martedì 9 aprile 2024

Martedì 9 aprile 2024: UNA SERATA DA RICORDARE CON IL GRANDE ANTONIO GIACOMETTI...(conclusione)

E riprendo con le parole di Giacometti: (Chi è stato così eroico da arrivare fin qui si sarà chiesto come mai, dopo aver dichiarato fin dall’inizio l’intenzione di voler svolgere delle riflessioni sul libro di Krenak da compositore e da educatore musicale, in queste pagine non abbia mai parlato di musica, né l’abbia mai citata, neppure marginalmente. Vero. Eppure, la musica c’è, in queste pagine, perché scorre sottotraccia senza che il lettore se ne accorga: scorre sotto l’intenzione stessa di affrontare una tematica tanto complessa con la consapevolezza di possedere la forma mentis adeguata e una visione delle cose che si è plasmata attraverso l’esercizio costante e continuo della creatività, attraverso la ricerca delle soluzioni meno scontate, delle spiegazioni non banali.

Come già ho avuto occasione di ricordare, in un periodo storico nel quale sembra che tutti abbiano il diritto di pontificare su tutto, procurandosi la propria tribuna, possibilmente anonima e nascosta, la complessità dei problemi che assillano il mondo in cui viviamo esige riflessioni e risposte altrettanto complesse, cioè stratificate e internamente dialettiche. In tal senso, un’educazione musicale precoce e mirata alla sperimentazione e alla comprensione dei meccanismi che sottendono l’atto musicale può attivare nelle nuove generazioni quell’attitudine al pensiero complesso, capace di condurre, nel tempo, ad un cambio di paradigma nel modo di affrontare situazioni e prospettive. (…). Ecco. Di una complessità creativa abbiamo disperatamente bisogno, in questa congiuntura epocale, e di una creatività complessa (…). In più, l’aspetto collettivo del far musica insieme abitua alla socializzazione, alla cooperazione e ad un sentire empatico che aiuta a vedere il mondo con gli occhi degli altri, a condividerne le sofferenze, a progettare insieme un mondo migliore.

Se vogliamo realizzare il sogno della terra di Krenak, dobbiamo essere abituati a sognare e a plasmare il sogno in materia vivente, ed essere pienamente consapevoli della sua complessità.

La musica c’insegna a costruire sogni in continua trasformazione, narrazioni multiple, interazioni continue tra natura e cultura, tra astrazioni ideali e materia concreta.

E finché avremo la possibilità di raccontare una storia, rimanderemo la fine del mondo).

E la più bella, creativa, complessa storia ce la lascia in eredità proprio Giacometti, il quale è impagabile anche nei RINGRAZIAMENTI conclusivi, che vale la pena di riportare.

(Ringrazio infine, ma non da ultimi, tutti gli esseri viventi, umani, animali e vegetali, che quotidianamente combattono per non essere estinti, per non essere gli ultimi, per non essere il non essere di cui la nostra civiltà malata si nutre per rimanere in piedi, nonostante gli scossoni del clima e un flusso di coscienza che sta andando dalla parte opposta, quella della solidarietà vera e disinteressata, della rinuncia all’autoaffermazione economica e sociale in favore della parte più oscura e sofferente del pianeta).

È di uomini così che abbiamo disperatamente bisogno, oggi più che mai.

Necessarie, pertanto, le mie conclusioni: Antonio Giacometti accende il buio di questa società alla deriva come Faro luminoso nell’imprendibile (in)consistenza del nostro tempo per restituirsi alla memoria che, in fondo, è il nostro futuro capovolto. E, infatti, la sua formidabile memoria ci restituisce continuamente l’Esistenza nostra e degli altri. Anche di quelli che apparentemente non lasciano traccia, come è possibile scoprire nelle parole del grande Evtushenko:

Non esistono al mondo uomini non interessanti. 

I loro destini sono come le storie dei pianeti.

Ognuno ha la sua particolarità, non ha un pianeta che gli sia simile. (…)

Ognuno ha il suo segreto mondo personale.

In quel mondo c’è un attimo felice.

C’è in quel mondo l’ora più orribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.

Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,

e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé. 
(…)

Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.

È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi. 
(…)

Gli uomini se ne vanno….
e non tornano più

Non risorgono i loro mondi segreti.

E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.

(E. A. Evtushenko, stralci da “Uomini”)

Ma, secondo me, oltre “l’irrevocabile destino”, c’è una possibile rinascita. Per “risorgere” bisogna rimanere vivi nella memoria di chi ci ha amato, ci ama. Prima, però, è necessario che chi ci ricorda rimanga egli stesso vivo. Nella consapevolezza di sé e del proprio passato.

Per questo, io, ritengo che “risorgere” significhi soprattutto universalizzare la propria esperienza di vita. Soprattutto nella sua IMPERFEZIONE e nei suoi ERRORI perché questa è l’UMANITA’ più vera, individuale e universale. Ed è quest’ultima che rende la nostra storia privata di tutti. Soprattutto quando fa male perché ognuno può ritrovare sé stesso in quella ferita. In quel pianto. Che è tanto più vero quanto più ci appartiene e appartiene alla gente che si dibatte in mille contraddizioni e difficoltà, e si riconosce nelle qualità e nei limiti, nelle conquiste e negli errori, nell’ideale di quello che vorrebbe essere, e nel reale di ciò che è. E i ricordi servono anche a questo. A darci la nostra giusta dimensione nel tempo e nello spazio.

