giovedì 3 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE nel "Retino delle parole": giovedì 3 dicembre 2020

Oggi prendo spunto da un bellissimo commento di Maria Pia Latorre dopo il nostro terzo incontro di martedì 1° dicembre: “Che meraviglia! Al di là di Borges e Pessoa, perché c’è leggerezza di una farfalla!”. Grazie infinite, carissima Maria Pia, perché mi offri la possibilità di puntualizzare, a modo mio, sempre con calviniana leggerezza, il senso/significato dello “specchio” per Borges e della “finestra” per Pessoa. In verità, io preferisco la teoria del prisma che supera e vince quella degli specchi, perché lo specchio diventa la ripetizione e quindi l’imitazione all’infinito di un modello letterario, sia prosa o poesia, e di tanto altro ancora (anche della stessa capacità di procreazione tra gli uomini e della stessa personalità umana, come già detto), il prisma invece offre innumerevoli sfaccettature sia della personalità di ciascun essere umano sia delle metafore e del ritmo che generano poesia (J.L. Borges, Il prisma e lo specchio, Adelphi edizioni 2009). Ma qui ci vorrebbe un Convegno per un confronto e un contraddittorio in grado di illuminarci meglio sulla opportunità delle scelte psicologiche, letterarie, valoriali. Per quanto riguarda il grande poeta portoghese Fernando Pessoa, tutti sappiamo benissimo quanta vita abbia trascorso dietro una finestra (quantomeno il contabile Soares, uno dei suoi tanti eteronomi, nel Libro dell’inquietudine) vedendo il mondo muoversi nel tempo alla vana ricerca della sua anima. Anche i suoi tanti eteronomi (Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Alvaro de Campos, i più noti) utilizzano la finestra per raccontare e raccontarsi, per nascondere e nascondersi, per rivelare e rivelarsi, per spersonalizzarsi e riappropriarsi di una personalità fittizia e mai vera, eppure quanto vera dietro ogni finzione/maschera per avere la libertà di essere e di denunciare. E in ciascuno Pessoa riversa un tratto della propria personalità. Nel primo egli afferma: “tutta la mia forza di spersonalizzazione drammatica”; nel secondo: “tutta la mia disciplina mentale”; nel terzo: “tutta l’emozione che non ho dato né a me né alla mia vita”. E il suo ortonimo, ossia Pessoa stesso, alla fine dice di sé: “Mi sono moltiplicato per sentire, per sentirmi, ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un Dio differente” (Cfr. lenottinbianco.altervista.org)

Ritornando al libro di Primo Leone, ritengo che anche per lui le finestre abbiano significato più o meno la stessa cosa, sono state la parcellizzazione della sua personalità. I suoi eteronimi. Senza riuscire mai a dare a sé stesso e agli altri la vera immagine di sé. Come, del resto, avviene per ciascuno di noi. Non ha scritto Pirandello Uno, nessuno e centomila? Niente di più vero. Oltre la maschera c’è un volto? E quante maschere scambiamo per volti e viceversa? il pessimismo diventa inevitabile? Personalmente ho ancora fiducia nell’uomo. Nella parte bella della sua anima. Nella creatività rivolta a creare Bellezza e Armonia. Saranno queste a salvarci. Ancora una volta. Ne sono certa. Altrimenti il mondo si sarebbe estinto nel suo nascere. Già da Caino (il male, colpevole di un feroce delitto) contro Abele (l’innocenza inerme). In ogni essere umano confliggono continuamente il male e il bene, da sempre e forse per sempre. Fino a quando questa umanità ancora bambina non crescerà in sapienza e bontà. Io ci credo ancora. C’è una continua rigenerazione nei multiversi che ci contengono. Perché noi non dovremmo rigenerarci continuamente fino a trovare il punto d’incontro di ogni possibile verità? Noi potremmo cercarla insieme fino a che avremo il piacere di stare insieme in assoluta libertà. E fino a quando nel mio retino verrebbero a confluire le tante parole dei nostri libri e anche le parole dei vostri commenti che potrebbero offrirci motivo di nuove riflessioni, nuovi approfondimenti. Io ne terrò conto, per un ulteriore confronto e possibilità di crescita culturale e spirituale insieme. E, per concludere, vorrei ripartire dal “cuore di carta” che occupa la prima finestra di Primo Leone. Tutto parte dal cuore, ma Primo non scrive “cuore di carta”, ma “di carta il cuore”. Non trovate anche voi la prima definizione banale e la seconda poetica? Importante in poesia è sicuramente la scelta delle parole, ma anche la loro posizione: che è ritmo interiore e canto della propria anima. Ed ecco: fiorire POESIA!

