giovedì 25 gennaio 2024

Giovedì 25 gennaio 2024: UNA SCELTA NECESSARIA di DOMINIQUE JEAN PAUL STANISCI...

Nuvole oscurano il cielo
d’inverno
in attesa di albe d’infinito.

(a.d.l.)

Stiamo vivendo giorni bui e notti insonni per la terribile guerra fratricida, improvvisa e devastante, in atto tra Russia e Ucraina; guerra, che sta seminando dolore e lutti con la morte di molti bambini innocenti, di donne disperate e sole, di anziani inermi, di uomini decisi a combattere…. Sempre più stiamo correndo il rischio di distruggere il nostro Pianeta e la nostra Umanità. E non è più tempo di analizzare torti e ragioni…. È tempo di urlare: “NO ALLE ARMI”, “NO ALLA GUERRA”, “NO AGLI INTERESSI ECONOMICI E AL LORO INDISCRIMANATO E AVVILENTE POTERE”. SONO TUTTI DELITTI CONTRO LA NOSTRA UMANITÀ ALLA DERIVA.
Come sta gridava due anni fa Papa Francesco, con fermezza e coraggio: “In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro”, bisogna “cessare l’inaccettabile aggressione armata”, che sta riducendo “le città a cimiteri” (13 marzo 2022).
Ecco i cimiteri. Quando ero bambina io venivano chiamati in due modi: cimitero e camposanto. E quest'ultimo era più ricco di Arte e dipinti religiosi per dare maggiore senso di sacralità al luogo. E, ogni 2 novembre, dagli anni Cinquanta in poi, accompagnavamo io e mia sorella Lizia al cimitero/camposanto i nonni materni con cui vivevamo. I nostri genitori, a causa del lavoro di babbo, maresciallo dei carabinieri, andavano ad abitare nelle varie caserme dove babbo aveva il suo alloggio ed erano costretti a lasciarci per fare loro compagnia, essendo mamma figlia unica e alle prese con altri quattro figli, nati dopo il ritorno di babbo dalla guerra. Ebbene, allora a me piaceva andare tra le tombe e mi divertivo anche a leggere le frasi scolpite sulle lapidi, sotto la foto in b/n del defunto: “padre esemplare, marito integerrimo, uomo di acclarate virtù, probo cittadino”… Mai un ladro, un malfattore, un miscredente. E quei vocaboli, poi, fermi nel tempo che mi sembrava fossero nati con Adamo ed Eva. Ma mi piaceva seguire i nonni nelle varie cappelle dove erano sepolti i loro cari defunti e persino dove c’erano i loro loculi vuoti, su cui il nonno infiocchettava battute per stemperare la paura della morte di nonna Angelina. Un giorno, però, ero quasi adolescente, accadde un fatto increscioso. Il nonno volle portarmi con sé a fare visita alla sorella di babbo a cui era morto improvvisamente il marito. Mi trovai immersa in un’atmosfera sconcertante di cupo dolore per la disperazione di mia zia e dei miei cugini. Era estate, il caldo, i fiori, il pianto mi procurarono un malessere tale che mi parve di morire. A stento mio nonno riuscì a portarmi fuori mentre stavo per svenire. Da allora chiusi definitivamente con defunti e cimiteri. Ci tornai proprio per la morte di mio nonno, quando avevo venticinque anni ed ero prossima alle nozze, ma dovettero portarmi fuori dal cimitero perché stetti malissimo alla vista della sua tumulazione. Mi riconciliai con quel luogo santo solo con la morte di mia madre. Ma neppure tanto. Non ci sono tornata fino alla morte di Primo, mio marito (4 giugno 2008). E anche dopo non ci sono più tornata. Anche a lui non piacevano i cimiteri. Personalmente non trovo consolazione davanti a una tomba. Solo il desiderio irrefrenabile di fuggire. I morti me li porto nel cuore. Parlo sempre con loro e di loro. E l’andare al cimitero, soprattutto il 2 novembre, mi sembra solo una pura formalità, un dovere oppure un rito. A tale proposito ecco una poesia da me scritta tanti anni fa: Cipressi cupi contro cieli spenti/ ascoltano mormorii di preghiere/ sotto veli neri di consuetudine./ Il giallo e il bianco/ dei crisantemi immensi/ (ricordi la fiaba della bimba?)/ ingoiano parole su lapidi mute./ Due novembre anche quest’anno/ fiammelle ardono su dolori sopiti/ i morti dormono come ogni altro giorno./ Da casa ho visto tutto/ la lunga strada triste/ i grani del rosario cancelli/ aperti su lacrime rinnovate/ frasi stente marmi ripuliti./ Da casa ho visto tutto/ la via del ritorno occhi inariditi/ le quattro insulse chiacchiere dei vivi/ la vita aumenta problemi d’ogni giorno./ Sono rimasta inchiodata al mio rifiuto./ I miei morti me li porto nel cuore/ più vivi della mia anima/ quando l’anima è viva e soffre/ e si ribella. Assurda./ Questa sera i miei morti/ (passi di tenerezza parole di nostalgia)/ sono venuti nella mia casa./ Hanno chiacchierato a lungo/ con i miei figli. Io/ ho ricordato piano…
Ma ecco che, improvvisamente, mi capita tra le mani un libro particolare, diverso da tutti gli altri libri letti fino ad oggi. Con bellissime fotografie/immagini che danno un senso di pace, di serenità proprio ai cimiteri. Tanti! Sparsi in tutto il mondo. Luoghi diversissimi in cui il silenzio sembra regnare sovrano. Tantissimi i richiami di un Tempo/Spazio che si veste di Eternità e di Umanità in un proprio spazio/tempo/ definito, nel presente, tra passato e futuro, fra mille e mille sciagure umane, volute dall’uomo, determinate dalla natura, temute come punizione divina.
Si tratta di UNA SCELTA NECESSARIA di Dominique Jean Paul Stanisci (della SECOP edizioni, Corato-Bari, 2023) con la pregevole Prefazione di Chiara Cannito, che ne ha curato anche l’editing.
Mi avventuro, pertanto, nei tanti luoghi “della memoria” fotografati da Stanisci (dai cimiteri ai campi di concentramento, al carcere di Alcatraz, dal Ground Zero di New York a Hiroshima in Giappone, a Chernobyl in Ucraina) non solo per testimoniare il silenzio e la pace della terra dove “riposano” i morti di tutti i continenti del nostro Pianeta Terra (silenzio interrotto solo dal dolore e dal pianto dei vivi), ma soprattutto per documentare la aberrante mancanza di umanità degli esseri che dovrebbero essere umani, ma che si rivelano “belluini” in tutti i contesti ferocemente disumani, di cui è fatta la nostra Storia.
Il suo intento è, in pratica, quello di “scuotere le coscienze” perché si facciano “scelte necessarie” e non solo dettate per tutti noi dal fatto di dover/voler superare la paura del tempo che passa e della morte che si avvicina a grandi passi con la sua “falce a pareggiare l’erba del prato” (Manzoni, I Promessi Sposi), stringendoci gli uni agli altri per farci compagnia mentre inevitabilmente ci sorprende l’idea dell’Oltre. Di cosa ci attende dopo. Pensiero costante di tutti i comuni mortali. E sono del parere che vengano risparmiati forse animali e piante che, oltre all’istinto naturale, hanno però una sensibilità particolare nel “sentire” il loro avvicinarsi alla morte nel crudele mattatoio. Da quando ho visto un documentario in tal senso non riesco più a mangiare carne...
La SCELTA, intanto, è sempre un atto di volontà e di coraggio che subentra ad una condizione di vita o ad una imprevista situazione del momento. Ed è una scelta innanzitutto interiore, intenzionata a scavare nel cuore e nell’anima per un viaggio intimo con la Speranza di ritrovare emozioni e sentimenti riposti gelosamente nello “scrigno del cuore” e spesso dimenticati. Custoditi intimamente nelle pieghe/piaghe più profonde dell’anima per riscoprirci nelle nostre fragilità e imperfezioni e per riproporci nei “valori di sempre” che danno “nel per sempre” dignità alla nostra esperienza terrena. Importantissimi, a mio parere, sono i riferimenti che Stanisci, per sentirsi in ottima compagnia, fa, negli eserghi di ogni capitolo, ai tanti autori famosi a livello regionale e istituzionale (giornalisti, scrittori, poeti, registi, conduttori televisivi e documentaristi) che arricchiscono il volume: da Sandro Calvani a Debora Mirabelli, dal mio prezioso amico Gustavo Delgado a Marika Ramunno, da Maria Cristina De Carlo a Valentino Sgaramella, da Gabriele Carmelo Rosato, alla stessa Chiara Cannito, a Carmelo Gallo, “già Dirigente Scolastico in diversi Istituti secondari di I e II grado”. Ma, cosa molto più emozionante, nel libro, è la coralità che fiorisce da queste voci da cui Dominique Jean Paul estrapola altre massime che ci consolano di fronte a tanta disumanità così tenacemente e coraggiosamente da lui documentata.
E così ci capita di incontrare Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, con il suo monito a continuare il lavoro intrapreso; lo scrittore Edward Percival Forster, che descrive un cimitero come “Luogo meraviglioso. Messaggero di pietra. Musica celestiale…”; il ragazzo che per denaro lo accompagna a seguire i vari riti della “cremazione” a Varanasi presso il fiume Gange in India; Oskar Schindler nel film di Steven Spielberg a Cracovia in Polonia; la nonnina/guida di Auschwitz e il suo monito di salvaguardare sempre la dignità umana in ogni tempo e in ogni luogo; Henry Young, il piccolo eroe di Alcatraz e persino Cesare Beccaria (nonno di Alessandro Manzoni e famoso giurista, autore del trattato Dei delitti e delle pene) e il suo senso di giustizia e libertà… E si potrebbe continuare, ma è giusto giungere alle “Considerazioni conclusive” dello stesso Stanisci, che si auspica soprattutto di intraprendere, tutti quanti insieme, un viaggio "spirituale" di “educazione” per le nuove generazioni (ragazzi e insegnanti, compresi i genitori che sono i primi educatori dei figli), per riscoprire valori e sentimenti in un nuovo cammino verso la Pace e “illuminare l’Oscurità con la Luce della Speranza” in un Futuro migliore.
Di qui anche le mie conclusioni che prendo in prestito da Louise Glük, la famosa poetessa americana, Premio Nobel per la Letteratura 2020: “Tutto ciò che torna dall’oblio ritorna per trovare una voce”. Quella di Dominique Jean Paul Stanisci? Di sicuro è meritevole che il suo libro metta le ali per volare lontano... E anche oggi mi fermo qui, accomunando in questo mio scritto, suggeritomi soprattutto dal libro Una scelta necessaria, tutte le vittime della Shoah e quelle delle Foibe del Giorno del Ricordo (10 febbraio) troppo a lungo dimenticate per motivi politici e altro su cui non voglio neppure indagare perché per me vale soltanto la nostra Umanità e non la disumanità che la Storia da sempre registra. 