Antonio Giacometti lo ha “segnato” in noi con la sua anima che non conosce confini, oltre il disincanto. In lui volti… voci… richiami… In una scia-traccia di luci-ombre-luci… senza fine…>.

Ma io l’altra sera non ho letto tutto questo che i lettori troveranno sul Libro, ho raccontato altro a partire dalla suggestiva copertina, opera di mio nipote Nicola Piacente, talentuoso Graphic Designer della nostra Casa editrice, che si è inventato il riflesso rovesciato delle lettere del titolo, quasi fosse un cielo capovolto o, meglio, ribaltato come se si riflettesse in uno specchio. Mai vero, mai falso e per questo imprendibile, cioè non incasellabile in uno schema ben preciso e definitivamente connotante. Il riferimento è al Saggio e al suo Autore. Un artista sfugge sempre alla prevedibilità, perché la creatività lo porta, oltre ad incontrare l’altro da sé, in cui riconoscersi senza mai appropriarsi di sé e del sé, anche a incontrare gli altri a sempre più vasto raggio. Ma anche nel piccolo mondo che gli appartiene perché noi, come ha detto molto bene Nicola Pice, ci specchiamo nella pupilla di chi ci è di fronte. Ed io ho ricordato la meravigliosa teoria dello sguardo e del “volto dell’altro”, del filosofo francese Emmanuel Lévinas di origini ebraico-lituane (vedi Wikipedia). Ebbene, io esisto perché l’altro mi vede, come tutto il mondo esiste perché c’è il nostro sguardo a dargli vita, consistenza, conoscenza. Nulla esiste al di fuori del nostro sguardo. Anche lo psicanalista e psichiatra francese Jacques Lacan ne parla, affermando la teoria dello sguardo riflesso in uno specchio a restituirci una visione doppia di noi.

Il titolo, poi, parla del viaggio in “senso reale” di spostamento (e dunque di movimento, lo spostarsi, l’andare verso una direzione e non verso un’altra, e ciò già sottintende di per sé una scelta, una consapevolezza di sé - più volte citata dall’Autore - e una consapevolezza di tutto ciò che è diverso da sé e che comunque connota l’uomo come essere appartenente alla natura, per cui quest’ultima deve essere difesa e non ferita sistematicamente, come invece stiamo facendo con incoscienza, superficialità, cupidigia del dio denaro) e in “senso metaforico” come significato globale della vita. Qui è ipotizzabile anche un ritorno di Antonio Giacometti per ritrovare sempre e comunque le proprie radici, dopo tanto andare e tanto restare nell’incanto della foresta amazzonica brasiliana rigogliosa di verde splendore, in cui si diramano sogni e impulsi frastagliati di nuova vita. La foresta amazzonica, del resto, è zampillante d’acqua sorgiva e di cascate che danno spazio a innumerevoli suggestioni e flussi di luce che rivivono nelle parole ammirate di Antonio e creano in lui “la coscienza della parola che dalla stessa coscienza viene avvolta”, come alcuni anni fa mi insegnò un amico carissimo e fedele lettore del nostro blog, Peppino Sblano, un uomo eccezionale per statura etico-spirituale e per nobiltà di pensiero storico-letterario.  

Poi, c’è il retrocopertina, nella cui immagine si avverte il silenzio, silenziosamente infranto da una profonda, sotterranea, imprendibile eppure reale, musica, mentre un’indigena sottolinea la quotidianità del suo lavoro, sollevando però lo sguardo e le braccia al cielo… Ma tutto questo diventa ancora di più incantevole attraverso la documentazione fotografica che occupa alcune pagine del Libro tra il verde e l’azzurro. Uno stupore di cielo-mare-terra che si perde nell’infinito e si ripropone nel finito di ceste colme di farine diverse, mentre gli alberi si stagliano a metà tra il finito e l’infinito. Altra reale e surreale metafora della nostra vita. Noi alberi con profonde radici a succhiare linfa dalla nostra madre-terra e braccia che tendono al Cielo in un respiro d’anima a incontrare la carezza vivificante di Dio, che ci salva dal dolore e dalla finitudine della vita terrena.