A domani per il nostro incontro alle ore 19. E a sabato per queste note effusive sul mio blog “la poetologa”. A presto. Ciao. 

mercoledì 2 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE nel “Retino delle parole”: mercoledì 2 dicembre 2020

E continuo dopo aver parlato della magia delle finestre di Primo Leone nella sua Silloge poetica postuma Lontano da ieri (2008). La finestra è un luogo di osservazione straordinario, se non il primo luogo. Basta aprire le imposte la mattina oppure spalancarla per entrare subito in contatto con il mondo esterno: il paesaggio, l’orizzonte, le case, i terrazzi o i tetti, le antenne paraboliche che feriscono il cielo. E la luce entra proprio attraverso quel rettangolo che si affaccia sul cielo: essa varia col passare delle ore durante il giorno (luminosa quando c’è il sole, più grigia e spenta fino a risolversi nel buio della sera). Anche le condizioni atmosferiche incidono sulla luminosità o meno che inonda le stanze e che, via via, forma ombre più o meno morbide o più o meno scolpite negli angoli o sotto i mobili o lungo i volti e le vesti degli abitanti. Tutta la realtà esterna modifica di ora in ora la realtà interna e diventa un film irreale perché tutto muta tra l’essere e il non essere, nell’arco della stessa giornata. Finestra con gli infiniti mondi interni ed esterni che si dischiudono per farci scoprire, nella sua intoccabile staticità apparente, l’unico mondo fino a questo momento da noi abitato. A questo proposito, ritengo illuminante quanto scrive il filosofo Raimon Panikkar (Barcellona 1918-2010) sulla molteplicità delle finestre poste una accanto all’altra “a ferrovia”, come avviene ormai in tanti “palazzi di vetro” delle nostre città: ogni osservatore dietro i vetri vede un pezzo di mondo diverso da quello dell’altro. Queste finestre stanno a significare la necessità di aprirsi al dialogo e al confronto per avere una visione d’insieme della realtà. Panikkar parla di “necessario pluralismo” per mettere insieme il mosaico della nostra visione del mondo oggettiva e della sua percezione soggettiva perché tutto corrisponda a una “quasi realtà”. Anche nelle finestre all’inglese presenti nel libro di Primo Leone abbiamo la visione distinta e molteplice della sua personale realtà, fatta di mistero più che di verità. E tutto diventa più indecifrabile se di sera, accendendo le luci, ci troviamo di fronte ai vetri che, cancellando il mondo esterno, fanno da specchio alla nostra immagine frantumata, restituendoci un “Io” di noi ribaltato e quindi doppiamente ingannevole. La nostra non è più un’immagine reale, ma sicuramente fittizia perché è come la scrittura da decifrare a rovescio. Dunque, noi siamo il nostro rovescio. La nostra destra diventa la sinistra e viceversa. il “di qua” diventa il “di là”. Lewis Carroll ha scritto, dopo Alice nel Paese delle Meraviglie, proprio la sua continuazione Attraverso lo Specchio, come metafora della crescita, del cambiamento, del divenire. È, dunque, un mondo dietro lo specchio, che però non riguarda la mia visione di cosa comporta essere dietro uno specchio. Diciamo che sto elaborando una mia teoria (spero). Prendetela per buona col “beneficio dell’inventario”. Se avrò il tempo, forse ne farò un saggio. Il mistero di ogni persona mi incuriosisce molto. E, in questo caso, il mistero si infittisce. Chi siamo davvero? Quante tessere ci vorranno per costituire il mosaico razionale della nostra personalità? Quante pennellate occorreranno per comporre l’affresco del nostro “Io” più imprendibile nella sua bellezza e armonia? E quante parole potranno mai raccontare realmente un uomo e la sua vera storia? Cercheremo insieme di tentare delle strategie minime per scoprirci nella nostra identità e conoscerci meglio per quanto possibile. Le parole del retino diventano quasi indispensabili, almeno per me che le catturo. Ma ora siamo ancora alle prese con le finestre, che sono esse stesse metafora della nostra personalità e della nostra