venerdì 9 febbraio 2024

Venerdì 9 febbraio 2024: Esempi significativi di POESIA CONTEMPORANEA (conclusione)...

Ed ora, per concludere, mi sembra opportuno riportare qui alcuni testi di poesia contemporanea per comprendere in maniera più chiara ed efficace le molteplici correnti poetiche del nostro tempo, tutte ugualmente valide ed apprezzabili, con i dovuti “distinguo” relativi al nostro personale gusto estetico, formale, contenutistico, stilistico. Dal confronto si può confermare o modificare il proprio assunto poetico.

Una importante puntualizzazione: pur abitando ogni singola poesia in una particolare “corrente” poetica, essa rientra inevitabilmente in molte altre che hanno perlopiù connotazioni simili pur discostandosene per alcuni elementi contenutistici, formali, e così via.

Ci limitiamo al panorama italiano per esigenze di tempo e di spazio. Sarebbe interessante integrare questi brevi appunti con gli autori stranieri contemporanei. È una sfida!

Il ritorno al classico contro il pericolo della disidentificazione:

Ci pensi, non ho mai piantato un albero,/ non ho mai avuto un figlio./ Tanto assomiglio al mare,/ solitario, sterile./ Né un crespo cipresso, né un salice umido e lento, né un’euforbia/ diramata a delta, né un pesco/ né un susino né un melo/ ho fatto mai crescere, né un ramo/ rosa o candido a marzo, né un piccolo/ di uomo.// Come l’onda percuote la riva/ senza fecondarla, senza lasciarvi/ altro che alghe e consunte radici/ così – non lo dici? – io percuoto la vita.// Eppure l’ho amata, la/ terra, ti ho amata. (Giuseppe Conte, Le stagioni della terra, Rizzoli, Milano 1999).

Rinnovata identità nella memoria e nelle cose quotidiane:

Lui se ne andò gettandoci/nell’improvviso smarrimento./ In un sacchetto della polizia,/ ecco gli assegni, il pettine,/ la benda per il polso…// Ciao, dico adesso senza più tremare./ Io ti ho salvato, ascoltami./ Ti lascio il meglio del mio cuore/ e con il bacio della gratitudine,/ questa serenità commossa. (Maurizio Cucchi, da L’ultimo viaggio di Glenn, Mondadori, Milano 1999).

La parola “sostanziata” contro la sua “liquidità”:

Torna,/ fra poco l’anima degli alberi/ tramonta nella sera/ e tutto il fumo/ perdigiorno e vagabondo/ salirà/ a trafiggermi gli occhi./ Fa’ un po’ di posto per me/ tra i tuoi pensieri/ e torna/ prima che s’alzi la notte,/ torna/ o conterò le ore/ come canna vuota/ abbracciando il tuo nome perduto/ e cercando nel vento/ l’odore/ dei tuoi capelli. (Lino Angiuli, “Torna”, Ovvero, Nino Aragno, Torino 2015). 

“Il realismo terminale” quale preannuncio dell’età del “postumano”:         

I due cappotti siedono vicini/ portati senza portamento alcuno/

come due bucce vuote di banane./ si parlano le loro cicatrici/ e gli occhi sono anelli di catene,/ neanche a ballare suscitano brio; li ha fatti dio non sempre riesce bene. (Guido Oldani, “I due”, Il cielo di lardo, Mursia, Milano 2022).

La poesia della parola chiara e forte:

In certe ore/ sopra il distributore di benzina/ un muro nudo s’illumina/ e sta contro l’azzurro/ come la luna.// A un certo punto uno/ abita qui davvero/ e guarda in faccia queste case, e impara/ a stare al mondo,/ impara a parlare al muro.// Impara la lingua,/ ascolta la gente in giro./ Incomincia a vedere questo posto,/ a sentire/ nel chiaro dei discorsi/ la luce di questo muro. (Umberto Fiori, “Muro”, Parlare al muro, Marcos y Marcos, Feltrinelli, Milano 2017). 

La poesia della parola come ricerca:

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto/ il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti/ i respiri si riunivano nella collana. Le ombre/ di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,/ assorta, diventò il primo battito. Il nero/ dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio./ Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate./ Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era/ già in cammino, da allora, tutto era qui, unico/ e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva/ di essere atteso, di tornare nel suo vero nome. (Milo De Angelis, da Tema dell’addio, Mondadori, Milano 2005).

La poesia immaginifica, neoorfica (tra Dino Campana e Rimbaud), un po’

criptica:

Esse giungono improvvise, miscellando/ nel latte al bambino dosi adeguate di morte,/ bollicine che ingorgano, urne d’aria, grumi/ di farina non spenta, embolie, dolora a lenta cessione,/ cordoglio, affinché impari da subito che l’uomo/ dovrebbe perennemente vivere in stato/ di violento assedio e orrore di sé:// ogni sera mani segrete accudiscono. Ripongono./ Nelle camere fonde, i maschi, che siedono,/fanno muta musica, masticano tra loro foglie di betel;/ in quelle voliere, le femmine, che depilano,/sbucciano, sgusciano, imbalsamano in letargici oli nudi corpi// un filo d’erba si protende a un oggetto:/ l’oggetto è di materiale duro, fittile e cangiante, fittile e duro;// l’oggetto nella propria indifferenza, lo contempla,/ lo riaffiora al minimo dell’onda, lo manifesta al suo massimo,// lo rende sommergibile barca dagli invisibili remi/ sottraendolo alle scure cucce degli umani, ai loro accampamenti// o promiscue edificazioni di membra/ e lo affida a sottomarine potenze:/ Per lui finalmente si chiudono i chiusi/ della campestre innocenza, fermenta per lui l’irsuto pelo dell’acqua,// sospende il passo e la raspa del ruminante,/ attende il suo caracollo di froge o occhio vertiginoso/ e tutto nel suo quanto, è per sempre.// L’oggetto ogni sera pone segrete mani, sostituisce. (Alessandro Ceni, “Interno/esterno”, Parlare chiuso -  Tutte le poesie, Feltrinelli, Milano 2021).    