Angela

 

lunedì 22 gennaio 2024

Lunedì 22 gennaio 2024: Un pensiero di TENEREZZA per una NONNA mai abbastanza cantata...

E oggi voglio parlare di Lei, di nonna Angelina, di cui porto il nome e di cui non ho mai parlato abbastanza, come meritava e come merita. Nonna Angelina raggiunse tra gli angeli nonno Mincuccio, appena un anno dopo. Era il 1968. Io ero in attesa del mio primo figlio. Il 2 luglio sarebbe nata Raffaella.

<1968

Mi accorsi dopo appena un mese di aspettare un bambino.

E, con il germogliare di una nuova vita, cominciò anche la danza triste degli addii, di cui tu eri stato l’apripista.

                                                      Nonna Angelina

che improvvisamente, dopo un anno dalla tua morte, ti vide accanto a sé e ci disse che eri tornato e che ora le sorridevi e la prendevi per mano… e io che avevo sognato per alcune notti la tua allegria e quella di zio Michele che veniva a baciarmi e tu che mi dicevi che “di là si sta bene” e che era tempo che nonna venisse lì con te… e io che aspettavo un bambino e nonna che stava dormendo con il braccio e la mano a reggere una testa che ciondolava… e io che correvo e l’aiutavo a tenere fermo il braccio che cadeva continuamente e non reggeva più la testa… e le feci una carezza che la svegliò… e lei che mi disse: “pìnzə au mənìnnə ca pùrtə jndə a la véndə nàn zì pənzànnə a mè” (“pensa al bambino che porti nella pancia, non pensare a me”) e io che la vidi nelle lacrime che erano sorgente viva negli occhi e mi scivolarono lungo il vestito premaman e si persero sulle calze e nei piedi… io che ora andavo via perché era tempo di andare e tu che eri ritornato felice di portartela via… E al mattino qualcuno bussò alla porta e, prima che mi dicesse, io dissi “nonna non c’è più” e ci abbracciammo e piangemmo, e nonna era bellissima, era nonna Angelina diciottenne, quando andai a vederla, e il volto non aveva più rughe e sembravano rose le sue guance rifiorite nel sonno che guarisce e salva. E io che cantavo che cantavo che cantavo e non era un sogno.

                                                       Fu realtà

Mi è tornata alla mente, pensando a lei, una poesia tenerissima, non mia ma di un poeta straordinario che ha scolpito, nel raccontare sua nonna, il mio rammemoramento e il mio canto per lei, vissuta sempre alla tua ombra e mai da me, oltre la tua ombra, ascoltata e seguita come meritava. Io vivevo di nuvole e sogni, Lei di pane quotidiano e di quotidiane occupazioni. Io cantavo ad ogni vuoto, Lei riempiva i suoi vuoti con le risate e un dondolio dolce, rassicurante. Io scappavo ad inseguire i voli della mia fantasia e mi intridevo di parole azzurre per sfuggire ai suoi agguati alla mia libertà, Lei m’inseguiva per insegnarmi a vivere nella realtà di quel quadrato di terra in uno spreco di parole inutilmente minacciose. Io ero allodola e uccel di bosco, Lei era ape e formica di cortile. Io ero cielo senza più preghiere con mille orizzonti lontani, Lei era rosari e canti di chiesa.

C’incontravamo a metà strada solo per un abbraccio, più pensato che vissuto, a dirci in silenzio che c’eravamo l’una per l’altra. Sempre. Ma è una poesia che parla anche di te. In una sovrapposizione della vostra presenza e della vostra serena e laboriosa quotidianità nel nostro cortile. Voi due in uno. Bellissima metafora della vostra vita, in cui è compresa parte della nostra, della mia. È molto lunga, perciò riporto solo qualche verso:

Dall'altra parte del mare                                         

un giorno moriremo, ma prima viene il canto.

Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,

sola ad aprire imposte e ricevere il sole,        

accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni

con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi (…)                                          

io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti, (…)
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
(…) 
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo (…)
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto. (…)

io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro…
(Julio Cortàzar, stralci di “Nonna”, da Le ragioni della collera)>

(cfr. A. De Leo, Le piogge e i ciliegi, Vol. II, 2018)

Ma, per chi dovesse aver gradito questo mio tenero ricordo di nonna Angelina, rimando a quanto mia sorella Lizia, con grande amore, ha scritto di Lei oggi su FB. Un altro tassello che si aggiunge al mio modo di raccontare il mio vissuto per avere di una Donna d’altri tempi e semplice e vera come acqua di fonte, sorgente di vita e di candore, di generosità e di fede, di risate e preghiere, una immagine più chiara, più bella, più densa di emozione per i giovani di oggi e di domani, che si affacciano alla vita in un mondo di violenza, di conflitti e di lutti per l’umanità intera… Mai disperare. Nonna Angelina e Nonno Mincuccio hanno sempre continuato a dare amore a noi e agli altri a piene mani, nonostante gli immensi dolori che hanno attraversato la loro vita.   

Grazie a tutti per la generosa condivisione di questi ricordi personali. Alla prossima. Buon inizio di settimana. Angela 

sabato 20 gennaio 2024

Sabato 20 gennaio 2024: le PAROLE hanno SENSO, SIGNIFICATO, GENERE univoci?...