vita. Finestra è un vocabolo così semplice eppure dal significato così complesso; così intimo da riguardare in primis la nostra casa eppure così vasto da abbracciare il mondo intero in senso sincronico e diacronico. La finestra, infatti, contiene in sé due elementi fondamentali: uno pratico e l’altro estetico, legati alla sua funzione. Pratico, perché la finestra serve a dare luce e a rinnovare l’aria all’interno della casa, ma anche a consentire la vista del mondo esterno, come già detto; estetico, perché è stata pensata per abbellire la facciata dei palazzi, delle chiese, delle torri (si pensi alle bifore e trifore medievali e rinascimentali o a quelle “a cielo aperto” o “a vento”, con valore simbolico di “porte celesti” dell’area lodigiana, come la chiesa di San Francesco a Lodi. Mi danno appunto l’idea del volo. Altra magia). E che dire dei lucernari che si spalancano con tanta voglia di cielo? Per circa vent’anni ho scelto di abitare in mansarda per poter toccare il cielo con un dito. Con un lucernario in ogni stanza e con il letto sotto quell’occhio quadrato a impedirmi di dormire le poche ore vinte dal sonno. Ma lì a portata di mano avevo le stelle o la luna o le albe dorate che mi incantavano e rimanevo con gli occhi spalancati a catturare i miei sogni. E non venivo mai delusa. Chiacchieravo con la luna e le stelle e non avvertivo stanchezza tra un rigo di poesia e una pagina di romanzo. Una notte è venuta a visitarmi una stella cadente, lasciandomi colma di meraviglia e con il retino a portata di pensieri per catturare un sogno da realizzare. Un giorno, appena la pioggia smise di danzare sui vetri spioventi, il cielo si accese sulla mia testa di tutti i colori dell’arcobaleno, rischiando di scivolare sul mio letto. E la rugiada di primo mattino, e la rara neve e le innumerevoli nuvole a darci la sfida del gioco creativo tra me e il mio compagno di vita: ci incantavano la forma, il colore, la loro trasformazione e il loro dissolversi e rinascere… Ora non più. Si è perso l’incanto. Ora ho imparato a portarmi tutti i cieli nel cuore perché ho bisogno ancora di sognare. Duplice è la mia dimensione di anziana/bambina. E non smetterò di stupirmi neppure quando sarà l’ora di andare. Duplice è anche la dimensione della finestra? Certo. Abbiamo un’altezza e una larghezza, definite perlopiù da un rettangolo con la base quasi sempre formata da angoli retti. Ma anche da volte rettangolari o spesso curve ad arco: le prime rispondono a quel criterio di praticità di cui ho parlato, le seconde a criteri di opportunità e di estetica. Ciò sta a significare il nostro bisogno di linee chiare che ci diano un ordine preciso dapprima esteriore e poi interiore, per non disperderci. E noi abbiamo bisogno di ritrovarci dopo ogni nostra dispersione, sia pure sempre in forma imperfetta e mai del tutto vera, mai del tutto falsa. Ma la finestra ha anche una terza dimensione, che viene data dalla sua profondità, costituita dal “vuoto” che si viene a formare e che può essere in qualche modo attraversato, costituendo un dentro/fuori, interno/esterno. Limite e confine tra la nostra pelle e tutto ciò che la circonda e che è altro dal nostro corpo. La finestra è, perciò, anche possibilità di fuga, ma solo psicologica. Proprio come sta accadendo in questo periodo di chiusura agli altri per evitare contagi. E noi sostiamo a lungo dietro i vetri che sono i soli, spesso, a conoscere i nostri pensieri in fuga, i nostri segreti, i nostri sogni che affidiamo, fiduciosi o scettici, a quella fuga, mistificata dai rossi gerani che fioriscono anche d’inverno sui davanzali delle nostre finestre, strappando un sorriso di labbra rosse, eterna primavera della vita.

 E anche per oggi chiudo qui. A domani. Spero di farvi ancora buona compagnia. Con leggerezza e serenità. Con un pizzico di poesia. Sempre. Ciao. Angela

 

 

 

 

 

lunedì 30 novembre 2020

La magia delle FINESTRE nel “retino delle parole”: lunedì 30 novembre 2020

Dopo il secondo incontro.