La poesia a sfondo civile:

<Democrazia, di cosa ti fai bella?...>/ <Quella che pare vita, in te, non è che/ un’ombra della vita, sua sorella!...>// L’oppressione nascosta nelle forme,/ ti scorre nelle vene, come il sangue,/neuro, caserma e carcere le tue orme!...>// <Tutta mercato e computer, sei folle,/ ci hai fatto ormai due balle, borghesia,/ tutte le tue trillate in si bemolle!...>// <Un’epoca più oppressa mai fu data,/ un dover adeguarsi a delle cose,/ che cose non sono, ma merce obbligata!...>// <Da culla a nulla non lasci contrada!...>/ <Carte stracciate, torture di morte!...>/ <Guerre imperialiste e coloniali!...>// <L’iracheno al guinzaglio di soldata!...>/ <Truppe sadiche dei begli ideali!...>/ <Libera America, e tutta la sua corte!...>// <Menzogna e orrore porterà altri mali!...>. (Gianni D’Elia, da Trovatori, Einaudi, Torino 2007).

Poesia come dissoluzione tra parola e realtà:

Tu dormi accanto a me così io mi inchino/e accostato al tuo viso prendo sonno/ come fa lo stoppino/ da uno stoppino che gli passa il fuoco./ E i due lumini stanno/ mentre la fiamma passa e il sonno fila./ ma mentre fila vibra/ la caldaia nelle cantine./ Laggiù si brucia una natura fossile,/là in fondo arde la Preistoria, morte/ torbe sommerse, fermentate,/ avvampano nel mio termosifone./ in una buia aureola di petrolio/ la cameretta è un nido riscaldato/ da depositi organici, da roghi, da liquami./ E noi, stoppini, siamo le due lingue/ di quell’unica torcia paleozoica. (Valerio Magrelli, “L’abbraccio”, POESIE (1980-1992), Giulio Einaudi Editore, Torino 1992).

La poesia della parola recuperata e “dedicata”:

Si può anche morire al banco del bar - -/ le mille etichette variopinte contro gli specchi/ erano farfalle/ sopra i miei occhi/ e sul viso di lei che mi guardava/ con un’azione ferma/ e vorticosa s’innamorava./ Si può lasciare andare tutto/ nel viaggio che fanno/ dal banco alle labbra/ la tazzina e la mano,/gesto cometa/ in una sera insidiosa/ e leggera a Bologna,/ quel cielo di seta -/ (mi fai tremare il cuore,/ diceva una canzone dolce e violenta,/ mi fai smettere di respirare).// Si può essere cortesi/ da morire/ in uno dei bar del centro./ Poi si deve fuggire, senza/ guardarsi dietro, senza guardarsi/ dentro. (Davide Rondoni, da Il bar del tempo, Mondadori, Milano 2017).

Poesia come lirica d’amore per la parola, per l’amore e per la vita:

Il libro davanti a me che si confonde/ e si identifica con il luogo/ di svolgimento di una storia/ ama le dune la luna le onde/ le rive degli alberi in filari,/ ama i suoi fogli presuntuosi/ splendidamente lasciati ai margini/ nel vuoto che non è vuoto/ ma un buio eterno e luminoso,/ ed ogni verso bruciato da filiale/ fede nelle sue parole/ e i dubbi del suo oscuro/ vano ardore, anche un plagio finemente celato./ Ama come una conchiglia/ sulla scrivania di una città/ la memoria di una lunga/ durata e il canto lieve/ soffocato di una gioia/ diversa nella vita./ Ama l’amare trattenuto/ nella carta quando il tempo/ spinge ogni cosa lentamente/ dall’oblio alla ragione/ in un sogno di luce che nella luce muore./ Dove nulla resta legato/al suo essere stato/ né le dune né la luna né le onde. (Salvatore Ritrovato, “Tra le pieghe”, Antieroi e uomini liberi, PUNTOACAPO EDITRICE, 2015).

Poesia sulla complessità del mondo contemporaneo e sul senso dell’esistenza:

Mio padre è uno stanco democristiano./ È  quel che mi resta da dire,/ e non è poco, se una storia, già andata/ di là lo invoca. Perciò genuflesso/ ad un banco di chiesa mi ridico/ che un calice ha bevuto/ anche lui, e che forse piamente/ s’è lasciato trovare, senza difesa,/ da questo tempo che non gli appartiene./ E non basta la memoria, se un vento/ di gelo guasta il sereno, e cancella/gli amati segni, infuria e poi fa scempio/ dei migliori anni di gioventù,/ ma nulla presagisce, è vento e basta:/ non palesa un disegno, non è voce/ di uno che grida nel deserto,/ per noi, che non è altro che quello/ che ci aspettiamo, che nient’altro vogliamo./ Il deserto sono i democristiani./ Guardali, e troverai mio padre,/ seduto a un banco di chiesa. Sconta/menzogne non sue, ed è stanco. (Riccardo Ielmini, “Mio padre è uno stanco democristiano”, da Il privilegio della vita, editore: Ass. Culturale Atelier, 2002).  

Questi ultimi autori sono i giovani poeti che hanno varcato già la soglia del nuovo millennio. Ce ne sarebbero tanti da annoverare tra i buoni poeti, ma ritengo che questa carrellata possa concludersi qui, con questi pochi ma significativi esempi della nostra poesia nei suoi innumerevoli percorsi fino ai nostri giorni, lasciando una soglia di curiosità culturale per chi voglia continuare a fare ricerca e a documentarsi sulla poesia contemporanea, italiana e straniera, per un costruttivo e proficuo confronto di conoscenza che ci proietta verso il futuro. Infinitamente grazie a tutti voi che avete avuto tanta pazienza nel seguire questo lungo percorso, dettato esclusivamente dal mio immenso amore per la scrittura, in cui ho voluto a tutti i costi immergervi, confidando nella bella sintonia che si è creata tra noi. Angela

 

 

  

martedì 6 febbraio 2024

Mercoledì 7 febbraio 2024: "IL LINGUAGGIO POETICO" della scrittura creativa da NOVECENTO ai nostri giorni, giù o su di lì...

