lunedì 29 gennaio 2024

Lunedì 29 gennaio 2024: la "VOCAZIONE" alla POESIA è DONO incommensurabile e completamente gratuito...

Due giorni fa ho parlato di Nico e di come si scoprì poeta. E ho fatto riferimento anche a Neruda, riportando la sua splendida poesia. E poi a Gjeke Marinaj, altro genio poetico che ho “incontrato” grazie alla poesia e che fortunatamente mi è diventato amico con una corrispondenza assidua e molto affettuosa. E mi è tornata in mente la mia scoperta di amare la scrittura e la poesia oltre ogni altro amore. Voglio raccontarvela. È una bella storia, in cui è possibile specchiarsi e ritrovarsi.

                                                        LA POESIA

L'ho incontrata da bimbetta tra le fiabe che mio nonno ci raccontava, nelle albe sui carri, nei tramonti nel sole, tra le onde del mare. Dovunque mi portasse la sua voce. Dovunque si accendessero i suoi occhi. Dovunque ci fosse un sogno da vivere con la fantasia. Era poesia montare a cavallo, giocare con i cani e i gatti, far nascere i pulcini, far volare le tortorelle, parlare con gli uccellini...

Grazie sempre al mio nonno/papà, poi, avevo imparato la poesia più concreta e più “a portata di mani” di riconoscere le uova da cova “cu génjə” (fecondate) da quelle “scjàcquə” (vuote): mettevo le uova controluce davanti alla fiammella di una candela e, se vi notavo all’interno un dischetto più scuro all’apice, l’uovo veniva messo nel cesto della covata, altrimenti veniva da noi mangiato perché non avrebbe potuto far nascere alcun pulcino (non mi sono mai preoccupata nel tempo di sapere come indicare in italiano i due tipi di uova. Quella conoscenza e quell’abilità facevano parte della mia esperienza con mio nonno e tanto mi bastava).

Poi, piano piano, subentrarono nuovi interessi che non avevano niente a che fare con chiocce, pulcini, uova, gusci da far dischiudere per aiutare quelle bocche spalancate e pigolanti a venire fuori non appena si creavano da sole il pertugio iniziale da cui si annunciavano con quel flebile pigolio. Ma continuai a fare per loro da “mamma”: Stessi interventi amorevoli per gli uccellini nei nidi. Venivano fuori con i becchi spalancati in attesa di cibo ed io provvedevo come potevo. (ricordati che ciò che spinge dall’interno è energia che si trasforma in vita ciò che spinge dall’esterno è forza che può distruggere… le parole del nonno, sottese senza saperlo a una metafora perché l’uovo era solo un esempio…). E, se quei corpicini tremavano ed erano ancora bagnati, li avvolgevo nell’ovatta e me li mettevo sul seno tra maglia intima e maglietta “di sopra” perché stessero al calduccio fino a che li sentivo con le piccole ali frementi di salute e libertà.

                                                 Tenera poesia

Quanti gattini avrò allattato in quegli anni con i vari contagocce presi dai flaconi delle medicine che prendevano i nonni (che già avevano i loro acciacchi) quando le loro mamme morivano oppure li trascuravano? E quale poesia più bella del bisbigliarsi frenetico e melodioso dei canarini nella gabbietta e dei rondinini al primo risveglio dell’alba sotto le grondaie e tra i rami del gelso rosso? A me piaceva interpretare i loro racconti e le piccole faccenduole familiari che li rendevano pettegoli e battaglieri in grovigli di piume arruffate che volavano via come spruzzi di mare a rendere biancoazzurro il verde del cortile. Avevo una voce squillante, argentina, e mi piaceva gareggiare con il loro canto. Il nonno mi chiamava: “l'uccellino della casa”...

