sabato 3 febbraio 2024

Sabato 3 febbraio 2024: La POESIA CONTEMPORANEA figlia del NOVECENTO e non solo...

Ed eccoci ancora insieme a parlare di poesia contemporanea, andando oltre la sua stessa “significazione”, preludio ad ogni altra considerazione, presa in esame attraverso le caratteristiche connotanti il linguaggio poetico di ieri e di oggi. Se non ricordo male ci siamo fermati alla “poesia comunicativa” che si sarebbe dovuta affermare anche ai nostri giorni, dopo tanta incomunicabilità, ma così non è stato, non è. E mi chiedevo il perché e lo chiedo a tutti voi che leggete le mie riflessioni con tanta pazienza e tanta attenzione/tensione vibrante per via, credo, di nuove scoperte e conoscenze in un campo vastissimo e mai del tutto esplorato, esplorabile. Come tutto ciò che riguarda la poesia che, oltre a essere sentimento, è mistero di mente-cuore-anima. Mistero che attraversa prima di tutto il nostro corpo che percepisce le prime sensazioni tattili, visive e uditive in forma soggettiva. Di qui la necessità del confronto per poter procedere a raccontarci tutto l’altro e l’altrove che potrebbe essere la poesia di ieri e di oggi.

E parto dal commento lusinghiero di Anna Maria Staffieri, sempre prodiga di giudizi positivi e propositivi. Certo, Anna Maria carissima, le caratteristiche del “codice poetico” sono fondamentali per poterci orientare nel vastissimo campo della poesia. Anche perché, come ben tu dici, ogni approccio alla poesia è personale. Dipende dal modo di essere, di pensare, di comportarsi; dalla sensibilità poetica, dagli studi pregressi, dai libri consultati sul tema specifico; dalle esperienze vissute, dai convincimenti personali, dalle sintonie con gli altri ecc. Per questo io sollecito sempre il confronto che dilata le nostre conoscenze verso orizzonti impensabili e mai conclusivi.

Anche Luigi Lafranceschina non è da mento, quanto a presenza costante e attenzione nei riguardi delle mie riflessioni, che hanno in lui risposte che aprono nuove strade a molteplici altre riflessioni arricchenti perché mai banali. Grazie infinite, Luigi, anche per le nostre tante sintonie, che via via andrò opportunamente a focalizzare per valorizzarle insieme.

Un discorso più lungo meritano le tante puntualizzazioni di Maria Pia Latorre, le cui chiare e paradigmatiche riflessioni sulla poesia “praticata” oggi dischiudono scenari già vissuti nel secolo scorso e che si ripropongono “sotto mentite spoglie”, delle quali occorre prendere consapevolezza, legandole anche ai tempi bui che stiamo vivendo a livello mondiale e alle inevitabili risposte di “neo-intimismo” fino alla “schizofrenia” o di partecipazione attiva “senza pretese di cambiare il mondo (come la poesia degli anni ’70), ma con una matura coscienza partecipativa”. Come darti torto? Come non fare tesoro della lezione montaliana dei “quasi versi” in un poeta senza illusioni e senza speranza nel potere salvifico della poesia? Non è pure la nostra posizione a distanza di un secolo, anche se con una maggiore “coscienza partecipativa”? Per dirla con Heidegger: Noi siamo nell’ESSERE”, “Noi ci siamo nell’autenticità del nostro ESSERCI”, al di là di ogni condizione metafisica, da lui definita “lo scandalo della filosofia”. Sei/siete d’accordo? Ritengo, comunque, che noi abbiamo una marcia in più: la fede incrollabile non in una Istituzione ecclesiastica, ma in un Cristo che parla, dopo due millenni, d’Amore e di Speranza per l’intera Umanità, riscattata col sacrificio della Croce. Ma anche su questo sarebbe bello confrontarci. Che ne dite?

Invito, però, a partecipare a questo confronto anche Mariantonietta Bellezza, interlocutrice sempre amorevole nel ricordo degli anni della prima giovinezza, vissuta insieme nella casa e nel cortile del gelso e delle rose; Anna Mininno, così affettuosamente presente, con un pizzico di ritrosia che le deriva dalla sua propensione a vivere “a latere” in situazioni che ama visceralmente, memore di “sentire” emozioni senza confini; Mariateresa Bari, poetessa che quotidianamente si veste di poesia dolce-amara, testimonianza viva e sanguinante di quel primo filone di cui parla Maria Pia e che mi sente così affine a lei, pur avendo modi diversi di scrivere versi; Maria Diblasio, dolcissima amica di Anna Maria a Manfredonia, e di riflesso anche mia; Catarina Chiapparino e le sue sorelle, tra cui Rossella tanto cara al mio cuore, che tanto amore mi donano gratuitamente con le parole annidate nell’anima attraverso  un papa, Cris Chiapperini, che ha vissuto una lunga stagione con me di “avventure poetiche e amicali” tanto amate e rimpiante; e tutti tutti gli altri che vivono con noi le emozioni che proviamo ad essere insieme nel nostro blog. Di volta in volta ne parlerò, ne parleremo.

Intanto, per oggi ci lasciamo essendo il sabato l’inizio di un fine settimana per tutti. Per me è un sabato decisamente speciale. Anna Maria, mia sorella, come sapete compie oggi gli anni. Cinque meno dei miei. Ma siamo ancora insieme a festeggiarli! E questo ci basta. Non mi dilungo per questi validi motivi. Ma ritengo che ci sia condensato tanto su cui riflettere.

Alla prossima per parlare insieme di sintonie, distonie, empatie e, perché no, degli altri elementi che connotano il linguaggio poetico così tanto tanto ampio da farci disperdere, anche se li conosciamo bene perché fanno parte della nostra preparazione scolastica durante le Medie Superiori. Una ripassatina forse sarebbe utile.

Ci state? Spero di sì! Io sono sempre possibilista. Con tanto tanto affetto. Angela

  

giovedì 1 febbraio 2024

Giovedì 1 febbraio 2024: Il LINGUAGGIO POETICO e la sua "SIGNIFICAZIONE" nel TEMPO e nello SPAZIO...

Come promesso, oggi torniamo a parlare di Poesia, ma non come necessità di “sintonia” culturale e poetica. Come faremo con gradualità e accortezza, perché possono nascere equivoci. Ma, come preludio a tutto questo, ritengo che sia “la significazione del linguaggio poetico”. E la "significazione" è molto di più del significato: è più dinamica perché sottintende un'azione che abbraccia tempo e spazio e va oltre (in senso orizzontale, verticale, obliquo, compresa la sua profondità). Al di là del “pensiero poetico” di alcuni “grandi” (filosofi, scrittori, poeti), a livello mondiale, su che cosa possa essere la poesia, è bene dare anche una sorta di “definizione oggettiva” del linguaggio poetico per evitare errori: Il testo poetico condensa in sé un’enorme ricchezza di “sensi”. I sensi della poesia, quand’è veramente tale, sono talmente legati alla struttura del testo da non poter essere trasmessi o compresi fuori di essa. Si può dire insomma che “ripetendo una poesia nel linguaggio comune distruggiamo la poesia” (Cfr. J. M. Lotman, linguista semiotico russo: La struttura del testo poetico, Milano 1972), al punto da compromettere, e talvolta da rendere impossibile, la trasmissione dei significati. Di conseguenza, la versione in prosa (parafrasi) può diventare davvero un grosso rischio. O, peggio, fare il commento acritico di una poesia. Assolutamente impossibile fare la famigerata analisi grammaticale, logica o sintattica di un testo poetico. Così si uccide davvero la poesia!