Riprendo il discorso di ieri, passando in rassegna le Arti riconducibili alla creatività umana: 
In Architettura, ogni architetto ha la sua porta e la sua finestra per soluzioni funzionali ed estetiche. E forse non ci sarebbero finestre oggi senza gli architetti che vanno in giro per il mondo a cercare soluzioni pratiche e geniali per ogni ambiente morfologico, fisico, antropologico, sociale, culturale. Valgano per tutti alcuni architetti del Novecento e di questo nuovo secolo: Ernst May, Walter Gropius, Peter Oud, Le Corbusier, il nostro Renzo Piano. 
In Pittura, è facile il riferimento ai tantissimi pittori che hanno dipinto le finestre, soprattutto dall’Ottocento in poi, ma non sono pochi i luminosi esempi del passato. Caravaggio e Vermeer, i pittori della luce, hanno dipinto finestre che catturano la luminosità dell’ambiente esterno per farla riverberare all’interno sugli oggetti e sui volti dipinti. E, più vicini a noi, Munch, Dalì, Picasso… Dal Novecento fino ai nostri giorni, Edward Hopper e le sue finestre sulla solitudine e l’incomunicabilità. Giorgio De Chirico e le sue finestre metafisiche ed enigmatiche. Magritte e le sue finestre surrealiste fino a diventare una ossessione, legata allo sguardo che vede e viene visto. Marcel Duchamp e le finestre oscure ed ermetiche, provocatorie, misteriose e ingannevoli. Boccioni e il mondo esterno complesso e caotico che riempie lo sguardo, i sensi e i pensieri della donna (sua madre?), che osserva la strada, affacciata al balcone e diventa un tutt’uno tra immobilità e movimento, tipici del fervore di vita lungo le strade cittadine.
In Fotografia, si pensi al nostro Giovanni Gastel con le ultime foto delle finestre al tempo della prima ondata del coronavirus, gettando una sfida ai giovani fotografi per occupare creativamente il lungo tempo della clausura.
Nella Musica e nel Canto le finestre hanno un posto privilegiato: da “Fenesta ca lucivi”, attribuita a Vincenzo Bellini a Fenesta vascia, una canzone molto antica di ignoto napoletano, cantata teneramente da Roberto Murolo. E, a proposito di Fenesta ca lucivi, vi voglio confessare una simpatica amenità per farci due risate insieme: era il mio cavallo di battaglia dell’adolescenza e prima giovinezza. Ero una ragazzina canterina (l’“uccellino della casa”, mi definiva mio nonno) e, quando aiutavo mamma nelle faccende domestiche, ero solita accompagnare i miei languidi e morbidi movimenti (non sono cambiata molto nel tempo) con le canzoni più lacrimevoli del mio romantico repertorio, tra cui proprio Fenesta. E così, disperata per un amore quasi sempre lontano, io impiegavo tempi interminabili per riuscire nella semplice impresa di mantenere pulita la casa. Mamma pazientava a lungo, ma alla fine, sistematicamente, mortificata e dispiaciuta per tanta mia inspiegabile e inconsolabile pena, mi sollecitava a fare più in fretta dicendomi: e, figlia mia, ma che ti è capitato di così straziante? Non puoi scegliere un repertorio più allegro? Se ne avvantaggerebbero la casa, l’umore e la salute.
Mia sorella Anna Maria, a quel punto, si sentiva chiamata in causa, pur essendo più piccola di me di cinque anni. In un baleno, spostando mobili anche pesanti quasi fossero fuscelli, metteva a lucido tutto l’appartamento. Con grande sollievo di mamma. E gratitudine da parte mia per avermi risparmiato una fatica a cui mi sottoponevo per amore, ma molto malvolentieri. 
Ma tornando alla Musica e alle Canzoni, non posso non citare i tanti nostri cantautori: da Modugno a Finardi, da Jovanotti a Baglioni, da De Gregori a Lucio Dalla, da Arisa ad Emma Marrone e così via, per le loro più o meno famose canzoni ispirate alle finestre.
In Teatro: da Aristofane al nostro Eduardo De Filippo le finestre non mancano mai e spesso fanno da sfondo alle numerose, allegre o tristi, vicende umane.
Al Cinema: valga per tutte La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock. Indimenticabile capolavoro.
Per la Fotografia, il Cinema, la Televisione, il Teatro vale la pena di ricordare cosa afferma il fotografo Luigi Ghirri, parlando di finestre che per lui sono “confine tra l’interno, quello che pensiamo, quello che vediamo, quello che possiamo vedere, quello che dobbiamo vedere e quello che vediamo nella realtà cioè all’esterno”. Questo punto di equilibrio tra il mondo immaginato e quello reale viene identificato con l’“inquadratura”. Ma anche in letteratura tutto ciò non sarebbe male. A questo proposito, ci sono altre considerazioni da fare, secondo me molto interessanti soprattutto per chi ama l’Arte in ogni sua espressione e, quindi, anche per chi desidera scrivere o scrive in prosa e in versi. Come si sa, si dovrebbe partire soprattutto dall’osservare la realtà che ci circonda e quella che “sentiamo dentro”. 
A mercoledì 2 dicembre, dopo il III incontro di domani. Serena settimana a tutti. Ciao