Ma poesia era per me anche il lavoro di ciabattino di mèstə Péppə, che era sempre presente tra quelle quattro mura della sua casa nel sottano vicino alla nostra casa al primo piano di un palazzo antico, perché faceva il calzolaio ed era quotidianamente seduto su uno sgabellino scuro davanti al suo deschetto scuro, in quel quadrato scuro di casa, tutto intento a risuolare scarpe scure, vecchie e con tanto di buchi, con tra le mani il martelletto e tra le labbra tanti chiodini, che prendeva lentamente, uno per volta, con il pollice e l’indice, dopo aver fatto un forellino fra suola e tomaia, credo, “chə l’assùgghjə” (con fustella? punzone? rivetto? mai saputo come si chiamasse in italiano. Per tutti era “l’assùgghjə” e basta!). Io andavo nella sua casa a chiamare Sabellina sua moglie, che veniva su da noi ad aiutare nonna Angelina nelle faccende domestiche, e m’incantavo ad osservare quella operazione così difficile con quei chiodini minuscoli tra quelle dita minuscole e i polpastrelli un po’ anneriti, che temevo venissero schiacciati dal martelletto che batteva batteva fino a far sparire il chiodo nella suola. Rimaneva un tondino lucido che per me era una delle tante stelline che mèstə Péppə disseminava sotto le scarpe, cosicché tutti potessero camminare sulle stelle, anche se le scarpe erano vecchie e logore di anni. Una fiaba. Un sogno. Un cielo stellato anche per la povera gente. Guardavo le mie scarpette belle e lucide e mi sentivo felice anche senza stelle. Tanto quelle mi fiorivano sempre nel cuore. 

Ma le scarpette che mi facevano davvero sognare e volare erano quelle di cotone e cordonetto e fili iridescenti di seta di più colori che mi cantavano tutti i canti della primavera ed erano un ricamo di fiori, farfalline, uccellini, che rendevano i nostri piedini dei prati fioriti.(quel mazzoliin di fiori che vien dalla montaaaagna…). Le confezionava la mamma di una nostra amichetta, di cui non ricordo più il nome. Era una mamma fatata perché faceva fiorire dalle sue mani con il velocissimo uncinetto, più prodigioso di una bacchetta magica, tutti quei ricami di colori diversi che poi, sempre con l’uncinetto, applicava sulle tomaie di cartone pressato, su cui avevamo poggiato i nostri piedini per farle prendere la sagoma. Realizzava, così, quelle splendide e splendenti scarpette che vincevano di gran lunga la gara con quelle di vernice nera con gli occhi di bue, che calzavamo la domenica, uguali a quelle di tante bambine della nostra età e del nostro ambiente e anche di molte bamboline di biscuit. Ma le scarpette magiche le ricordo benissimo. Potere della memoria e della parola scritta. Ma potere anche della fantasia che a quella memoria aggiunge parole mai dette e forse vite mai vissute. La narrazione fa rivivere il passato e appaga la nostra gioia di raccontare…. Del resto, “Scrivere vuol dire farsi eco di ciò che non può cessare di parlare…” (Maurice Blanchot)

Poi, nel tempo di anni a ancora anni ho scritto tanto e ho continuato a scrivere: Saggi, Poesie, Relazioni. Prefazioni. Presentazioni. Romanzi. Di tutto e di più senza stancarmi mai. Una scrittura che riguardava essenzialmente me per guarire, dopo tante vicissitudini dolorose sempre presenti alla mia vita, e gli altri che mi piaceva scoprire con i loro talenti e la loro “buona e bella” scrittura. Ma quante atmosfere perse, quanti sapori dimenticati! Anni e anni vissuti senza potermi affacciare al mondo per troppi impegni, troppo lavoro… Io, tra l’altro, anche preparatrice per i vari Concorsi che permettevano a diplomati e laureati di entrare di ruolo nelle diverse scuole “di ogni ordine e grado”. E persino per Dirigenti Scolastici. Poi, è accaduto qualcosa che mi ha spinto a riprendere il discorso interrotto per un bel po’ di anni. Non parlo di scrivere, mio pane quotidiano, ma di pubblicare. Mi mancava il tempo per strutturare bene poesie, racconti, romanzi, saggi e farne nuovi libri. Non avevo tempo, né serenità. Dopo 10 anni, però, ho ripreso a pubblicare. Ma anche a scrivere poesie, racconti, romanzi, saggi, molti dei quali mai pubblicati. Persino lettere Ad Familiares, mai sistemate per farne un libro e mai pubblicate. Potere della passione per la narrazione e la scrittura. Potere della creatività. È strano a dirsi, ma solo a mamma e babbo, nei tanti anni in cui siamo stati lontani non ho mai scritto lettere o poesie. Aggiungevo uno svogliato saluto in calce alle lettere che Lizia periodicamente scriveva per dare notizie della salute dei nonni e dei nostri studi. Una volta mamma, in una delle rare volte in cui veniva a trovarci nella nostra casa, dopo lunghi ed estenuanti viaggi in treno, mi prese in disparte e con voce dispiaciuta si rammaricò dei miei silenzi e dei miei saluti laconici, dopo aver ricevuto da zio Padre Leonardo (fratello del nonno e famoso oratore in tutto il mondo in tanti anni vissuti in America e poi tornato per ricoprire il ruolo di Padre Provinciale a Perugia) una lettera in cui le parlava della mia scrittura “particolare per l'armonia dei suoni e delle parole, per la musicalità del periodare”.

