Grazie per la delicatezza
con cui sfogli il mio cuore
(Caterina Chiapparino)
Desidero subito fare una precisazione: devo puntualizzare un elemento molto importante del sottotitolo del Saggio di don Antonio Lattanzio: entre-deux, che non vuol dire assolutamente “in Dio”, come io ho scritto a pagina 5, ma come scrive l’Autore “in uno spazio (‘intraducibile in lingua italiana’ p. 11) di interrelazione creativa (…) a favore di una visione complessa che valorizza le interrelazioni, significative per la costruzione e lo sviluppo dell’identità personale e sociale del credente” (vedi primo risvolto interno di copertina). Il mio “in Dio”, che presuppone in “entre-Deus”, ha voluto significare che nel profondo di queste interrelazioni, al centro di tutto, c’è Dio! Non a caso, don Antonio afferma a p. 91 che tutto avviene “reinserendo l’atto catechistico nella dinamica della rivelazione divina, cioè una dinamica di incontro e di dialogo con Dio e l’uomo di tutti i tempi, dinamica che si realizza pienamente in Cristo”.
Fondamentali sono anche a mio parere… “la costruzione e lo sviluppo dell’identità personale e sociale del credente”. Ma cosa è l’identità personale e sociale? Qui il discorso si fa molto più profondo sull’analisi della stessa parola “identità”, che presuppone certamente la stretta corrispondenza della persona a sé stessa e, nello stesso tempo, paradossalmente e inevitabilmente una necessaria divergenza per non essere omologata, anche se unica nella sua duplice riconoscibilità: personale e sociale. Personale, nel senso di essere sé stesso e “altro da sé” per una ineludibile distinzione; sociale, nel senso ben più ampio di essere sé stesso, altro da sé e altro dallo stesso altro da sé”. Ma… “Chi è l’altro?”, si chiedeva Michel Quoist, un altro apostolo dell’amore, in una poesia che non ho sotto mano ma che ricordo ancora: “L’altro è colui che incontri per strada e che… ignori”. Più o meno così, ma il senso è questo. L’altro, infatti, il più delle volte non ha per noi né volto né identità. È nessuno. E, oggi più che mai, nella società della fretta, dell’individualismo e dell’indifferenza all’altro da sé, non c’è tempo né voglia di guardarlo per scoprirlo, conoscerlo, sapere di lui. La sua storia. La sua vita. Le sue radici. I suoi approdi. La sua gioia. Il suo pianto. I suoi sogni. I suoi progetti di vita. Quanta ricchezza ci perdiamo, ignorando l’altro! Siamo sempre più mondi compresenti e distanti. Indifferenti l’uno all’altro, se l’altro, come me, ignora il mio sguardo. L’indifferenza annulla presenze e uomini. Annulla sguardi e storie. Azzera tutto. Non conserva memoria. Non si tinge di nostalgia. Non ha passi verso il futuro. Non ride con gli occhi dei bambini.
L’esatto contrario del modo di essere e di vivere suggerito da Don Antonio e dal suo maestro, come egli stesso più volte sostiene, Jacques Audinet. Tutto diventa reale e importante, coinvolgente in Cristo e nella Sua presenza viva e vera tra noi. E non esiste l’altro come sconosciuto, ignorato, allontanato. Ogni altro è nostro fratello, sia esso amico o nemico, vicino di casa o di un altro continente perché è parte integrante di noi in Cristo nel dono di Sé nell’Eucarestia. E qui mi sembra giusto inserire una poesia di un mio carissimo amico poeta sardo, che mi ha colpito particolarmente perché affronta il problema dell’altro in termini di amicizia, di amore e di fratellanza. Si intitola “L’ANIMA ASSORTA”. Eccola: A quale Itaca tornare/ una smemoratezza coglie/ nel turbinio delle stagioni/ non basta intuire/ la vicinanza della sorgente/ la voce antica di un’amicizia/ o di una fratellanza/ il tragitto immaginario/ sempre rimandato/ ora l’oblio è questo muro/ che cresce e confonde/ la memoria e il passo/ “non dimenticare - se puoi -/ il senso di un abbraccio/ la mano nella mano”/ si sommano le notti/ in cui ho vagabondato/ cercando di fissare un approdo/ il vento scuote il mare/ sospende il fiato nelle vie di fuga/ la fede in una possibile salvezza/ nel susseguirsi d’anni/ riconoscere il volto dell’amore/ la sua gioia insieme al suo dolore/ ancora una fioritura di tenerezza/ a raggiungere l’anima assorta. (MAURO CONTINI).
Ma quanta dolcezza nei versi conclusivi: “la fede in una possibile salvezza/ nel susseguirsi d’anni/ riconoscere il volto dell’amore/ la sua gioia insieme al suo dolore/ ancora una fioritura di tenerezza/ a raggiungere l’anima assorta”. È qui, dunque, che si afferma, nel percorso verso il Cristo d’amore e di salvezza, quanto ci propongono don Antonio, Audinet e i tantissimi autori citati nel Saggio. E tutto questo mi riporta, tra l’altro, a un mio scritto di un paio d’anni fa, desunto da articoli letti in concomitanza di alcuni preziosi scritti di Papa Francesco, e intitolato “… Come squarcio d’infinito… Dio”. Si tratta di un mio articolo che mi piace condividere con tutti voi, miei affezionati lettori, perché ben si integra con quanto nel Saggio viene evidenziato e con quanto è stato ribadito con fermezza durante la sua presentazione giovedì 15 gennaio, presso l’Aula Magna dell’Università di Bari. Di cui intendo parlare fra poco più ampiamente.
Ecco, intanto, il mio articolo: <<“Ein Sof” è espressione ebraica che significa “Senza Fine”, riferendosi a Dio, l’Inconoscibile, nel suo Mistero e nella sua Resurrezione. Da una parte Egli nasce, come Lo abbiamo festeggiato il 25 dicembre, e, dall’altra parte, Egli muore e risorge, come ci è dato di festeggiarLo a Pasqua. In questi due misteri della Fede cristiana, nel “tra”, noi siamo chiamati a scegliere la strada giusta (il nostro “cammino verso Itaca”), per accostarci, come vuole Papa Bergoglio, ad una “Chiesa umile”, che “non rivendica posizioni di privilegio o di potere, che inviata per la grazia di Dio ad annunciare il Vangelo vuole farlo cooperando all’azione libera dello Spirito con ‘gratitudine e gioia’ senza presunzione alcuna. Una Chiesa che, come nell’opera di Magritte, è uno squarcio aperto che <invita ad andare oltre, a volgere lo sguardo in avanti e in alto, a non chiuderci in noi stessi (…) e a tutti offre un’apertura sull’infinito>: sulla infinita misericordia di Dio che sa trasformare le nostre vite in una danza” (Editoriale pubblicato su <<Avvenire>> del 1° ottobre 2024, a conclusione del viaggio del Papa nel cuore dell’Europa, a Lussemburgo).
Dio, dunque, è uno “squarcio infinito” di francescana bellezza, quasi uno “squarcio” di sublime verità nella nostra anima che avverte, in questo tempo di dolore, violenza o indifferenza, l’immensa potenza del Creatore nella vitale perfezione del Creato e nella contraddizione della imperfezione di ogni essere umano, che attende il Suo perdono per ri-sorgere a nuova vita (rinnovata Speranza) negli occhi dei bambini da far nascere come nuova linfa: sorgenti perenni a vivificare l’erba dei prati del nostro cuore inaridito e stanco di guerre e misfatti, sotto la sferza di mille venti, mille tempeste. Il nostro cuore, infatti, agogna al Silenzio di ogni conflitto per favorire l’incontro dell’anima con l’anima negli infiniti mondi che smarginano nell’immenso, fino a elevarsi all’immensità di Dio, che accarezza ogni ferita e leviga ogni dolore con la Sua Presenza silenziosa e amorevole, spesso ignorata o non riconosciuta, ma reale e vivificante, come Papa Francesco ancora ci suggerisce con umiltà e gioia di vivere e di sperare (cfr. Francesco, SPERA - L’autobiografia -, Mondadori, Milano, pp. 384, euro 22,00)>>.
