lunedì 21 febbraio 2022

Lunedì 21 febbraio 2022: Giornata Internazionale della Lingua Madre...

Il mio amico Marco Zanchi, in risposta al mio Retino, mi ha inviato stamattina una delle sue deliziose filastrocche per adulti e bambini di ogni età, piene di ottimismo e buon umore, e che ora vi propongo: Nel paese di nome IO/ Ci sono nati tutti son nato anch’io/ Ma pur se strano ne sono certo/ Nessun luogo al mondo è più deserto/ Di sentimenti non di persone/ Perché di quelle ne trovi un milione/ Ognuno lì crede di essere re/ Mai una volta che pensi anche a te/ Ma nel paese di nome TU/ Ci viene chi a IO non abita più/ È bello davvero ma è di passaggio/ E chi lo ha visto ha avuto coraggio/ Quello che serve a mollar la corona/ Lasciare IO e una vita beona/ Per arrivare nel paese del NOI/ Il più ricco e gioioso corri se puoi/ Ci vivo io se ci stai tu/ Silenzio è un segreto/ Si vive di più!!!  

Bella, vero? Gioiosa, sorridente, entusiasmante. Ed io fino a qualche giorno fa ci credevo fermamente. Ma “soffiano venti di guerra” e purtroppo ho deciso di archiviare l’argomento, forse per sempre, dopo una notte di trepidante e angosciato ascolto di quanto stava accadendo minuto per minuto tra RUSSIA-UCRAINA-USA, con mezzi bellici alle porte pronte ad invadere “il nemico”. “Homo Homini lupus”, come già Hobbes realisticamente più che scetticamente ha decretato già nella metà del ‘600. L’animo umano, dunque, non cambia. Da Caino il feroce fratricida contro l’inerme e pacifico Abele. Al “Nessuno tocchi Caino”, una canzone di Enrico Ruggeri di qualche decennio fa, diventata ben preso una sorta di slogan, io oppongo il mio grido “purché nessuno tocchi Abele”. Ma così non accade mai. Non accade ancora. E i teppistelli dell’ultima ora ne sono un terribile esempio. Siamo ancora quelli “della fionda e della pietra”, come Quasimodo ci ha redarguito dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Ci sarà sempre un “IO” smisurato e feroce ad uccidere un “tu” più debole e inerme senza giungere mai al NOI. Purtroppo. E tutto rimane nelle buone intenzioni di alcuni strenui ottimisti, più per sopravvivenza che per convinzione ormai. La storia ce lo ha insegnato ripetutamente nei corsi dei millenni della esperienza esistenziale dell’intera umanità.

E oggi anch’io realisticamente e col cuore ferito cambio pagina.

E voglio parlare di qualcosa che mi sta a cuore anche se può sembrare controcorrente, data la realtà interplanetaria dei nostri giorni.

Oggi, 21 febbraio, è la Giornata Internazionale della Lingua Madre, istituita più di vent’anni fa dall’UNESCO. Si tratta di una ricorrenza molto importante per l’inclusione nelle nostre scuole degli immigrati stranieri. Una Giornata che mi piace ricordare perché, in questa società globale, appunto, multilinguistica e multiculturale, rischiamo di perdere la nostra identità a tutti i livelli: sia che riceviamo in casa nostra gli stranieri, sia che questi ultimi si affrettino a imporre i loro usi e costumi, la loro lingua. Dobbiamo augurarci che sia un INCONTRO sempre a metà strada per il bene di tutti: per chi entra e per chi accoglie. Il timore è fondato perché molte lingue vanno di anno in anno scomparendo con tutto il prezioso scrigno della propria storia, i modi di dire, le usanze, i costumi, i riti, le sfumature linguistiche che solo quella comunità possiede, storicamente e geograficamente. Le lingue, anche dei più piccoli territori del nostro pianeta, non si possono lasciar morire perché sarebbe come guardare con indifferenza alla morte di un popolo che ha le sue radici in un passato che forse si perde nella notte dei tempi. Ben vengano la multiculturalità e la interculturalità per avvicinare i popoli e creare quella linea sottile, ma sempre più auspicabile, di conoscenza e comprensione, ma cerchiamo di conservare intatta ogni lingua madre, che già di per sé è in continua trasformazione anche a livello grammaticale, sintattico e semantico, per via del cambiamento continuo in atto nella stessa società. Evitiamo, per quanto possibile, lo snaturamento della propria lingua per via delle quotidiane, inarrestabili infiltrazioni delle lingue egemoni. Per esempio, la lingua inglese, che è anche legata a tutto lo sviluppo tecnologico dei computer e di tutti i social di quest’ultima generazione. Certo, è fondamentale oggi conoscere questa lingua per sentirsi cittadini del mondo e comprendersi in tempo reale con i tanti interlocutori stranieri, o per districarsi al meglio tra tablet e altre diavolerie di questo genere, compresa l’intelligenza artificiale e tutte le sue derivazioni e applicazioni, ma è altrettanto fondamentale evitare, per quel che ci riguarda da vicino, l’imbarbarimento della nostra lingua, “dove il sì suona”, e perciò amata da tanti poeti, scrittori, musicisti stranieri per la sua bellezza, musicalità, classicità, derivata dal greco e dal latino. Personalmente amo la nostra lingua, e a malapena conosco il francese e l’inglese, ma so che la padronanza della propria lingua è un ottimo veicolo, avendo la giusta propensione o passione per farlo, per conoscere le altre. A me, come a tanti altri credo, offre la possibilità di fare un buon adattamento alla lingua italiana che i traduttori ufficiali, pur conoscendo bene la nostra lingua, non sono in grado di fare perché non hanno dimestichezza con i modi di dire, le frasi idiomatiche, le atmosfere di particolare musicalità e bellezza insite in ciascuna Lingua Madre e particolarmente nella nostra. Solo chi la pratica, la vive e ne è innamorato riesce a cogliere appieno le differenze, le sottili bellezze e ad applicarle in un testo e contesto linguistico, in cui ha scoperto la sua culla sin da tenerissima età.

