Il tre maggio, come leggenda o tradizione vuole, i rospi si sposano con le rane e nelle campagne è un gran tripudio di suoni, di canti, di prati fioriti, ma per noi ragazze e ragazzi degli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso era una storia di sogni e di progetti d’amore, cominciato per me e le mie amiche e i miei amici in un cortile. Quel cortile avrebbe rinverdito di nuovi particolari anche i racconti di mio nonno, dei quali eravamo mai sazi. Avrebbe ascoltato assorto e silenzioso il rosario recitato nella penombra della sera. Avrebbe partecipato, di anno in anno, in un raccoglimento condiviso di palpiti di canti e di preghiere, a un maggio odoroso e già caldo ad avvolgere l’altarino con su la Madonna di bianco vestita, e noi tutti intorno, con le vicine di casa e altri ospiti occasionali, a vivere la magia di quell’atmosfera di particolare serenità e intensa condivisione. Salvo, poi, a prorompere in trattenute, ma consuete, risate ad ogni inizio di canto in un italiano sfilacciato tra invocazioni desuete e note rattoppate di un coro che ignorava la necessità di procedere all’unisono quasi fosse una sola voce. E così un acuto s’impigliava tra i rami del gelso con le prime foglioline a rinverdirlo; un mezzo tono prendeva la strada dei rampicanti; e la voce più bassa, quasi un mormorio, si attardava sull’erbetta appena nata nella striscia di terra colma di fiori da poco spuntati. Era impossibile concludere in assorta preghiera. Ognuno tornava a casa con una risata liberatoria. Poi, a fine mese mariano si festeggiava con panieri di ciliegie e paste e rosolio preparati da nonna Angelina e tutti ci sentivamo più uniti, più buoni e contenti. Con nuovi e più armoniosi canti nel cuore.
Ma, oltre il cortile, c’erano i campi che spaziavano liberi in
periferia. Ed era lì che ci riunivamo o a piedi o in bicicletta per il nostro “rito”
propiziatorio per scoprire l’amore. In pratica, andavamo a raccogliere le spighe
di grano e i papaveri disseminati qua e là. Le spighe ci servivano per farle
volare sulle nostre magliette leggere, stringendo il gambo tra le mani e spingendo
le spighe verso il nostro petto. Contavamo le spighe impigliate nel nostro
maglioncino e ci davamo tante possibilità o, addirittura scelte, tante quanto
il numero appena contato. Poi prendevamo un papavero per volta, lo chiudevamo
con delicatezza e lo facevamo scoppiare sulla nostra fronte. Qui il papavero
lasciava un segno rosso, da noi identificato con molta immaginazione e scarsa
veridicità in una lettera dell’alfabeto, cioè l’iniziale del nome dei nostri
ipotetici innamorati. E il sogno sembrava diventare realtà. Ma era solo una
visione o, forse, previsione, senza una reale realizzazione. Ma tanto ci
bastava: era divertente farlo e perderci in mille ipotesi di amori folli, baci
e carezze, rimasti sempre o quasi sempre senza una verifica di fatto. Si
tornava nel nostro “cortile del gelso e delle rose”, in via Generale Montemar,
allegre e possibiliste. I nostri sogni erano salvi.
E, con i nostri sogni, i nostri anni adolescenti. E il nostro maggio,
di anno in anno, ci vedeva fiorire come i mandorli, i ciliegi, i peschi in
fiore. Ecco perché poi mi è capitato scrivere “maggio: il mese che amo”.
"Era de maggio, e te cadeono 'nzino
A schiocche a schiocche li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria e tutto lu ciardino
Addurava de rose a ciente passe.
Era de maggio - io, no, nun me ne scordo -
'Na canzone contàvemo a ddoie voce:
Cchiù tiempe passa e cchiù me n'allicordo
Fresca era ll'aria e la canzone doce.
E diceva: "Core, core!