“Perché, Lina, non ci scrivi mai? Devo sapere dagli altri che scrivi bene?”, si rammaricò mamma. Le risposi evasivamente: “Non so cosa scrivere, mamma. Vi racconta tutto Lizia”. “Ma i tuoi pensieri non sono quelli di Lizia, né le tue parole”, mi rimproverò dolcemente mamma. “I tuoi sentimenti nei nostri riguardi sono esclusivamente tuoi, come fai ad accontentarti che Lizia scriva per te?”. “Lei ha più pazienza ed è più ordinata ed essenziale. Io vi scriverei una montagna di sciocchezze, un romanzo tutto inventato e non ne ho il tempo”. “Non mi risulta che studi più di tua sorella e dunque? Dove e come impieghi il tuo tempo?”. Le risposi ancora una volta in modo evasivo con un “boh” e un “non so”, che la lasciarono dubbiosa e scontenta. Ma io non potevo dirle 'perdo il mio tempo a fantasticare, a chiacchierare con le mie amiche, a leggere romanzi e fumetti, a scrivere poesie e racconti, ad andarmene in giro in bicicletta, a suonare il pianoforte e ad ascoltare la radio'. Non potevo dirle 'mi manchi da morire e per questo non ti scrivo. Per punirti. Perché la tua assenza mi fa male. Perché hai altri quattro figli a cui pensare. Perché io sono così... E Lizia è altra cosa da me. Condividiamo la stessa tua assenza, ma non parliamo mai di come la combattiamo. Lei forse studiando perché le piace farlo ed è contenta di darvi grandi soddisfazioni. Io vagabondando di qua e di là, zingara di me stessa, e litigando con nonna Angelina per i miei ritardi nel tornare a casa dopo ogni biciclettata fuori porta per cercarti oltre il cortile, il gelso, le rose. Perché tu sei oltre l'amore che ti potrei dire...'. A causa della sua lontananza, lei era per me in quegli anni disperazione e lacrime mascherate da superficialità. Leggerezza. CanzoniLei era la mia perenne ATTESA. E anche tutto questo, a ben pensarci oggi, era POESIA.

E grazie alla poesia ho viaggiato molto, fatto bellissimi incontri con persone eccezionali per cultura, creatività, umanità: Alberto Bevilacqua, Maria Rita Parsi, Ivan Graziani, Diego Dalla Palma… a cui ho fatto   interviste. Con lunghe chiacchierate e le insolite albe sul mare. Le nostre parole. Le tante indimenticate parole con accenti diversi e diversi timbri e intonazioni. L’Egitto. La Grecia. La Francia e l’Inghilterra. La Serbia e Belgrado con tutto il blu del Danubio e della Sava e il verde dei pascoli e l’oro dei monasteri. Meravigliosi quelli del Kosovo. L’Ungheria e Budapest con la splendida Cattedrale di Santo Stefano… La poesia, la scrittura a farmi compagnia dappertutto per raccontare storie che altri ignoravano. Per ascoltare storie che io ignoravo. E tanti tanti premi in Italia e all’estero. I più prestigiosi in Serbia: Smederevo, Belgrado. Poi dall’America forse il più importante, ma il 15 marzo sarò nuovamente a Roma, al Palazzo della Regione, per un altro Premio, di cui è prematuro parlare. Mi  ritengo davvero fortunata per ogni apprezzamento ricevuto semplicemente per aver scritto un commento critico per una poesia, postata su FB, per i tanti libri pubblicati, per gli incontri avvenuti durante i numerosi memorabili viaggi con il mio compagno di vita e di poesia e con i miei figli, mio genero, divenuto editore di una bella Casa Editrice “altra”, alla ricerca della bellezza nelle parole di tanti altri validissimi Autori in Puglia, in Italia, all’estero. In numerosi luoghi che non fossero l'Italia: culla di ogni bellezza e di ogni incanto! E altri incontri con persone nuove per scoprirci in un lampo degli occhi, in un gesto della mano. In un sorriso d’intesa. Amo viaggiare. Amo incontrare gli altri. Conoscere altre culture. Altri modi di essere. Sono, invece, decisamente costituzionalmente testardamente refrattaria a imparare le lingue! A mio discapito, purtroppo, perché rischio di perdere i fili meravigliosi di altri rapporti con persone straniere: nuove opportunità di incontri, nuove amicizie che potrebbero farsi lunghe nel tempo, nuove sintonie…. Ma ogni ritorno a casa ha segnato un nodo nel cuore, un canto alla bellezza della nostra penisola. 