Ricordo, a questo proposito, anche la tenerissima poesia del grande Giorgio Bàrberi Squarotti (critico letterario, poeta e studioso di grande spicco nella vita letteraria di tutto il Novecento: innumerevoli i suoi Libri di Storia della Letteratura Italiana e le relative Antologie). Ebbene, da credente, egli scrive pochi versi, intitolati “L’amore” in cui parla di Dio che è sempre vicino a ciascuno di noi con lievità e fermezza, inondandoci della Sua Protezione, del Suo Amore e della Sua Luce per sempre: È certamente uno di loro (lui?)/ per discrezione camuffato: appoggia/ alla fine la mano sulla nostra/ spalla, la scuote un poco, la sospinge/ verso l’amore che la pietà vince/ e il tempo, da quell’attimo di luce/ vivo per sempre. Da notare come tutto in Dio si fa movimento, cammino verso la salvezza che è soprattutto cammino di Fede, Speranza e Carità, come l’Autore scrive in una bellissima lettera alla sottoscritta, che ha avuto la fortuna di conoscerlo e di essergli amica fino all’ultimo giorno della sua vita. (cfr. G. Bàrberi Squarotti, LE VOCI E LA VITA, SECOP edizioni, 2016).
E ora mi sembra opportuno parlare della prima presentazione del Saggio di don Antonio Lattanzio per l’eco grandissima e la portata extraregionale che ha immediatamente avuto e continua ad avere in questi giorni. Giovedì 15 gennaio, infatti, come ho accennato prima, è stato presentato dalla SECOP edizioni, coadiuvata dall’Università degli Studi ALDO MORO, dalla ICP (Universitas Catholica Pasisiensis), dalla Arcidiocesi di Bari-Bitonto, dalla Associazione Culturale FOS di Corato, dalla Libreria SAN PAOLO, il Saggio di don Lattanzio nella “Aula Magna” dell’Università degli Studi di Bari, meraviglioso Tempio della Cultura e dell’Arte, alla presenza di tanti Prelati di spicco, dall’Arcivescovo S. E. Mons. Giuseppe Satriano a don Giuliano Savina, al dott. Saifeddine Maaroufi, Imam di Lecce. Numerosi e molto intensi gli interventi, attentamente e sapientemente coordinati dalla Prof.ssa Maria Benedetta Saponaro, dopo aver dato la parola per i saluti istituzionali alle Prof.sse Anna Stella Carrino e Elisabetta Todisco. Inaspettato, ma efficace il collegamento esterno col Rav Cesare Moscati, Rabbino Capo di Napoli.
L’Incontro pomeridiano, inoltre, è stato preceduto, come è giusto che fosse, e concluso dalla Corale della Associazione culturale corale ecumenica <<Anna Sinigaglia>>, la cui Presidente è Maria Rosaria Tedone, mentre la Direttrice artistica e del Coro, impeccabile e coinvolgente, è stata riservata alla grande M. Mariella Gernone. Eccezionale Ospite del pomeridiano Incontro è stato il grandissimo violinista, noto a livello mondiale, Prof. Marco Misciagna, che ha emozionato il numeroso e attento pubblico con una performance degna della sua fama.
Ha concluso la nostra PR. SECOP, Raffaella Leone, in rappresentanza dell’Editore dott. Peppino Piacente, coadiuvato dal figlio Nicola Piacente, Graphic Designer della Casa editrice, per il book fotografico, a immortalare interventi e intervenuti. Molto significativo l’abbraccio corale di Raffaella attraverso le pagine aperte di un libro, per sottolineare l’importanza della lettura nel percorso della conoscenza a tutti i livelli e in ogni settore dell’agire umano, soprattutto per riappropriarci anche attraverso i libri della nostra umanità. E qui mi piace riportare non solo quanto scritto dall’Editore nel fare riferimento all’Evento del 15 gennaio, in un’Aula gremita di gente in attenta e silenziosa partecipazione, “Un incontro che ha aperto riflessioni, costruito ponti e acceso il dialogo”, ma anche quanto ha scritto Dario Patruno, grande amico laico di don Antonio e dell’Editore Peppino Piacente: “Evento straordinario dove tutti ci siamo sentiti attori di una Teologia che deve ritrovare autentico slancio e diventare pratica teologica, ricerca del Divino grazie alla riscoperta delle scienze umane. L'Aula Magna piena di gente ha dimostrato quanto c’è fame e sete di scoprire un Dio vicino…”. E credo che queste parole facciano meravigliosa testimonianza di quanto detto sin qui. Ma bellissima testimonianza sono anche le parole del nostro Giornalista Enzo Quarto: “... È un libro che resterà negli annali, un riferimento basilare per la cultura futura. Un libro che dissoda il terreno rendendolo pronto alla semina. Grazie Secop”. Ma non finisce qui. Altra bellissima testimonianza mi giunge dal carissimo amico Giuseppe Sbano, presente con noi il 15 gennaio. Giuseppe scrive: … “Costruire circoli ermeneutici facilita la costruzione di linguaggi nuovi. Il contenuto di questi linguaggi scaturisce dal secondo big-bang della divinazione avvenuto 2000 anni fa. La traccia è tutta scritta nei primi capitoli della Lettera agli Efesini…”. Mi piacerebbe che si aprisse un dibattito al riguardo.
Ma intanto l’Incontro sta già dando altri ottimi frutti grazie anche e soprattutto alla presenza di don Giuliano Savina tra noi, ma di questo e di molto altro parleremo ancora perché il Saggio di don Antonio Lattanzio ha tracce profonde da... approfondire ancora!
Grata sempre. Alla prossima. Angela/lina
LA POETOLOGA
Ho creato questo blog perché mi piace incontrare gli altri sul filo della poesia e della scrittura in genere. Ascolto, reciprocità, confronto, comprensione, condivisione...
mercoledì 21 gennaio 2026
Mercoledì 21 gennaio 2026: ancora qualche riflessione sul Saggio di don Antonio Lattanzio…
giovedì 15 gennaio 2026
Giovedì 15 gennaio 2026: LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell’entre-deux - di Antonio Lattanzio
Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze…
(Enzo
Quarto)
Per addentrarmi nelle pagine di un Libro molto complesso e
con molteplici percorsi di Fede mi piace partire dalla copertina e dal titolo,
così chiaro e così misterioso allo stesso tempo. Così come anche il
sottotitolo.
La copertina, rielaborazione della foto di Anna Paola
Piacente da parte di Nicola Piacente, graphic-designer della SECOP edizioni,
che ha pubblicato l’opera, che questa sera viene presentata per la prima volta
presso l’Università di Bari, come da invito, è estremamente significativa e
simbolica: si tratta di un’alba sul mare con una barca silenziosa e oscura in
procinto di prendere il largo, ma su di essa è accesa una fiammella che si
riverbera sull’acqua e scende nei fondali per illuminare nuovi tesori in questi
nascosti o custoditi. Sullo sfondo una riva buia si distende sotto un cielo che,
via via, si tinge di rosso e si slarga verso l’alto ad abbracciare un tramonto
sempre più luminoso, prima che si faccia sera, prima che ci sfiori una nuova
alba. E l’alba è sempre l’inizio di un nuovo giorno. Un nuovo inizio.
Sul retro-copertina, invece, le sorprendenti, attente, lucide,
emotive parole del giornalista, scrittore e poeta di lungo corso Enzo Quarto.