Ci ritroviamo e, intanto, comincia pure il Festival di Sanremo ed è cominciato Carnevale. Sono due accadimenti che amo: il primo mi riporta a Nunzio Filogamo e al suo saluto per Radio: Cari amici vicini e lontani buonasera. Dunque, è una scelta affettiva che di anno in anno si è trasformata sempre più in una lettura delle trasformazioni dei costumi, dell’avvento fascinoso della televisione, delle serate nella nostra casa ad accogliere parenti e amici che ne erano sprovvisti, dell’avvicendarsi dei presentatori con un loro stile, un loro modo di farsi accompagnare dalle “vallette” e i loro abiti e i fiori di cui era stracolmo il palco di Sanremo. Le trovate originali per “fare audience” e quelle più banali che scadevano di tono e si risolvevano in una risata che durava lo spazio di una sera. I cantanti che si alternavano emozionati davanti al microfono (bisognava cantare rigorosamente “dal vivo”). Fu Bobby Solo a inaugurare il playback (si disse per una raucedine, di cui tutti dubitammo). E fu uno strepitoso Domenico Modugno a inaugurare un nuovo modo di cantare. Da allora la canzone italiana ha fatto il giro del mondo con le braccia al cielo di MISTER VOLARE. Poi… poi… poi… ma forse un giorno mi fermerò a raccontare la “favola bella” di Sanremo. E, non ci crederete, per me è ancora oggi un “pozzo di conoscenza”, con i vecchi cantanti che ancora amo e i nuovi che mi piacciono molto poco, ma che purtroppo scriveranno le parole e la musica del nuovo futuro. E noi dobbiamo andarcene Altrove. Sic transit gloria mundi! Per la pace di tutti.
Il secondo è Carnevale. Ma anche questa è una lunga pazza romantica stratosferica storia che un giorno ci racconteremo.
A questo punto, perciò, mi sembra logico e opportuno riprendere il discorso della Poesia contemporanea, appena sfiorato con il poeta, scrittore e traduttore Elio Filippo Accrocca, uno dei maggiori interpreti del secondo dopoguerra (cfr. Enciclopedia TRECCANI). La chiave della interpretazione della contemporaneità va ricercata, come sappiamo, nell’arte decadente, colma di senso di sfinimento, di mancanza di prospettive, di incapacità di allacciare un rapporto significativo con il mondo, nella consapevolezza della impossibilità di dare confini certi alle questioni di senso. Rimane un che di vago, di indefinito, di misterioso e insoluto, spesso angosciante. Si è alla fine dell’Ottocento e agli albori del Novecento. Spenti gli ardori romantici e risorgimentali, svuotata la certezza di trovare nelle cose concrete e oggettivamente verificabili (naturalismo francese, verismo italiano), ora gli intellettuali e gli artisti si sentono alla fine di un’epoca che ha esaurito ogni possibilità di slanci e di nuove prospettive culturali e umane.
Proprio in questo clima matura ciò che George Steiner definisce “la più sconvolgente rivoluzione” della storia della letteratura e delle arti in genere: la separazione tra parola e realtà, tra rappresentazione artistica e vita.
Prima del Decadentismo, la sostanza del discorso linguistico-concettuale si basava essenzialmente sulla corrispondenza tra significante (la parola) e significato (contenuto). Nella linguistica adamitica il patto tra parola e oggetto era perfetto. La “nominazione” era “il calco trasparente” della materia. Solo col trascorrere del tempo e delle umane vicende, l’uomo giunge a capire il mondo attraverso gli innumerevoli stadi progressivi ed evolutivi (o involutivi) della concettualizzazione. (cfr. G. Steiner, Vere presenze, Garzanti, Milano 1992).
La situazione muta radicalmente col Decadentismo: il contratto tra parola e realtà viene “rotto” per la prima volta, in senso radicale e sistematico, nella cultura e nella coscienza speculativa europea, mitteleuropea e russa durante il periodo che va dagli anni 1870 agli anni 1930. Questa rottura del patto tra parola e mondo costituisce una delle poche rivoluzioni autentiche dello spirito nella storia occidentale e definisce la modernità stessa” (George Steiner).
Siamo di fronte ad una diversa concezione del linguaggio artistico-letterario che Rimbaud riassume in una formula antisintattica e lapidaria: “Je est un autre” (“Io è un altro”). Ha inizio così lo straniamento di sé a sé e di sé al mondo. La possibilità di porre un termine medio tra linguaggio e realtà viene così infranto. La causa risiede in quel senso oscuro e angosciante che smargina i confini della realtà e rende l’uomo inadeguato a conoscerla.
Già con Mallarmé (1842-1898) le basi tradizionali della comunicazione vengono spazzate via completamente: la parola “rosa”, per esempio, non ha più stelo, foglie o spine. Non è né rosa né rossa né gialla o blu. Non emana alcun profumoÈ per sé, un segno vuoto. 
Dopo Mallarmé, pertanto, la lingua dialoga solo con sé stessa.
La ragione, avendo perso lo strumento basilare (sé stessa) per conoscere il mondo, dichiara Il tramonto dell’Occidente (Oswald Spengler).
La morte di Dio, annunciata da Nietzsche, sancisce l’eliminazione di tutti quei valori, su cui si erano fondate le epoche precedenti, perdendo così ogni punto di riferimento, perché non esiste alcun contatto tra linguaggio e possibilità di un’etica, tra parola e azione, tra significante e significato. E neppure un minimo accordo nella possibilità di comunicare tra gli uomini, ognuno preso dalla propria voragine di impulsi, sensazioni, pensieri, comincia l’epoca dell’incomunicabilità, di cui nel cinema grande maestro è stato Michelangelo Antonioni (con l’indimenticabile Monica Vitti). Di qui il diffuso senso di solitudine, solipsismo, precarietà operato dall’Esistenzialismo ateo (Sartre), la cui musa fu Juliette Greco. Il profilarsi all’orizzonte storico-politico-civile delle dittature provocò ulteriori diffidenze nei riguardi della razionalità umana. Di contro, l’Esistenzialismo cristiano di Soren KierkegaardMaritainMounier e altri.
Il disagio della civiltà, messa in luce dal pensiero nietzschiano e dalla psicanalisi di Freud, la pluralità e la soggettività dei valori o disvalori di esaltanti teorie sulle qualità del superuomo avevano trovato tragica conferma nell’immane conflitto che aveva devastato il vecchio continente. E così anche la pluralità di senso del mondo o, meglio, la “soggettività del senso” (Max Scheler) sempre più conduceva alla sfiducia nella comunicazione tra gli uomini. L’uomo di Pirandello, perciò, era uno, nessuno e centomila, chiuso nel carcere della propria solitudine gnoseologica ed esistenziale.