Buongiorno di pioggia, di grigio in tutte le sue sfumature, di nuovi progetti per non soccombere alla tristezza che tutto questo mi procura. Gennaio non mi piace. Ho perso troppe persone a me molto care in questo mese: mio nonno, mia nonna, Nico Mori, di cui ho spesso parlato e continuerò a parlare. Ma gennaio è per tutti questi dolorosi motivi anche il mese dei progetti, perché è necessario armarsi di coraggio e determinazione per non lasciarsi vincere dallo scoramento. Utilizzo tutte le strategie possibili per non abbattermi. Amo scrivere e allora scrivo. Scrivendo ritrovo la mia identità perduta. Almeno quella letteraria. E mi sento salva. Almeno fino a quando sarà possibile. Dunque, i progetti. Da un po’ di tempo, FB mi ripropone il RETINO, una mia fortunata Rubrica online di qualche anno fa. Provo nostalgia e lo dico. E molti di quelli che allora mi seguivano con piacere mi hanno sollecitata a riprenderla. Spero di poterlo fare in primavera per evitare il grigiore dell’inverno anche nei pensieri. Penso a qualche modifica, a qualche arricchimento. Mi fervono nella testa già le PAROLE, su cui mi piacerebbe disquisire a modo mio e magari avvalermi di un alter ego per una duplice lettura di una stessa parola o di gruppi di parole. Io sono sempre per le trasformazioni, i cambiamenti, le sfide. E così, pensando di giorno e di notte a queste benedette PAROLE da mettere a fuoco nei prossimi mesi, mi pare giusto fare delle puntualizzazioni, secondo il mio punto di vista beninteso, che avrei voluto fare da tempo:

1)      La parola POETA, declinata al femminile. Ho notato che molti miei amici e amiche, validissimi poeti e scrittori, validissime poetesse e scrittrici, l’hanno adottata per rivendicare la parità di genere, ignorando che così facendo (ma ripeto questo è solo il “mio punto di vista”) perpetuano quel maschilismo che giustamente si vuole combattere e superare/debellare in questo terzo millennio. Esisteva fino a qualche anno fa il femminile di “poeta” che era “poetessa”, come di dottore = dottoressa, di principe = principessa. Improvvisamente qualcuno (che non so) cambiò la grammatica italiana (lo so la lingua è un “organismo vivo” che nel tempo subisce delle inevitabili, e spesso attese e accettate come giuste o opportune, trasformazioni), e “poeta” ebbe in sé le due accezioni, maschile e femminile. A parte la cacofonia insita nella parola: la poeta - le poete (orrore!), tutto a vantaggio del genere maschile, ma ci pensate a “dottore” che rimane “dottore” ingenerando degli equivoci, negli eventuali pazienti, ma quel che è peggio “principessa”, femminile di “principe” che rimane “principe” o “principa”. Che ne dite? Noi abbiamo una lingua bellissima (calofonica), che insegue la bellezza e l’armonia delle forme grammaticali, fonetiche, sintattiche, contenutistiche (non a caso abbiamo, tra l’altro, tanti modi diversi di dire e di scrivere, grazie anche ai numerosi sinonimi e contrari). Dante, nel canto XXXIII dell’Inferno, al verso 80, così scrive: “del bel paese dove ‘l sì suona”. E allora? Già siamo costretti a vederla, la nostra bellissima e difficilissima lingua, sempre più fagocitata dalla lingua inglese per ovvie ragioni di utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, sottesi alle nuove tecnologie, perché deturparla di più, senza una reale, giustificata esigenza? Attendo dibattito.

2)      Una volta per tutte, sarebbe opportuno, come i più già fanno, mettere l’accento su “sé stessa”, “sé stesso” e soprattutto “sé stessi” per non ingenerare equivoci con “se stessi”, forma verbale (cfr. M. Magni, Così si dice Così si scrive, De Vecchi editore, Milano 2003, p. 316). Lo so, fino a qualche decennio fa a scuola si insegnava a non mettere l’accento e molti di noi sono ancora restii al cambiamento, ma quest’ultimo ha le sue ineccepibili motivazioni.

3)      La vexata quaestio del vocativo. Oggi nessuno più mette il vocativo tra le virgole. Niente di più sbagliato. Il vocativo va sempre con la virgola se è a inizio frase, con due virgole se è all’interno della frase. Per non ingenerare ridicoli o spiacevoli equivoci. Es. andiamo a mangiare, nonna: è corretto perché nonna è un vocativo. Invece, andiamo a mangiare nonna: è sbagliato perché nonna diventa accusativo del verbo mangiare. E di esempi se ne potrebbero fare parecchi, ma mi sembra uno zelo superfluo: “A buon intenditore poche parole”.

Intanto, chiedo scusa a tutti se mi sono permessa di fare queste puntualizzazioni da maestrina, ma non è questo il mio tono e il mio intento. Chi ama raccontare o scrivere ha a che fare con le PAROLE. È giusto utilizzarle nel migliore dei modi per evitare dubbi, perplessità, equivoci in chi legge. L’incontro empatico tra narratore/scrittore/poeta con il lettore è molto importante. Questo è il mio modo di pensare e di procedere. E narro e scrivo da una vita nella mia lunga vita. Anche andando controcorrente e ribellandomi alle mode. Anche di tutto questo potremmo parlarne tra noi. Credo che anche “Il Retino” potrebbe aiutarci molto in tal senso. Buon fine settimana. Alla prossima. Angela  

martedì 16 gennaio 2024

Martedì 16 gennaio 2024: Dipinge il TEMPO i colori del GIORNO e della NOTTE che i nostri OCCHI attraversano...

Da qualche TEMPO prometto sempre di parlare ancora del TEMPO per continuare a confrontarci e a riflettere sulle innumerevoli accezioni che il TEMPO ci suggerisce perché esiste solo attraverso i nostri occhi. Senza la nostra testimonianza nel mondo, il TEMPO, in quanto pensato da mente umana o mente “diversamente” intelligente (anche gli animali e le piante lo sono), non esisterebbe. 

E ciascuno ha una propria visione del tempo, una propria misura. Ma tutti sappiamo che il tempo vissuto in allegria sembra passare più in fretta, mentre quello che “sopravvive” alla noia non passa mai. Pensate alla significativa filastrocca di Jacques Prévert, intitolata “Compito in classe”: Due e due quattro/ quattro e quattro otto/ otto e otto fanno sedici.// Ma ecco l’uccello-lira/ che passa nel cielo/ il bambino lo vede/ il bambino l’ascolta/ il bambino lo chiama:/ Salvami/ gioca con me/ uccello!/ Allora l’uccello discende/ e gioca con il bambino// Due e due quattro…/ Ripetete! dice il maestro/ e gioca il bambino/ e l’uccello gioca con lui…/ Quattro e quattro otto/ otto e otto fan sedici/ e sedici e sedici che fanno?/ Niente fanno sedici e sedici/ e soprattutto non fanno trentadue/ in ogni modo/ se ne vanno.// E il bambino ha nascosto l’uccello/ nel suo banco/ e tutti i bambini/ ascoltano la sua canzone/ ascoltano la sua musica/ e otto e otto a loro volta se ne vanno/ e quattro e quattro e due e due/ a loro volta abbandonano il campo/ e uno e uno non fanno né uno né due/ uno a uno ugualmente se ne vanno.// E gioca l’uccello-lira/ e il bambino canta/ e il professore grida:/ Quando finirete di fare i pagliacci!/ Ma tutti gli altri bambini/ ascoltano la musica/ e i muri della classe/ tranquillamente crollano./ E i vetri diventano sabbia/ l’inchiostro ritorna acqua/ i banchi ritornano alberi/ il gesso ridiventa scoglio/ la penna ridiventa uccello.

Ma è di altre scorribande avventurose del tempo, in una stessa giornata dall’alba al tramonto e poi la notte fino alla nuova alba, che è bello raccontare.

