domenica 19 agosto 2018

Agosto e le feste patronali


Agosto è stato sempre anche il mese delle feste patronali (“rə féstə də mìnzəagùstə”) con grandi luminarie, grandi festeggiamenti, la banda, l’Orchestra, la musica, l’uomo dei palloncini e il gelataio, le giostre. I fuochi d’artificio a mezzanotte. Un brulicare di gente lungo il Corso per un viavai con direzione ordinata e precisa in andata e ritorno. Gli abiti della festa.
Non so se ancora oggi accade tutto questo. Da anni non partecipo più alle feste di paese. Un tempo erano la mia passione. Ma è passato ormai davvero troppo tempo.
Un tempo…
“Sono stati gli anni delle tradizioni paesane da me vissute sempre con gioiosa attesa: processioni, luminarie, fuochi d’artificio, l’orchestra in piazza e l’opera lirica, meravigliosa musica che Dio sogna di far ascoltare agli uomini mentre dirige l’Orchestra di Angeli Arcangeli Cherubini; musica ora completamente dimenticata, come lo stesso Cielo.
C’è qualche possibile causa di tanta dimenticanza? Non lo so. Mi assale uno scoramento indicibile per la mancanza di tanta bellezza ai nostri giorni!
Anche la gente del nostro paese, in quegli anni, amava l’opera lirica, dal più povero e ignorante al più ricco e colto. Amava la musica operistica e accorreva in massa ad ascoltarla durante le feste patronali d’estate. Oppure durante le ricorrenti feste domenicali con i vari santi in processione.
Ogni festa culminava con l’esecuzione di una o più “opere” di Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, eseguite da valenti musicisti sul palco dell’“Orchestra” o della “Cassa armonica”, posto al centro delle due piazze principali, come da tradizione.
(Pare che attualmente ci sia un recupero della musica lirica da parte di alcuni giovani che, avendo voci adeguate, per rinverdire i fasti del tempo che fu, stanno recuperando questo straodinario genere musicale, che affonda le sue radici nel '600, quando proprio in Italia si sviluppò il melodramma con Monteverdi. Grande è la mia esultanza!).
La festa, poi, si concludeva “chə rə fóchərə e rə battajùlə” (con i fuochi d’artificio) allo scoccare della mezzanotte. Altro incanto di occhi spalancati in tanti OOOHHH!!! sul cielo che si accendeva di fiori colorati, ch’esplodevano nel frammento di un attimo appena, prolungato ben oltre la mezzanotte. Con l’avviso iniziale: un solo colpo forte che esplodeva nell’aria; poi le fioriture policrome di luce più in alto e più in basso; infine, “rə calcàssə e rə trónəre” (gli ultimi colpi sempre più forti e stordenti), con un’unica luce bianca a forare le stelle.
La ditta Cortese era rinomata in tutto il circondario.
Durante quelle feste domenicali, io ancora bambina/ragazzina, ero sempre pronta a combinarne una delle mie. Amavo quel mondo folkloristico, vociante e fantasmagorico. Impazzivo per la banda che mi metteva allegria. Mi piacevano i venditori ambulanti che seguivano la processione. Mi innamoravo dei palloncini colorati e mi piaceva anche una palla di pezza a spicchi di vari colori, "u parauàllə ", legata ad un cordone di elastico piatto e marroncino che ci permetteva di giocare lanciando la palla lontano e riprenderla immediatamente: un gioco simpatico e divertente nella sua estrema semplicità. Quanti ce ne hai comprati, papà? 
Ma incontenibile era soprattutto la mia voglia di combinare disastri pur di trasgredire le regole del "buon vivere".
                                Quante volte mi hai dovuto salvare?
Una volta, con le mie amiche più spericolate, mi divertii a pungere delicatamente con uno spillo i palloncini che si afflosciavano rapidamente e inspiegabilmente fino a che non ne feci scoppiare un paio simultaneamente e venni rincorsa dal venditore tra mille bestemmie e improperi lungo buona parte del Corso, dove provvidenzialmente apparisti tu ed io potetti rifugiarmi tra le tue braccia, proprio mentre l’energumeno stava per raggiungermi. Tu lo rabbonisti, pagandogli tutti i palloncini scoppiati e quelli piangenti e afflosciati.
Un’altra volta, decisi di salire sul carretto dei gelati per vedere da vicino il lungo cono di legno che raffigurava il “moretto”, un delizioso gelato ricoperto di sottile crosta di cioccolato che si diffuse negli ultimi anni Cinquanta. Mal me ne incolse, il carrettino al mio peso (sia pure di farfalla!) si ribaltò e parecchi moretti schizzarono in aria con il furore rabbioso del gelataio che mi stava per afferrare quando per la paura rovinai anch’io in mezzo ai coni spappolati.
Mi raggiunse la sua voce come una scudisciata:
“Crìstə te paghéutə!” (“Dio ti ha punita al posto mio!”).
Ancora una volta trovai rifugio tra le tue braccia aperte e il tuo volto chiuso ad ogni comprensione. Ti avevo lasciato troppo a lungo in pena per la mia sorte.
Poi, un anno, misi da parte tutti i risparmi di trecentosessantacinquegiorni, lira su lira, per poter comprare, con le mie amiche, quanti più moretti ci fosse possibile, “alle feste di ferragosto”. Durante, lo “struscio” (la passeggiata lungo il Corso cittadino in andata e ritorno), ad ogni fine andata correvamo a comprare il grosso cono per gustarlo durante il passeggio di ritorno. Ma, anche quando le mie amiche smisero di mangiare moretti, io, da impenitente sbruffoncella, continuai per un bel po’ per dimostrare a tutte “quanto mi piacessero i gelati fino a scoppiare”. E, infatti, dopo la bravata, rischiai di scoppiare veramente: mi misi a letto con febbre alta, vomito e diarrea e, per parecchi giorni, non osai guardarti in faccia per non vedere il tuo sguardo severo e addolorato sullo straccio del mio viso umiliato e penitente".
(Ma ancora oggi, che da peso-farfalla mi ritrovo peso-balena, e tutti i medici che mi hanno visitata nell’arco di questi ultimi decenni, dalla famigerata caduta in poi, non mi dicono altro che dovrei dimagrire per non pesare sulle mie fragili ossa e su due gambe mortificate e sconfitte da interventi chirurgici sempre malriusciti, non ho smesso di mangiare gelati e mi giustifico dicendo che sono per me ormai le poche “compensazioni consolatorie”…
Quando si dice che dall’esperienza non si impara se non c’è la volontà di far tesoro degli errori commessi!!?!). 
E, con il mio peso-farfalla e le mie scorribande in cerca di guai e di avventure, si sono perse anche, ai nostri “oscuri” giorni, le opere liriche, la musica classica e la beatitudine che ne derivava per cedere il posto a deliranti ragazzi che ascoltano musica rock o reggae o metal sotto palchi illuminati a giorno da fari e faretti multicolori e roteanti con cantanti e complessi che urlano, si dimenano, si rotolano…
Ed io mi accorgo di essere irrimediabilmente invecchiata perché mi capita di pensare, come ai vecchi tempi dicevano quelli che ritenevo vecchissimi, “ai miei tempi”, ma non lo dico per non sentirmi davvero “fuori tempo, fuori luogo,… fuori!
(tra virgolette riporto altri stralci de Le piogge e i ciliegi, SECOP edizioni. Sempre di prossima pubblicazione).


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