Dicono, del resto, che l’italiano sia la lingua più bella ma anche la più difficile del mondo e ciò è vero. Ma proprio perché è così bella e complessa è anche più preziosa e va salvaguardata.

In Italia per il clima mite, per le nostre bellezze naturali e lo splendore delle nostre opere d’Arte (pittura, scultura, teatro, musica, letteratura e quant’altro), moltissimi intellettuali e gente comune straniera sono venuti e vengono da tutte le parti del mondo a visitarla e in tanti sono rimasti e rimangono e prendono fissa dimora per l’accoglienza, la bellezza, il cibo, e anche per la nostra lingua. Da Goethe a Byron, da Dickens a Shelley, da Winckelmann a Mozart, a Litz a Wagner è stato tutto un pullulare di intellettuali, poeti, scrittori, musicisti per le vie d’Italia e qui molti hanno imparato e scritto nella nostra lingua, hanno apprezzato la gioia di vivere per le nostre strade affollate e rumorose, e la “sacralità del silenzio” nelle navate delle grandi Chiese, dei numerosi Musei, degli immensi Giardini. Anche il silenzio ci parla nella nostra lingua, se siamo in ascolto. E il sacro e il profano si mescolano in noi e si fanno nostra carne e nostro sangue, come Paul Valery afferma. È ciò che la nostra Lingua Madre sente, e il nostro cuore sostiene.

E penso sia giusto concludere con alcuni versi presi da Epigrammi. Venezia. di Goethe a testimonianza di tanta bellezza:

5Stavo disteso in gondola e passavo tra i carghi

Pieni di merci all’ancora lungo il Canal Grande.

Lì trovi mercanzie per le diverse ricorrenze:

cereali, vino, ortaggi, legna a ciocchi o a fascine.

Mentre sfrecciavamo là in mezzo, un ramo vagante di lauro

mi colpì forte sul viso. Esclamai: Dafne vuoi fermarmi?

E io che m’aspettavo un premio! Sorridendo bisbigliò la ninfa:

le colpe dei poeti non sono gravi. La pena è lieve. Su, avanti!

 

8. Questa gondola la paragono a una culla che dolcemente dondola,

e la sua cassa sopra sembra una bara spaziosa.

Proprio così! Tra culla e bara oscilliamo sospesi

senza darci pensiero lungo il Canal Grande attraverso la vita.

        (traduzione di R. Fertonani, in Goethe,

     Tutte le Poesie, I Meridiani Mondadori, 1989)

E speriamo che l’alba di domani incontri ancora la nostra Speranza e la Bellezza del Creato, di cui prenderci cura con amore, contro le atrocità della guerra, che semina morte e lutti e dolore e, non accada mai, la totale distruzione del nostro pianeta, con probabili catastrofiche conseguenze interplanetarie. E neppure le stelle possono stare più a guardare (Cronin, E le stelle stanno a guardare, il suo famoso romanzo con le conclusioni sulla guerra, forse ci può dare ancora una risposta).

                                                              Angela De Leo 


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