Poi, il postmodernismo contemporaneo, concetto molto complesso perché complessa si è fatta la società. Ma, nonostante le difficoltà di valutazione di questa nostra era, nella coscienza dei più avveduti è viva e operante la convinzione che l’umanità, dai tardi anni Settanta del secolo scorso, sia entrata in una nuova fase storico-culturale per una serie di motivi: globalizzazione, delocalizzazione, dominanza dell’immagine, della scienza e della tecnica, nonché della realtà virtuale…
Dagli anni Ottanta, poi, le comunicazioni televisive trasferiscono immagini, di solito in ripresa diretta, su tutto il globo in tempo reale, ma è soprattutto a partire dagli anni Novanta che la globalizzazione riceve un nuovo impulso dalle tecnologie informatiche, che collegano tutto il mondo mediante internet e la telefonia mobile, con tutti i risvolti positivi e negativi nell’economia, mondiale e nazionale.
Anche nel campo letterario è diffusa opinione che ci troviamo ad una nuova svolta epocale. Dopo la morte di prosatori come Moravia, Pasolini, Calvino, Volponi, e di poeti come Montale, Luzi, Caproni, Sanguineti ci troviamo di fronte ad una proliferazione di massa, dovuta anche al webche propone, senza alcun filtro, opere in prosa e in poesia da parte di qualsiasi personaE questo sta generando accumulo e sovrapproduzione a discapito della qualità. Come ha giustamente denunciato all’inizio di queste riflessioni Giulia Basile. Non ci sono più neppure le sia pur minime certezze del passato anche non lontano. Si vive, pertanto, in un eterno presente, in cui non è facile esprimere un giudizio di valore. Non ci sono certezze neppure nelle scienze. La letteratura è diventata un fenomeno marginale di fronte al cinema, alla televisione, a internet. Tutto diventa estremamente rapido e commerciale. Questo produce nelle giovani generazioni il senso della perdita del futuro. Si vive in una “contemporaneità liquida” (Bauman), senza spessore, vuota di ideali, senza passato e senza futuro.
 Secondo Jean Baudrillard, poiché tutto è stato detto e fatto, possiamo solo manipolare, mescolare, citare, alludere, riscrivere… la stessa realtà è solo apparente, perché mediata dai mezzi di comunicazione di massa che falsano oggetti e rapporti. La nostra percezione del mondo, infatti, è virtuale. Anche l’arte non distingue più il reale dal virtuale.
Per avere visibilità bisogna esagerare, il postmodernismo deve alzare il tiro: a Lucio Fontana che sciocca con i suoi tagli sulle tele segue Cattelan che raffigura bambini impiccati al parco Sempione. Per spiegare il “citazionismo” postmodernista, Robert Venturi ha scritto il libro Impariamo da Las Vegas, in cui insegna a ricostruire Venezia in un contesto palesemente falso (New Orleans). Il falso viene garantito dallo stesso valore dell’autentico.
Le stesse neoavanguardie, che ripropongono con formule diverse le avanguardie di inizio Novecento. Niente è più autentico. Andy Warhol ripropone la foto di Marilyn Monroe, deformandola o abbellendola; Douglas Gordon lacera l’immagine operata da Warhol.
Si passa così dalla cultura dell’egemonia alle culture delle differenze!
La critica letteraria contemporanea, al servizio ormai di interessi estranei alla letteratura, non assolve più il secolare compito di orientamento del lettore.
In poesia le distanze tra parola e oggetto si è dilatata a dismisura. La confusione tra poesia e non poesia ha superato di gran lunga i confini posti da Benedetto Croce. Il poeta non è più consacrato tale dagli addetti ai lavori e dalla fama che gli deriva dalle sue opere, citate in antologie scolastiche o studiate all’università. Pur non amando la teoria crociana che ha mietuto un sacco di vittime con la mannaia di Poesia non Poesia, devo però fare una triste considerazione: Oggi tutti scrivono (veline, calciatori, attori) perché i loro rabberciati libri si vendono! Pochissimi, di contro, leggono, per formarsi almeno il gusto poetico sulle opere dei GRANDI della Letteratura italiana e mondiale! Ottima la scelta, a questo riguardo, della infaticabile Mariella Medea Sivo!
Oggi poeti come Luzi, Sanguineti, Zanzotto, Caproni, Sereni, Pierro, Bertolucci, Risi, Giudici sono noti solo agli appassionati di poesia. Così come sconosciuti ai più sono: Giovanni Raboni, Franco Loi, Milo De Angelis, Valerio MagrelliMolti poeti che hanno transitato nel mondo poetico degli anni ’60-’70, facendo dello sperimentalismo un vessillo di rinnovata poesia, hanno contribuito ad allontanare il grosso pubblico dal linguaggio poetico. E anche la scuola è colpevole, come si è detto in precedenza, contribuendo a intorbidare le acque già tumultuose del “fare poesia”.
Per fortuna, oggi, pur senza dimenticare ogni percorso individuale, la maggior parte dei poeti contemporanei ha cercato e sta cercando di uscire dal postmodernismo. Nonostante le persistenze neoavanguardistiche, si assiste a continui, differenti anche se spesso provvisori, tentativi di rifondare la parola, di colmare lo iato con la realtà, riutilizzando anche forme classiche, che ci riportano ad un passato di nitore, di bellezza, di comprensione, che favoriscono e facilitano l’emozione. Dalla poetica si sta tentando di passare sempre più all’etica e all’estetica. Certo, il caos contemporaneo affianca nuove a vecchie tendenze, recuperando in alcuni casi metrica e rima, in una visione strutturale e contenutistica del tutto nuova, e riappropriandosi delle figure retoriche per dare maggiore ritmo, suggestione, musicalità alla pienezza della parola, che torna a dire, a raccontare, a indicare, conservando il mistero del senso senza dimenticare la finitudine del significato e la bellezza del significante. Occorre una parola “chiara e forte” che possa riprendere a dire la realtà, mediando la distanza tra il poeta e il suo “altrove” in una linea di andata e ritorno per una riproposizione continua appunto del testo poetico.
(Libera rielaborazione di teorie esposte da Steiner, Merlin, Landolfi, Angiuli, Conte, Cucchi, Magrelli, Rondoni, Ritrovato, Galimberti…).
E anche per oggi la misura è colma! La prossima volta riprenderemo con la Poetica e la Poesia dei nostri giorni, argomenti sicuramente più catturanti. Almeno per me! “Dite la vostra che ho detto la mia… “. Angela
 