Una poesia, infatti, è composta di parole che si legano tra loro secondo diversi sistemi di rapporti ben più complessi di quelli del discorso comune, e ciò fa sì che uno stesso testo assuma contemporaneamente più significati. Il “discorso comune” ha un carattere di “transitività” (dalle parole rimanda ai significati), mentre quello poetico è definibile come “autoriflessivo” proprio perché si offre a molteplici interpretazioni, essendo come avvolto in sé stesso; dunque, è per sua natura ambiguo: i suoi significati sono soprattutto suggeriti e sottintesi, assumono strutture complesse, spesso volutamente imprecise. Una poesia non dice, non definisce mai, non dimostra: accenna, allude, propone, crea suggestioni, concentra in sé molteplici intuizioni. Inoltre, il discorso comune si svolge generalmente in un’unica direzione che procede con regolarità dalla prima all’ultima riga (ciò che viene detto dipende da ciò che precede e condiziona ciò che segue fino all’ultimo segmento di frase). I significati del discorso comune si organizzano, pertanto, secondo una progressione che si proietta sempre in avanti. Al contrario, nella poesia il senso invece di progredire ritorna su sé stesso con una sorta di movimento “oscillatorio”, avanza e ritorna indietro; i versi si susseguono non secondo un ordine logico, ma creando continue espansioni semantiche che si dilatano all’indietro in modo da dover/poter reinterpretare con una diversa angolatura ciò che si riteneva di aver compreso in una prima lettura. Nella poesia, dunque, la progressione dei sensi non è più proiettata in avanti, come nel discorso comune, ma si orienta ciclicamente con un ripetuto ritorno su sé stesso. In pratica, necessita di "ascolto" del "ritmo interiore" (Cfr. Stefano Agosti, linguista, semiologo, psicanalista: Il testo poetico 1972).

Interpretare una poesia significa, allora, oscillare tra una comprensione globale e la focalizzazione di un particolare, per ritornare a cogliere qualche struttura trascurata in un primo approccio, e per rifermarsi di nuovo su altri aspetti particolari in un ripetuto procedimento ciclico-spirale. Insomma, l’interpretazione di una poesia richiede di non trascurare alcun elemento: dalle scelte lessicali (importantissime) al tipo di verso (regolare, odeporico, scazonte…), alla disposizione non casuale di un aggettivo, di un verbo, di un sostantivo prima o dopo (es: è “un grande amore” risulta riduttivo rispetto a “è un amore grande”), alla punteggiatura usata oppure omessa… Risulta di particolare valore il fatto che, in questo succedersi di continui “aggiustamenti” interpretativi, entrano in gioco anche elementi non linguistici: i caratteri, lo spazio utilizzato, la collocazione del verso all’interno della pagina, e così via. Anche questi elementi hanno un significato che possono modificare una prima interpretazione testuale. Si passa, pertanto, dalla “significazione” di base all’analisi attenta del valore polisemico di un termine o di una espressione, dal suono/senso/significato delle parole ordinate appunto in una certa successione (che può banalizzare o rendere altamente poetico un testo), alle eventuali rime o scelte ritmiche…

ll risultato è la “significazione” più profonda della poesia. 

Quest’ultima, dunque, è “il regno della polisemia e dell’ambiguità”. (Cfr. Serafino Ghiselli, linguista, filosofo, pedagogista: Il filo delle parole, Unilibro 1985).

Una poesia, infine, è un particolarissimo atto linguistico che può considerarsi compiuto in sé stesso e nelle forme che può assumere, senza finalità pratiche particolari. (libera rielaborazione di alcuni testi di Lotman, Ghiselli, Agosti).

E mi piace pure definire, anche se sono chiari ai più, cioè agli “addetti ai lavori”:

ALCUNI ELEMENTI CONNOTANTI IL LINGUAGGIO POETICO

… strappi cartoni di paure

raccogli sassi

               semi del visibile

schegge di sale

                   nobile cristallo

 

l’esercizio dilaga col suo fascino ambivalente

tra le pieghe del riascolto

che sa di restauro…

(Elio Filippo Accrocca, “Parole scippate al silenzio”, in Lo sdraiato di pietra, 1991)

Sono bellissimi, misteriosi versi di una poesia, molto più lunga e molto intensa, sull’atto di scrivere in forma poetica, utilizzando tutte le possibili forme in riferimento a tecniche di scrittura specifica e alle figure retoriche, che di solito si possono utilizzare per “fare poesia”.

È importante, a questo punto, focalizzare tutti gli elementi che connotano il linguaggio poetico e le principali figure retoriche per imparare a servircene opportunamente con discernimento e sapientia cordis. Per cui mi sembra il caso di approfondire la struttura, le forme e gli elementi propri del “codice poetico”:

-          È un discorso in versi: “le parole sono disposte secondo segmenti di diversa misura”, che possono raggrupparsi in differenti modi. I versi si alternano agli spazi bianchi, che Paul Èluard definisce “margini di silenzio”, molto significativi per comprendere la struttura di una poesia e molto altro (le parole non dette, il senso oltre le parole dette, lo slargarsi dell’ultima parola verso orizzonti più ampi, il ritmo proprio di una poesia, la sua musicalità…).

-          La stessa denominazione di una certa poesia molto musicale, la poesia lirica, deriva dallo strumento musicale a corde con cui gli antichi cantori si accompagnavano recitando i loro versi (origini orali della poesia).

-          In un testo poetico nulla è casuale: il gioco linguistico della disposizione delle parole per dare loro un ritmo, una musicalità, una sorta di melodia è strettamente legato al significato che si vuol dare al componimento poetico e al suo significante. Dall’insieme dell’uno e dell’altro, compresi gli spazi bianchi, scaturisce il senso che non è mai definito, regolare, dato una volta per tutte. Di qui le difficoltà di tradurre le poesie in altre lingue: il testo originario, dovendo sottostare al mutamento delle parole, viene quasi sempre falsato e tradito nel ritmo, nel suono e, quindi, nel senso (traduttore-traditore). Bisogna essere poeti per tradurre il testo originario delle poesie “straniere” nella propria lingua.

-          La poesia è, pertanto, una esperienza intima e profonda, legata all’immaginario del poeta, immaginario che spesso nasce da una emozione, una folgorazione, una intuizione, per cui necessita proprio di quelle parole, di quelle immagini tradotte con quelle parole e non con altre e non in altro modo. L’emozione può nascere da una situazione presente, dal ricordo o dalla proiezione in una situazione futura, per cui spesso si ha nei versi il processo di attualizzazione. Questo è uno dei modi di procedere del “fare poesia”. Ne riparleremo più ampiamente, se dovesse risultare necessario.

-          Nella poesia, infatti, si concentrano le immagini, le sensazioni, le emozioni del poeta. Di qui la sua essenzialità. Condensazione e simbolizzazione sono procedimenti frequenti anche se non obbligatori di fare poesia. Niente è obbligatorio nel linguaggio poetico, che è espressione di totale libertà nel rispetto della forma specifica della poesia che è determinata dalla bellezza del verso. Tale bellezza, il più delle volte, scaturisce da una “fulminea illuminazione” o da una ricerca sulla polisemia (o polivalenza del significato) della parola. Spesso, poi, in un poeta sono ricorrenti alcune parole a lui particolarmente care che vengono definite stilemi o parole-chiave di quel determinato poeta, connotanti la sua poesia. Ma importanti sono anche i “campi semantici”, cioè quelle espressioni che sono tipicamente legate ai temi che quel poeta tratta più frequentemente di altri o che connotano quella particolare raccolta: la memoria, la vita e la morte, la guerra, i problemi sociali filtrati dalla propria sensibilità poetica, ecc.

