Visualizzazione post con etichetta Alberto Tarantini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alberto Tarantini. Mostra tutti i post

giovedì 4 gennaio 2018

L'ALBA DEL NUOVO ANNO


E ci sorprende l’alba del Nuovo Anno con sfilacci di nuvole che ricamano il cielo e lasciano uno stupore di luna affacciata ai balconi della notte in attesa di sapere i destini degli uomini che hanno gridato auguri! Buon anno! Sii felice! E hanno brindato e acceso lanterne in volo verso il cielo in una esaltazione di botti, di luci, di fuochi d’artificio a gareggiare con le lontane stelle, silenziose, misteriose, estranee forse alle umane vicende, ma vicine al cuore di ciascuno, che s’illumina di taciuti sogni e di intimi desideri (de-sidera = intorno alle stelle!). Per vincere ogni dolore ogni perdita ogni delusione. E le illusioni rinascono con l’ultimo tocco della mezzanotte, con il primo battito del primo minuto del giorno che verrà. E tutto ci sembra possibile. Tutto ci appare nuovo (come la mente si finge) e tutto diventa un tempo e un luogo da attraversare per esplorare, scoprire, conoscere sapere capire. E il gioco riprende in una fuga di giorni che sanno l’attimo e ignorano il tempo. Quasi tutti, però, riprendiamo il cammino tracciato dalle vecchie abitudini e convinzioni, dai vecchi impegni e dalle vecchie prigioni.
Il nuovo ci sorprende e ci spaventa. Lo guardiamo con la meraviglia dell’attesa e lo accantoniamo con la codardia di chi lo teme e se ne allontana. Le vecchie certezze si risolvono in nuovi rifugi per non rischiare di naufragare senza un solo appiglio. E tutto si ripropone.
Eppure…
Basterebbe forse il coraggio dei sogni o il sogno del coraggio per capovolgere il mondo e seguire nuovi richiami, scoprire nuove vie, rileggere gli antichi sentieri con occhi bambini e rinnovate stelle comete ad indicare un grotta, una verità prima ignorata o perduta e riapparsa in tutto il suo splendore d’essere.
Forse il solo augurio potrebbe essere questo: avere un cuore bambino sempre.
Perché ogni giorno sia il primo giorno dell’anno e della nostra vita. Anche se ogni giorno ci regalerà un nuovo dolore e un nuovo incanto. Nuovi dubbi e nuove certezze. Nuove contraddizioni. Nuove emozioni. E il mistero ci prenderà per mano e ci condurrà dove la mente si ferma nell’indistinto buio delle mancate dimostrazioni, mentre l’anima procede verso la luce dove è la sua dimora e il suo canto…
Tra i tanti messaggi di auguri ecco venirmi incontro una poesia beneaugurale, inviatami alcuni mesi fa dal mio amico e poeta Alberto Tarantini non per il nuovo anno naturalmente, ma per il mio compleanno.
La rileggo e la trovo decisamente appropriata per questo giorno di nuovo inizio. La trovo, anzi, prodigiosamente appropriata. Quasi un segno. Uno squarcio di luminosa sonorità nel silenzio che sopraggiunge nel cuore e nell’aria dopo il frastuono della festa e l’allegria. Un invito a riflettere. A non far passare invano un giorno che promette molto nel nostro immaginario per rivelarsi magari un giorno come tutti gli altri. Con uno sgomento di giorni in più.
Ecco il testo:
L’uomo e le stelle
Nel freddo firmamento -/che tale è:/riserva d’oppio di pazzi/ e poeti! -/non ravviso fattezze/ umane o amiche,/il caldo abbraccio/ d’un creatore/che volle farci felici./Le costellazioni non portano/ nomi di santi; di là mai passarono./Eroi, regine, qualche/ strambo/ animale… ma santi/ proprio no./Altri imperi imperano/
e vi si piantano bandiere/ con scritto che la morte/ fu vinta; e le formule/ si sprecano negli annali /dell’Universo./ Forse siamo noi il tocco/ d’autore,/ l’intarsio dell’artigiano,/ la sbavatura del colore,/ la pregiata/ imperfezione,/ la nota volutamente/ steccata/ che ci avvicina un po’ a/ Dio.
Mio caro Alberto, ti ringrazio per il tuo dono che ora mi torna utile più che mai per concludere queste mie povere riflessioni sull’“anno che verrà”.
Bello il titolo, che mi riporta alle mie amate stelle e alla loro luce, offuscata purtroppo dalle nostre luci artificiali che le impoveriscono fino a farle sparire alla nostra vista. Eppure ci sono. Sono là da miliardi di anni luce. Si spengono e rinascono come i nostri sogni, i nostri progetti e desideri che tali rimarranno “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.
Certo, come sostieni giustamente tu, gli astri sono freddi e lontani e non si danno affanno dei mali degli uomini. Vivono in galassie e formano costellazioni, ma sono un inganno perché il tempo che li contiene si conta in milioni di anni e lo spazio è siderale. Dunque, vediamo ciò che è lontanissimo nel tempo e nello spazio. Dunque, vivono in solitudine e rendono solitario l’Universo che li contiene, privandoci di santi e di miracoli, persino di un creatore che mai si disvela. Lasciandoci in un deserto senza oasi e senza miraggi. Assetati come siamo di certezze e verità.
Pure… in tanto disperante vuoto persino di volti d’uomini e delle loro “fattezze” umane, rimane un “forse” che forse ci sostiene e ci salva.
Forse siamo proprio noi, così sghembi, stonati, smarginati nel colore e nella forma, nei pensieri e nei comportamenti, nei rimpianti e nelle speranze, nelle innumerevoli contraddizioni che ci lacerano e ci rendono unici, “l’intarsio dell’artigiano”, “il tocco dell’autore”, “la pregiata imperfezione”.
Siamo noi pulviscolo di stelle a illuminare i multiversi che continuano a rigenerarsi nello spazio/tempo senza fine.
Siamo noi il miracolo della vita pensante nell’Universo (e tu, caro Alberto, sei testimone operativo quotidiano di questo miracolo che si fa carne e sangue e vagiti di protesta e braccia d'amore). Siamo noi la moltitudine di voci che si danno una voce e parlano,  pregano, cantano.
Siamo noi intrecci di mani...
Siamo noi a colmare il vuoto di senso che avvertiamo, sgomenti, e in cui facciamo naufragio ogni giorno. Siamo noi con la magia del nostro sguardo a colorarci dei colori del mondo: a renderlo immaginato, guardato, scoperto, conosciuto, modificato, mortificato, lacerato, umiliato, offeso, distrutto, ricostruito, inventato, amato e perduto e ritrovato nel nostro sogno che potremmo tentare di rendere realtà.
Perché gli apparteniamo…
E forse in questa ansia di pienezza e di eternità siamo molto più vicino a Dio di quanto la nostra mente non sappia, il nostro cuore non brami, la nostra anima non ritorni a sfiorare la Sua mano, nel cui palmo s’acquieta…
Ma, testardi noi, continuiamo a contare i giorni e a riporre le nostre speranze e i desideri nelle luci che accendono nel buio le città addormentate…
ed io imperterrita continuo a dire Buon Anno!