E l’ispirazione me l’ha data un bellissimo dono natalizio di Ombretta e Daniela, le mie due figliole che vivono a Roma: una lampada che proietta al soffitto miriadi di stelle e riverberi rosati dell’aurora che cambiano man mano che si fa alba con colori più perlacei e poi dorati e ancora rosso rubino dei tramonti infuocati fino a sperdersi nel buio acceso di miliardi di stelle. Meraviglia delle meraviglie! Motivazione: perché tu possa continuare a scrivere incanti e poesie! Mio pensiero intimo: così azzero ogni possibilità di chiudere gli occhi per un auspicabile, anche se brevissimo, sonno ristoratore!

Ma intanto la lampada magica mi ispira altre considerazioni sul tempo che attraversa un solo giorno, come già esplicitato. E spero di farci insieme buona compagnia. Fingiamo di essere pittori e di dipingere il giorno, come ha fatto un giorno lontano, millenni di millenni di giorni fa, il nostro Creatore.

L’aurora è un filo dorato che bacia l’orizzonte ed esalta le ultime stelle che le fanno compagnia. Sirio sorride luminosissima verso est. I greci, per esempio, la chiamavano “la sfavillante”, dal greco: “Splendente” o “ardente”. Ed era la stella che segnava l’inizio della maturazione dell’uva (cfr. Enciclopedia Italiana Treccani).

L’alba stempera quell’oro in madreperla, rendendo prezioso omaggio al giorno che verrà e che già si fa strada col sole che sorge e sorride al cielo. E vorrei riportare qui un ricordo di tempi lontani, quando il giorno aveva sapore di panna e zucchero filato/ e bicchieri colmi di bianca spuma/ e vincotto da mangiare/ al fuoco riverberi d'inverno/    e bracieri accesi   / e racconti come fate in volo/    e le voci mai lontane   /    fiondate nel cuore… (a.d.l.)

‌il pomeriggio si colora di porpora per i tramonti che non conoscono respiro e ai navicanti intenerisce il core, emozionandoci con padre Dante. Quanti tramonti infuocati mi hanno rapita sulla terrazza romana di Ombretta. Con una striscia luminosa e incantata di cielo-fiume a scoprire lentamente la sera. Con alcuni versi di Ombretta che mi uncinano alla luna, alle stelle: … e accorsero le nuvole,/ in un girotondo di gigli,/ a consolare la luna…/ “Mi sono persa” disse lei al loro avvicinarsi…// “Non puoi perderti… il tuo posto è sempre qui…/ puoi girarti… ballare… farti piccola e immensa…/  puoi nasconderti o brillare…/ puoi fare capriole su te stessa…/ o farti virgola tra le stelle…/ ma rimani sempre nella parte più bella del cielo…/ lì dove batte il suo cuore!”  

E la notte si fa prodigio con le parole del poeta e scrittore portoghese Eugénio de Andrate, pseudonimo di José Fontinhas Rato, in una poesia intitolata “Cerca la meraviglia”: Dove un bacio sa/ di barche e nebbia./ Nel bagliore rotondo/ e giovanile delle ginocchia./ Nella notte incline alla malinconia.// Cerca./ Cerca la meraviglia.

Poi, due-tre giorni fa mi ha imbrigliato su FB una prosa tenera e dolente di una mia amica carissima, di cui conosco sensibilità e generosità: Cettina Fazio Bonina. Ebbene, anche Cettina parla di certe notti… Ma ecco il post, che desidero ardentemente condividere sul nostro blog perché ci faccia riflettere e confrontare tra noi: Non c’è niente di peggio che perdere un amico perché non pensava di avere qualcuno con cui parlare, quindi… Anche nelle mie notti il telefono è sempre acceso, la porta è sempre aperta, e una bevanda può essere versata facilmente. Sosteniamoci a vicenda! Per dimostrare di esserci sempre. E le parole non servono.

E che dire dei versi di Anna Mininno, che noi tutti conosciamo per la presenza assidua e affettuosa sulle nostre pagine? Il titolo della poesia dice e non dice. Sottolinea un mistero che andremo a sgrovigliare: “Punto”. Non smetterò/ Tempo o non tempo/ Ai confini della terra/ Ai confini del cielo/ Dove incalza ed è fermo/ Dove il principio e la fine/ Si fondono nell’attimo/ Che tu sei/ Che io sono/ Noi che ci spiavamo/ In attesa del domani/ Che non fosse incongruente/ Come tu sei/ Come io sono/ Nell’economia di un progetto che/ Io mai saprò/ E che tu non sai/ Noi, anime incompatibili/ Nell’immensità che non sei tu/ Che non sono io/ Non smetterò/ Di cercare il punto di leva/ Per l’equilibrio/ che non mi dai/ Che non ti do/ Noi fari/ Noi tormentati nel buio del giorno/ E della notte

Ma bella, non c’è che dire, è anche la poesia di Antonella Coletti, che già conosciamo per i suoi versi sempre veritieri e per questo anche spesso amari. Non ha titolo, ma riassume in sé l’intero giorno con tutte le sue intense metafore e sinestesie. Potrebbe essere una conclusione, almeno per oggi: Vivemmo “un giorno breve/ come le rose”./ Ci aprimmo un giorno/ come finestre sui Campi Elisi./ La bellezza era/ il nostro correre disuguale sulle piazze lucide./ A Mon Martre la pioggia ci sorprese/ su una panchina addentata da un profumo/ di vernice rossa./ Ma forse era solo tramonto/ concesso a un clochard./ Tutto si svolgeva senza/ che noi accadessimo,/muti e distratti/ verso Notre Dame.

Poi scopro su FB una poesia di Mariateresa Bari, intitolata “A braccetto”. Mariateresa non ha bisogno di presentazioni tanto è da sempre presente nel nostro blog. E neppure i suoi versi, di cui ci fa quotidianamente dono. Eccoli: Lasciare scie di memorie/ sui fogli della notte che sbiadisce/ fogli smozzicati// Saettano voci nelle vie/ creano crolli i rimpianti// Nello spazio accartocciato/ si sparge il vuoto/ a braccetto del verde appena nato

Queste ultime poesie potrebbero contenere un tempo senza tempo in un giorno ritrovato, inventato, vissuto o solo ipotizzato. Tra illusione delusione e un filo d’erba appena nato. Potrebbero essere rimpianto e nostalgia. Potrebbero farsi speranza o attesa. O niente. O tutto. Potrebbero. Viva l’immaginazione e la fantasia: rendono più misteriosa e veritiera, in tutti i suoi mille colori, la realtà quotidiana.

E “domani è un altro giorno…”. “Via col vento” è solo un ricordo lontano, un sogno, un richiamo… Possiamo ritrovarci e riprovarci! Che ne dite? Angela            

sabato 13 gennaio 2024

Sabato 13 gennaio 2024: TU ERI, SEI e SARAI nel TEMPO senza TEMPO dell'ETERNO TUO RINASCERE NEL NOSTRO CUORE...

E oggi voglio parlare ancora di Lui, mio nonno, come lo viviamo tutti noi, nipoti e pronipoti, ai nostri giorni, riportando ciò che sto scrivendo nel III volume per completare la trilogia, perché si possa sapere di Lui dalla prima parola alla penultima perché l’ultima non verrà scritta mai…

                                                         Tu eri, sei, sarai

<Eri nel sentimento che ci legava, nelle storie che raccontavi, nella generosità che ti contraddistingueva.

Sei in ogni parola che scrivo, in ogni pensiero che riempie il giorno, in ogni preghiera che vince il buio della notte.

Sarai l’eredità dell’amore che conoscemmo, il gesto gentile che da te cogliemmo come fiore che vince il deserto e la sabbia, la pietra e il cemento, la cima aguzza del monte, gl’inesplorati fondali marini, la neve che intirizzisce lo scricciolo e riscalda la terra e i suoi semi.

Sarai la fantasia che colorerà il mondo attraverso le fiaccole accese di nipoti e pronipoti fino alla generazione che scriverà ancora il tuo nome sui libri del tempo senza tempo e diventerai mito, santo, eroe, leggenda senza fine.

Così accade per i giusti e i puri di cuore. Per chi rinasce infinite volte per le infinite vite che inventò e ne fece dono agli altri. Con te abbiamo vissuto il dono dell’amore in tutte le sue innumerevoli forme fino ad identificarsi con il dono della poesia.