E voglio concludere con una poesia per affermare poeticamente l’amore per la mia terra e per non smentire clamorosamente la mia “vocatio” alla scrittura e al linguaggio poetico che mi è toccato in sorte, quale dono meraviglioso e gratuito, di cui sono immensamente grata al buon Dio. E a chi ha fatto di me una bambina attenta all’ascolto. L’ASCOLTO! Dall’ascolto delle fiabe di mio nonno è partita la scoperta delle parole e della loro bellezza. Attraverso le PAROLE, poi, mi è stato possibile scoprire gli altri, che vivono con me in sintonia, e il mondo con occhi d’amore e di mai perduto incanto… La poesia è lunghissima e ha come titolo “Canto per la mia terra”: Ha ancora un urlo d’alberi/ questa terra/ che s’inerpica d’azzurro/ e conosce tutte le rive/ del nostro pianto./ Macchia mediterranea/ intrichi di selve interrotte/ dal ricamo festoso/ delle ginestre in fiore/ che cantano al cielo/ l’inno gialloverde/ di questa terra umida/ in lotta contro rovi d’arsura./ Bianche vele ridono/ tra labbra di onde/ che giocano a nascondino/  lontano dalla riva assolata/ con scogli aguzzi/ in gorghi di spuma/ e sabbia dorata./ Questa terra di rimorsi/ di frenesia di pizzica e cicale./ Terra con dita d’argento/ tra rami feriti che artigliano/ un cielo sorpreso e sgomento/ Muoiono secolari ulivi/ come la nostra umanità alla deriva./ Uomini-dei ingannano il sole/ con pronta mannaia di sangue/ arrossando con rossastre macchie/ d’insano assassinio/ la rossa terra del nostro Salento/ pronti a recidere chiome di spavento/ (strangolate ammanettate umiliate)/ delle maestose millenarie/ nostre sculture di dolore e fatica/ concesse dal nostro Cielo/ (promessa di pace ragione di vita)./ Terra che getta un cordone/ di brulle colline/ ad imbrigliare il bianco di calce/ delle case a cono/ dimora di fate e folletti/ misteri di segni e simboli/ e liturgie pagane/ dove il verde delle Murge/ sussurra di funghi e pietre/ e ferule e lumache/ in gara con l’azzurro tra i rami./ Rossastra ruggine/ di monti a nido dipinge/ il Gargano che s’affaccia sul mare/ sfidando superbo le nuvole/ a specchiarsi in golfi e laghi costieri./ E di grano che al vento danza/ e canta come cicala impazzita di sole/ si cinge generosa la piana dauna/ che ai suoi piedi si perde/ trafitta da lame d’arsenico/ che seminò morte e raccolse ferite./ Lunga come la sua lunga storia/ è la mia terra di principi e briganti/ di acque e sale e vento di naviganti./ Alla grotta della poesia/ mi bagnai un giorno/ inseguita dalle mie lunghe trecce e seppi della mia sorte/ segnata d’archi di pianto-incanto/ e da stelle di mare e serti di parole/ a raccontare della mia gente storie/ che fumano dai camini ridono urlano/ e con versi di tenerezza cantano/ lo splendore di questa terra/ dai miei tetti di sole.

Vi siete annoiati? Spero di no. E, comunque, per oggi può bastare. A domani o dopodomani. Mi piacerebbe parlare della importanza delle parole e della possibilità di viverle in sintonia con quanti ci corrispondono. Come avviene nel nostro blog. GRAZIE! Angela

 

 

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