giovedì 24 agosto 2017

PREFAZIONE AL LIBRO "LA SFIDA DEL GECO"

la-sfida-del-geco

La sfida del geco è la nuova raccolta di poesie di Alberto Tarantini, la terza in poco più di due anni. E, non a caso, è una nuova sfida che l’autore si pone per saggiare sé stesso e la sua capacità di resistere all’intima necessità di essere poeta suo malgrado, e malgrado il disincanto che sempre più si radica razionalmente in lui, quando guarda il mondo, non come per sua natura fa il geco, a rovescio, ma come è possibile al suo sguardo attento che vede le cose per il verso giusto, che poi tanto “giusto” non è, se è costretto ad osservare la loro devastante realtà. Che non lascia illusioni e forse neppure la speranza che qualcosa di buono possa accadere.
Per fortuna, l’ironia e l’autoironia sono sempre in agguato in Alberto Tarantini per vincere la sfida. Sono la sua nota connotante che perdura, ora lieve ora amara ora caustica, sin dalla prima raccolta. Ne è prova divertita e divertente la poesia “Domani si pensa”: Rinviare i problemi è la mia specialità./ Un maestro in questo!/ Vedi 'Poi ci torno' dello stesso autore/ oppure 'Raccolta differenziata'/ sempre in 'Così il tempo' (…) E tornando a prima, devo star messo/ proprio male/ per ridurmi a citar me stesso!
L'autoironia è, però, segno distintivo che minimizza (ma non troppo) la sottile e profonda filosofia sottesa ai suoi versi e al pensiero costante che interroga la vita nella spasmodica ricerca della verità o delle verità che sempre sfuggono alla sua indagine attenta perché attraversata con cuore gonfio di quel “veleno” che solo uno straziante e intenso bisogno d’amore produce e procura.
Già, la poesia di Alberto Tarantini, anche se ci fa sorridere, non è mai scritta con la leggerezza di chi vuole e sa giocare con le parole per divertirsi e far divertire. Nasce, piuttosto, dal continuo bisogno di confrontarsi non con il geco, ma con il mistero. Con il geco avrebbe partita persa (Incollato alla sua roccia mi sfida/ lo sguardo fiero di un geco./ A me… che la morte/ la consegno alla paura! - “Vince il geco”), perché la bestiola, appostata sul soffitto o sui muri in agguato delle sue facili prede, sa per istinto l’ora e lo spazio dei suoi spostamenti e della sua immobilità. La sua sfida è, invece, con il mistero della vita e della morte e della sua anima, che è alla continua vana ricerca di un appiglio, come principio di salvezza, o di una fede, punto fermo in tanto vagare incerto e disperato. Non si tratta, però, di una propensione innata negli uomini, perché, come il geco, Dentro il campo arato di fresco/ consuma il suo rituale/ il seguace della terra:/ lui semina il miracolo/ e si aspetta la vita. (“Lotta tra titani”). E qui ci sarebbe tanto da dire sulla bellezza di questi ultimi due versi che da soli potrebbero valere al poeta una corona d’alloro, anche se lui la rigetterebbe sdegnato per la convinzione che quel poeta sia morto nell’84. Ma sono pareri del tutto personali ed hanno il beneficio della libertà di pensiero e di parola. Qui si tratta di un uomo di estrema sensibilità (“Corda di violino fuori di chiave”, direbbe di lui il buon Pirandello che di anime travagliate non conosceva solo il concetto!) che, mentre vive e osserva sé stesso e il mondo, pensa e ascolta e si ascolta e si logora in una sospensione di giudizio, da cui si salva, almeno per la frazione di un secondo, con la battuta che mette a tacere i sentimenti intensi e i paventati inganni di quel forte richiamo dalla terra al cielo che teme, quasi un buco nero in cui rischia costantemente di precipitare, e sente, come insperata luce in cui finalmente credere.