Il giorno che mi venne incontro la poesia,

m’accorsi che un vecchio-bambino,

per farmi grandi gli occhi,

m’inventava parole.

Poi mi portò per mano in un bosco incantato

dove le streghe abitavano in castelli di zucchero filato

e le fate erano serpi distese al sole.

Scoprii più tardi,

al tempo delle viole,

che mai è verità ciò che appare.

La verità è solo dono d’amore.

 

Il giorno che incontrai l’amore,

occhi immensi attraversò un “ti amo”.

Su un petalo di rosa il suo richiamo.

Fu volo rosso fuoco, in un groviglio di stelle

e un segreto di luna, a trafiggermi il cuore.

Il giorno che scoprii il mio cuore

era un giorno qualunque di primavera.

Un petalo di rosa d’improvviso

giocò con la magia di due parole…

Sul filo teso, corda di violino,

acrobata, saltimbanco il suo sorriso.

Con grovigli di risate fece capriole

e non s’accorse di forare il cielo.

 

Il giorno che toccai il cielo con un dito,

scoprii l’azzurro cristallo nel suo ordito.

Sognai corde d’argento per legarlo ai miei pensieri.

Una piuma d’angelo cancellò ogni mio ieri.

Si fece ala immensa, m’accarezzò il viso.

D’arpa e liuto risuonò il mio paradiso.

M’avvolse col suo canto di rugiada.

Canto di tenerezza ritrovata.

E riscoprii più di mille petali di rosa,

moltiplicando i “ti amo” senza posa.

 

(Ma vero dono d’amore d’ogni mio mattino

è ancora e per sempre il mio vecchio-bambino).

(a.    d. l., “Il giorno che mi venne incontro poesia”, poesia inedita)

Ecco, l’amore è moltiplicazione. Mai divisione. Comprende sempre l’altro, fino a contagiare quanti incontriamo sul nostro cammino esistenziale ed hanno negli occhi il nostro stesso sguardo acceso di nuova meraviglia e di antico stupore. L’amore è anche scoperta e riconoscimento. L’Altro con le sue nascoste verità. Ecco perché l’amore non è facile. Occorre fare i conti con “l’altro” che è sempre altro da noi, fino a quando non avvenga il possibile e mai scontato miracolo che di due se ne faccia uno, come nella splendida poesia di Erri De Luca.

Quando saremo in due, saremo veglia e sonno,

affonderemo nella stessa polpa

come il dente di latte e il suo secondo,

saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,

come i cieli, del giorno e della notte,

Quando saremo due saremo veglia e sonno

due come sono i piedi, gli occhi, i reni,

come i tempi del battito

i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà

saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno,

uno sarà l’uguale di nessuno

e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due

cambierà nome pure l’universo

diventerà diverso.

(E. De Luca, poesia tratta dal libro

Sola andata. Righe che vanno troppo spesso a capo,

Feltrinelli, Milano 2005)

Ma, fino a quando ciò sarà solo un desiderio o un’attesa, l’Altro rimane un’incognita, un mistero da scoprire, svelare. Non a caso, il giorno che scoprii l’Altro da me era un giorno normale, banale, direi. Ed ero bambina. L’Altro era mamma, eri tu, “papà”, era nonna Angelina, Lizia, mia sorella. Insomma, non ero io. L’Altro, nella mia casa, era gioco, amore, tenerezza, calore, fiaba, ma anche litigi, dispetti, rappacificazioni. Tra la casa e il fuori, l’Altro era più ostacolo che incontro.

Poi l’Altro si trasformò in Amicizia. Fidarsi e confidarsi. Condividere ore, risate, pensieri, sogni. Fino al disincanto. Delusione e amarezza. Diffidenza e proponimenti di essere meno entusiasta degli Altri. Delle cosiddette Amiche. Pugnalate alle spalle e ferite. Difficili da rimarginare. Dolore. Chi l’Amico? Cosa è l’Amicizia? Cosa chiede e cosa dà? Innocenza o Inganno?

Poi, scoprii che l’Altro era anche l’Amore. Quello che ti rode il cervello, ti fa galoppare il cuore, ti lascia immersa nel sogno e ti fa forare il cielo. Quello che ti fa vivere il dubbio e la certezza, annebbia il giorno e illumina le notti. Quello che ti fa perdere e ritrovare. Quello che ti esalta e ti danna. Passione, tenerezza, allegria, pianto. Morte e resurrezione. Dove il punto fermo? Dove la verità?

Il giorno che ebbi bisogno della Verità, la cercai dappertutto.

Nel cuore dell’Altro.

Nel cuore dell’Amico.

Nel cuore dell’Amore.

Nel mio cuore.

Ma era dappertutto e altrove.

Sfuggente e indefinibile. Imprendibile. Presente e assente. Vicina e lontana. Inconoscibile. Mi dannai a cercarla. A spiegarla. Secondo me. Secondo te. Ma allora non è una la Verità? Non esiste La Verità. Sono tante le verità. Quante?

Il giorno che mi illusi di afferrarla finalmente, ero proprio ad un passo da lei. Usai tutti gli strumenti dell’intelligenza, tutti gli arnesi del cuore. Le strategie delle emozioni. Tutti gli appigli della filosofia e i teoremi della scienza. Volevo dimostrare. Capire e farmi capire. Confrontarmi per convincere e farmi convincere. Senza vincitori né vinti. Ma vincere CON e, quindi, vincere tutti. Ma… ne uscimmo tutti sconfitti. Anche la Verità, nonno mio adorato. Il giorno che si presentò inaspettato e imprevedibile, eppure sempre lì in agguato, in attesa di dire l’ultima parola e di vanificare tutto: Il PUNTO DI VISTA. Inconfutabile. 

Sì, mio caro papà, purtroppo, col passare degli anni, sempre più ho dovuto fare i conti col “punto di vista” che ai tempi del nostro stare insieme ignoravo. Probabilmente non ero abbastanza matura per afferrarlo anche nei vostri discorsi di adulti, quando in casa venivano i tuoi contadini oppure venivano a farvi visita amici e parenti. Nei giorni feriali erano i tuoi aiutanti, nei giorni festivi amici e parenti. La visita di questi ultimi era un rito. Era assente un silenzio lungo tra di voi. La domenica era dedicata alle “visite”. Io e Lizia ci annoiavamo. I discorsi di voi anziani ci annoiavano. Io, ghiotta com’ero, mi sottoponevo a quel supplizio un po’ perché era impensabile dire “non vogliamo venire con voi” e un po’ perché sapevo che prima o poi la padrona di casa avrebbe tirato fuori dei dolcetti fatti con le proprie mani o, ma questo più tardi nel tempo, le paste alla crema comprate al bar, con il rosolio versato in bicchierini quanto un ditale, deliziosi a vedersi, ma con scarso liquore da gustare. Erano tempi frugali come regola di vita. Io non vedevo l’ora di mangiare quelle delizie, che mi distraevano dall’ascoltare in religioso silenzio, statue di gesso, “i discorsi dei grandi”. Ebbene, in quei discorsi qualche volta o quasi sempre i “grandi” discutevano, ma io non ero in grado di afferrare lucidamente i diversi punti di vista soprattutto per disattenzione, ma anche per disinteresse verso i temi delle vostre discussioni: il raccolto, l’urgenza della pioggia per dissetare i campi a favore di piante e germogli e frutti, il prezzo dell’uva, delle olive, dell’olio, la giornata dei contadini… roba di questo genere, che di solito lasciava tutti concordi e allineati, ma non sempre. Ed ecco i vari punti di vista, che mi lasciavano del tutto indifferente e con la voglia di scappare, soprattutto dopo la ormai sguarnita guantiera dei dolci.