Poi, leggo il Sommario e mi si dischiude tutta la
Bellezza fascinosa di questo Saggio che è soprattutto Musica e Armonia anche sinfonica come avviene (o
avveniva) nelle grandi Opere liriche, con una Ouverture di inizio, per aprire
gli animi alla gioia di “leggere” e “sentire” profondamente le parole nel loro
intrecciarsi nella complessità delle voci chiamate in causa e nel loro
distendersi nella coralità che ne deriva; e un Interludio, che è il momento
della riflessione lenta, meditata, magica di quanto detto e assaporato in prima
battuta.
Direttore d’Orchestra è l’Autore, don Antonio Lattanzio, “dottore
in teologia e presbitero cattolico dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto dal 2017,
dove è delegato per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e il Mediterraneo”,
come leggo nel risvolto della quarta di copertina. Ma don Lattanzio è molto di
più: “è docente presso l’Institut
Chatolique de Paris e la Facoltà
Teologica Pugliese, membro del Consiglio di amministrazione della Société Internazionale de Théologie Pratique
(SITP) e tanto altro ancora…
Dunque, don Antonio è colui che, in questo Saggio, ha
preso tra le mani la complessità del mondo contemporaneo per farne una “rete”
di interconnessioni tra vari “attori” di alcune Fedi religiose affinché possano
interagire e siano in grado di ambire ad affratellare l’umanità, oggi come
sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte, distruzione. Non a caso
c’è chi ha definito la società tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso
millennio “senza Dio e senza religione”. Un esempio per tutti? Nietzsche che,
ne La gaia scienza (1882) e in Così parlò Zarathustra (1883-1885),
afferma: “Dio è morto! (E noi lo abbiamo ucciso!)”. Senza mai concedere nulla
al Cristianesimo neppure nel suo periodo estremo di estrema follia.
E ancora il Sommario
mi offre in estrema sintesi quanto verrà dipanato della complessa matassa delle
tante Fedi e dei tanti risvolti teologali, antropologici e culturali in dialogo
tra loro nei quattro capitoli e un epilogo.
Ma, come è giusto che sia, si comincia con la PREFAZIONE,
sapientemente stilata e sottoscritta dall’Imam Saifeddine Maaroufi (Moschea del
Perdono - Lecce), in cui si parla essenzialmente che “Accogliere il prossimo
nella sua diversità spirituale, senza pregiudizi ideologici, è di per sé un
atto di fede che richiede da ciascuno di noi l’accettazione della saggezza
divina” e che la divergenza tra gli uomini “non può che essere uno stimolo a un
dialogo onesto tra uomini e donne di fede, partendo da ciò che si è, per
accogliere ciò che Dio ha posto negli altri. Da tale incontro possono nascere
scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe
cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con
Dio. Un dialogo autentico, però, non può avviarsi se non a partire da un
ascolto sincero, capace di coinvolgere i sentimenti che non mentono” (p. 7).
Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per
una reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà,
tanta “sapientia cordis”, tanta vera “accoglienza” dell’altro da sé che poi è
lo stesso sé stesso ribaltato, come nella Teoria degli Specchi di Borges, da
lui sapientemente riproposta come Teoria del Prisma, con tutte le innumerevoli
sfaccettature di ciascuna persona nella sua umanità.
Segue la prima “Ouverture” di Don Antonio, che parla di
complessità come “mondializzazione”, facendo anche opportunamente riferimento
al grande sociologo francese Edgar Morin, che alla fine del secolo scorso
definì la complessità anche in termini di interdisciplinarità e transdisciplinarità.
Del resto, complesso deriva dal participio passato latino cum-plexus che
significa anche “mettere insieme, abbracciare, comprendere, intrecciare”. Sono verbi
bellissimi che presuppongono interazioni che generano empatia, condivisione,
qualcosa di nuovo e diverso che possiede una sua logica interna proprio perché è
un incontro, uno scoprirsi o un ritrovarsi insieme, saldamente, proiettati
magari verso uno stesso scopo, uno stesso fine. Infatti, l’Autore così scrive: “Il
verbo latino si riferisce al lavoro del cestaio che intreccia i fili di vimini,
curvandoli in maniera circolare. Il prodotto finale della tessitura, d’incomparabile
solidità, riposa sulla tensione estrema realizzata dal solo intreccio dei fili
di vimini tra loro. La complessità designa un tessuto di elementi dissimili, ma
inseparabilmente associati” (p.10), nel cui interno troviamo Dio (“entre-deux”).
E, non a caso, “dissimili” ci riporta alle dissonanze
puntualizzate dall’Imam di Lecce, come fonte di arricchimento e di solidarietà
tra gli uomini. Don Lattanzio ci aggiunge qualcosa in più che è, a mio parere,
fondamentale: “la complessità ha una doppia identità: cognitiva e sociale”. Quella
cognitiva porta in sé inevitabilmente il germe della “molteplicità” (chi non
ricorda del poeta Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene sì. (Sono vasto contengo
moltitudini)” nel senso della nostra identità molteplice e cangiante nelle
diverse fasi della vita e nei diversi incontri con gli altri; l’identità
sociale comporta “uno spazio generatore di processi unici nella loro diversità
e capaci di lasciare una traccia significativa”, scrive l’Autore. Ma c’è di più
perché ora si interroga e ci interroga: “Alla luce di tale lettura ‘complessa’
del nostro tempo, come possiamo comprendere e praticare le fedi religiose, in
quanto fatti sociali e fenomeni culturali che incidono profondamente
(consapevolmente o inconsapevolmente) nell’organizzazione dei gruppi sociali
presenti nel mondo? E, nello specifico, per i cristiani cosa significa oggi confessare
la fede nel Dio di Gesù Cristo?...” (pp. 10-11). Sono domande estremamente
importanti nel tessuto sociale odierno e che, via via, trovano ampie risposte
nel percorrere i vari capitoli.
Nel primo, per esempio, si parla dell’importanza in tal
senso di Jacques Audinet (1928-2016), “un pioniere dimenticato” (p.21), il quale
si prodiga molto in Francia per rinnovare la fede cristiana attraverso il
confronto con altre autorevoli voci, tra cui mi piace riportare quella di padre
Liégé, il quale scrive, tra l’altro, che “La Chiesa non ha uno scopo
umanistico, né uno scopo di salvezza individuale, ma ha come scopo l’edificazione
del Corpo di Cristo nella storia” (p.33).
Ma, ritornando all’opera di continuo rinnovamento della
Chiesa francese da parte di Jacques Audinet, don Lattanzio ci ricorda che si
deve a lui l’istituzione del “catecumenato”, che diventa “una pratica feconda
per avviare una riflessione di teologia pratica che tocca in particolare tre
questioni teologico-pastorali: la trasmissione della fede; l’appartenenza a un
gruppo sociale ed ecclesiale; i linguaggi della fede” (p. 42).
Occorre precisare che Audinet partecipò al Concilio Vaticano
II, aperto l’11 ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII e chiuso l’8 dicembre
1965, e per lui fu “un’esperienza fondamentale e determinante nella sua
carriera di teologo” (pp. 65-66) e nel continuo rinnovamento a cui portò la
Chiesa anche oltreoceano, in tutta l’America Latina, “reinserendo l’atto
catechistico nella dinamica della rivelazione divina, cioè una dinamica di
incontro e di dialogo con Dio e l’uomo di tutti i tempi, dinamica che si
realizza pienamente in Cristo” (p.91).
Si giunge così all’“Interludio” che ci avvia al secondo
capitolo. È un Interludio ricco di nuovi apporti oltre il Concilio fino a
sconfinare negli scritti di Papa Francesco che Don Lattanzio cita più volte in
tutto il suo Saggio perché Papa illuminato e illuminante, con i suoi scritti e
i suoi comportamenti poco ortodossi ma ricchi di tanta umana comprensione e
accoglienza dentro e fuori la Chiesa e che ancora oggi è nel cuore di
tantissimi fedeli, nonostante la distanza siderale dalla sua figura di alcuni
prelati e cardinali, spodestati dei loro inveterati poteri...