Martedì 6 febbraio 2024: ALTRE CARATTERISTICHE DEL LINGUAGGIO POETICO E NON SOLO...

E così stamattina ricevo questa bellissima sorpresa, sempre dalla mia carissima Giulia, e, aiutata da Nicola, mio nipote-angelo custode della mia vita in carrozzella, riporto qui il suo affettuosissimo messaggio: Carissima Angela, io mi ritengo fortunata quando tra una cosa e l'altra riesco a leggere una tua pagina qui, sul tuo blog. Oggi la tua pagina non è solo "dilettevole" ma è una vera e ricca lezione universitaria. IL VERSO, IL TEMPO, LA METRICA, le figure sintattiche e retoriche, l'importanza delle parole spesso inafferabili, insomma hai dato a tutti noi che scriviamo una spinta verso una poesia che sia frutto del cuore ma anche di tutti quegli elementi indispensabili a "costruire" la struttura dei versi. E tanto ci basti in un mondo che si riempie di poeti (o presunti tali) con una serietà clownesca, dimenticando che la semplicità e la forza emotiva di un verso possa dar vita ad un capolavoro, uno dei tanti della grande poesia italiana o straniera. Grazie Angela

Beh, cosa chiedere di più al nostro blog? Per me è molto importante questa condivisione di idee, commenti, esperienze di scrittura creativa, sintonie nei nostri modi di pensare, essere e comportarci. Le scelte che facciamo. I ricordi che ci riportano indietro negli anni alla “superba e fiera” giovinezza. Il disincanto che ci procura questo nostro tempo così difficile da vivere anche per l’inflazione dei “poeti della domenica” che pullulano nei social. Ringrazio Giulia per aver messo “il dito nella piaga”. Ne riparleremo appena avremo completato il resto delle caratteristiche del “linguaggio poetico”.

Intanto, tutti i vostri commenti mi hanno dato conforto. Non tutto è inutile sulla strada della conoscenza, sia pregressa che futura. Di Luigi Lafranceschina, per esempio, seguito sempre un po’ a distanza per via della sua serietà nel prefiggersi categoricamente posti di responsabilità e di oggettiva mediazione tra i colleghi, in una scuola da me mai amata, mi hanno conquistato letteralmente i ricordi universitari e di giovane professore di Lettere nel Liceo Linguistico.  E ci metto la mano sul fuoco sul suo impegno quotidiano! Di Anna Mininno mi è piaciuta tantissimo la sua forte e chiara e bella scelta di essere libera di seguire la vera poesia in fondo alla sua stessa anima nella sua compiutezza. E Anna sta scrivendo poesie davvero degne di ammirazione e apprezzamento, al di là di tutte le “regole” di questo mondo. E mi commuovono i messaggi di grande fiducia nelle mie riflessioni sul linguaggio poetico di Anna Maria Staffieri, che ho fortunatamente incontrato sulla mia strada; Mariantonietta Bellezza, che condivide con me una vita di bellissimi ricordi; Mariateresa Bari, che non ha bisogno delle mie parole o di suggerimenti; di Maria Pia Latorre, che può perfettamente sostituirmi con una o più marce in più; Francesca Petrucci, mia consuocera, che mi ha fatto ridere di cuore con la sua battuta; Maria Diblasio sempre entusiasta e attenta a ogni richiamo letterario e del cuore; e poi la mia carissima Elina Miticocchio con un nuovo fascio di incantate/incantevoli poesie tra le mani.

Ma ora riprendiamo con gli ultimi accorgimenti “tecnici” della scrittura poetica, così ci togliamo il pensiero:

-    Ci sono, poi, altre figure retoriche perlopiù miste come: il poliptoto, che fa ricorso alla stessa parola che in declinazioni o coniugazioni diverse cambia sia di suono che di significato o lo mantiene (la “rosa” nel “roseto” fiorì; rara “rosa” cambiò il suo volto di “rose”, e così via).

-    La personificazione: dare un’anima agli oggetti perché abbiano voce e comportamenti umani. Superflui gli esempi.

-    L’ipallage: consiste nell’attribuire ad una parola ciò che si riferisce ad un’altra parola della stessa frase o dello stesso verso (“dare i venti alle vele” al posto di “dare le vele ai venti”).

-    L’iperbato: rovesciamento delle parole molto simile all’anastrofe: i nascenti del sole raggi.

-    L’iperbole: intensificazione del significato di una espressione: bello come un dio.

-    Figura olofrastica: parola che sostituisce un’intera frase: andiamo in barca… “il mare!”.

-  Sillessi o sillepsi: concordanza a senso e non grammaticale: la gente andavano lontano.

-    Figura logofanica da logofania: pensiero che si fa ascoltare (vedi soliloquio). In prosa somiglia alla metalessi: figura retorica rara, di sostituzione. L’autore si sostituisce al pensiero del personaggio per puntualizzare alcuni aspetti che vuole evidenziare al lettore.

L’elenco potrebbe continuare a lungo…

Spetta, comunque, alla sensibilità del poeta, al suo ritmo interiore, al “suo” tema la scelta delle varie figure retoriche per rendere al meglio la bellezza di un verso, la suggestività di una poesia. Di qui il “suo” stile: del tutto personale e originale!

Occorre, ora (dopo aver fatto la scoperta dell’“acqua calda”, non senza noia e fatica per “cose trite e ritrite”), passare dal linguaggio poetico con tutte le sue “regole” (perché, se è vero che la poesia è una “folgorazione” che nasce da una emozione, è anche vero che, per fissare su carta quella emozione, occorre seguire degli “accorgimenti tecnici” che connotano il “modo di fare poesia”, come si è detto: i versi, le strofe, la metrica, la rima, la scelta delle parole e la loro sistemazione, le figure retoriche di suono, di significato…), e così via, non soltanto focalizzare queste “tecniche” quanto “praticarle”, per affinare il nostro particolare modo di scrivere in prosa e in versi.

Non a caso, si può parlare, con queste nostre riflessioni quasi quotidiane, nel nostro blog, di reciproca “educazione” alla scrittura creativa. E, in questo caso, è quasi un insieme di teoria e pratica del “fare poesia”: “Se ascolto, dimentico; se vedo, ricordo; se faccio, imparo”. Ma non ricordo più la fonte. Non ricordo più chi l’abbia detto, ma ritengo che si possa sottoscrivere questa semplice affermazione. Spesso annoto su foglietti di carta ciò che mi piace e che, il più delle volte, col passare del tempo, perdo.

Forse possiamo insieme prendere lo spunto da La mia piccola officina delle storie di Bruno Gilbert di ispirazione oulipiana per aggiungere un pizzico di creatività a quanto possiamo scrivere quotidianamente e senza alcuna pretesa di letterarietà. O forse anche sì.

Officina: laboratorio dove si opera, si produce. Dal francese “ouvrier”: produrre, lavorare. Nel nostro caso, “produrre strutture letterarie”.