Diversa era l’atmosfera che si creava quando, invece, si parlava di politica tra gli uomini. Le donne non c’entravano. Allora sì che i vari punti di vista scazzottavano tra loro. Soprattutto se nel gruppo c’erano democristiani e comunisti. Per esempio, Pasquale, tuo nipote, assessore della DC, e zio Michele, tuo cognato, fratello di nonna Angelina, sfegatato sostenitore del PC. Sfuriate di pareri discordanti. Ma anche qui noi piccole o appena ragazzine eravamo del tutto estranee a quei fendenti, lanciati da una parte e dall’altra con assoluta maestria in un garbuglio di affermazioni e di dissensi, di malintesi e chiarimenti, dove tutti rimanevano della propria opinione senza lasciarsi scalfire minimamente dalle spiegazioni degli altri. Il giornale radio dava la stura al solito dibattito e alle solite proteste animate e ingarbugliate. Io e Lizia scappavamo fuori nel cortile per riprenderci i nostri pensieri che si facevano più chiari al chiarore della luna o alla luce certa delle stelle in gara con i rami carichi di foglie e di frutti del gelso rosso, attenta sentinella della nostra casa.

Neppure i discorsi femminili ci piacevano. Era tutto un parlare di reumatismi, dolori, acciacchi vari e dei vari rimedi naturali (l’aglio strofinato sui geloni, l’infuso di menta per far passare il mal di pancia, gli impacchi di semi di lino per la “costipazione”…); oppure di cucina, delle varie ricette (u ragù du vəccìrə, u bəccònə du rèjə…) e dei condimenti raccolti nell’orto (la salvia, la mentuccia, il prezzemolo, la cipolla, l’aglio, i pomodori); e finivano col parlare sempre, come un ritornello mai dimenticato, dei giovani senza Dio, le ragazze sfacciate e i ragazzi scansafatiche e senza responsabilità e sistematicamente concludevano con occhi cupi e bocche serrate di fremente sdegno se non disprezzo: “Jndə a cè munnə sìmə sciùtə a fərnèscə!” (in che mondo siamo precipitate!).

Noi ce la davamo a gambe levate. Anche i loro discorsi ci annoiavano. Nostro rifugio era il portone, dove facevamo cerchio intorno al pozzo con i nostri coetanei per cominciare a scoprire il mistero della parola “amore”, che mai si disvelava nella sua realtà, ma tutto si colorava di fantasiose supposizioni. In quel cicaleccio, però, dimenticavamo innocui alterchi e dannose lamentele, giornale-radio e pettegolezzi di piccolo cabotaggio che non andavano oltre i muri del cortile e della nostra casa. Tutto, comunque, contribuiva a darci nuove dimensioni della vita: la misura, esatta o sbagliata che fosse, dell’amicizia e dell’amore. La giusta distanza fisica e psicologica per sentire l’assenza e la lontananza (Domenico Modugno cantava con accorata nostalgia “La lontananza sai è come il vento…”) o per sentire una vicinanza gradita oppure opprimente, il senso dell’appartenenza o del possesso, della improbabile libertà. E mi viene in mente la bellissima poesia attribuita ad un grande poeta, Fernando Pessoa, intitolata “La leggenda dell’onda e del mare”. Il senso di libertà vinto sempre, dopo aver preso il largo, dal far ritorno ai sentimenti…

Un giorno l’onda chiese al mare:

mi “ami”?

E il mare rispose:

“Il mio amore è così forte

che ogni volta che

t’allontani verso terra

io ti tiro indietro

per riprenderti

tra le mie braccia.

 

Senza di te la mia vita

sarebbe insignificante.

Sarei un mare piatto, senza emozioni.

Ti sei l’essenza del mio esistere”.

 

L’onda fu felice

tra le braccia del mare.

Facendo finta, ogni volta di volare via,

per dare quel senso di precarietà alle cose,

per renderle più preziose.

E ogni volta il mare

la riprendeva, con le sue braccia

Grandi, per riportarla a sé.

 

Raccontano che una notte

la luna illuminava il mondo,

e l’onda bianca lentamente,

in un ballo infinito,

scivolava tra un prendersi e un lasciarsi,

col mare che stendeva le braccia

per poi ritirarle,

facendo finta a volte di non poterlo fare,

perché l’onda potesse assaporare

anch’essa quella precarietà

che rende le cose preziose.

 

L’onda e il mare sono ancora lì,

nel gioco infinito delle emozioni.

 

E fanno finta che sarà l’ultima volta

che l’onda partirà verso la terra,

per non tornare più,

ma poi, alla fine, è più forte su tutto

il bisogno di riprendersi.

 

Nel sogno di un amore senza fine.

Erano questi i nostri sogni. Le nostre parole. I discorsi sul sesso erano proibiti e, quando sconfinavamo nei suoi dintorni, era tutto un brulicare di “sentito dire” che mai ci chiarivano le idee e men che mai corrispondevano a verità. Meglio fermarci a disquisire sull’amore con dovizia di particolari del tutto inattendibili, ma che ci aiutarono in qualche modo a crescere nella consapevolezza, via via sempre più matura, di un sentimento che aveva bisogno di continue “revisioni” e adattamenti a situazioni, persone, comportamenti. E che le illusioni non ci aiutavano a crescere, ma ci aiutavano a vivere. La maturità è una viandante che avanza lentamente sul sentiero del tempo tra poche rose e molte spine>. (III vol. ancora inedito).

Ma del tempo, come già detto, parleremo ancora. Buona domenica. Angela-Angelina-Lina

giovedì 11 gennaio 2024

Giovedì 11 gennaio 2024: il buio del primo giorno senza più il tempo filtrato attraverso l'alba...

… E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
E impari impari impari…
con ogni addio impari.
(V. A. Shoffstall,
continuando “Col tempo imparerai”,
attribuito a Jorge Luis Borges)

Oggi, 11 gennaio, è una data che mi trafigge il cuore: 57 anni fa volò tra gli angeli il mio nonno carissimo che chiamavo “papà” e che è il protagonista dei primi due volumi della trilogia Le piogge e i ciliegi.

<Col tempo imparai che anche senza il tuo sorriso riuscivo a vivere, ma ci volle tanto tempo per rendermene conto. (…). Non riuscivo a guarire. Stavo male. Vivevo in uno stato di avvilimento continuo, di abulia, di annientamento. Non volevo uscire perché non volevo incontrare gente. Niente suscitava il mio interesse. (…). Trascorsero mesi di totale inettitudine. Non riuscivo a studiare. Mi mancavano due esami e la tesi per la laurea, ma non riuscivo a seguire un sol rigo a scrivere una sola parola. E come potevo? Mi ritrovavo senza testa e senza occhi e senza labbra; senza mani e senza braccia, senza gambe né piedi. Registravo a stento, pian piano, un vuoto di me che era vuoto di te. Registravo a stento la mia assenza. E un pieno di me che era dolore e buio e disperazione. Un pieno di me che avrei voluto svuotare se solo avessi saputo come fare. Il mondo era sparito con te ed io non sapevo più niente di me e del mondo. E il mondo non si era accorto di niente. Continuava a girare con i suoi giorni e le sue notti, le sue albe e i suoi tramonti. Le sue ansie e i suoi timori. I suoi dolori e le sue gioie. ‘Suoi’. ‘Sue’. Estraneo a me. Io a lui. Tra poco sarebbero fioriti i ciliegi e tu non avresti potuto pensarli nel campo non più tuo. Anche io non avrei pensato più ai ciliegi perché la cosa mi lasciava ormai indifferente. Mondo di sofferenza:/ eppure i ciliegi/ sono in fiore. Mi sussurrava disperato della mia disperazione Kobayashi Issa (1763-1827). Perché sarebbero fioriti? Per chi? Anche il mondo era indifferente. Non sapeva di te e della tua assenza. Non sapeva dei tuoi ciliegi che sarebbero fioriti nel campo di un altro e, quindi, nel campo di nessuno perché nessuno li avrebbe amati come te, come me.
Quelli che sapevano della tua assenza si dicevano addolorati, ma intanto vivevano, respiravano. Anch’io respiravo ma non vivevo. Arrivarono anche le piogge: leggere, continue. Arrivarono i temporali ed io m’illudevo di vederti sotto l’arco fuori nel cortile con gli occhi a seguire i fulmini e i lampi, esaltato dal profumo di terra bagnata e in attesa dell’arcobaleno. L’immagine spariva prima che l’arcobaleno ridesse oltre il tronco decapitato del gelso. Neppure la pioggia mi consolava. Né mi restituiva i tuoi occhi innamorati di cielo. Giunse anche l’estate senza una briciola di allegria. (…)
Spesso ti sognavo. Senza consolazione…> (I vol.)