Altre voci, dunque, per “la compressione della fede della Chiesa” che trovano più ampio
spazio nei capitoli seguenti, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso fino
ai nostri giorni. L’artefice, come sostiene giustamente, ma anche umilmente e
generosamente, don Antonio Lattanzio, è sempre il teologo Audinet.
Si tratta soprattutto di conoscere, studiare, mettere in
pratica un nuovo “paradigma teologico”. Entrano in gioco altri attori anche
legati al Vecchio e al Nuovo Testamento, altri protagonisti della scena molto
importanti (da Erasmo da Rotterdam a Paul Ricoeur), altre testimonianze, si
ripercorrono tesi già approfondite e si fa spazio alle nuove nell’immane lavoro
di ricerca e di approfondimento del nostro Autore fino a giungere ad un nuovo
Interludio e al nuovo capitolo, il terzo. Audinet rimane, comunque, sempre il
centro da cui si diramano tutte le periferie. Non a caso, l’Interludio si conclude
con le seguenti parole: “… Infine questa visione di fede del reale legittimerebbe anche un approccio teologico transdisciplinare in grado di rendere
possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il teologo in un
atteggiamento di apprendimento della pratica. Egli viene invitato senza sosta a
una conversione dello sguardo sulla realtà e a una purificazione dei suoi
pregiudizi, al fine di permettere al Vangelo di penetrare e di trasformare le
mortali povertà dell’umano in opportunità di resurrezione” (pp. 183-184).
Ritengo, a questo punto, di dovermi fermare perché rischio
di fare un trattato sul Trattato del nostro Autore e non sarebbe giusto né per
il suo enorme e straordinario lavoro né per il lettore che vorrebbe scoprire e
percorrere da solo il resto del prezioso cammino fatto fin qui, insieme. Anche perché
si tratta di un terreno minato per chi, come me, sa poco e niente di Teologia. E
sarebbe un bene per tutti esperire il cammino di conoscenza in tal senso. Anche
se penso che alcune anticipazioni siano state già fatte.
Don Lattanzio, comunque, si pone e ci pone sempre delle
domande a cui occorre rispondere dopo aver cercato con lui nuove testimonianze
(tantissime, come sappiamo), che indicano nuovi percorsi per giungere al
rinnovamento delle fedi che ci conducono a Cristo e alla salvezza dell’umanità
nel suo Credo.
E così il Direttore d’Orchestra saluta i suoi
orchestrali, fa con loro un rapido quanto fertile riepilogo e chiude il
sipario, non prima di aver sollecitato tutti gli spettatoti/lettori a leggere,
rileggere e reinterpretare tutto quanto esperito insieme “alla luce dei
cambiamenti antropologici e socioculturali in corso. Per i teologi si tratta di
elaborare un discorso all’interno della
fede, coerente coi linguaggi del nostro tempo, affinché la Chiesa continui
a esistere, fedele alla sua missione primaria che le è stata affidata dal suo Signore:
trasmettere il messaggio di salvezza agli uomini di tutti i tempi fino al suo
ritorno glorioso alla fine dei tempi (Mt 28, 18-20). Così conclude don Antonio
Lattanzio a pagina 319.
Ma io sento la necessità di puntualizzare ancora qualcosa
riguardo al contenuto e alla forma del suo Saggio. Riguardo al primo, vorrei
puntualizzare il suo “valore irenico” in tutto il percorso perché ispiratore,
promotore e costruttore di pace insieme a tutti gli altri attori incontrati in
questo lungo cammino di domande, conoscenza, salvezza.
Per quanto attiene alla forma, invece, occorre precisare
che il nostro Autore ha uno stile tutto suo: chiaro, lucido, attento ad ogni
dettaglio, ma con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono
sottolineati in corsivo, ogni parola nuova viene spiegata nei minimi
particolari per fugare ogni dubbio nel lettore, che egli tiene nella massima
considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso
intento tutto viene documentato con innumerevoli note, anche in più lingue. Tantissime
le citazioni in latino e tantissimi gli acronimi. Neologismi come “estrinsecismo”
(p.161) o “paradigmatologico” (p.184).
La discontinuità formale in elencazioni come “Primo” e “Secundo” e poi “Terzio”
(p. 212) o anche qualche trasgressione linguistico-grammaticale messa fra
parentesi (non a caso l’uso esplicativo delle parentesi, e non solo!) per
risvegliare magari l’attenzione un po’ sopita del lettore. Sono strategie
vincenti. Come vincente è la musica interna che seduce e convince quasi l’Autore
seguisse il ritmo ancestrale del proprio cuore. E tutto, in realtà, si fa
profonda testimonianza di Fede, ma anche Poesia.
Grazie per l’attenzione. Alla prossima. Angela/lina
(Antonio Lattanzio, LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell'entre-deux-, SECOP edizioni, Corato-Bari, 2026, pp.341, € 16,00)
domenica 11 gennaio 2026
Domenica 11 gennaio 2026: 11 gennaio 1967 e la perdita di ogni altra perdita...
… torna
o conterò le ore
come canna vuota
abbracciando il tuo nome
perduto e cercando
nel vento dei tuoi capelli.
(Lino
Angiuli, “Torna”, Ovvero, 2015)
Martedì 10 gennaio 1967: ultima sera vissuta accanto al mio meraviglioso “papà” in una corsia dell’ospedale di Bitonto… Poi, di notte, il tuo ritorno a casa, confortato “fino all’ultimo respiro” dalle mani di mamma e di Filippo, tuo amato figlio adottivo, sempre presente alla nostra vita, e dalle loro preghiere.