 

 

  

domenica 29 novembre 2020

La magia delle FINESTRE

 5 minuti con poesia: II incontro: le finestre. Ho tentato di parlarne venerdì scorso. Ma come si fa a parlare di magiche emozioni, con la voglia di comunicarle e condividerle, in soli cinque minuti? Proprio quando avevo cominciato a farlo il trillino mi ha dato il segnale di STOP, che naturalmente non sono riuscita a rispettare…

Allora continuo a parlare qui della magia delle mie FINESTRE, magia di cui abbiamo bisogno oggi più che mai. Per alleggerire il cuore oppresso da tanto dolore, angoscia, paura per un virus pandemico che sta sconvolgendo tragicamente questo nostro corrucciato e indifeso pianeta. Come è facile notare, io ho bisogno di tempi lunghi e di “parole distese” per comunicare i miei pensieri.

Dunque, dicevamo. Le finestre, così semplicemente quotidiane e necessarie alla nostra vita conservano il mistero di buona parte della nostra vita: le apriamo di buon mattino per fare respirare la nostra casa col farvi entrare aria pura (almeno dovrebbe esserlo!) e luce e il mondo con le sue voci e suoni e rumori di strade e piazze e case che si risvegliano. Ma per me è quotidiano stupore notare come la luce penetri nelle nostre casa a illuminarle, dissipando il buio, come neve al sole. Mentre non   una sola ombra vola verso l’esterno ad oscurare il cielo. La casa conserva, non dissipa; trattiene, non caccia via. La stessa luce, se l’accendiamo la sera nella nostra casa non esce dalle finestre, si fermano dietro i vetri e, anche se le spalanchiamo, la luce rimane dentro, non si espande per le strade. Ditemi se questa non è magia! Solo noi possiamo entrare e uscire da casa, ma dipende da noi umani (compresi gli animali): è un atto di libertà e di volontà che appartiene a ciascuno di noi, a meno che non ci siano delle costrizioni o degli impedimenti a vietarcelo. Ma per entrare ed uscire abbiamo bisogno di un varco: la porta con una soglia che facilmente attraversiamo perché i nostri passi possano andare alla conquista del nostro piccolo mondo quotidiano o molto più lontano, magari non più a piedi ma con i tantissimi mezzi di locomozione che il secolo scorso ha conquistato per noi. Persino per farci andare alla conquista dello spazio: la “casta diva” luna o Marte, il pianeta che rosseggia, e via via sempre più su fino a sfidare le stelle.

Fuori dalla nostra casa lo spazio si fa infinito e noi rischiamo di disperderci.

Lo scrittore Antonio Tabucchi, che amo tanto, scrive: “La vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna chiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre”. E Emily Dickinson: “Un vuoto, la finestra, che può essere metafora dell’infinito”. Non è magia anche questa?