E anche oggi ancora ti sogno e mi salvi da ogni precipizio. Col tempo ho imparato? Forse. Ma forse vale la pena di cominciare dal ricordo di quella notte in cui volasti via:
<Durante la notte, mamma fu chiamata d’urgenza perché le tue condizioni si erano aggravate e le fu detto di affrettarsi a riportarti a casa perché, se fossi morto in ospedale, saresti rimasto nella cappella accanto all’obitorio.
Mamma si precipitò a chiamare Filippo che si precipitò per accompagnarla e venirti a prendere insieme. In ambulanza dicesti: “Ora state portando il moribondo a casa!”. E chiedesti di recitare insieme il rosario. Mamma e Filippo cominciarono con te a pregare, ma dovettero più volte interrompersi perché con sgomento sentivi le tue gambe diventare insensibili e lo dicevi in un sussurro. A casa ti adagiarono nel tuo letto e cominciarono a recitare finalmente il rosario, con maggiore dolore e apparente serenità. Era l’alba dell’11 gennaio. Faceva molto freddo.
Babbo, che ti aveva amato sempre con devozione filiale, appena mamma e Filippo furono andati via per venire da te, non sapendo cosa fare e come impiegare quel tempo di disperata attesa, era uscito nel cortile ed aveva acceso il fuoco nel camino grande per farti trovare la camera bella calda al tuo ritorno. Io, dal piano di sopra ne sentivo il crepitio. Ipotizzavo il sigaro tra le labbra a dargli coraggio, a fargli compagnia.
La nonna, ora sveglia e spaventata, ti chiamava sommessamente tra le lacrime e ti aspettava. Forse aveva capito e ti aspettava. O forse era solo spaventata da tutto quel trambusto e piangeva sentendosi sola e senza la tua presenza a rincuorarla. A renderla forte. Ma ti aspettava. E arrivasti.
Lizia, Anna Maria e tutti gli altri scesero a salutarti. Lizia ti tenne amorevolmente il capo tra le sue mani. Io tentai una due tre volte di alzarmi dal mio letto in cui mi sentivo inchiodata, poi mi arresi. Rimasi bloccata e atterrita al pensiero della tua morte imminente. Presa dal rimorso di non essermi opposta a Primo. Senza le sue sollecitazioni, sarei rimasta più a lungo con te. Non ti avrei lasciato così presto. Avrei dovuto saperlo, dati i brutti sogni che avevo fatto nelle notti precedenti. Non avrei dovuto lasciarti. Non avrei dovuto lasciarti. Non avrei dovuto lasciarti. ‘Non voglio vederlo’, mi dicevo. ‘Non posso vederlo. Mi si schianterà il cuore. Tutto è compiuto ormai’.
Tu pregavi - mi dissero poi - guardando silenziosamente le pareti della tua camera, la finestra delle rose, la nonna ai piedi del letto, e stringevi con sempre minore pressione da un lato la mano di mamma e dall’altro quella di Filippo. Anna Maria fu coraggiosa, nonostante avesse solo vent’anni. Attraversò la stanza e prese dall’armadio l’abito con cui ti avrebbero vestito. Tu la seguisti con lo sguardo. Attento. Sorridesti appena e chiudesti gli occhi. Per sempre. E le mani scivolarono lungo il lenzuolo. Te le ricomposero sul petto come se stessi continuando a pregare. La gamba destra ti rimase piegata. Quasi stessi in ginocchio. Ti rimase sul volto quel sorriso. Lieve. Dolcissimo. Il tuo pendolo si fermò improvvisamente alle h. 4,20. Ed io, alle 4,20, sentii, con gli occhi sbarrati e il cuore fermo, uno scampanio festoso nel cortile. Uno scampanio a distesa. Uno scampanio impossibile, data l’ora. Seppi il dolore da quelle campane a festa. Quello scampanio si trasformò in una lama acuminata conficcata nel cervello. E mi trafisse il cuore. ‘Papà non c’è più’, mi dissi, ‘sento le campane che mi lacerano l’anima. Come le campane? Perché le campane se io sento dentro una lama che mi squarcia? Perché le campane?’ (le campane fan din don dan/ il galletto chicchirichì/ la madonnina qualche grazia faaa…). Ti perdevo e cantavo… Stupidamente cantavo… Oscenamente cantavo…
Primo uscì dalla sua camera assonnato e mi chiese: “Perché suonano le campane? Che ore sono?”. “Le senti anche tu?”, chiesi io stupita che le sentisse pure lui. Vergognandomi per quel canto. ‘E se Lui lo avesse sentito?’. “Certo che le sento. Mi hanno svegliato. Ma che ore sono?”. Poi, vedendomi pallidissima e immobile, mi chiese: “Cosa è successo?”. “Sono le quattro e mezzo”. “Le quattro e mezzo? Così presto? E come mai suonano le campane a quest’ora?”. “Non lo so. Anzi, lo so. Papà non c’è più”. “Vuoi dire che è morto?”, fece lui, incredulo. “Papà è morto”, dissi io. Per convincermi.
Rimase immobile. In silenzio. Forse non ebbe neppure un pensiero. Forse neppure quello di abbracciarmi. Mi avrebbe forse consolata? No, nessuno avrebbe potuto consolarmi. Molto più tardi. Molto molto più tardi sentii un brivido di solitudine. Ero sola. ‘Papà non c’è più’. Pensiero unico.
Ero sola. Scoprii in quell’alba livida, che ora sapeva di pianto e di pioggia, in quell’alba che era lì per tutti ma non per te, anche la mia fine. Ero morta con te. La pioggia ci stava portando via. Aveva spento le campane in un ticchettio che mi sembrò di odiare tanto stava ossessionando la mia testa. Stava cancellando ogni pensiero, ogni ricordo. Non era più un ticchettio, ma un frastuono assordante. Un uragano di scrosci d’acqua e di vento. No, la pioggia non poteva lavare lo straccio della mia anima intriso di dolore e di morte. Non sarebbe mai più tornata bianca verde rossa o gialla, la mia anima. Tu non c’eri più e io cantavo i non-colori della vita spenta. Cantavo i colori spenti della mia anima. Mamma mi mandò a chiamare più e più volte, ma io rimasi ostinatamente nella mia camera. Ero morta. Non riuscivo a vedere. Ero morta. Non riuscivo a sentire. Ero morta. Non riuscivo a parlare. Ero morta. Non riuscivo a muovermi. Ero morta.
Solo quando nonna Angelina mandò Anna Maria a dirmi che lei era molto dispiaciuta perché non stavo scendendo a vedere il nonno, che mi aveva amato tanto e che ora stava sorridendo, riuscii a muovermi. Il dolore l’aveva resa vigile. Il dolore mi aveva resa di pietra. Il dolore. E mi misi a scriverti. Non riuscivo a percepire la penna tra le dita. Ma scrissi ugualmente. Il dolore muoveva la mano e la penna. Il dolore. La scrittura. Per me erano una cosa sola. Sono una cosa sola. Fu la prima e unica lettera che ti abbia mai scritto. Poi, la strappai. E ti scrissi una poesia. Fu l’unico modo per sentirmi viva. Scesi da te e ti vidi. Sorridevi davvero. Mi chinai per mettere sotto la giacca e sul tuo cuore la poesia. Mi chinai per darti un bacio sulla fronte. (‘perché ieri non sono rimasta con te? Perché ieri non sono rimasta con te? Perché?’). La tua fronte era gelida come l’inverno che bussava ai vetri. Tu, una statua dormiente. La tua anima era volata via. Non c’era più in quel corpo la tua anima. Non c’erano più in quel corpo le favole le piogge i ciliegi il cortile le nuvole e il fuoco i gelsi e le rose. Non c’era la nonna, non c’era mamma, non c’ero io, non c’eravamo noi. Non c’era più l’alba che andava schiarendosi nel cielo e che era alba per tutti quelli che vivevano sotto il cielo. E non seppi più di quell’alba. Era una nuova alba? Era pioggia. E neppure la pioggia mi salvò perché ora, diluviando nella mia testa, mi ripeteva ossessivamente “e papà non c’è più… e papà non c’è più… e papà non c’è più…”. A lungo per tutto il giorno e la notte. Per tutto il mattino seguente fino al pomeriggio. Fino a quando vennero a prenderti. Ancora mi avvicinai al tuo sorriso che mitigava l’orrore della morte. Eri solo un sorriso. E tornai a baciarti facendo attenzione a non disgiungere, come temevo, le tue mani ancora in preghiera, appoggiate sul tuo petto. C’era il tuo corpo, ma la tua anima era volata via. Tu non c’eri ed io, prima che i corvi neri in giacca e cravatta entrassero per portarti via, scappai a rifugiarmi nelle “stanze di sopra” e non vidi più quel tuo sorriso. L’unico a parlarmi ancora di te. E il mulinello della pioggia mi martellava sempre più e mi sembrava una marcia funebre suonata follemente da mille fanfare. Il giorno dopo venni con gli altri al cimitero per la tumulazione, ma non volli vederti. Ancora una volta scappai non appena vidi il coperchio chiudersi sul tuo volto di cera. E seppi che ero ancora viva perché stavo di nuovo per morire. Mi portarono a casa. E la fanfara mi assordava sempre più. Mi misero a letto e la fanfara crepitava. Più tardi mi dissero che ero stata con gli occhi sbarrati per molto tempo. Più tardi mi dissero che nessuno aveva sentito le campane a festa nel cortile quella mattina. Più tardi mi dissero che avevi contato i quattro rintocchi del pendolo quella mattina, ma non c’era stato né per te né per gli altri il rintocco singolo che segnava la mezz’ora perché il tuo pendolo si era fermato sul tuo ultimo respiro. E tutti chissà perché si resero conto dell’inutile attesa. E nessuno sentì le campane che pure ti glorificarono nel cortile.
Più tardi capii di essere viva per quel cupo dolore in mezzo al petto dovuto alla tua assenza. Più tardi capii che ero viva per quel vuoto nello stomaco che mi risucchiava nel suo abisso. Più tardi capii che ero viva perché mi capitava di odiare tutti i vivi che incontravo, che respiravano, parlavano, si muovevano. Perché erano riscaldati dal sole e tu no. Più tardi, molto molto più tardi scoprii che l’odio verso i vivi colpisce tutti quelli che vivono quasi in simbiosi con chi muore…> (II vol.)