-          Prosa e poesia, però, non sono antitetiche, come a volte mi capita di sentire, perché ci sono poesie che volutamente hanno un tono discorsivo e di ampio respiro e prose altamente liriche: tutto dipende dalla scelta delle parole e dalla loro composizione e disposizione, proprio come fossero uno spartito musicale. Oggi si parla di “intenzione comunicativa”, dopo tanta incomunicabilità sia in prosa che in poesia, come in tutte le altre arti, compreso il cinema, ossia la “decima musa”, ma noto che sempre più spesso si sta tornando al “poetare ermetico”. Per avere una maggiore libertà di “significazione”? Per andare controcorrente? Per avere il respiro del non detto e solo intuito? Per sorprendere il lettore e dargli nuovi motivi di rilettura? Potremmo parlarne insieme. (I testi da me consultati e rielaborati sono sempre gli stessi e conservano ancora oggi freschezza e attendibilità).

Alla prossima. Angela

mercoledì 31 gennaio 2024

Mercoledì 31 gennaio 2024: Compleanno della Grande MARIELLA BETTARINI: tanti anni fa bussai alla tua porta, mi spalancasti il CUORE...

E oggi permettetemi, amici miei carissimi e instancabili lettori, di parlare di Mariella Bettarini, mia coetanea e amica da oltre quarant’anni. Già da allora, come potrete vedere dalla dettagliata narrazione dello scrittore, poeta, saggista e critico letterario Luigi Fontanella, era molto famosa ed anche molto attenta alla scrittura degli altri, molto selettiva, anche nelle amicizie. La conobbi a Bari durante uno dei Convegni internazionali di “Donne e Poesia” realizzati e condotti da Anna Santoliquido, infaticabile nel promuovere incontri culturali tra i più grandi poeti e scrittori di fine Novecento. Mariella mi spalancò subito le braccia e il cuore dopo aver ascoltato il mio intervento sulla poesia. Da allora abbiamo spesso lavorato insieme, incontrandoci più volte a Firenze, dove risiede e dove incontravamo anche Gabriella Maleti, con cui condivideva la casa, l’amore per la scrittura e per la fotografia, fino alla pubblicazione del suo bellissimo Libro Poesie per mamma Elda con la SECOP edizioni (2019). Ora Gabriella non c’è più, nostro grande rimpianto. Anche lei nata nel 1942 a fine maggio come me. E ora abita nel nostro cuore. Ma per comprendere di più e meglio la grandezza etico-culturale della scrittura di Mariella Bettarini, ecco le parole di Luigi Fontanella:                                        

PER MARIELLA BETTARINI

… noi - congiunti e disgiunti / noi (sfatti)

facitori di guerre e / paci / […] noi

leviamo le tende / d’una occidente gloria

togliamoci le bende / d’una (ac)caduta storia.

1.  Scrivo con vivo piacere questa nota, critica e testimoniale, sulla poesia di Mariella Bettarini la cui conoscenza - e successiva, ancorché saltuaria frequentazione - risale nientemeno che alla lontana estate del 1981.

Ricordo perfettamente l’occasione di quel nostro primo incontro: avvenne a Siena, in concomitanza con una lettura di poesia alla quale partecipai insieme con Mariella (appunto) e vari altri poeti, senesi e romani, fra cui Roberto Gagno, Maria Jatosti, Attilio Lolini, Francesco Paolo Memmo e Achille Serrao. Quest’ultimo, a quel tempo, dirigeva con Carlo Ferrucci, Giancarlo Quiriconi e Marco Marchi una collana letteraria per le Edizioni Quaderni di Messapo, frutto dell’Associazione Culturale “Messapo”, che vedeva due specifiche città, Siena e Roma, impegnate in questo progetto editoriale in comune. Grazie ad esso, furono pubblicati vari libri di poesia, narrativa e saggistica i cui autori erano poeti e scrittori di valore; ne ricordo alcuni, come Ferdinando Falco, Mario Luzi, Francesco Paolo Memmo, lo stesso Serrao e- si parva licet – il sottoscritto.

Anni fervidi, quei primi anni Ottanta, per la poesia italiana, che si andava liberando del metalinguismo neoavanguardistico, che pure aveva lasciato tracce feconde nel linguaggio poetico di non pochi poeti attivi in quell’arco di tempo. La poesia di Mariella non era esente da quello sperimentalismo, a volte esasperato, solipsistico e perfino compiaciuto, ma in esso sapeva e voleva innestare, imprescindibile e personalissimo, il proprio impegno civile e umano. Questo strenuo impegno si è poi protratto per decenni, prima nell’àmbito della scuola elementare nella quale la Bettarini ha lavorato per un quarto di secolo, poi attraverso il sodalizio con Gabriella Maleti e l’intenso lavoro da loro svolto per le riviste “Salvo Imprevisti” prima, e “L’area di Broca” dopo, nonché attraverso la casa editrice Gazebo. Insomma, un’attività polivalente nella quale Mariella ha sempre messo al centro la Scrittura, fosse essa poetica o narrativa o saggistica o drammaturgica, creando uno stretto connubio tra teoria riflessiva del Pensiero e innata Sensibilità. In definitiva, un riflettere e sentire, il suo, fortemente intrecciato, come produttore di scrittura, o, altrimenti detto, usando un accoppiamento caro a Giulio Carlo Argan, che fu uno dei miei Maestri a La Sapienza, di Progetto e Destino. Credo che in tutto questo Mariella Bettarini intendesse anche superare gli steccati dei “generi” - tipici ad esempio certi suoi versi lunghi quasi tendenti a una prosa ritmica e al contempo qua e là improvvisamente smorzati -, ponendo in primo piano lo scrivere tout court, concepito con passione e ragione, impegno e ricerca, immaginazione e argomentazione. Come a dire che, alle spalle di questi binomi, c’era stata, per lei, la lezione vitale di poeti e intellettuali esemplari, veri e propri mentori ideali della Nostra, come Leopardi, Gramsci, Gadda, Landolfi, Pasolini, Volponi, Palazzeschi, don Milani, Zanzotto (sono i primi nomi italiani che mi vengono in mente, ai quali si potrebbero aggiungere opportunamente alcuni nomi storici di assoluto valore internazionale, come Emily Dickinson, Simone Weil - di lei Mariella tradusse e pubblicò nel 1970 Lettre à un religieux, per le Edizioni Borla - Hart Crane, Jean Paul Sartre, Albert Camus, Paul Celan, ecc.