La nostra casa, dunque, è la risposta rassicurante dell’uomo alla sua ansia d’infinito e alla sua paura dell’infinito. È il nostro punto di ritorno, il nostro rifugio sicuro, la nostra protezione. Ma anche, come dicevo venerdì, la nostra segregazione, che ben presto ci rende insofferenti a quel nostro mondo asfittico che limita i nostri passi e le nostre esperienze da vivere. Ed ecco la finestra venire incontro a questo nostro bisogno/desiderio: guardare fuori, riappropriarci dello spazio, dell’orizzonte oltre le case, dei campi oltre il paese, del respiro del cielo, stando però nei limiti di quel rettangolo che ci salva dall’infinito sperdimento. La finestra ha un davanzale a cui appoggiarci o un balcone da cui affacciarci. E, altra magia, parla di noi e per noi con gli altri; dei nostri modi di essere. Ci definisce meglio agli occhi di chi è curioso di conoscerci. Comunica in silenzio le nostre intenzioni: può essere chiusa, semichiusa, spalancata, aperta, oscurata, serrata, rotta. Per queste caratteristiche è ambiguamente simbolica: si apre e si chiude, unisce e separa, permette di vedere e di essere visti, ma anche di nascondere e nascondersi. Indica dunque un atteggiamento e diventa metafora psicologica della vita stessa.

(Cfr. Monica Mazzolini, Appunti d’Arte, blogspot.com, 23 novembre 2020)

Dipende dalla nostra capacità di comunicare con gli altri o meno. Dall’ottimismo e dalla diffidenza, dall’indifferenza o dalla curiosità verso il mondo esterno. Dal bisogno di aprirci o di chiuderci agli altri.

Può fare da sfondo o essere l’oggetto principale di osservazione.

Eterna dualità della natura materica e umana.

Ed è su tale dualità che si gioca appunto la nostra vita: la dialettica costante tra la soggettività dell’IO e l’oggettività del MONDO. Il vano/davanzale della finestra abbraccia l’una e l’altra. Ed è in tale abbraccio l’illuminazione poetica! Dovuta, come sostiene il filosofo Bergson, all’“intelligenza”, che osserva le cose dall’esterno, e l’“intuizione”, che sente il “reale” dall’interno, e si identifica con esso.

Ed è questa, secondo me, la magia più grande a cui non può sottrarsi chi è amante del linguaggio poetico. Ma non solo. Nelle diverse declinazioni della creatività umana, tutti gli Artisti sono stati illuminati dalla magia della finestra.

Ma questo altro respiro d’infinito ve lo racconto domani. Buona domenica.

mercoledì 25 novembre 2020

Emozioni del giorno prima e riflessioni del giorno dopo - Blog “la poetologa”

5 minuti con poesia: “Il retino delle parole” - I incontro: reti e retino.