Più tardi… E parlo ancora del tempo! Questa volta letto attraverso il tempo nel tempo, a partire da quello che provoca o disvela nell’arco di un giorno o forse due: i tumulti dell’anima, che ci distinguono e ci rendono unici.
Ma oggi non posso soffermarmi sui prodigi e i disastri del tempo, troppo mi urge dentro il pensiero struggente di mio nonno, a cui voglio dedicare questo giorno.
Poi penseremo a confrontarci ancora sul tempo… Ci sono ancora tante piccole grandi sottigliezze che lo riguardano, che ci riguardano, ma oggi è Lui al centro dei miei pensieri, Lui, il mio eroe cantastorie, con infinito Amore. Angela

lunedì 8 gennaio 2024

Lunedì 8 gennaio 2024: Col TEMPO nel TEMPO che è appena passato e che ancora ci aspetta...

Dopo una lunga pausa, quasi il tempo si fosse interrotto sul ricordo di un dicembre vestito di culle, di urne, di altari, di riti e preghiere, di silenzi, riprendo a fatica a scrivere per non perdere tempo, uno dei doni che quotidianamente ci viene elargito senza che noi ne prendiamo coscienza, senza un solo grazie da parte nostra. Eppure, forse solo agli esseri umani viene concessa questa consapevolezza: siamo immersi nel tempo. Ma il tempo esiste perché noi esistiamo come misura della nostra stessa esistenza? Forse. Andando oltre la concezione del tempo di Sant’Agostino, che ritiene di ridurlo al solo presente: “Presente del passato, presente del presente, presente del futuro” (il presente del passato è “la storia”; il presente del presente è “la visione”; il presente del futuro è “l’attesa”), a me piace fare un’altra elucubrazione sul tempo, ritenendolo anche: “orizzontale” o “lineare” che ci permetterebbe di comunicare con gli altri nostri simili. Quello “verticale” potrebbe avere due accezioni: ci porterebbe a scoprire la memoria del passato e quindi a risalire alla storia dell’umanità, oppure ci porterebbe ad un passo dal Cielo per scoprire Dio, definito da Aristotele Primo Motore Immobile (Colui che, essendo “sostanza immutabile ed eterna”, imprime “il primo movimento all’Universo e assicura l’ordine perfetto di tutte le cose”). Il tempo “circolare”, invece, determina il ritmo delle stagioni dell’anno e, metaforicamente, della nostra vita, ma potrebbe darci anche l’idea dell’infinito, “immagine mobile dell’eternità”, direbbe Platone...

Ma, a questo punto, mi sembra più giusto e più semplice, facendo riferimento al Nuovo Anno appena iniziato e neppure sotto i migliori auspici, come tutti noi sappiamo, augurarci, per il 2024, di avere ancora “tempo”, proponendo per tutti noi, che oggi ci ritroviamo per scambiarci un augurio e un abbraccio, la bellissima poesia di Elli Michler, poetessa tedesca (1923-2014), attenta alle più intime emozioni della nostra anima, come l’amore, la paura, la nostalgia, il mutamento del tempo e le trasformazioni dell’uomo nel tempo, dandoci il profondo senso della vita. La poesia s’intitola “Ti auguro tempo”: Non ti auguro un dono qualsiasi,/ ti auguro soltanto quello che i più non hanno./ Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;/ se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa./ Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,/ non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri./ Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento./ Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,/ ti auguro tempo perché te ne resti:/ tempo per stupirti e tempo per fidarti/ e non soltanto per guardarlo sull’orologio./ Ti auguro tempo per guardare le stelle/ e tempo per crescere, per maturare./ Ti auguro tempo, per sperare/ nuovamente e per amare./ Non ha più senso rimandare./ Ti auguro tempo per trovare te stesso,/ per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come dono./ Ti auguro tempo anche per perdonare./ Ti auguro di avere tempo,/ tempo per la vita. (da Dedicato a te, 1989)  

Ed ecco una mia breve interpretazione critica: non un dono qualsiasi, ma speciale perché riguarda il tempo, che non a tutti è dato di avere (si potrebbe anche nascere e morire o non essere mai nati e quindi non godere dell’incanto del prodigio di essere venuti al mondo, con tutte le sue gioie e i suoi dolori). Dipende, comunque, da come il nostro tempo viene vissuto (la responsabilità delle nostre scelte, non soltanto per noi stessi quanto per gli altri: “il prendersi cura” degli altri, nel tempo, è la più alta forma della continuità dell’Amore che riserviamo ai nostri cari, ma anche a chi ha bisogno del nostro aiuto, del nostro sostegno. E riguarda anche il tempo del nostro ben-essere (ridere, scherzare, stupirsi, amare e fidarsi degli altri degni di fiducia e affidarsi (come fa il bimbo alla carezza sicura e tenera della sua mamma), senza perdere più tempo. Nell’arco del tempo che ci è dato vivere è inevitabile perdersi, ma è necessario ritrovarsi. Per questo occorre vivere ogni giorno, ogni ora come inestimabile dono. Anche per perdonare. Ma qui ho tutta una mia teoria che riguarda appunto il “per-dono”: non credo sia giusto per noi umani il per-dono, perché ci metterebbe in una posizione di concessione, cioè più in alto, al “perdonato”. Noi, tutt’al più, possiamo accettare le scuse; sorvolare con una stretta di mano sul torto subìto; evitare con un sorriso di comprensione che chi ci ha offeso senta l'obbligo di scusarsi, ma solo Dio dall’alto della sua perfezione può darci il perdono. Mi piacerebbe il parere di chi legge queste mie riflessioni, che potrebbero essere tutte sballate. E per oggi va bene così. A presto. Sereno (per quanto possibile) 2024 a noi tutti e, speriamo, per tutto il nostro Pianeta! Angela-Angelina-Lina