2.  Nella poesia di Mariella appare evidente, fin dalle prime prove, l’impulso cogente del voler e del dover dare voce al mondo di coloro che nell’odierna società apparivano (e appaiono) persone emarginate, sfruttate, strumentalizzate, violate, o razzisticamente vilipese. Da qui la spinta a considerare la figura (e la funzione) del poeta come facente parte non di un’umanità privilegiata, ma di una comunità diversificata in cui sopravvivono vantaggi e benefici di casta, nonché pregiudizi sociali -  ad esempio quelli nei riguardi del lavoro sottopagato delle donne rispetto a quello degli uomini: un scontro, questo per l’emancipazione femminile, che è sempre stato uno dei campi di battaglia di Mariella. Ecco che allora alla base del suo lavoro poetico importa(va), sì, la ricerca linguistica, lo scavo e il rovello nella/sulla parola, ma anche un vero e proprio lavoro intellettuale da considerare mai fine a sé stesso: il linguaggio critico e creativo, concepito, in definitiva, come mezzo e non come scopo ultimo. Da questa piattaforma, il testo poetico per Mariella ha un valore vero solo se alla dimensione estetica si unisce quella socio-etica.  È da questa inscindibile relazione che scaturisce la “semplicità”, o ancora meglio l’autenticità (termini da intendersi nel loro valore, spoglio da un lato ma politicamente pregnante dall’altro). Solo assumendo in sé questa consapevolezza - in una società letteraria che oggi come oggi va sempre più corrompendosi o polverizzandosi telematicamente (Cesare Segre) -, il poeta potrà davvero sentirsi francescanamente “fratello” e “sorella” di ogni Creatura della nostra Terra. Questo eviterà anche che la poesia, come ha affermato più volte Giorgio Caproni (ecco un altro poeta che si potrebbe inserire fra i mentori ideali della Bettarini), diventi “chiacchiera”, futile chiacchiericcio, banalizzazione verbale senza alcuna professionalità, attraverso gli abusatissimi social.

Una rilettura del suo po(n)deroso volume antologico, intitolato A parte - In immagini 1963-2007, uscito da Gazebo undici anni fa, sta ampiamente a dimostrare questi appunti critici che vado scrivendo. Di questo suo fecondissimo, ormai più che cinquantennio creativo, qui mi piace ricordare velocemente alcuni tratti e modalità espressive.  Per esempio quelle legate alla raccolta Case, Luoghi, la Parola, uscita originariamente presso l’editrice Fermenti di Roma e vincitrice del Premio Anna Borra, in cui l’inesausta “interrogazione” dell’Autrice s’intreccia sapientemente con l’ostinato scavo linguistico e con la sua forza (auto)analitica. Oppure penso al volumetto Per mano d’un Guillotin qualunque (Ed. Orizzonti Meridionali, 1998), dove il tipico rovello linguistico di Mariella sembra a tratti girare centripetamente su sé stesso, trascinando in una spirale fatale la stessa energia verbomentale della scrittrice, sia per il ritmo martellante dei suoi settenari sia per gli effetti di una spietata quanto ironica autoanalisi psicofisica («è la speculazione / un montarsi la testa? / o filosofeggiare / adiuva l’endogena modestia? / dilemma fatuo-fiero / dilettosa tempesta»). Ma in mezzo a queste movenze sempre abbastanza taglienti, ecco a un certo punto farsi strada perfino degli haiku, gentili e delicati, a lei venuti balsamicamente incontro in un magico maggio (mi riferisco alla graziosa plaquette Haiku di maggio (Gazebo, 1999): «Conceda maggio / noi (suoi amatori) / finito omaggio». E come non ricordare poi il denso volume La scelta - la sorte (Gazebo, 2001)? Un libro in cui Mariella scandaglia accanitamente il mondo: quello interno a sé stessa e quello esterno che la circonda, fino a porsi domande estreme sul come e perché del nostro esserci e di tutto ciò che esso percorre attraversando il nostro provvisorio destino di viventi-di passaggio: le scelte e gli accidenti personali e perfino certi umori che li determinano. Un libro memorabile, complesso, lucido, appassionato. Direi tra più ambiziosi e seducenti pubblicati in Italia all’inizio del terzo millennio. E per finire, last but not least, non posso non ricordare il recentissimo, toccante Poesie per mamma Elda (SECOP Ed. 2019) - sto vertiginosamente sintetizzando - , un bel libretto connotato da un appassionato amore filiale, dedicato da Mariella a sua madre Elda Zuppo, «a testimonianza della sua serena, umile, dolorosa Persona» - come annota la stessa autrice nella sua telegrafica Introduzione. E davvero struggenti, come sigillate nel tempo, sono le immagini dell’album fotografico collocato in appendice. Per me assolutamente stellare e indimenticabile la prima fotografia, che ritrae Elda, al suo debutto come soprano, nell’opera Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa, al “Massimo” di Palermo, poi al Comunale di Firenze e alla Fenice di Venezia, anno 1940. Commovente e lancinante, nella sua articolazione in memoriam, la poesia a p. 37, a mio avviso l’apice dell’intero libro. Ne trascrivo gli ultimi versi: «le tue cose ritrovare quest’oggi /in una scatola m’hanno portato / tante lacrime - quelle / che non riuscii a piangere (io che mi sapevo pronta / al tuo gran passo - al mio) /quelle che oggi qua /piango per te - per me - per queste farfallette /di latta - queste bigiotterie - / per questa scatola /di tesori da nulla che t’incoronano regina /e madre del mio rimpianto.»

Grazie, Mariella, per tutto ciò che hai donato ai tuoi lettori e alla tua Firenze, città talora impettita e forse fin troppo orgogliosa; una città non sempre propensa alla tenerezza.                 

                                                     Long Island, 7-8 settembre 2019

Luigi Fontanella vive tra Firenze e Long Island, New York. Poeta, saggista e narratore, tra le sue più recenti pubblicazioni di poesia: L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 2010); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012, Premio I Murazzi); Disunita Ombra (Archinto, 2013, Premio Nazionale Frascati Poesia alla Carriera); L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015, Premio Pascoli, Premio Viareggio Giuria); La morte rosa (Stampa, 2015); Lo scialle rosso (Moretti & Vitali, 2017).  Vanno anche ricordati i romanzi Controfigura (Marsilio, 2009) e Il dio di New York (Passigli, 2017), e, per Macabor editore, il volume Viaggio nella poesia del Sud nazionale e cosmopolita. La poesia di Luigi Fontanella, a cura di Bonifacio Vincenzi.  luigifontanella02@gmail.com  

Di Mariella e Gabriella parlerò ancora, riportando parole, poesie, pensieri, emozioni…

A presto. Angela

lunedì 29 gennaio 2024

Lunedì 29 gennaio 2024: la "VOCAZIONE" alla POESIA è DONO incommensurabile e completamente gratuito...

Due giorni fa ho parlato di Nico e di come si scoprì poeta. E ho fatto riferimento anche a Neruda, riportando la sua splendida poesia. E poi a Gjeke Marinaj, altro genio poetico che ho “incontrato” grazie alla poesia e che fortunatamente mi è diventato amico con una corrispondenza assidua e molto affettuosa. E mi è tornata in mente la mia scoperta di amare la scrittura e la poesia oltre ogni altro amore. Voglio raccontarvela. È una bella storia, in cui è possibile specchiarsi e ritrovarsi.

                                                        LA POESIA

L'ho incontrata da bimbetta tra le fiabe che mio nonno ci raccontava, nelle albe sui carri, nei tramonti nel sole, tra le onde del mare. Dovunque mi portasse la sua voce. Dovunque si accendessero i suoi occhi. Dovunque ci fosse un sogno da vivere con la fantasia. Era poesia montare a cavallo, giocare con i cani e i gatti, far nascere i pulcini, far volare le tortorelle, parlare con gli uccellini...

Grazie sempre al mio nonno/papà, poi, avevo imparato la poesia più concreta e più “a portata di mani” di riconoscere le uova da cova “cu génjə” (fecondate) da quelle “scjàcquə” (vuote): mettevo le uova controluce davanti alla fiammella di una candela e, se vi notavo all’interno un dischetto più scuro all’apice, l’uovo veniva messo nel cesto della covata, altrimenti veniva da noi mangiato perché non avrebbe potuto far nascere alcun pulcino (non mi sono mai preoccupata nel tempo di sapere come indicare in italiano i due tipi di uova. Quella conoscenza e quell’abilità facevano parte della mia esperienza con mio nonno e tanto mi bastava).