11 gennaio 1967: perdita del cuore con la tua perdita, adorato “papà”, alle quattro del mattino. E fu sgomento. E furono lacrime senza fine… e suono di campane a festa ad inondare misteriosamente e miracolosamente il giardino senza più gelso e senza più rose. Tutto distrutto. Anche la mia anima… Anna Maria, invece, appena ventenne, si dimostrò coraggiosissima: attraversò la stanza, dove stavi morendo, per prendere l’abito che ti avrebbero fatto indossare. Io, da eterna vigliacca, non ebbi il coraggio neppure di scendere a salutarti, essendomi rifugiata al primo piano nell’appartamento di mamma e babbo. Solo dopo, quando la nonna mi mandò a chiamare per la terza volta ebbi la forza di scendere. E vidi il tuo sorriso. Dolcissimo. Ma già il cortile, inspiegabilmente (erano le 4 dell’alba) era carezza di campane a festa… Io ero morta con te, “papà”. L’unico mio coraggio lo racchiusi in una poesia che infilai sotto la giacca, sul tuo cuore. E mi rifugiai vicino a nonna Angelina, sperduta e confusa senza il suo Sole, intorno a cui, satellite lunare, aveva ruotato per un’intera vita. E, a distanza di 59 anni, sei ancora nel cuore di tutti noi, con la tua Angelina, e ancora ci sorridi, raccontandoci una tua fiaba. Sempre la penultima…
a Te che con parole di fiaba
vegli ancora sui miei giorni
e
a chi rende i miei giorni ricamati di speranza:
i miei figli e i figli dei miei figli,
che domani
ricorderanno una nonna
in cerca di sogni di storie e di armonia
e un vecchio meravigliosamente giovane
che le insegnò ad amare…
E
i ricordi mi si affollano nella mente e giungono al cuore che mai mi dà tregua
e tutto trasforma in parole già scritte per non dimenticare: <Eri in ospedale ormai ridotto ad
un sacchetto di pelle e ossa sotto grigi laghi infossati di palude e ti trovai
circondato da tutti i medici del tuo reparto. Mi spaventai, temendo un tuo
peggioramento. Ma subito un dottore mi sorrise. Tu con un filo di voce stavi
raccontando barzellette che riguardavano ormai il tuo “cacciulìnə”(cagnolino)
che non abbaiava più. I dottori ridevano fino alle lacrime, dimenticando di
trovarsi di fronte a un moribondo. Un giovane che, nel letto dirimpetto al tuo,
urlava per dolori atroci alla pancia, mi chiamò e mi disse con rabbia e
disperazione: “Signorì, vostro nonno tornerà a casa, non vi preoccupate. Sono
io che farò una brutta fine. Come ve lo devo spiegare che lui sta bene? Non fa
altro che scherzare e raccontare barzellette e i medici e gli infermieri,
invece di venire da me, vanno a divertirsi con lui”. Neppure gli risposi, ben
sapendo che te ne saresti andato sorridendo e raccontando storie così come eri
sempre vissuto. Sì, te ne saresti andato con un sorriso. Durante la notte,
mamma fu chiamata d’urgenza perché le tue condizioni si erano aggravate… Mamma
chiamò Filippo e, insieme, vennero a prenderti. In ambulanza chiedesti di
recitare il rosario. Mamma ti rassicurò. Era l’alba dell’11 gennaio e faceva
freddo molto freddo. Babbo uscì nel cortile ad accendere il fuoco per
riscaldare la tua stanza in attesa che arrivassi. La nonna era spaventata senza
capire. Lizia ti tenne il capo ancora caldo mentre spiravi. Anna Maria e tutti
gli altri erano già scesi a salutarti. Io rimasi nel mio letto, atterrita al
pensiero della tua morte imminente. Mi disperavo.‘Non voglio vederlo’, mi
dicevo. (E
più tardi ne avrei risentito l’eco nel reiterato verso di Garcìa Lorca nel
poema “Lamento per Ignacio Sancez Mejìas”).
Tu cominciasti a recitare il rosario - mi dissero poi - stringendo da un lato la mano di mamma e dall’altro quella di Filippo. Anna Maria attraversò la stanza e prese dall’armadio l’abito con cui ti avrebbero vestito. La seguisti, attento, con lo sguardo e chiudesti gli occhi per sempre. Ti rimase sul volto un sorriso. Lieve. Dolcissimo. Il tuo pendolo si fermò improvvisamente alle h. 4,20. Ed io, alle 4,20, sentii suonare nel cortile le campane a festa, senza rendermi conto che a quell’ora nessuna campana avrebbe potuto suonare. Primo uscì dalla sua camera e mi chiese perché stessero suonando le campane. “Le senti anche tu?”, gli chiesi sbalordita.“Certo che le sento. Mi hanno svegliato. Ma che ore sono? Cosa è successo?”.“Sono le quattro e mezzo... Papà non c’è più... Papà è morto”, dissi. Per convincermi. Quell’alba si spense anche con la mia fine. Ero morta con te. Ma, prima che morissimo in due, noi abbiamo vissuto insieme ancora parecchi anni che andrò a raccontare. Infatti, “Per ogni fine c’è un nuovo inizio (Antoine de Saint-Exupéry). Quasi…>
<Ti ho conosciuto prima che le voci d’erba dei miei pochi anni si confondessero con le voci d’ombra della sera sulla nostra casa. Prima che il canto del gallo per la terza volta mi scoprisse statua di sale con occhi inermi di disperato stupore. Ti ho incontrato prima di ogni altro incontro. Prima di incontrare mia madre… Ho incontrato prima la tua voce
Le tue interminabili favole avevano il sapore breve della rosa appena colta, al primo imbrunire del cielo (ancora papà ancora e dai papà no no mə sìndə e sìndə l’hai raccontata tante volte raccontane un’altra dai papà racconta…) Le lunghe sere d'inverno si accendevano delle tue parole. Racconti fantastici, aneddoti, ricordi di guerra, filastrocche in dialetto illuminavano il buio delle nostre notti. (Il giornale radio, non ancora pausa breve di realtà da me ignorata). Fuori la neve vorticava silenziosa, posandosi incantata e leggera sui davanzali delle finestre, sui vasi dei balconi stretti in strette strade che dimenticavano il cielo alto su alti terrazzi quasi a toccarsi tra loro. E quel sogno bianco attraversò la tenerezza della mia infanzia quando vidi turbinare quelle farfalle luminose e candide come piume d’angeli per la prima volta in via Maggiore angolo via De Rossi, dove era di casa la mia prima casa. Ma già a sei anni andai via in un paesino sui monti del Gargano… e anche lì la neve fu prodigio da guardare con occhi grandi e cuore in tumulto… Anche in quel paesino, che si arrampicava fino al cielo, cadeva la neve. Tanta. A novembre quelle case da presepe, ed esposte a mille venti e all’incessante precipitare delle pietre lungo le scarpate, si vestivano di bianco e di silenzio. E del nostro stupore Io, mamma, Anna Maria, appollaiate dietro i vetri al tepore di maglioni indossati l’uno sull’altro e dei bracieri accesi nelle diverse stanze… la guardavamo cadere senza la tua voce il fuoco le scintille i tuoi racconti. Magia di un silenzio come di bianca preghiera, di sposa all’altare, di bianche lucciole fluttuanti a mezz’aria senza più le mie mani ad interrompere il loro lieve e incantato volo… E quelle vie sembravano inerpicarsi davvero fino al cielo, nell’imbroglio della tormenta che lo rendeva più sfumato e vicino, e con piccole sporgenze sul lastricato dove noi, se costrette ad uscire per andare in chiesa sulla cima più alta di quel nido di case, piantellavamo i piedi per avere maggior forza nell’attraversarle incolumi senza scivolare sul ghiaccio… E… meraviglia delle meraviglie! La bianca neve, da noi raccolta a piene mani e messa in grandi bicchieri fioriva di rosso per il vincotto che tu ci mandavi. Dolce delizia di acceso corallo in quell’abbagliante splendore... e non era più neve. Era nonno. Era nonna. Era carezza. Era amore. Lontananza. Breve ricordo… piccola nostalgia… Nell’aria trasognata/ intrisa di silenzi/ tra case di cristallo addormentate/ bianche farfalle di neve/ su vesti nere/ in fila lungo la scia di campane/ passere scure a punteggiare/ una fiaba di magico candore/ (la mia infanzia) (“La mia infanzia”, da il gelso e le rose, SECOP Edizioni, Corato-Bari 2004)
(Oggi non più. La neve è
inquinata. E il vincotto è diventato una rarità. Né le vecchine vestite di nero
affollano le chiese, che rimangono silenziose e prive di preghiere. Estranee al
mondo.
