di casualità, pervasa dal senso quasi assolutorio del destino,
di cui, in definitiva, è sostanziata la sensibilità della povera gente che,
priva di mezzi interpretativi per scandagliare la realtà e per formulare una
qualche analisi su quanto accade, si affida a un elemento, ritenuto volutamente
superiore alle possibilità umane e ne fa di esso l’arbitro dell’esistenza. Questo
elemento libera da ogni impegno ermeneutico e semplifica, in qualche modo, la
lettura di ciò che ci circonda, perché non obbliga a ricercare i motivi
reconditi degli accadimenti e a disquisirne sul modo in cui essi appaiono. Di fronte
all’assurdo, all’atrocità, alla disgrazia, alla incomprensibilità, al “più
grande” di sé stessi, c’è un’unica risposta, accettata da tutti senza riserva,
una risposta che chiude come pietra tombale tutto e non dà adito a discussioni
ulteriori: “Era destino!”.
A questa regola mai scritta, mai codificata, ma più forte e più viva di
qualunque monito e di qualunque legge, soggiacciono tutti i personaggi di questo
meraviglioso racconto, a partire da Nonna Sabina e Nonno Angiulinu, i nonni
materni di Eva, vissuti nella casa ereditata che ora è in macerie. Il loro era
stato un matrimonio senza amore, in qualche modo combinato, secondo una
modalità diffusa e canoni fissati fin dalla notte dei tempi, comunemente
accettati tanto dai grandi, quanto dai piccoli. La bella ma povera si
compensava col brutto ma possidente; alla pari, la roba con la roba; la donna
abbandonata, come un oggetto svalutato, era preda di chi si faceva avanti,
anche senza avvenenza e senza roba. Certo, c’erano le eccezioni anche allora, e
c’era gente che si sposava per amore, ma di norma i patti non erano questi. Di contro
l’uomo disposto a tanto si vedeva appioppata, consapevolmente, la nomea di
cornuto, indipendentemente dalla reale condizione della moglie che, seppur
santa, non era giunta al matrimonio illibata. Oggi, per la verità, ci
meraviglieremmo del contrario.
Il matrimonio di Nonna Sabina e Nonno Angiulinu non entra, però, in
queste casistiche, perché, pur combinato, ha una sua particolarità. Angiulinu,
che chiede la mano di Sabina, è un bell’uomo e ha un patrimonio considerevole,
mentre Sabina non può vantare né una dote cospicua né un’avvenenza particolare.
Tuttavia Angiulinu è innamorato di Sabina, ma questa non lo è a sua volta. Per la
verità non è innamorata di nessuno e Angiulinu non l’ha strappata a nessuno. Questi
ha un carattere gioviale; è scherzoso, ottimista, mentre Sabina è orgogliosa,
imbronciata, scontrosa, infelice. Certamente, Sabina ha una storia particolare
che fa luce sul suo carattere e ha pure delle qualità: è generosa,
intelligente, anche sensibile e soprattutto è un’ottima padrona di casa. Giungono
tanti figli, non sempre desiderati da Sabina, poi tanti nipoti, ma in sostanza
la loro non è un’unione felice e quando alla fine Angiulinu muore tragicamente
con una fucilata, senza che si sia mai compresa la dinamica della tragedia,
Sabina non è particolarmente toccata, non che gioisca, ma neppure che si
strappi i capelli, non versa una lacrima. Di lei si dirà che il suo carattere è
il suo destino o viceversa il suo destino è il suo carattere.
Diversamente tragica è la storia di Nana e Ronzino e la loro unione
rientra, invece, nella casistica sopra esposta. Nana era stata ingannata e si
può essere ingannati, veramente, quando si ama, quando si nutre affetto sincero
verso qualcuno. L’inganno subito non aveva leso, però, la sua dignità, perché quando
ci si dona con amore l’inganno deturpa solo l’ingannatore non l’ingannato. Certo,
si può maledire l’ingannatore quanto si vuole, ma spesso è difficile, nonostante
tutto, non amare il proprio carnefice. E Nana conserva una specie di odio-amore
verso il suo ingannatore. Questo non c’entra con l’amore verso Ronzino, suo
marito, il quale, a dispetto di tutte le convenzioni, se l’è presa comunque,
pur sapendo che così poteva diventare una specie di reietto per quella società
e per quel mondo. A lui Nana ha voluto bene in modo diverso e a lui si è donata
in modo diverso, ma la vita è spesso cruda e non dà spazio ad accomodamenti e
così, come in una tragedia verista, per via di una disgrazia Ronzino muore e
Nana, di fronte al suo uomo morto, non riesce, neanche lei, a versare una
lacrima, ma a suo modo fa di più: lascia morire una parte di sé seppellendola
col suo uomo. Il resto non è egoismo, non è ingratitudine, è solo tormento,
sconfitta, derivanti da una sorte ingenerosa e bieca, dalla malvagità e dalla
volgarità di un mondo ottuso e manchevole che perdona atrocità di ogni tipo, ma
mette al bando la donna che ha subito lo stupro o che volontariamente si è
donata all’amore ingannevole di qualcuno con la trasognata speranza, racchiusa
proditoriamente nella promessa di una vita migliore.