Poi, piano piano, subentrarono nuovi interessi che non avevano niente a che fare con chiocce, pulcini, uova, gusci da far dischiudere per aiutare quelle bocche spalancate e pigolanti a venire fuori non appena si creavano da sole il pertugio iniziale da cui si annunciavano con quel flebile pigolio. Ma continuai a fare per loro da “mamma”: Stessi interventi amorevoli per gli uccellini nei nidi. Venivano fuori con i becchi spalancati in attesa di cibo ed io provvedevo come potevo. (ricordati che ciò che spinge dall’interno è energia che si trasforma in vita ciò che spinge dall’esterno è forza che può distruggere… le parole del nonno, sottese senza saperlo a una metafora perché l’uovo era solo un esempio…). E, se quei corpicini tremavano ed erano ancora bagnati, li avvolgevo nell’ovatta e me li mettevo sul seno tra maglia intima e maglietta “di sopra” perché stessero al calduccio fino a che li sentivo con le piccole ali frementi di salute e libertà.

                                                 Tenera poesia

Quanti gattini avrò allattato in quegli anni con i vari contagocce presi dai flaconi delle medicine che prendevano i nonni (che già avevano i loro acciacchi) quando le loro mamme morivano oppure li trascuravano? E quale poesia più bella del bisbigliarsi frenetico e melodioso dei canarini nella gabbietta e dei rondinini al primo risveglio dell’alba sotto le grondaie e tra i rami del gelso rosso? A me piaceva interpretare i loro racconti e le piccole faccenduole familiari che li rendevano pettegoli e battaglieri in grovigli di piume arruffate che volavano via come spruzzi di mare a rendere biancoazzurro il verde del cortile. Avevo una voce squillante, argentina, e mi piaceva gareggiare con il loro canto. Il nonno mi chiamava: “l'uccellino della casa”...

Ma poesia era per me anche il lavoro di ciabattino di mèstə Péppə, che era sempre presente tra quelle quattro mura della sua casa nel sottano vicino alla nostra casa al primo piano di un palazzo antico, perché faceva il calzolaio ed era quotidianamente seduto su uno sgabellino scuro davanti al suo deschetto scuro, in quel quadrato scuro di casa, tutto intento a risuolare scarpe scure, vecchie e con tanto di buchi, con tra le mani il martelletto e tra le labbra tanti chiodini, che prendeva lentamente, uno per volta, con il pollice e l’indice, dopo aver fatto un forellino fra suola e tomaia, credo, “chə l’assùgghjə” (con fustella? punzone? rivetto? mai saputo come si chiamasse in italiano. Per tutti era “l’assùgghjə” e basta!). Io andavo nella sua casa a chiamare Sabellina sua moglie, che veniva su da noi ad aiutare nonna Angelina nelle faccende domestiche, e m’incantavo ad osservare quella operazione così difficile con quei chiodini minuscoli tra quelle dita minuscole e i polpastrelli un po’ anneriti, che temevo venissero schiacciati dal martelletto che batteva batteva fino a far sparire il chiodo nella suola. Rimaneva un tondino lucido che per me era una delle tante stelline che mèstə Péppə disseminava sotto le scarpe, cosicché tutti potessero camminare sulle stelle, anche se le scarpe erano vecchie e logore di anni. Una fiaba. Un sogno. Un cielo stellato anche per la povera gente. Guardavo le mie scarpette belle e lucide e mi sentivo felice anche senza stelle. Tanto quelle mi fiorivano sempre nel cuore. 

Ma le scarpette che mi facevano davvero sognare e volare erano quelle di cotone e cordonetto e fili iridescenti di seta di più colori che mi cantavano tutti i canti della primavera ed erano un ricamo di fiori, farfalline, uccellini, che rendevano i nostri piedini dei prati fioriti.(quel mazzoliin di fiori che vien dalla montaaaagna…). Le confezionava la mamma di una nostra amichetta, di cui non ricordo più il nome. Era una mamma fatata perché faceva fiorire dalle sue mani con il velocissimo uncinetto, più prodigioso di una bacchetta magica, tutti quei ricami di colori diversi che poi, sempre con l’uncinetto, applicava sulle tomaie di cartone pressato, su cui avevamo poggiato i nostri piedini per farle prendere la sagoma. Realizzava, così, quelle splendide e splendenti scarpette che vincevano di gran lunga la gara con quelle di vernice nera con gli occhi di bue, che calzavamo la domenica, uguali a quelle di tante bambine della nostra età e del nostro ambiente e anche di molte bamboline di biscuit. Ma le scarpette magiche le ricordo benissimo. Potere della memoria e della parola scritta. Ma potere anche della fantasia che a quella memoria aggiunge parole mai dette e forse vite mai vissute. La narrazione fa rivivere il passato e appaga la nostra gioia di raccontare…. Del resto, “Scrivere vuol dire farsi eco di ciò che non può cessare di parlare…” (Maurice Blanchot)

Poi, nel tempo di anni a ancora anni ho scritto tanto e ho continuato a scrivere: Saggi, Poesie, Relazioni. Prefazioni. Presentazioni. Romanzi. Di tutto e di più senza stancarmi mai. Una scrittura che riguardava essenzialmente me per guarire, dopo tante vicissitudini dolorose sempre presenti alla mia vita, e gli altri che mi piaceva scoprire con i loro talenti e la loro “buona e bella” scrittura. Ma quante atmosfere perse, quanti sapori dimenticati! Anni e anni vissuti senza potermi affacciare al mondo per troppi impegni, troppo lavoro… Io, tra l’altro, anche preparatrice per i vari Concorsi che permettevano a diplomati e laureati di entrare di ruolo nelle diverse scuole “di ogni ordine e grado”. E persino per Dirigenti Scolastici. Poi, è accaduto qualcosa che mi ha spinto a riprendere il discorso interrotto per un bel po’ di anni. Non parlo di scrivere, mio pane quotidiano, ma di pubblicare. Mi mancava il tempo per strutturare bene poesie, racconti, romanzi, saggi e farne nuovi libri. Non avevo tempo, né serenità. Dopo 10 anni, però, ho ripreso a pubblicare. Ma anche a scrivere poesie, racconti, romanzi, saggi, molti dei quali mai pubblicati. Persino lettere Ad Familiares, mai sistemate per farne un libro e mai pubblicate. Potere della passione per la narrazione e la scrittura. Potere della creatività. È strano a dirsi, ma solo a mamma e babbo, nei tanti anni in cui siamo stati lontani non ho mai scritto lettere o poesie. Aggiungevo uno svogliato saluto in calce alle lettere che Lizia periodicamente scriveva per dare notizie della salute dei nonni e dei nostri studi. Una volta mamma, in una delle rare volte in cui veniva a trovarci nella nostra casa, dopo lunghi ed estenuanti viaggi in treno, mi prese in disparte e con voce dispiaciuta si rammaricò dei miei silenzi e dei miei saluti laconici, dopo aver ricevuto da zio Padre Leonardo (fratello del nonno e famoso oratore in tutto il mondo in tanti anni vissuti in America e poi tornato per ricoprire il ruolo di Padre Provinciale a Perugia) una lettera in cui le parlava della mia scrittura “particolare per l'armonia dei suoni e delle parole, per la musicalità del periodare”.