Core mio luntano vaie:
Tu me lasse e io conto l'ore
Chi sa quanno turnarraie!"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
Quanno tornano li rose
Si stu sciore torna a maggio
Pure a maggio io stonco ccà".
E sò turnato, e mò, comm'a na vota,
Cantammo nzieme lu mutivo antico;
Passa lu tiempo e lu munno s'avota,
Ma ammore vero, no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, m'annammuraie,
Sì..."
È un canto antico che racchiude un
mondo di sentimenti profondo e sincero che più non ci appartiene... Pure, mi
rappresenta. Nata a fine maggio, e con tutte le caratteristiche zodiacali dei
Gemelli, segno dai forti contrasti interiori, amo la lievità dell'aria con i
suoi cieli di tanti colori, la volta stellata, la luna, il sole, le nuvole
leggere, e la solidità della terra con le sue radici, il verde, i fiori, le
rose dei giardini, ma anche i papaveri dei campi... Soprattutto amo il mare con
le sue tempeste imprevedibili e sotterranee e le languide onde che cullano
sogni e sirene e un invito suadente a intraprendere il viaggio verso oceani di
orizzonti inesplorati. Amo viaggiare, dimentica di ogni mio ieri, col suo
fardello di piombo e di piume. E amo l'Amore, quello eterno che ti riporta a
casa in un eterno ritorno del cuore al cuore. Maggio: mese dedicato a Maria e l’altarino
con le candele accese, il rosario e la fede nel cortile con le voci sommesse
dei nonni e i vicini di casa, uniti nella stessa preghiera, come già ricordato.
Ma anche mese delle lotte di classe per rivendicare i diritti dei lavoratori e
di quanti in passato non avevano avuto mai voce, in un mondo sempre più laico
ma legato ai valori solidi della terra, un mondo ancora semplice ed essenziale
nei suoi bisogni primari. Mese di bianco vestito per la purezza di veli
trasparenti e il candore delle bimbe nel giorno della loro Prima Comunione e lo
splendore degli abiti delle spose di maggio. Ma anche mese dai colori accesi,
fiammate di passioni ardenti, vissute come "due dozzine di rose
scarlatte" (De Benedetti) tra desiderio e avventura da non potersi
raccontare se non avvolgendo di Mistero ogni possibile trasgressione. Maggio,
dolcissimo e innamorato. Maggio deluso e rinato, mai scontato, col suo sorriso
ragazzino e la creatività a dipingere i muri del cielo perché ci sia sempre un
arcobaleno a farci dimenticare le nuvole e risolvere in danza e in canto la
pioggia dei giorni grigi.
"Era di maggio", un canto che mi somiglia
e mi definisce. Per la mia anima eternamente bambina e innamorata perdutamente
di Poesia...
(Oggi non corro più incontro a maggio,
ho gambe inerti su una carrozzella. Pure, ieri, i miei di casa mi hanno portata
fuori a guardare il mare e ho incontrato la “luna dei fiori”, fiorita nel
cielo, enorme bianca splendente, a illuminare i campi e i prati ai bordi della
strada, pullulanti di margheritine bianche e gialle da sfogliare e papaveri
rossi come labbra accese da baciare, e i fiori azzurri di lavanda e i
nontiscordardimè a riempirmi occhi e cuore. Non più spighe di grano e campi a
distesa appena fuori città. Il paese si è esteso a dismisura, cancellando in
parte il nostro passato, che ritorna spesso nei pensieri e si uncina all’anima
che non dimentica neppure il filo d’erba cresciuto tra il cemento. E io mi sono
sentita di nuovo ragazzina incontro ai miei sogni di ieri e di oggi, all’amore
dato e ricevuto, nell’arco dei miei tanti anni, e all’amore per la vita e per
quanti amo oggi, riamata.
(Anche maggio mi ha riconosciuta e,
complice, mi ha sorriso, pur sapendomi ormai, da oltre vent’anni lontana dal
mio cortile, ma sempre abbarbicata ai rami del gelso e delle rose come in
passato, che non è mai passato. Abita in me e io in lui).
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