E così alla frase di Kafka, che amo sempre citare, mi piace aggiungere la frase dello psicanalista, scrittore e conduttore televisivo Massimo Recalcati: Un libro è un corpo, un mare, un coltello

E, seguendolo da anni ormai, posso interpretare le sue parole così: il “corpo” è indispensabile alla nostra mente, al nostro cuore, alla nostra anima perché veicola tutte le percezioni tattili, visive, uditive che il mondo esterno ci trasmette attraverso la lettura di un libro, che segna una traccia profonda anche nel nostro mondo interiore, trasformandosi in pensieri, emozioni, commozioni, polla sorgiva di gioia e di pianto. Ma Recalcati spesso parla di “corpo erotico” anche quando parla di libri, le cui pagine ci devono appassionare talmente tanto da farci vibrare di insopprimibile amore, tanto da “divorare” il libro e da provare il desiderio del suo possesso fisico, dopo averlo letto e riletto. Recalcati, inoltre, dice: Il libro è infatti una figura dell’aperto; è un mare contrapposto al muro. E il mare unifica molti paesi, territori, razze, lingue. Leggere un libro è sempre fare esperienza della democrazia. Niente di più vero. Chi non legge vive una sola vita, la sua. Chi legge, anche se è povero di mezzi economici, vive migliaia di vite e visita innumerevoli paesi, come sostiene giustamente Umberto Eco (e parecchi altri scrittori italiani e stranieri di chiara fama).

Ma c’è anche un’altra scuola di pensiero che a me piace tanto e che parte sempre dalla definizione di libro di Massimo Recalcati: “Corpo”, perché è fatto di parole scritte che si fanno corpo, cioè carne della nostra carne, come afferma Paul Valery. Ed è “coltello”, in quanto dopo il primo colpo per penetrarvi è il libro stesso che ci ferisce e si prende l’anima e tutta la parte più nascosta di noi, la nostra “lalangue” (vedi Lacan in <L’Ombra delle Parole>, Rivista Letteraria Internazionale) la nostra lingua interiore, la nostra musica e il nostro canto.

Franco Buffoni, altro mostro sacro della letteratura e della poesia dei nostri giorni, con uno sguardo rivolto al futuro, parla, a questo proposito, di “ritmo ancestrale”, che è quel respiro che viene dall’imparare a parlare, dal battito del cuore materno.

E siamo già nel cuore della poesia. La POESIA. Non basterebbero mille trattati per parlarne. Per me è un Dono   questo è certo, ma tiriamo fuori questo immenso dono, quando qualcuno ci lascia involontariamente una ferita irrimarginabile, come sostiene la grande poetessa Mariella Bettarini, mia meravigliosa amica da oltre trent’anni. E come sostengono perlopiù i tanti amici poeti che conosco in Italia e all’estero. Ma io ritengo anche che ci siano i momenti giusti, le occasioni, le opportunità, gli amici sinceri e generosi, a cui dobbiamo essere sempre grati. E occorre partire dalla prima fonte per comprendere meglio la foce e non viceversa come spesso accade. Si perdono così i punti nodali della nostra gratitudine. Ma, qualche volta, lo zampillo originario, degno di perenne ricordo e gratitudine si smarrisce nelle brume di ciò che è accaduto dopo e che spesso è meglio non ricordare per non sentirsi feriti ulteriormente. Ma ora sto divagando e non mi sembra il caso di vestirci di amarezza e malinconia. Mi sembra più giusto ribadire perché un bel libro non si regala e non si vende, si compra. E si tiene sempre a portata di mano e di occhi. Un libro, del resto, è, come dice Recalcati, un “mare” perché si apre a mille correnti a pelo d’acqua e sotterranee, per i suoi innumerevoli tesori da scoprire. Infine, è un “coltello” che fende pagina dopo pagina, ferisce e fa male, soprattutto quando ci mette di fronte ai nostri errori, alle nostre illusioni e delusioni, le fragilità, i sensi di colpa, il bisogno del perdono, di una ri-nascita. E, proprio quando più ci inabissiamo nel dolore, il libro ci assolve, ci vivifica, ci salva. Per questo dobbiamo farci catturare da un buon libro. Ne deriverebbe la “Serendipity” (chi non ricorda il bellissimo film statunitense “Quando l’amore è magia-Serendipity!” del regista Peter Chelsom, anno 2001?) per l’Autore e il Lettore, una sorta di felicità per la fortuna di essersi incontrati a metà strada e di aver scoperto inaspettatamente cose e persone che non si cercavano, non facevano parte dei propri itinerari e interessi. È quanto accade ad Antonio Giacometti quando avviene l’incontro con il “guru” brasiliano Ailton Krenak e con l’antropologo italiano Roberto Malighetti, divenuto suo amico “nel sempre del per sempre”. Quanto è avvenuto a noi nell’incontro di sabato scorso. Un giorno per caso, che ci ha illuminato di Serendipity e che non dimenticheremo perché profondissime sono le tracce che l’incontro de visu con Antonio Giacometti, la sua grandezza e la sua umiltà hanno lasciato in noi. Semplicemente. Senza squilli di tromba e suoni di tamburo.  Grazie a tutti. Ad Antonio Giacometti in primis, a Nicola Pice, a Vincenzo Mastropirro, a Raffaella Leone, all’attento pubblico. All’editore Peppino Piacente. A tuti i lettori, passati, presenti e futuri. E ai narratori di storie per farci riflettere e pensare e per “vincere la fine del mondo e ipotizzarne uno migliore”. Grata a tutti e a ciascuno dei miei lettori e narratori delle proprie storie nella ricchezza di essere insieme sempre. Angela/Lina

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