“Perché, Lina, non ci scrivi mai? Devo sapere dagli altri che scrivi bene?”, si rammaricò mamma. Le risposi evasivamente: “Non so cosa scrivere, mamma. Vi racconta tutto Lizia”. “Ma i tuoi pensieri non sono quelli di Lizia, né le tue parole”, mi rimproverò dolcemente mamma. “I tuoi sentimenti nei nostri riguardi sono esclusivamente tuoi, come fai ad accontentarti che Lizia scriva per te?”. “Lei ha più pazienza ed è più ordinata ed essenziale. Io vi scriverei una montagna di sciocchezze, un romanzo tutto inventato e non ne ho il tempo”. “Non mi risulta che studi più di tua sorella e dunque? Dove e come impieghi il tuo tempo?”. Le risposi ancora una volta in modo evasivo con un “boh” e un “non so”, che la lasciarono dubbiosa e scontenta. Ma io non potevo dirle 'perdo il mio tempo a fantasticare, a chiacchierare con le mie amiche, a leggere romanzi e fumetti, a scrivere poesie e racconti, ad andarmene in giro in bicicletta, a suonare il pianoforte e ad ascoltare la radio'. Non potevo dirle 'mi manchi da morire e per questo non ti scrivo. Per punirti. Perché la tua assenza mi fa male. Perché hai altri quattro figli a cui pensare. Perché io sono così... E Lizia è altra cosa da me. Condividiamo la stessa tua assenza, ma non parliamo mai di come la combattiamo. Lei forse studiando perché le piace farlo ed è contenta di darvi grandi soddisfazioni. Io vagabondando di qua e di là, zingara di me stessa, e litigando con nonna Angelina per i miei ritardi nel tornare a casa dopo ogni biciclettata fuori porta per cercarti oltre il cortile, il gelso, le rose. Perché tu sei oltre l'amore che ti potrei dire...'. A causa della sua lontananza, lei era per me in quegli anni disperazione e lacrime mascherate da superficialità. Leggerezza. CanzoniLei era la mia perenne ATTESA. E anche tutto questo, a ben pensarci oggi, era POESIA.

E grazie alla poesia ho viaggiato molto, fatto bellissimi incontri con persone eccezionali per cultura, creatività, umanità: Alberto Bevilacqua, Maria Rita Parsi, Ivan Graziani, Diego Dalla Palma… a cui ho fatto   interviste. Con lunghe chiacchierate e le insolite albe sul mare. Le nostre parole. Le tante indimenticate parole con accenti diversi e diversi timbri e intonazioni. L’Egitto. La Grecia. La Francia e l’Inghilterra. La Serbia e Belgrado con tutto il blu del Danubio e della Sava e il verde dei pascoli e l’oro dei monasteri. Meravigliosi quelli del Kosovo. L’Ungheria e Budapest con la splendida Cattedrale di Santo Stefano… La poesia, la scrittura a farmi compagnia dappertutto per raccontare storie che altri ignoravano. Per ascoltare storie che io ignoravo. E tanti tanti premi in Italia e all’estero. I più prestigiosi in Serbia: Smederevo, Belgrado. Poi dall’America forse il più importante, ma il 15 marzo sarò nuovamente a Roma, al Palazzo della Regione, per un altro Premio, di cui è prematuro parlare. Mi  ritengo davvero fortunata per ogni apprezzamento ricevuto semplicemente per aver scritto un commento critico per una poesia, postata su FB, per i tanti libri pubblicati, per gli incontri avvenuti durante i numerosi memorabili viaggi con il mio compagno di vita e di poesia e con i miei figli, mio genero, divenuto editore di una bella Casa Editrice “altra”, alla ricerca della bellezza nelle parole di tanti altri validissimi Autori in Puglia, in Italia, all’estero. In numerosi luoghi che non fossero l'Italia: culla di ogni bellezza e di ogni incanto! E altri incontri con persone nuove per scoprirci in un lampo degli occhi, in un gesto della mano. In un sorriso d’intesa. Amo viaggiare. Amo incontrare gli altri. Conoscere altre culture. Altri modi di essere. Sono, invece, decisamente costituzionalmente testardamente refrattaria a imparare le lingue! A mio discapito, purtroppo, perché rischio di perdere i fili meravigliosi di altri rapporti con persone straniere: nuove opportunità di incontri, nuove amicizie che potrebbero farsi lunghe nel tempo, nuove sintonie…. Ma ogni ritorno a casa ha segnato un nodo nel cuore, un canto alla bellezza della nostra penisola. 

E voglio concludere con una poesia per affermare poeticamente l’amore per la mia terra e per non smentire clamorosamente la mia “vocatio” alla scrittura e al linguaggio poetico che mi è toccato in sorte, quale dono meraviglioso e gratuito, di cui sono immensamente grata al buon Dio. E a chi ha fatto di me una bambina attenta all’ascolto. L’ASCOLTO! Dall’ascolto delle fiabe di mio nonno è partita la scoperta delle parole e della loro bellezza. Attraverso le PAROLE, poi, mi è stato possibile scoprire gli altri, che vivono con me in sintonia, e il mondo con occhi d’amore e di mai perduto incanto… La poesia è lunghissima e ha come titolo “Canto per la mia terra”: Ha ancora un urlo d’alberi/ questa terra/ che s’inerpica d’azzurro/ e conosce tutte le rive/ del nostro pianto./ Macchia mediterranea/ intrichi di selve interrotte/ dal ricamo festoso/ delle ginestre in fiore/ che cantano al cielo/ l’inno gialloverde/ di questa terra umida/ in lotta contro rovi d’arsura./ Bianche vele ridono/ tra labbra di onde/ che giocano a nascondino/  lontano dalla riva assolata/ con scogli aguzzi/ in gorghi di spuma/ e sabbia dorata./ Questa terra di rimorsi/ di frenesia di pizzica e cicale./ Terra con dita d’argento/ tra rami feriti che artigliano/ un cielo sorpreso e sgomento/ Muoiono secolari ulivi/ come la nostra umanità alla deriva./ Uomini-dei ingannano il sole/ con pronta mannaia di sangue/ arrossando con rossastre macchie/ d’insano assassinio/ la rossa terra del nostro Salento/ pronti a recidere chiome di spavento/ (strangolate ammanettate umiliate)/ delle maestose millenarie/ nostre sculture di dolore e fatica/ concesse dal nostro Cielo/ (promessa di pace ragione di vita)./ Terra che getta un cordone/ di brulle colline/ ad imbrigliare il bianco di calce/ delle case a cono/ dimora di fate e folletti/ misteri di segni e simboli/ e liturgie pagane/ dove il verde delle Murge/ sussurra di funghi e pietre/ e ferule e lumache/ in gara con l’azzurro tra i rami./ Rossastra ruggine/ di monti a nido dipinge/ il Gargano che s’affaccia sul mare/ sfidando superbo le nuvole/ a specchiarsi in golfi e laghi costieri./ E di grano che al vento danza/ e canta come cicala impazzita di sole/ si cinge generosa la piana dauna/ che ai suoi piedi si perde/ trafitta da lame d’arsenico/ che seminò morte e raccolse ferite./ Lunga come la sua lunga storia/ è la mia terra di principi e briganti/ di acque e sale e vento di naviganti./ Alla grotta della poesia/ mi bagnai un giorno/ inseguita dalle mie lunghe trecce e seppi della mia sorte/ segnata d’archi di pianto-incanto/ e da stelle di mare e serti di parole/ a raccontare della mia gente storie/ che fumano dai camini ridono urlano/ e con versi di tenerezza cantano/ lo splendore di questa terra/ dai miei tetti di sole.