Se non avesse questa intima profonda speranza, non ne cercherebbe con tanta anelante ansia la fonte e la conferma (… Ed io, che sono la canna pensante,/ l'anello debole per eccellenza,/ dovrei trovare il compromesso,/ i punti di contatto,/ riscriverle a due voci le paure/ del mondo, dotarmi di due mappe,/ una per ogni approdo,/ una per ogni tasca/ ed esibirle all'occorrenza... - “Lotta tra titani”).
Soprattutto ora, dopo la perdita della madre che gli fa scrivere poesie dolenti di insaziato strazio di sconfitta, solitudine, abbandono (Quel dio ora un colpo ha inferto./ Con foga di barbaro ha affondato/ il vil gladio poco sotto il tuo cuore,/ al centro esatto del mio. - “Tu dimenticasti”). Anche qui l'ultimo verso è la sintesi di tutto il dolore del mondo, racchiuso nella ferita inferta proprio al centro del suo cuore, che ora sanguina di rimandate verità. Ora tutto è presenza di un'assenza mai messa in conto perché mai intimamente accettata.
Persino il giardino senza la carezza delle cure materne è metafora della stessa esistenza dell’autore, ora che non sente più la voce amata dare suono e fiato e vita alle stanze e a quegli spazi che vanno via via perdendo il fulgore del verde a fatica e con amore conquistato (Nella casa dove tutto mi ricorda tutto/ - la memoria non fa sconti se vuole! -/ in particolare nell'orto indugio spesso/ per capire da che parte vanno,/ che strada prendono le cose/ quando lasciate al proprio corso,/ abbandonate a loro,/ quando più non c'è il tocco d'un amore,/ il refolo d'una voce sussurrata/ a dirottarle altrove,/ a convogliarle nei rivoli buoni,/ a sottrarle all'indistinta fiumana,/ ad opporsi quel poco/ alla cieca inerzia del male... - “Il tuo orto”).
La stessa Murgia, brulla e impervia, Dove si grida,/ l’Arte del silenzio (“Suggestioni murgiane”) tra cardi spinosi e ferule che s’innalzano a respirare i mattini o il silenzio di ogni tramonto, dove è possibile anche incontrare Dio, è metafora della personalità del poeta, sempre in bilico tra le asprezze della vita e il desiderio che il paesaggio muti come d’incanto e lo riporti a quella primitiva passione, acerba e pulsante, del contatto fisico con la natura, che era materia e anima. Ora non più. Di qui i ripensamenti. Le attese deluse. I ritardi accumulati. I debiti con sé stesso mai risolti. Persino l’amore è perdita e inganno. Il pessimismo che già connotava la poetica tarantiniana ora è diventato più amaro e greve e a nulla valgono le sfide e i fendenti lanciati tra sorrisi a denti stretti.
Persino le parole sono un imbroglio.
All'attento lettore, però, non sfuggono le preziose metafore, la dolcezza del canto di ogni endecasillabo, la continuità del pensiero dolente negli assorti enjembement, la pregnanza delle anafore, la forza degli esclamativi e la fragilità degli interrogativi.
Il dubbio è d'obbligo in un autore che fa della ricerca filosofica e poetica il suo punto di partenza e di arrivo per conoscersi e scoprire il senso del nostro essere al mondo in ogni possibile (im)perfezione.
Tanto è vero che, tra tanto disperante dolore, si fa largo ostinata la vita e scopre salvifiche le “sorgenti del verso”, a cui dissetarsi.
Tormentata ma forte, una preghiera laica sgorga dalle labbra d’arsura di Alberto: M’assista una mente libera/ ed un cuore non trafitto.
È il primo dischiudere le ali alla speranza.
Angela De Leo