Ieri sera ho vissuto con inspiegabile emozione il primo incontro online con quanti hanno il piacere di leggere i miei libri e mi seguono su Facebook. Inspiegabile, perché non è la prima volta che mi capita di “andare in diretta”, eppure ieri ero proprio fuori fase ed ora, dopo una notte insonne, tento delle ipotesi: ieri pomeriggio mi si ruppe lo specchio mentre mi restauravo, per non sembrare una vecchia cariatide quale sono? Sempre ieri pomeriggio, un gatto nero con gli occhi gialli s’impossessò del giardino fissandomi a lungo con aria di sfida? Una cornacchia venne a gracidare sul muretto che separa il nostro spazio vitale da quello del vicino di casa?
Sarebbero dei validi punti di domanda se non fosse che non sono superstiziosa, che amo i gatti neri con gli occhi dorati e che le cornacchie mi mettono di buonumore per il loro grido roco di protesta perché il loro canto non allieta nessuno per quanti sforzi facciano poverine! E allora?
Provo a cambiare rotta. La verità è che mi sono lasciata prendere dall’“ansia da prestazione” perché, conoscendo la mia logorrea se vengo lasciata libera di parlare, avevo deciso di scrivere il mio primo intervento (cronometrato) per non andare oltre i 5 minuti concessimi. Abbiamo fatto anche più volte “le prove tecniche di trasmissione” (mancavano solo le pecorelle della TV 1956) per aggiustare, di volta in volta, il tiro con la pausa giusta, la giusta intonazione, il giusto ritmo per dire tanto in soli 5 minuti 5: io leggevo di “rete e retino” e Nicola, il mio amatissimo e pazientissimo nipote tuttofare, registrava con la clessidra rovesciata. E anche il suo pollice mi dava l’ok o lo stop. E così, prima di andare in onda, ho sistemato per bene i fogli sul tavolo, facendo, come si è sentito dopo, un fracasso del diavolo, mentre mi caricavo di ansia sempre più, sentendomi ingessata e imbavagliata da quei fogli che avrebbero dovuto darmi il tempo giusto. Che mi è sfuggito di mano come pure le parole sul foglio che vanamente inseguivo e non riuscivo più ad afferrare perché un minimo di benvenuto a modo mio dovevo pur darlo. Con un sorriso almeno. Una battuta estemporanea e tutte le cavolate che mi sono venute in mente senza più arginare, misurare, chiarire sinteticamente ma efficacemente il tutto. Un disastro, mentre Nicola mi faceva stringi stringi con il pugno che si apriva e chiudeva nel mio cervello in tilt. È andata così.
Ma la mia pervicacia non ha limiti quando devo difendere l’indifendibile. Quando devo chiarire posizioni scomode che segnano le mie sconfitte. In tutto ciò, infatti, ho a cuore quanto scritto su “rete e retino” per motivare a dovere la mia scelta per la rubrica “Il retino della parola”. E il tutto, se cronometrate, si riduce a 5 minuti 5.
Già ho motivato, nell’invito ad incontrarci, il significato di “rete” che è alla base della scelta del mio “retino”: La rete è un intreccio di fili annodati fra di loro a maglie più o meno fitte e richiama la funzione di catturare, ma si associa anche a quella di insidiare, nel senso di irretire, far cascare nella rete. Ed è, per estensione, anche qualsiasi intreccio di vario materiale con forma diversa, secondo lo scopo a cui è destinato. La rete di ferro dei letti antichi, per esempio. La rete di polietilene (plastica) della porta che un portiere deve difendere negli stadi. La rete di protezione di vario metallo a sostegno di siepi, che delimitano i parchi delle città o i giardini delle ville in periferia o in campagna.
E, purtroppo, mi viene in mente anche la rete con filo spinato a ingabbiare i circa 15.000 bambini ebrei, vittime della Shoah a Terezìn. O in Palestina, in terra di nessuno.
Ma essere in rete è oggi riferito pure al mondo della comunicazione multimediale: internet e i vari social, raggiungibili anche con il tablet o il semplice nostro cellulare. Qui la rete ha il senso bellissimo di navigazione, ma anche del perdersi in linguaggi poco praticati o praticati male, soprattutto da chi è anziano come me. Linguaggi, che bisogna imparare a conoscere per non ritrovarci irrimediabilmente confinati in un passato che non esiste più. I più giovani, invece, devono imparare a “dominarli” con discernimento.
Il retino, invece, ha maglie talmente fitte e spazi d’azione così brevi da potermi fare catturare, l’ESSENZIALE, quello che non può essere perduto, ciò che rimane e diventa importante: col retino, per esempio, posso inabissarmi nel mare delle parole per ritrovarmi a pelo d’acqua in un racconto o un romanzo; oppure posso perdermi nel bosco delle lucciole, che racchiudono le stelle di un cielo capovolto nelle siepi e tutto si fa poesia.
Ma oggi non si può andare al mare né ci possiamo perdere in un bosco a raccogliere lucciole. È tempo di covid e il mondo è talmente minaccioso da costringerci a guardarlo protetti dalla nostra casa, magari mai stanchi di osservarlo da dietro i vetri delle nostre finestre. E qui la solitudine ovattata e silenziosa ci fa catturare altre parole, altre stelle. Ci offre la possibilità di ripescarle nei ricordi, magari guardando vecchie fotografie conservate in alcuni album del tempo che fu o in cassetti più o meno dimenticati.
E allora, oggi, mi piace partire proprio da una parola che è rimasta bloccata nel mio retino: FINESTRA.
Sono tanti i nostri libri che si affacciano dalle finestre per prendere il volo…”.
Cronometrato? Ci stava tutto nei 5 minuti a ritmo sostenuto. Avrei sforato per dire ciao, a venerdì 27. E invece sapete come è andata. Beh, ci riprovo al prossimo incontro, dove parlerò appunto di FINESTRE. Ma senza più foglietti, andando a braccio perché credo presuntuosamente che mi riesca meglio. A venerdì, spero. Mi rimetto, senza più possibilità di presunzione, alla vostra clemenza e al vostro affetto… Ciao. 

venerdì 13 novembre 2020

PASSI D’AUTUNNO (seconda parte)

“Il turbante di van Eyck”

Svettante vessillo

di fiamma e di sogno

 tra pensieri di uccelli migratori

 verso cieli lontani

 l'ampio capello

 nella sontuosità di pieghe come onde

 a bruciare il mare.