Il testo si rifà a Cent mille miliard des poemes di Raymond Queneau (si ricavano poesie per oltre 200 milioni di anni!)

Regole: si parte da una poesia che viene modificata con parole diverse, lettere, o sillabe, scambiate, modificate, eliminate, aggiunte, per giungere ad una nuova poesia.

-    Si possono utilizzare le rime, purché non banali né rare.

-    Si deve avere un tema o una continuità tematica.

-   Si deve conservare la stessa struttura con particolari interscambiabili per modificare eventualmente il significato.

-   Si deve partire con la stessa costruzione grammaticale: 1= dove?; 2= quando? (complemento di luogo o tempo); 3= chi? (soggetto); 4= azione (predicato verbale); 5= che cosa? (complemento oggetto). Es. Di notte la lucciola illumina il cielo. (da notare: alla banalità del costrutto sintattico si contrappone la scelta delle parole per dare respiro poetico alla frase!). Si combinano, poi, le parole tra di loro per ottenere altre frasi: storie assurde, realistiche, poetiche, surreali, fantastiche, ecc. Frasi catturanti e accattivanti per stimolare l’immaginazione.

Bellissime le tecniche usate da Gianni Rodari nella sua Grammatica della fantasia.

Poi ci sono tanti modi diversi di esercitare la creatività, scrivendo poesie particolari:

-    Il “logogrifo”: cercare all’interno di una parola tante altre che vengono formate con le stesse lettere della parola data.

-    Il “tautogramma”: un testo con le parole che cominciano tutte con una lettera stabilita. Si possono inserire anche le rime per un effetto ludico.

-    L’ “acrostico”: una parola scritta in verticale in stampatello maiuscolo e ogni lettera diventa l’iniziale di un’altra parola, a cui si può aggiungere qualche connettivo logico intermedio per dare maggior senso alla frase a cui si potrebbe giungere.

-    Il “nonsense” e il “limerick” di origine inglese (Lewis Carroll e Edward Lear): il nonsense è un breve componimento poetico basato sull’assurdo (con o senza rima, ma con molto ritmo). Si pensi ad alcune filastrocche sul tipo del nostro “girotondo” che si faceva (o si fa) da bambini; il limerick, invece, dalla città irlandese Limerich in cui nacque e si diffuse ad opera di Lear, è un componimento di 5 versi con schema metrico AABBA e di ispirazione scherzosa, con contenuto assurdo e inverosimile, basato sulla seguente struttura: 1° verso= Chi? (indicazione di un protagonista, ma anche di un luogo; 2° verso= Cosa fa? (definizione o qualità del protagonista); 3° e 4° verso= Che succede? (azione e sviluppo dell’azione); 5° verso= conclusione ed epiteto finale (si riprende dal primo verso). In Italia i massimi scrittori e poeti di nonsense e di limerick sono Gianni Rodari, Nico Orengo, Toti Scialoja

-    L’ “haiku”: gocce di poesia. Composizione poetica di origine giapponese (XVII-XVIII sec.), caratterizzata da estrema brevità; delicata e lieve come un battito d’ali, contiene di solito un Kigo, ossia un elemento legato alle stagioni, alla natura, al paesaggio, secondo i canoni del buddhismo zen. Roland Barthes lo definisce: “Una visione senza commento… un istante intrattenibile”.

-     L’ “hai-kaizzare” la poesia (da “Hai-Kai”), componimento giapponese del XVI sec., formato da 36-50-100 versi: l’hai-kaizzazione consiste nel cancellare le parole di una poesia, conservando soltanto quelle finali di ogni verso, con cui si formano nuove poesie (R. Quenau, Segni, cifre, lettere, Einaudi, Torino 1981).

-    Il Gioco dei “pizzini”: foglietti bianchi con su scritto: “Lui” o “lei”, “con chi o cosa”, “dove sono”, “cosa fanno”, “come finisce”, “cosa dice la gente”.

-     I “calligrammi”o “poesie disegnate” (IV-IIIsec. a. C.): il poeta greco Teocrito scrisse il poemetto La Siringa, in cui la disposizione dei versi richiama la forma dell’antico strumento musicale fatto di canne (una sorta di flauto di pan). Ma è stato Guillaume Apollinaire con la sua “poesia visiva”, diffusasi nel Novecento, a definire tali componimenti “calligrammi”: Calligrammes. Poemes de la paix e de la guerre. Armand Bourgade, alla fine dell’Ottocento, scrisse un poema di 300 versi, alto 60 cm., con la forma della Tour Eiffel. Anche Lewis Carroll e l’italiano Mauro Faustinelli hanno scritto calligrammi. Non poesia fatta di suoni, dunque, ma di segni (non va colorata per non sovrapporre i due linguaggi visivi!).

-    I “papiers décupés” di Henri Matisse: poesia con colori espressi, evocati, interni.

-    La “percettibilità della forma” di Viktor Sklovskij: peculiarità del testo poetico, ottenuta con l’accordo tra ritmo, forme e scelte semantiche (o tratti semantici).   



Continua naturalmente domani!

Angela

lunedì 5 febbraio 2024

Lunedì 5 febbraio 2024: Gli aspetti mancanti del "CODICE POETICO" per meglio ricordare il mondo misterioso della POESIA...

E riprendiamo con rinnovata lena a parlare delle caratteristiche del linguaggio poetico per non disperderci. Solo dopo, con maggiore cognizione di causa, parleremo di “sintonie, distonie, empatie” per comprenderci meglio. Un’unica eccezione: Giulia Basile. Mi invia spesso dei messaggi sul blog a cui non so purtroppo rispondere, nonostante la “corrispondenza di amorosi sensi tra noi”. Sono davvero tanti quelli che non hanno ricevuto risposta da parte mia, per incapacità e per pudore. Sono troppi gli elogi anche se Giulia è persino severa con sé stessa. E ciò è un buon indizio di sincerità e di autenticità in tutto ciò che scrive, e non soltanto nei messaggi che mi dedica sul blog. Grazie infinite, mia carissima Giulia. Affetto e stima sono reciproci!