Nonostante il rinnovamento della Chiesa con il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nel dicembre del '61, e la rinata speranza). E, più tardi, la neve morbida e bianca, che si posava sui rami spogli del gelso rosso senza più colore né nidi e bisbigli nelle sere del loro ultimo canto, si riprese la tua fiaba e ci restituì la tua voce, mentre s’addormentava sul tetto spiovente della tettoia degli attrezzi dei campi; sul grande camino al centro del cortile; sulla gabbietta intirizzita del nostro usignolo; sul bianco più bianco del nostro incanto. Tu, io, Lizia, la nonna, ancora insieme, si restava al buio. Per guardare quella coltre soffice come di luna a regalarci il silenzio delle cose e degli uomini. I volti rischiarati dalla penombra rossastra dei carboni accesi nel braciere e gli occhi persi su quel sognante volo, su cui fiorivano le immagini evanescenti che le tue parole accendevano davanti ai nostri occhi. Immensa rosa bianca il cielo/ sfilacciato di petali/in caduta trasognata/ e un lento volteggiare nel vento/ Ulula la bufera e stride/ Bussa impetuosa alle porte/della mia casa stretta nel suo scialle/ Nessuno va ad aprire/ incatenati gli occhi ai vetri lunari/ Bianche piume come di nido/
danzano leggere sfogliando/la rosa incantata/ che su merletti d’erba frana/ stranita/ Pigolio affamato di scriccioli/ in cerca di ciliegie infreddolite/ che di rosa fioriranno a primavera/ Spolvera di bianco il giorno/ questo gioco di ciglia/ dischiuse su strade d’antiche/ stagioni/ Incontro mi viene/ sul cocchio di bianco cristallo/ e fiocco di ghiaccio nel cuore/ la Regina delle Nevi/ Rabbrividisce la vecchia bambina/ai ricordi d’un tempo fioriti/ su labbra di parole ora in disuso/ Al rosso fuoco del braciere acceso/ il cuore di gelo della perfida sovrana/ si scioglieva in un lago incantato/ che rideva di bianchi cigni/sculture bianche di zucchero filato/ Briciole di tenerezza allora/che i fiocchi di neve erano farfalle/ da cullare tra mani di geloni/ e pane e olive nere sotto la cenere/ (noi vincevamo il sonno/ al tenero mormorio della sua voce…)/ (“Rosa bianca il cielo”, poesia inedita)/ (E il giornale radio ad interrompere l’incanto e la fantasia per darci scampoli di realtà). E anche oggi nevica... Sì, nevica. I lucernari cominciano a coprirsi di fiocchipiume e il giardino si fa candido parco d’argenteo lucore... Lara mi sorride, triste, in attesa di Zivago, il suo dottore poeta, e i girasoli del loro incontro sono ancora sepolti dalla neve... Il Tema di Lara riempie le mie stanze... (dove non so/ ma un giorno ti vedrò/ e fermerò/ il tempo su di noooi/ dove non so/ sarò vicino a teeee/… forse sarà domani o nooo/ forse lontano da qui o o o nooo…) Allora la neve portava le tue fiabe su cavalli alati che entravano nella nostra casa e avevano un manto bianco e occhi di brace come ciocchi ardenti a riscaldarci... La tua voce ferma, che ascoltavo trasognata, era il nostro pane quotidiano. Mai spenta l'eco delle tue parole che, nel reiterato annuncio, dilatavano il tempo e lo stupore, il sogno e la magia (‘ngèjrə e ‘ngèjrə ‘na vóltə… c’era e c’era una volta…)”> (da Il gelso e le rose, I vol., SECOP edizioni, Corato-Bari, 2022).
Alla prossima. grazie. Angela/lina
giovedì 8 gennaio 2026
lunedì 5 gennaio 2026
Lunedì 5 gennaio 2026: CANTO PER VOCE SOLA E LE QUATTRO STAGIONI DELLA VITA...
Saluto questo Nuovo Anno così. Per essere vincente ancora…
E parto dell’infanzia, che è venuta a cercarmi
in questi primi giorni per tingere il mio mondo di attese epifaniche, colme di
calze colorate di allegria…
… Cento bambini,
la stessa canzone,
un sogno intero
e un aquilone…
(Primo Leone)
SI RIPARTE
Da tutto ciò
che sono e non sono
in questi
primi giorni dell’anno
che mi
lasciano
uno schizzo
di risata
per farne un
quadro nuovo di me,
di noi, certi
di sopravvivere alla luna
del lupo,
gigantesca LUNA,
che sovrasta
nuvole e silenzi,
e il nostro
chiacchiericcio ribelle,
che pacifica
l’alba priva di stelle.
Siamo qui a
sognare una LUNA
sempre più
alta, bianca, distante
per
ricavarci un cuore di panna
e zucchero
filato
come da
bambina sognavo
per i miei bimbi che dovevano ancora
vibrarmi nell’anima…
… così venne il giorno nuovo
delle infinite attese
tra un silenzio di luce
e un silenzio di nuove albe
(occhi solari di bambina
respirano cielo)
Nell’anima gli amori di ieri e di
oggi, chiusi a doppia mandata per consegnare la chiave ai miei figli e nipoti
che conoscono la mia pelle, i miei occhi, le mie mani, ma ignorano il taciuto,
il non detto, i sentieri più profondi dei miei silenzi, fioriti nelle quattro
stagioni della vita, già vissute e ancora da vivere fra crochi multicolori,
nontiscordardimé, azzurri più del cielo e del Danubio blu, vissuto per tanti
anni a Belgrado; tra grappoli di cielo in caduta libera nel mio giardino a
primavera e gli allegri sorrisi dei rossi papaveri, gerani e gladioli petunie e
rose, girasoli nei campi a distesa e
intrico di lantane in estate. I miei silenzi
vestiti d’autunno con settembrini, eriche e ciclamini. E poi astri come stelle
fiorite per caso in zolle brulle senza più fili d’erba e crisantemi per ogni
lacrima versata nei camposanti senza sorriso.
Infine, i miei silenzi di neve di un
inverno che trema di attese e spera nel nuovo anno con stelle alpine,
calendule, camelie e il canto dolente di Alfredo e Violetta e il loro disperato
amore. Chi non ricorda “La Traviata” di Giuseppe Verdi o “la signora delle
camelie” di Alessandro Dumas figlio?
In silenzio la voce della mia poesia e
il suo mistero profondo come la follia della luna, la profondità del mare, lo
scorrere dei fiumi, lo sciogliersi della neve baciata dal sole.
… nelle mani
l’alba di corallo
per legare
al dito il cielo
i ricordi
dei grovigli del cuore
- rose e
spine di penne consumate
e lettere
mai spedite
all’indirizzo
giusto. -
Allo
specchio i sogni inventati.
La luna
oltre il cancello
alle soglie
lascia ogni dolore
con fiori
colorati d’ogni stagione.
E vivo
quello che dopo il tramonto
oltre
la sera ancora mi resta
e a chi resta nel mio cuore,
tra passato e presente,
mentre mi specchio negli occhi
di quanti
di me vedranno il futuro
(per essere sempre insieme…)
Quando torna il silenzio
È un silenzio nuovo del nuovo giorno
penombra di canto
e silenzio di sorrisi
lasciano parlare
il cuore i bambini
coltivando un
amore grande
che sa di luce
anche quando la sera ci sfiora
e accarezza la
vita appena nata.
Prodigio del
sogno accarezzato e preghiera
sussurro del
giorno che comincia
e racconta il
mistero della nascita
al canto della
natura
che non teme la
solitudine
dei balconi senza
bimbi ad imbrigliare il cielo.
Fui bambina
anch’io di riccioli e di baci
all’ombra di
un’altra bimba e gli occhi tristi di mia madre
perduti dietro
sirene e notturni rifugi di guerra
e rombo degli
aerei a rendere viva l’assenza di mio padre
prigioniero e
lontano per quattro anni e un solo amore.
Ero allegria di
bianchi spruzzi nel silenzio del mare,
ero mare vela
gabbiano tutto e niente nella fragilità
dei miei fragili
anni in fiore…
(e sono canto di
maggio vibrante di luce e di mistero)
I miei cieli
d’infanzia
Si frantuma
in zolle di quasi primavera
l’esile filo
d’erba della bambina con le trecce
che fece
nido in un germoglio di mandorlo
rosa come il
vestito di foglie e di grano
nella casa
dei gatti e delle tortorelle.
Gabbia
d’usignoli e mani di nonno e pianto
di bambina
al primo volo sull’albero rosso
che di rosso
tinse piedini e lacrime.
Scarpe di
seta con ricami di farfalle
e roselline
di prato a innamorare cortile
e primi
sogni d’allodola all’alba.
E fanfare in
festa con gelato a cono tra le dita.