Si potrebbe continuare con la storia di altri personaggi, molto
interessanti, ma l’epilogo è analogo e alla fine in via della Rivoluzione si
ritrovano tante vedove in gramaglie, ben serrate nella loro divisa nera, a
suggello di una vita conclusa, pur continuando a vivere, chiuse in un lutto
perenne, giustificato solo da una consuetudine sociale. Eva avverte il peso di
quel mondo, pur avendo fatto nella vita scelte diverse. È tormentata dal dover
fare i conti con l’inquietudine della memoria. (E questo, a ben vedere, è un po’
il problema di molti, non solo di Eva). È divisa “tra un passato che non può
dimenticare e un presente che non vuole affrontare”. È un presente che sotto
molti aspetti non può non aver contratto debiti con quel passato e così Eva si
trova, suo malgrado, a dover affrontare le profonde contraddizioni che emergono
dal confronto con mondi tanto diversi tra loro, eppure tanto legati insieme,
fino al punto che nessuno di essi ha un senso senza l’altro, mentre il tutto
decanta in un fondo di soffusa malinconia, dove la solitudine non è solo una
percezione, ma un collante inestinguibile nell’inesorabilità dell’esistenza. Eva
riesce a ritrovare sé stessa. Il ripensamento, la lucida analisi del vivere e
degli intrighi dell’esistenza, la compensazione naturale tra ciò che si perde e
ciò che si ritrova, il rientro in sé stessi alla ricerca di una comprensione
che ci è negata, la riscoperta di quei valori originari per i quali vale la
pena di vivere, permettono in maniera catartica a Eva di ritrovarsi, di
sostituire quelle parti deteriorate del sistema vita e di riprendere il viaggio
accanto ad una memoria rimodellata che serba gelosamente i tratti del passato,
ma non ipoteca più, in maniera oppressiva e lacerante, il presente. Ogni cosa,
ogni pensiero, ogni affetto è restituito a un’esistenza di pace, di serenità,
dove la morte si stempera nella vita e la vita segue il suo corso, senza
rimpianti e senza nostalgie>.
Non so come ringraziare il prof. Gianbattista Di Noi (San
Pancrazio-Brindisi) per la impagabile e impareggiabile presentazione del mio
romanzo e per la sua attenta e colta analisi dei personaggi, dei luoghi, delle
tradizioni, dei pregiudizi, degli intrighi e delle fatalità. Ottima la lettura
della protagonista, Eva, in tutte le sue sfaccettature, i suoi tormenti, la sua
crescita interiore col trascorrere dei giorni, tra ricordi e ripensamenti, fino
alla conquista di un nuovo equilibrio e di una inevitabile filosofia di vita
nell’accettazione di sé e di ogni altro da sé.
In realtà, questa presentazione si sarebbe dovuta tenere in un giorno d’estate
di parecchi anni fa, fortemente voluta e organizzata da un carissimo amico di
San Pancrazio Salentino, Mimmo Scarpello, avvocato, scrittore, creator
digitale, regista e sceneggiatore, per qualche tempo prestato anche alla politica
con ottimi risultati. Ebbene, quella sera d’estate, dopo una perfetta organizzazione
all’aperto, una specie di paradiso terrestre (se la memoria non mi inganna), un
improvviso e imprevisto temporale ridusse il luogo ameno in un fiume che si
fece lago, mare, oceano, tanto da ridurci a prendere una via di fuga con la
promessa di rivederci. Promessa che il “destino” non ha mantenuto. Qualche mese
fa, però, ci siamo ritrovati in “zona neutra” con Mimmo e Gianbattista. Quest’ultimo
mi ha fatto dono, con mia immensa gioia e gratitudine, di quanto ieri e oggi sto
scrivendo sul nostro blog, non per vanto personale, ma per rendere merito ad
uno studioso di grande fama e ad una persona di grande generosità e umiltà. E Mimmo
Scarpello con la sua ironia feroce e ridanciana non mi risparmierà, ne sono
certa, gli strali affettuosi per ridere ancora insieme. Grata sempre a tutti
voi. Angela/lina
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