Ed ora rimettiamoci all’opera. Dunque, gli altri aspetti mancanti delle caratteristiche che connotano il linguaggio poetico sono pure gli aspetti ritmici e metrici del verso, anche se oggi ne facciamo volentieri a meno. Leopardi ha sdoganato la “canzone libera”. Sarebbe, comunque, opportuno, a mio parere, un breve ripasso, rinfrancati dal non dover usare la metrica, ma sapendo benissimo che la musicalità del verso parte anche da questa ed è molto importante:      

-          Per quanto riguarda, per esempio, gli aspetti ritmici, e quindi metrici, occorre precisare che il verso non è una unità di significato o logica, ma musicale, caratterizzata da una determinata “misura” e da determinati “accenti”. In passato la metrica era fondamentale, oggi non più, ma la musicalità rimane. È chiaro che la metrica si ricava contando le sillabe, ma occorre tener presenti alcuni elementi che accorciano il suono o lo allungano, come: il dittongo che, nel suono, unisce due vocali o lo iato che le divide. Abbiamo anche la sinalefe (due vocali, a contatto tra di loro, si contraggono velocemente dando un unico suono tra due parole: “di gen-tein-gente me vedrai seduto ecc.” - Foscolo), oppure la dialefe (l’incontro di due vocali su cui poggiamo l’accento in maniera staccata: “ma - io ecc.”), la dieresi (la separazione di solito tra la i e la e: qui-ete, con i due puntini sulla i, cioè all’interno della stessa parola), sineresi, ossia il contrario.

-          Altro elemento importante in metrica è l’accento sulle parole: quelle piane (accento sulla penultima vocale) sono più forti, pesanti, gravi; quelle sdrucciole (accento sulla terzultima vocale) sono più leggere, lievi, volano, danzano. Anche le lettere dell’alfabeto hanno in quest’armonia un loro ruolo: la l vola, la p cammina a fatica, la g è più equilibrata, la i è sottile, la o è pasciutella, e così via. Si hanno così sillabe toniche (accentate) e sillabe atone (senza accento) e poi ci sono le cesure (le barrette che dividono le sillabe per meglio districarsi nella metrica. I versi (da vèrtere, l’accento sostituisce quello breve che non so mettere, ossia girare, andare a capo), pertanto possiamo annoverare: il bisillabo (due sillabe), trisillabo, quadrisillabo o quaternario, quinario, senario, settenario, ottonario, novenario, decasillabo, endecasillabo (quello più usato e più musicale).

-          Occorre ricordare anche che si è soliti distinguere i versi italiani in parisillabi (bisillabi, quadrisillabi, senari, ottonari, decasillabi) e imparisillabi (ternari, quinari, settenari, novenari, endecasillabi). I primi caratterizzano un ritmo più piano, rigido, marcato, con scansione musicale molto netta; gli imparisillabi, invece, offrono maggiori possibilità di sfumature e variazioni timbriche e modulari.

-          La rima è un altro elemento del linguaggio poetico, un tempo quasi obbligatoria, poi caduta in disuso; oggi, in alcuni casi, in parte recuperata in testi poetici innovatori molto particolari, aderenti al nostro tempo e ai vari linguaggi attualmente usati. Nella filastrocca rimane indispensabile, come pure in molti limerick. È naturalmente anch’essa un elemento metrico che consiste nella ripetizione dei suoni finali di due o più parole, collocati in genere alla fine di due o più versi: ha una funzione ritmica e musicale e un rapporto di suono, ma anche a volte di significato. Il rapporto può essere talvolta di vicinanza/affinità (ginestre/terrestre: somiglianza in quanto entrambe le parole appartengono al campo semantico della natura) oppure distanza/contrasto (tagli camicie/e non mediti Nietzsche - versi di Gozzano). C’è, poi, la rima interna (e a me randagio parve buon presagio accompagnarmi loro nel costume - Gozzano) e quella identica (secondo le fronde/più rade, men rade - D’Annunzio), ma anche la rima (che potremmo definire) equivoca (guardan mute e sole/mute e digiune al sole - Tasso). Per quanto riguarda la posizione, infine, la rima si dice baciata (AA - BB - CC), alternata (AB AB  CD CD…), incrociata (ABBA  CDDC…), incatenata (ABA  BCB  CDC…). Quando non è perfettamente coincidente in una vocale si chiama assonanza (lume/lame); se in una consonante, si definisce consonanza (vento/rammendo).

-          L’insieme di più versi prima di un margine bianco si dice strofa. Una strofa viene definita in base al numero dei versi che la compongono: distico (due versi). Molto elegante e antico è quello elegiaco. Terzina (tre versi), usata da Dante; quartina (quattro versi), sestina (sei versi); ottava (otto versi), usata dall’Ariosto e di solito nei poemi epico-cavallereschi. Di solito, nella tradizione italiana, i versi avevano perlopiù la stessa lunghezza; oggi è più facile discostarsi da questa norma, usando la strofa polimetra, cioè con versi di varia lunghezza. Se le strofe non rispettano il numero dei versi, come accade da Leopardi in poi, si dicono libere. La canzone, per esempio, alterna endecasillabi a settenari, ma non sempre ciò oggi avviene. I Canti di Leopardi inaugurarono la canzone libera.

(Libero rifacimento dei testi di Michele Barbi, Arianna De Palma, Rosa Pugliese, Pietro Scarduelli).

Siamo giunti così a parlare dell’elemento fondamentale del linguaggio poetico: la figura retorica.

Si definisce figura retorica quella espressione che allontana il significato della parola da quello puramente letterale per appagare il senso della bellezza che un verso o l’intera poesia deve avere (ma anche la prosa), così come un tempo dettava la retorica.

La scienza della retorica, nata nell’antica Grecia, come esercizio del “bel dire” per gli oratori e gli uomini politici che dovevano catturare e persuadere l’uditorio, ha subito via via continue rielaborazioni fino a includere nuovi ambiti linguistici e persino espressioni della pubblicità o del linguaggio quotidiano, spesso indiscutibilmente metaforico (è bella come il sole, è un fiore di ragazza, sono una frana!).

Nel linguaggio poetico, l’uso delle figure retoriche è frequente e molto significativo, in quanto rappresenta il mezzo più consueto per creare immagini nuove, dare ritmo e musicalità al verso, realizzare il valore estetico del testo in prosa o in poesia.

È naturalmente una ricerca stilistica che ha per il poeta valore di scoperta, per dare un senso nuovo e diverso al banale, all’usuale, al quotidiano (Franco Fortini). A me piace usare l’espressione “parole alate”.

Le figure retoriche si dividono in:

-          Figure di significato: riguarda l’aspetto semantico delle parole.

-          Figure sintattiche: l’ordine delle parole all’interno di un verso o di una frase.

-          Figure di suono: il suono stesso delle parole.