Vi siete annoiati? Spero di no. E, comunque, per oggi può bastare. A domani o dopodomani. Mi piacerebbe parlare della importanza delle parole e della possibilità di viverle in sintonia con quanti ci corrispondono. Come avviene nel nostro blog. GRAZIE! Angela

 

 

sabato 27 gennaio 2024

Sabato 27 gennaio 2024: oltre la GIORNATA DELLA MEMORIA, il ricordo sempre vivo di NICO MORI...

Ho scritto ieri il mio NO. Il mio NO a tutte le guerre, a tutti i massacri, a tutti gli Olocausti a livello mondiale per “non dimenticare” e perché oggi avevo e ho altri RICORDI da ricordare: le NOZZE di mio padre e mia madre 84 anni fa e la perdita di Nico Mori, mio carissimo amico fraterno fino a tre anni fa e nell’Oltre, fra la terra e le stelle. Per circa tre anni, mi sono ostinata a ricordare come data della sua morte il 20 gennaio, ma poi, improvvisamente, dopo tre anni davvero difficili per me sul versante salute, ecco che ho ricordato la motivazione per cui avevo dimenticato. Ma non è importante per voi che mi leggete e che mi volete bene, è importante per me che, qualche volta, non mi voglio bene e per questo faccio fatica a ricordare. Ma Nico mi è troppo caro per non parlarne ancora. Magari, questa volta, attingendo dal suo ultimo libro, a cui ho fatto la prefazione, perché si abbia di Nico una idea più completa. E dalla prefazione vi riporto alcuni stralci più significativi:

<Bellissimo titolo quello che Nico Mori ha dato a questo suo nuovo libro, I pescatori di meraviglie

e altre storie (SECOP edizioni, Corato - Bari): un titolo, che contiene in sé l’immensità del mare,

la sua profondità, i suoi tesori nascosti e a pelo d’acqua; il suo mistero e la sua magia; l’amore

che l’Autore nutre per il mare, di cui si nutre: con gli occhi, le mani, il cuore. Inseguendo una vela

bianca, origine e compimento di tutti i suoi sogni, documentata da un romanzo con struttura “ad

anello”, che parte da un Prologo per giungere ad un Epilogo, sempre in un attraversamento delle

azzurre acque, con l’intento di forare il cielo per andare oltre: oltre il tempo, lo spazio, sé stesso e il proprio corpo, i propri pensieri, e persino il proprio cuore…

In mezzo, il viaggio. Il viaggio esistenziale di un uomo di terra e di mare: un uomo nato nell’aspra

terra della Murgia altamurana ma innamorato del mare e che sul mare, anche metaforico, ha vissuto la sua avventura della vita, tra marosi e tempeste, tra scogli appuntiti e rade di temporanei approdi.

Infatti, tra Prologo ed Epilogo si snodano dieci capitoli che, partendo da una crisi cardiaca

che porta Nico Mori dal gustare, nella propria la casa, un brano di musica di Chopin che ama

perdutamente e la lettura di un libro filosofico sul dubbio cartesiano (…) ad una corsia di ospedale dove si ritrova bruscamente a lottare tra la vita e la morte, senza capire il perché, proprio mentre viene sommerso dai ricordi del suo mare e della sua vela in tanta azzurra tenerezza.

La musica di Chopin lo aveva appena avvolto in un abbraccio morbido e lo cullava dolcemente

quando... il fiume di lava era esploso. All’improvviso, con fragore, gli aveva squarciato

il petto come un fendente di spada, gli aveva incendiato la gola, tolto il respiro scaraventandolo

giù dalla poltrona, sul tappeto, accartocciato come una foglia secca a vomitare rantoli soffocati.

Poi, l’urlo lacerante dell’ambulanza, la dottoressa che gli stringeva una mano e parlava

concitatamente al telefono con l’ospedale per segnalare un codice rosso per imminente arresto

cardiaco, l’ago della flebo nel braccio che gocciolava stille di vita e il dolore che si faceva meno aggressivo, o così gli sembrava.

E i giorni si trasformano in un rosario di ricordi che si aggrumano intorno alla società e le sue regole da sovvertire per tentare di cambiarla e migliorarla. E il mare, l’immenso mare che ha il suo linguaggio da rispettare per poter guadagnare la riva e poi ripartire alla scoperta di nuovi orizzonti e di immensi tesori nascosti nei suoi fondali. Sì, i “pescatori di meraviglie” non smettono mai di sognare, neppure quando, stanchi e sfiniti, inseguono più ricordi che sogni, senza smettere mai di afferrare stelle, che sono desideri (e, nel gioco di parole che tanto amo, de-sidera sta a significare: intorno alle stelle; ma anche, con un “de” deprivativo: colmare un vuoto di stelle)… magari in un altro cielo che raccolga nel suo azzurro un mare altro…>

Del resto, Nico è stato un uomo di rara sensibilità, sempre preso dai suoi incanti: marito tenero, affettuoso, prodigo di doni, tanti quelli floreali in giorni non necessariamente deputati a farli, alla sua Tea; padre profondamente, poeticamente innamorato dei suoi figli: Manuela e Alberto. Con toni diversi e modalità legate alla loro personalità, alle loro esigenze; amico attento, sincero, generoso, sia con gli uomini che con le donne, pur avendo una predilezione particolare per il genere femminile; poeta sopra ogni cosa. e, a questo proposito, è necessario riprendere a raccontare dalla prefazione per via di un dettaglio, decisamente importante. Parlo di un <accadimento che hanno lasciato nell’animo di Nico una scia, un segno profondo, una scalfittura, una ferita non rimarginabile. Una scoperta strabiliante a segnarlo per tutta la vita. Il signum: presagio.

Ora vedeva distintamente suo padre, che faceva levare in volo un aquilone azzurro e gli legava il

filo al polso. Lo strano uccello di carta danzava nel vento in compagnia di due gabbiani che gli erano venuti incontro mentre lui correva a perdifiato sulla sabbia, scalzo, inseguendo il cuore che faceva capriole e, pazzo di gioia, urlava, urlava, urlava, ma non parole. A sei anni non possedeva ancora parole adeguate che potessero esprimere quegli attimi di felice delirio. Suoni, emetteva suoni indistinti fatti di vocali e consonanti che si legavano tra loro e si componevano nella meravigliosa armonia di una lingua sconosciuta che, comunque, raccontava emozioni. Più tardi, solo molto più tardi, da adulto, avrebbe capito che quel giorno di fine maggio, su una spiaggia deserta di Torre Canne, la Poesia gli era venuta incontro svelandogli che sarebbe stato possibile - ogni volta che l’avesse voluto - trasformarsi in un aquilone, un gabbiano, nel mare, nelle nuvole e osservare sé stesso e il mondo con altri occhi che non fossero i suoi: occhi di mare, occhi di vento...

Ecco il primo indimenticabile ricordo. Il segno indelebile del suo destino di poeta, tanto che ogni   suo “racconto” si traduce inevitabilmente in pennellate di poesia>.