La cassa
armonica suonava con la banda e i violini
e luminarie
ad accendere occhi di mille colori
Verdi,
Puccini Donizetti, voci del cuore
che ignoravo
nei primi giorni dell’anno
e i fuochi
d’artificio a illuminare
il cielo di
mezzanotte e la carrozza di cristallo.
Principessa
senza principe e un cavallo alato
-
Pegaso di bianco vestito e profumo di mare
prima che di alghe s’impregnasse il cuore -
e mi fermo
qui per non rompere l’incanto di questi primi giorni del Nuovo Anno e dell’attesa
della Befana e dei camini accesi e delle calze da riempire con tutti i nostri
sogni da realizzare in nuovi progetti per continuare ancora a sognare… Grazie!!!
Angela/lina
sabato 20 dicembre 2025
Sabato 20 dicembre 2025: Anche il Natale è un eterno ritorno (seconda e ultima parte)...
E riprendo oggi con i ricorsi del Santo Natale di tanti anni fa...
<Zio Michele era stato anche un impenitente donnaiolo e la nonna era convinta che, anche per quei suoi gravi peccati di gioventù, oltre a perdere un occhio per la sifilide, avrebbe perso anche l'anima e che, perciò, mai e poi mai avrebbe potuto evitare il fuoco eterno, neppure con le sue preghiere o con quelle della loro mamma, sempre in pena per quel figlio scavezzacollo e mangiapreti, e ormai alla presenza misericordiosa di Dio e della Vergine. Per questo nonna lo guardava con occhi di preoccupato tenero rimprovero, sperando in una sua improvvisa conversione. E attese, invano, fino alla morte dell’amato fratello, che al suo funerale pretese che la banda suonasse “bandiera rossa” fra lo scorno di quanti vi parteciparono. E con tanti limoni da offrire ai presenti…
(al limooonə!!!)
(Nonna
Rita, negli anni passati, per salvare quel giovane figlio in preda a “un male
che non si poteva dire” in un ospedale del Nord, nonostante fosse analfabeta e
non avesse mai messo piede fuori dalla porta di casa, aveva preso il treno da
sola per riportarlo in famiglia e poterlo far curare “dalle sue parti”, dove le
sarebbe stato più facile essere quotidianamente presente al suo capezzale.
Dovette combattere la sua personale battaglia contro il parere di tutti i
medici e con tante croci lasciate su pezzi di carta che non sapeva leggere, ma
lo riportò con sé e gli stette accanto fino alla sua totale guarigione.
“Una
donna coraggiosa e forte”, si diceva di lei. Non a caso, “si chiama Rita e
porta il nome della santa dei casi impossibili”, si diceva di lei. E lei aveva
dimostrato che niente è impossibile ad una madre e ad una donna forte e
coraggiosa!).
Zia
Maria, invece, a differenza di sua suocera, aveva la forza della leggerezza e
del sorriso sempre pronto e coinvolgente. Era una persona deliziosa: solare,
allegra, generosa, chiacchierina. Con malizia e lievità. Nonostante il marito
fedifrago e comunista, e il figlio, Vincenzo, che seguiva le orme del padre
nell’adesione totale al Partito di Giuseppe Stalin e di Palmiro Togliatti
(addà vənì baffónə…) (deve venire
baffone…)
Piccola, rotondetta, sempre
ordinata e ben vestita, zia Maria aveva grandi occhi vivaci, simili a quelli
della “boòpide Giunone”, e una risata lunga e contagiosa che raramente metteva
la parola fine prima di accesi scintillii d’ilarità. Evidenziava sempre il lato
umoristico delle parole o delle situazioni con rapida ironia, trascinando tutti
i presenti a ridere con lei. E tu sai benissimo quanto fosse contagioso “u strìgnə” (lo strigno, la gioiosa
irrefrenabile risata) di quella benedetta donna che rideva di cuore
soprattutto con mamma e con nonna Angelina.
“Mòuə so’ rə cìnghə menótə də strìgnə” (ora sono i cinque minuti di
folli risate), dicevi tu.
Più disincantate di lei, le sue
due figliole: Rosaria, sorridente e luminosa con i suoi riccioli biondi e
guance di pesca; Rita, silenziosa e notturna come i suoi neri capelli.
Nella
loro casa incontravamo spesso una sorella di zia Maria di nome Lauretta (zia
Lauretta per tutti) più bruttarella ma tanto allegra e spiritosa anche lei.
Amava raccontare di sé e dei suoi tanti mariti, l'ultimo dei quali era ancora
vivo e vegeto. Bello e aitante e innamoratissimo della sua Lauretta. Insieme
formavano una coppia prodigiosa. Di magica luce nei cieli bui e tempestosi di
quegli anni. (…)
Zia
Maria e zia Lauretta avevano il dono della risata. Frutto di una infanzia
difficile con dentro il cuore la pena di una mamma volata troppo presto in
Cielo, e della necessità di stringere tra le loro piccole braccia quel comune
grande dolore, che si stemperava nella complicità di un sorriso impertinente,
suscitato dalla caduta di un vecchietto per strada, da un ombrello strappato
dal vento dispettoso alle mani di una donna disperatamente aggrappata al suo
manico, o dagli imprevedibili casi umoristici della vita, che loro due sapevano
cogliere al volo e sapientemente rimestare. E tu lo sai, papà, perché eri
spesso testimone delle loro risate a più non posso per ogni piccola vicenda che
esulava dalla norma.
Delle
due fantastiche donne ho già scritto un simpatico, sapido e commosso racconto.
1)
(Penso
che la scrittura sia un dono divino: fissa nel tempo lacrime e sorrisi.
È
simile a una foto. Questa, però, eterna volti e corpi, l'involucro di noi.
La
scrittura perpetua l'anima. Doppia immortalità. Dono meraviglioso sempre. Come non dire grazie al buon Dio per
la sua totale gratuità? Ma noi uomini spesso manchiamo di gratitudine verso il
nostro Creatore per i tanti doni, quasi sempre ignorati o ritenuti scontati
perché ce li portiamo addosso dalla nascita, quindi ci appartengono di diritto.
Oppure, pensiamo presuntuosamente che siano dovuti ai nostri meriti personali
tanto che non ci scomodiamo mai a dire un grazie né a Lui né a quanti i nostri
talenti apprezzano e li rendono visibili con bontà e generosità… Ma anche questo è un altro discorso su
cui si potrebbe scrivere un trattato. Titolo? La difficile riconoscenza…)
Anche
la nonna, cognata beneamata di zia Maria sapeva ridere, come ho più volte
ricordato, ma mi piace ribadirlo perché do molta importanza all’efficacia
salutare di una generosa risata. E così pure mamma, dopo il ritorno del marito
dalla guerra, o quando era lei a fare ritorno nella nostra casa per
riabbracciare genitori e figlie. Spesso la nostra casa si riempiva delle loro
contagiose risate, stelle comete di scoppi improvvisi con le loro lunghissime
code luminescenti a illuminare i nostri Natali.
(E
anche io e Anna Maria abbiamo ereditato questa capacità: ancora oggi abbiamo brevi
risate di complicità, squarci di sole nella monotonia di giorni grigi o
arrabbiati. Pure Ombretta ha risate lunghe più dei suoi lunghi capelli, e un
amore per la vita che vince ogni difficoltà ogni dolore, spesso presenti alla
sua giovinezza. Oggi, però, le risate sono sempre più rare. Nonostante si
vivano tempi migliori rispetto al passato: non ci sono più coprifuochi e bombe
a pioverci sulla testa, almeno qui da noi; non più pulci e pidocchi e
scarafaggi. Per strada mi capita sempre più spesso di incontrare volti ridotti
a smorfia di stanchezza, disgusto, disperazione. Indifferenza. La nostra è
ormai “l’epoca delle passioni tristi”, come opportunamente hanno scritto lo
psichiatra francese Gérard Schmit e il filosofo argentino Miguel Benasayag. Non
ti allarmare, papà, sono due grandi studiosi del nostro tempo. Anche nella
nostra casa è sempre più difficile ridere, ma ci capita ancora, e ancora le
lunghe risate, condite di sana autoironia, mi riportano alle situazioni
divertenti e condivise di allora).