Tra le numerose figure retoriche di significato, quelle più frequenti sono:

-          La similitudine: indica un rapporto di somiglianza tra due elementi o azioni o situazioni e serve a dare maggiore evidenza all’immagine (e caddi come corpo morto cade - Dante). Nella similitudine non sempre troviamo esclusivamente l’avverbio “come”, talvolta essa è introdotta anche da aggettivi o verbi: tale, quale, simile a; oppure: parere, sembrare, assomigliare (Qual masso che dal vertice… - Manzoni).

-          L’antitesi: si ha quando due elementi, azioni, situazioni vengono messi in rapporto per farne risaltare il contrasto (Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso/ sapore han miele e assenzio - Montale: miele= dolce; assenzio= amaro).

-          L’ossimoro: somiglia all’antitesi, ma ha significato di contrasto più forte ed evidente (di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento - Caproni).

-          La metafora: si ha quando, sovrapponendo i campi di significato di due termini appartenenti a due campi associativi diversi (bambino-fiore), si ripropone un elemento di significato comune ai due campi (freschezza-purezza-delicatezza…) e attraverso questo si sostituisce un termine all’altro. L’elemento di significato comune viene a definire il campo metaforico. Più semplicemente, ogni volta che si può omettere il come in una similitudine otteniamo una metafora (invece di dire: “quel bambino è come un fiore”, possiamo dire più poeticamente: “bambino fiore delicato”, ecc.). ci sono metafore definite a “cometa” perché sono costituite da una serie di germinazioni metaforiche come una lunga coda luminosa di metafore concatenate, continue, contigue. Un esempio è la fluviale poesia nerudiana, con numerose metafore affioranti anche in pochi versi, ma anche la poesia lorchiana è fatta di numerose metafore dischiuse l’una dall’altra! Andando a ritroso nel tempo, possiamo fare riferimento ai poemi omerici, ai versi danteschi, ai poemi epico-cavallereschi del nostro Umanesimo e Rinascimento. In senso diacronico, abbiamo le poesie africane o quelle dell’area balcanica e russa.

-          La metonimia: indica anch’essa uno spostamento di significato, ma in maniera diversa dalla metafora: si ottiene quando l’associazione dei due termini avviene per vicinanza o contiguità. Più semplicemente, può indicare l’effetto per la causa o viceversa (“tuono”: effetto, per “fulmine”: causa); la materia per l’oggetto (quel “legno” navigava, invece di: quella “barca” navigava), l’astratto per il concreto o viceversa (“ulivo”: concreto, al posto di “pace”: astratto), e così via.

-          La sineddoche è una variante della metonimia: indica sempre un rapporto di vicinanza tra i due termini messi in relazione, ma delimitando la parte per il tutto (“uomo” per “umanità”; “pupille” per “occhi”, ecc.).

-          La sinestesia: vengono associate parole, il cui significato si riferisce a sfere sensoriali diverse (la luce era gridata a perdifiato - bellissimo verso di Sinisgalli).

Le figure sintattiche si riferiscono, invece, all’ordine delle parole nel verso o nella frase:

-          L’anafora: ripetizione di una parola che occupa il posto iniziale in un verso e nelle strofe o nei versi successivi (Sei nella terra fredda/ sei nella terra negra… - Carducci).

-          Il parallelismo è simile all’anafora. Si riconosce dall’uguale disposizione delle parole in uno o più versi successivi al primo (Il mare è tutto azzurro/ il mare è tutto calmo - S. Penna, ossia soggetto, verbo e complemento predicativo del soggetto).

-          Il chiasmo: è il contrario del parallelismo perché dispone le parole in maniera speculare (Io solo combatterò, procomberò sol io - Leopardi. Costruzione esattamente inversa).

-          L’anastrofe o inversione somiglia al chiasmo. Se ne discosta perché sono tutte le parole che nel verso cambiano di posizione: invece del soggetto, predicato, complemento o complementi si ha prima il complemento, il verbo, il soggetto (è una figura retorica che io uso molto). Esempio: Sempre caro mi fu quest’ermo colle di Leopardi.

-          La numerazione con l’asindeto (senza la congiunzione “e”) o con il polisindeto (con la reiterazione della “e”).

-          L’ellissi: omissione di uno o più elementi: spesso è il verbo ad essere omesso oppure il soggetto (purché s’intuisca nel corso della poesia o di un testo qualsiasi).

-          Lo zeugma: si ha quando un solo verbo è riferito ad elementi diversi (Parlare e lacrimar vedrai insieme - Dante. È chiaro che si può veder lacrimare, ma non parlare: è, dunque, omesso il verbo “udrai”!).

Le figure retoriche di suono hanno funzione intensamente espressiva. La scelta dei suoni in poesia non è mai casuale: tra significato e significante, infatti, per via dei suoni si vengono a configurare anche sensi diversi e si possono creare infinite corrispondenze. Di qui l’importanza del ritmo e del timbro.

Tra le figure di suono più frequenti abbiamo:

-          L’allitterazione: la ripetizione di suoni uguali per produrre un particolare effetto acustico, sia all’inizio di parola sia al suo interno (Il pietoso pastor pianse il suo pianto - Tasso).

-          La paronomasia: si ha quando la ripetizione di suono avviene in parole simili tra loro, ma con significati diversi (“vuoti” e “voti”).

-          La figura etimologica si ha quando la somiglianza dei suoni è dovuta ad una stessa radice lessicale: “selva selvaggia” di dantesca memoria.

-          Suoni onomatopeici o fonosimbolici: hanno la funzione di riprodurre un verso di animali, un rumore particolare o naturale, che possono diventare simbolo di qualcos’altro (C’è un lieve gre egre di raganelle - Pascoli; Clof, clop, cloch,/ cloffete,/ cloppete,/ clocchete,/ chchch… - Aldo Palazzeschi). Gli effetti fonosimbolici creano, per chi legge o ascolta una poesia che li contiene, suggestioni molto forti che rendono l’atmosfera poetica più significativa e nello stesso tempo più reale e concreta nella sua relazione semantica.

E siccome è un argomento di sicuro “palloso”, che tra l’altro conosciamo a memoria, oggi mi fermo qui, anche se è mia intenzione togliere ancora un po’ di polvere a vecchi apprendimenti della Scuola Superiore. Secondo me, potrebbero servirci “scodellati” belli e pronti. Voi che ne dite? Li salto? Li aggiungo? Sono utili? Inutili? Annoiano e basta? Lungi da me sentirmi colpevole di tanta tortura… Ditemi con molta franchezza e tranquillità se vale la pena o meno ed io “Obbedisco!” Angela