E mi tornano alla mente i versi di Pablo Neruda quando si accorse di essere un poeta: Accadde in quell’età… La poesia/ venne a cercarmi, non so da dove/ sia uscita, da inverno o fiume./ Non so come né quando,/ no, non erano voci, non erano/ parole né silenzio,/ ma da una strada mi chiamava,/ dai rami della notte,/ bruscamente fra gli altri,/ fra violente fiamme/ o ritornando solo,/ era lì senza volto/ e mi toccava.//  Non sapevo che dire, la mia bocca/ non sapeva nominare,/ i miei orecchi erano ciechi,/ e qualcosa batteva nel mio cuore,/ febbre o ali perdute,/ e mi feci da solo,/ decifrando/ quella bruciatura,/ e scrissi la prima riga incerta,/ vaga, senza corpo, pura/ sciocchezza,/ pura saggezza/ di chi non sa nulla,/ e vidi all’improvviso/ il cielo/ sgranato/ e aperto,/ pianeti,/piantagioni palpitanti,/ombra ferita,/ crivellata/ da frecce, fuoco e fiori,/ la notte travolgente, l’universo.// Ed io, minimo essere,/ ebbro del grande vuoto/ costellato,/ a somiglianza, a immagine/ del mistero,/ mi sentii parte pura/ dell’abisso,/ ruotai con le stelle,/ il mio cuore si sparpagliò nel vento.

E del <grande poeta americano, di origini albanesi, Gjeke Marinaj:

Anche da piccolo correvi per afferrare

l’arcobaleno/ tra le tue mani;/ ma ogni volta

l’arcobaleno veleggiava via/ con i canuti riccioli del

cielo.// Tu tornavi piangendo.// Ora non piangi

né gli corri dietro./ Perché hai il tuo arcobaleno - di

parole./ Non è questo della bellezza raro dono?

(G. Marinaj, “La madre parla al figlio poeta”, in

Schizzi d’immaginazione, SECOP edizioni 2019).

Straordinaria somiglianza tra gli aquiloni di Nico e gli arcobaleni di Gjeke. Sembra che la poesia abbia un’anima universale e che il destino di un poeta sia segnato da accadimenti come questi

che procurano pianto o ebbrezza, ma sono sempre forieri di ricami di parole in veste di poesia.

Nico (questo l’inevitabile nome del protagonista di tutte le storie), però, ha due anime: quella

dell’uomo romantico, innamorato dell’amore, della bellezza, delle donne, della natura e della vita; e quella di un signore disincantato, scontento, ironico, solitario, deluso, scontroso, che parla e si confronta con tutte le “prigioni” della mente e del cuore, da cui il suo spirito libero cerca disperatamente di scappare, rischiando la solitudine e lo sberleffo della sorte, non sempre generosa e benigna nei suoi riguardi, ma spesso arrendevole e compiaciuta per i suoi atti di coraggio e di determinazione a resistere. Nello sport come nella vita.

L’arbitro... aveva contato fino a dieci, il pubblico era ammutolito. Non un applauso, neanche da parte degli atleti della sua squadra. In piedi nel suo angolo, Nico era stremato, aveva voglia di piangere e ridere. Piangere e ridere, mentre Nestore in lacrime urlava: “Campione, campione,

campione, sei il campione dei ferrovieri!!!!!.”.

Il terzo Nico è colui che racchiude in sé i primi due e che racconta, ora commuovendoci, ora

facendoci sorridere divertiti, ora incantandoci con la sua affabulazione, ora facendoci riflettere su un mondo, quello dei nostri giorni (ma Vico ci ha parlato dei “corsi e ricorsi storici”, non dimentichiamolo!), che lo trova estraneo alla sua volgarità, violenza, indifferenza, disumanità.

Metà di me non mi appartiene/ naviga/

dove il chiaro dell’aurora boreale/ si stempera nel

blu infinito della notte./ Metà di me si dissolve in

milioni di grani/ e si sparge e combina/ in simpatia

con miliardi di atomi/ sulla linea d’ombra/

al limite di ogni verità/ dove certezze sconfinano

nel dubbio/

e l’umano sapere è attonita coscienza

dell’immenso.

Nico è sempre dimidiato tra realtà e fantasia, tra ragione e cuore, tra tormenti dell’anima e drastico rifiuto di mondi sconosciuti ai suoi sentimenti e che sente angusti fino a strangolarlo. (…)

Quanti importanti incontri nel percorso esistenziale di Nico: con gli uomini di chiesa e con i

giovani militanti di sinistra, con i parenti, anziani e giovani, alcuni incoraggianti “maestri di vita”,

indimenticabili e indimenticati. Con i coetanei, con le ragazze e poi le donne e con gli amici di

elezione. Uno fra tutti: Germàn Rojas, con cui condivide una fede politica ormai quasi in disuso

anche nella loro mente, ma tenuta viva nel proprio cuore per sentire ancora il palpito di un credo. Una speranza. L’amico giusto, con cui parlare di sogni e illusioni, di ideali di libertà e clamorose sconfitte del pensiero libero in un mondo di “pensiero unico”. Germàn, ventitreenne eroe “per caso” durante i giorni della rivolta contro il democratico Allende per instaurare la dittatura di Pinochet nel suo Cile, e imprigionato, torturato, esiliato, segnato ferocemente nel corpo e nell’anima. L’amico fraterno più volte perduto e ritrovato sotto altri cieli, altre identità, un solo progetto identitario per entrambi, nonostante gli anni e le distanze geografiche: diventare “pescatori di meraviglie”.

Caro Nico, (…) Non lasciarci senza la tua parola, senza i tuoi sogni, senza la tua folle geografia italica, senza il tuo mare, senza la tua tenerezza. Vai oltre i “confini di te”, con tutta la forza che

hai, non fermarti, non spegnerti. (…) I nostri confini sono come l’utopia alla quale non

rinunceremo mai. Perché tu ed io siamo l’orizzonte e, insieme, noi siamo l’utopia. Pescatori di meraviglie, ricordi? A costo di annegare nei mari della luna. Ti abbraccio con l’immenso affetto di un fratello. Germán

Ma, per essere pescatori, bisogna aver prima incontrato il MARE. E Nico l’ha incontrato nei suoi pensieri da sempre e se ne è innamorato perdutamente quando da bambino lo ha visto e toccato per la prima volta. Poi… aveva imparato a conoscerlo. Ad attraversare la sua superficie. A scandagliare i suoi fondali, fisici e metafisici, scoprendo meraviglie sempre più profonde e verità su cui riflettere… (…).

E si potrebbe concludere qui il nostro viaggio nelle meravigliose pagine di questo libro, ma c’è un Epilogo che ci riporta all’inizio di tutto, a quel segno rivelatore: Nico sarebbe stato un poeta come lo è stato per tutta la vita (…). Perché, in realtà, poeti si nasce, non si diventa. Ma sarebbe stato anche (…) un solitario ribelle, amante della giustizia e della verità; un uomo che avrebbe dato la propria vita perché non accadesse lo stupro del corpo a Vincenza e quello dell’anima a Francesca; un uomo che, con tutto il suo essere in rivolta contro una società omertosa, volgare e indifferente, ha trovato il modo di parlarne con toni delicati di rara poesia(…), cantando i misfatti di ogni tempo con lievità infinita. E tutta la sua scrittura è un canto in cui si staglia e si anima la vita: tra incontri e scontri, dolore e allegria, libri e uomini, canzoni e poesie, sue e di altri; terra e mare e sempre tanto azzurro oltre le nuvole, tante stelle oltre il buio, tanta voglia di vivere e continuare a meravigliarsi perché tutto è sogno, come altri grandi Poeti (Shakespeare? Calderòn de la Barca? Miguel de Cervantes?) gli hanno insegnato. (…)

Nico ha due amuleti: il MARE e la VELA per continuare a vivere e sognare ancora… o continuare

a sognare per vivere ancora…>

E rimangono a raccontare di lui solo le parole del cuore. Angela