Allora,
a casa di zia Maria e zio di Michele, la Notte Santa era una festa colma di
confusione:
fede
miscredenza pettegolezzo preghiere canti abbuffate (…)
battibecchi
chiacchiere cantilenanti preghiere ambiziosi proclami (Gesù nasce per metterci tutti d’accordo in santità e armonia…) canti
poesie risate dolci liquori gioia di vivere…
Gesù
Bambino impiegava molto tempo a nascere. Veniva portato tra le mani-conchiglia
del bimbo più piccolo, in testa ad una processione lunghissima che si snodava
per tutte le stanze della grande casa che aveva un pianterreno, un primo e un
secondo piano. Dopo aver salito, sceso, attraversato scale e stanze e camere e
ogni più piccolo anfratto della casa e persino i balconi e il terrazzo, si
ritornava giù per deporre il Bambino nella grotta tra Maria e Giuseppe, il bue
e l'asinello. La lunga processione si illuminava di candeline bianche o rosse (spente
subito dopo con un brutto odore di cera bruciata e piccoli fili di fumo
grigiastro che si sperdevano ben presto tra le nostre mani giunte e non di rado
il bambino più grandicello bruciava i lunghi capelli della bimbetta davanti a
lui con grida e soccorsi immediati e scompiglio nella lunga fila e l’acre odore
di fumo e di capelli bruciacchiati si spandeva per la casa…) e si accendeva
delle note divine di “Tu scendi dalle stelle” (l’immancabile canto tradizionale
che includeva voci adulte e bambine e mille inevitabili stonature e
approssimate parole…).
Tu scendi dalle stelle, o Re del cieeelo
e vieni in una grott’al freddo e al geeelo
e vieni in una grott’al freddo e al geeelo…
A te che sei del mondo il Creeatoore
mancàno panni e fuocoomio Signooore
mancàno panni e fuocoomio Signooore…
Dopo
la nascita di Gesù, noi bambini recitavamo le poesie. Le donne di casa si
affrettavano a preparare la tavola con ogni ben di Dio: “pèttuə” (pettole),
piciuatìddə (dadini di massa sbollentati), baccalà in umido con olive e uva
passa, capitone fritto e arrostito (a te e a mamma piaceva molto il capitone,
che a noi bambini e ragazzi faceva ribrezzo perché ci sembrava un serpente e
basta, e provavamo disgusto nel vedervelo mangiare con tanto gusto…); e, poi,
frittelle, cartellate, calzoncelli (o cuscinetti di Gesù Bambino), mostaccioli,
taralli di ogni genere, fichisecchi, mandorle tostate, arance e mandarini, noci
e nocelline. Vini e rosolÎ.
Era
capitato anche a Lizia di portare Gesù Bambino e poi anche a me, ed era
capitato a tutti noi bambini di recitare per la prima volta la poesia che zia
Maria voleva insegnarci a tutti i costi perché la riteneva bella e facile per i
più piccoli che non andavano ancora all'asilo. Eccola, caro papà, te la ricordi
pure tu?
Tutti
vanno alla capanna
per
vedere una gran cosa
anche
io son curiosa
di
veder che cosa c'è?
Guarda,
guarda quel Bambino
come
dorme, poverino!
Sembra
far la ninnananna
tra
le braccia della mamma.
Se
io avessi un biscottino,
lo
darei a quel Bambino.
Biscottino
non ne ho
e il
mio cuore gli darò!
Credo
che la poesiola abbia attraversato secoli su bocche sdentate di nonne e
nipotini e su quelle più morbide delle mamme, prima di giungere sulle labbra di
farfalla colorata della mia amatissima prozia e tra le sue mani in volo per
mimarla a dovere. L'ho, poi, insegnata ai miei figli e ai miei nipoti non
perché fosse particolarmente bella e facile, come sosteneva zia Maria, ma
perché mi riportava a quei Natali, a quell'atmosfera magica e incantata, a quei
profumi, a quegli odori, a quelle preghiere, a quei canti, a quelle braccia d'amore.
A quei tafferugli. A quelle risate.
Capitava
sempre qualche imprevisto, che coglieva di sorpresa la compagnia, creando
parapiglia e disagio, risolti immediatamente da qualche battuta ironica o
autoironica di zia Maria e tutto finiva in una grande corale fragorosa bolla
iridescente di sapone, che aveva forma di labbra dischiuse al buonumore. Labbra
d’infanzia di latte e di panna. Labbra di bianche perle di giovinezza. Labbra concave
di spietata vecchiaia. Sì, quella tenera poesiola mi riporta a te, a nonna, a
mamma, agli zii e a tutti i parenti e amici di allora. A quei tempi di rumorosa
semplicità e di caotica armonia. Ad un mondo, almeno per noi bimbi, sereno. Un
mondo, che oggi esiste solo nella memoria del cuore. E, in realtà, quei volti,
quelle voci, quei profumi e quelle atmosfere di sorridente bonomia oggi li
rivivo solo nell’anima ed è lì che riscopro pensieri, storie, emozioni di
allora. E quel rito del Natale si è protratto negli anni quasi intatto.
Nel
tempo, sono comparsi gli alberi di natale (di finto abete), stracolmi di pacchi
e pacchettini da aprire dopo la mezzanotte. I panettoni e i pandoro hanno
sostituito quasi tutti i dolci fatti in casa. Sono comparse le chitarre ad
accompagnare il canto di Natale nella Notte Santa, che via via si è andata
arricchendo delle musiche d’oltreoceano, ascoltate attraverso il giradischi, il
registratore, il televisore. Alle voci antiche sono subentrate nuove voci e
tutto ancora nelle nostre famiglie si ripete con alterne vicende e in case
diverse dalle antiche case…
Roma saluto triste di notturno silenzio
spazio di stazione solitaria fioche luci
battito del cuore ansia divisa (…)
Domani sarà Natale
Altre voci altri occhi altre illusioni
Presenze Mute Chiassose
Insieme attraversiamo il giorno
(il giorno atteso dell’Attesa)
Ci traghetta un desiderio d’amore
al ritorno scontato e mai uguale
di un Natale d’alberi di plastica
vestiti di luci spogli di speranze
a concludere l’anno dai mille richiami
e un solo riscatto ipotesi di pace
sotto l’antica cometa che ci vuole
buoni e pacificati col mondo
per una Notte sola.
(Solo per una notte?)
Calda atmosfera di rosse candele accese
nella casa lontana ci accoglie mio figlio
cappuccio rosso e bianco di finta neve (…)
Mezzanotte
Scendono a farci compagnia ombre
di mai sopito amore eterno rimpianto.
In amari calici lo champagne saluta
anche questo Natale e scivola in gola
a spegnere l’arsura di un’angoscia
che sfiora di baci il nostro ritrovarci
SOLI
senza preghiere e senza canti
senza miracoli e senza prodigi
senza stelle né incanti
Non più come un tempo magica
questa Notte
Ma una tenerezza che scalda il cuore
infila l’uscio sotto la pioggia e il
vento
vola verso Sud e allaccia nodi a nodi
in un
ritrovato alone di mistero
(che non si spezzi questa gòmena
d’amore
chiedo al miracolo del Natale)>
(“Natale
romano”, stralci da L’ora dell’ombra e
della riva, op. cit.)
Buon Natale e Sereno Anno Nuovo a tutti con tanto Amore! Angela/lina