 Forse ricordo forse nostalgia.
 Lame taglienti

 gli occhi che osano

 abbattere frontiere

 e fare preda d'incontro

 i sogni altrui sparsi 

 nello spazio-tempo di un richiamo

                muto

 E la mano è un pugno

 a bloccare il demone

 d'ogni possibile rimpianto.

(a Marisa Carabellese, autrice del ritratto)

 

IL SOLE TEMPESTOSO

 

Il sole tempestoso d’autunno

ha ruggito di leone

e cuore di miele

ad addolcire gli affanni

degli uomini,

tra foglie che cadono

in silenzioso pianto.

Esplode in un cielo di sangue

che non sa capire la tenerezza

l’amore.

E lapilli di odio e violenza

quasi magma

al centro della terra

distruggono alberi e case

e un sogno bambino che mai diverrà.

Volano uccelli migratori

incontro a un’alba di giorni lontani

quando è ancora atteso

il miracolo della vita…

 

 Questo cielo di novembre

È velo cilestrino                                                                                

questo cielo di novembre

ricamato a pizzo macramè

- nuvola leggera

velo di chiesa che deponevo

sui capelli arruffati d’autunno

all’ingresso della casa del Signore -.

Emozioni ritornano tra rami

di cedro scompigliati dal vento

più del vento nei riccioli scomposti

e respiro un Cielo tutto mio…

             (è domenica)

 

Passi d’autunno 2

Caduto è il vento

- che non si è fatto male -

Ripescato il mare

in un delirio d’azzurro

oltre la collina smerigliata

di sole stanco di lottare

con nuvole leggere e passi

d’autunno.

L’abete è un fremitare d’ali:

capini, code, ripicchi familiari

di voli di appena tentata libertà.

Brevi voli tra i rami:

i piccoli non sanno andare

lontano.

Simile è il mio desiderio di cielo

infilzato al primo palo della luce

(domani oserò raggiungere il secondo…).

 

Cielo grigio di novembre

Cielo grigio sui rami di novembre

tormentati dal vento

e una pioggia di solitudine mi assale

- la solitudine si deve fuggire

si deve fuggire,

sol con le compagne

si può gioire,

sol con le compagne

si può gioire…

Cerco una bimba

che sappia cantare

che sappia cantare.

Cerco una bimba

che sappia danzar… -

Mi torna in cuore

l’antico canto di noi

bambine

a vincere solitudine

e malinconia.

A far vincere ingenuità

e allegria.

E comincio a cantare       piano

mentre danzo danzo       danzo

sul verde prato

     assolato

che “nel pensier mi fingo”…

         (e sono salva…)

 

PEGASO E IL MIO SOGNO (ballata)

Cavallo alato

d’antica memoria

in volo fino alle stelle

ho incontrato

dove trovò dimora e notturno canto

il mio sogno di un mondo migliore.

Di cielo indaco e blu ha colore

questo mio fiore che si schiude

come preghiera

sul dolore degli uomini

e l’inascoltato cuore

di giovani madri in fuga

su mari di naufraghi e sirene,

dove l’approdo è solo una speranza

in questa danza

di onde alla deriva.

 

E la gente moriva moriva moriva

e la coscienza dormiva dormiva dormiva

in un mare d’indifferenza o di ostilità

senza l’antica umana pietà

ch’era fatta d’accoglienza

e di dolore per ogni assenza.

 

Al ristoro di giorni attesi,

che trascolorano di misfatti

e piangono ogni disperato naufragio

della nostra umanità,

ho dispiegato il mio canto

di rivolta e libertà

e cerco un azzurro sorriso

a rendere più terreno il Paradiso

 un volo più alto delle stelle

per accendere fari di approdo

a tanti miei fratelli disperati

che fuggono dalla guerra e dall’orrore

di anime e corpi mutilati

dove non si respira un briciolo d’amore

 dove ogni giorno gronda sangue

dove non è più facile la riva

 

E la gente moriva moriva moriva

e la coscienza dormiva dormiva dormiva

in un mare d’indifferenza o di ostilità

senza l’antica umana pietà

ch’era fatta d’accoglienza

e di dolore per ogni assenza.

 

(vorrei offrire un nido per ogni dolore

e poter ancora sognare un mondo migliore)

 

                                               Angela De Leo