sabato 30 aprile 2022

Sabato 30 aprile 2022: CIRCOLARE POESIA: Mattia Cattaneo-Angela De Leo... (parte conclusiva)

Oggi vorrei concludere le mie riflessioni sul mio saggio-lettera e su Giovanni Gastel, affrontando un altro argomento che è la logica conseguenza di quanto detto con Mattia Cattaneo sin qui. In pratica, sono convinta che insieme avremmo affrontato anche il discorso piuttosto spinoso, oggi, di cosa si può fare per salvare la Bellezza, così tanto perseguita, amata e vissuta da Giovanni. Ebbene, ecco il mio pensiero, alquanto scomodo e indigesto per chi vive attualmente nell’“epoca delle passioni tristi”, come hanno denunciato due grandi studiosi: Benasayag e Smith, con l’aggressività in aumento e la disgregazione in atto. Senza più punti valoriali di riferimento per adulti e ragazzi, che si tuffano nella realtà virtuale dei loro tablet, scambiandola sempre più per realtà reale ed agendo di conseguenza. Ma, andando oltre questo triste dato di fatto, sento di poter affermare che la poesia è già di per sé bellezza, armonia di suoni, ritmo interiore. Intimo dialogo con la parte più profonda e vera del proprio “Io” e del “Sé”, nella loro soggettività e oggettività. Nella loro totale compiutezza. Keats, per esempio, afferma che la poesia è la vita vissuta e sentita profondamente dentro come “bellezza e verità”. Ma bellezza e verità non sempre sono chiare, lapalissiane, scontate. Esse sono piuttosto soffuse di mistero, colme di tutti i sensi e tutti i significati possibili. Ecco perché scrivere o parlare di Bellezza, Poesia, Verità non è assolutamente facile, anche se il concetto potrebbe sembrarci semplice.

Parto, allora, dalla considerazione che possa essere la Poesia a salvare la Bellezza e la Verità. Come? Secondo me, non snaturandosi mai. Cosa che purtroppo oggi avviene sempre più spesso. La sua snaturalizzazione è cominciata con i futuristi di inizio Novecento per protrarsi per tutto il secolo con i vari sperimentalismi, che hanno mortificato il senso e il significato della parola poetica per dare importanza al significante che, il più delle volte, era suono senza voce, “conchiglia vuota” priva di richiami al sentimento e, quindi, alla bellezza che sempre genera poesia e viceversa. Sentimento, infatti, viene da “sentire”, da qualcosa di molto profondo che vibra dentro di noi. L’importante è, a mio parere, aderire sempre a questa sua intima e profonda Bellezza per salvare la Bellezza dell’intero Creato con tutte le sue Creature. La prima bellezza che si traduce in poesia è quella del mondo che ci circonda o che ci vibra dentro. È un concetto che vale la pena di ripetere. Oggi, purtroppo, io ravviso in molta poesia, la “vetrina”, la “vanità”, la “strumentalizzazione” per fare audience, per strappare tanti like, e in genere scadendo nel compromesso della parola volgare, come “culo” che la canzonetta di Sanremo 2022 ha sdoganato in TV per assicurarsi una fetta di successo, dovuto al linguaggio dei nostri tempi che niente ha a che fare con la Bellezza, la Poesia, la Verità…

C’è una poesia di Giovanni Gastel, da me riportata nel saggio-lettera, che denuncia amaramente proprio questo:

Provo pena per la sorte

degli uomini.

 

Per noi magri ed educati

signori della terra

analfabeti e rozzi.

 

Ma nessuno può guardare il mondo

senza provare commozione.

 

Il giorno del plotone

sia benda sopra gli occhi

questa sconfinata bellezza.

 

Fin da ragazzino, Giovanni Gastel ha avvertito in sé il senso della Bellezza, dell’Armonia, della Parola, della Verità. Non a caso, trascorre una vita intera in un luogo incantevole, la sua villa sul lago di Como, incendiandosi continuamente di passione per l’Arte a trecentosessanta gradi, facendola musa ispiratrice della sua scrittura: Scrivere è “il rumore del tempo” che passa. E ci trasforma pur lasciando intatta la nostra personalità di fondo. E la mia è quella di un sognatore. La parola è per me Luce che è la carezza di Dio, che ci ha donato tanta Armonia nel Creato: il giorno del plotone/ sia benda sopra gli occhi/ questa sconfinata bellezza. Per fortuna la sua vocazione poetica è anche per lui salvifica. E lo è stata e lo è anche per me.

Banalmente, ma è la verità. La poesia è la parte più profonda e palpitante di me. Non potrei farne a meno. Ogni mio pensiero, ogni mio atto, ogni mio gesto o ricordo sono intrisi di poesia. È l’aria che respiro. Il tempo del mio esserci su questa terra. È ogni sentimento che mi fa sentire viva e mi tiene legata agli altri. Spesso in silenzio. Spesso con le parole. È ogni incanto che mi scopre ancora a vivere con stupore la vita. Ma per comprendere meglio questa necessità vitale devo rifarmi ad alcuni poeti che mi sostengono nel mio lungo percorso esistenziale con poesia. Per esempio, Alda Merini.

Alda Merini sostiene che la parola “sporca la poesia”. Quest’ultima è, pertanto, innocenza e passione, verginità e peccato, ma è soprattutto luce che purifica, oltre che esaltazione, esorcizzazione, riparazione. Ed io mi ritrovo perfettamente nelle sue parole.

Carlo Ossola scrive: “la poesia è parola essenziale (...) Ferma il tempo e racchiude in sé il cosmo”.

Per Mario Luziè la vita al suo più alto e intenso grado di partecipazione intima…”. Condivido. Ma la poesia non ha, né può avere, definizioni in sé compiute. “Si può solo riconoscerla” affermava Benedetto Croce. Ma non sempre ha avuto ragione. Io penso che la poesia sia anche figlia del proprio tempo, altrimenti sarebbe anacronistica e lontana dal comune sentire. Per esempio, se ieri era legata alla bellezza classica del verso greco/latino, oggi è, per molti poeti dei nostri giorni, “dimora della parola visionaria”, “campo di tensione”, “mondo di sogno”. Ma ci sono molte altre testimonianze di grandi autori che sento di condividere. Per esempio, quella di Rilke che, nei Quaderni di Malte, così scrive della poesia: I versi sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver prima veduto molte città, occorre conoscere a fondo gli animali, sentire il volo degli uccelli; sapere i gesti dei piccoli fiori, quando si schiudono all’alba…

Oppure, dirla con Giuseppe Colombero: la poesia abita in noi. È un particolare modo di sentire e di vedere, un filtro con il quale l’anima colora il suo sguardo sull’universo.

Non a caso, E. Drewermann sostiene che: dovremmo avere la sfrontatezza di guardare in avanti, attraverso l’oscurità, per credere più nelle stelle che nella notte.

La poesia, comunque, sia che dica il reale, sia che inventi un’altra realtà, non conosce - come scriveva la compianta Maria Grazia Lenisa - sensi vietati (..) dà vita a tutte le esistenze possibili.

Essa è un po’ come la “camera oscura” di leopardiana memoria: una sorta di caleidoscopio, che rende fantasmagorici dei semplici pezzettini di carta colorata, grazie agli specchi interni, al movimento esterno che subisce da chi lo agita, e alla luce che sugli specchi si rifrange. Ecco, allora, l’effetto meraviglioso di infinite possibilità altre di una stessa realtà; effetto, che dipende appunto da questi elementi (specchi, movimenti, luce) e non dall’oggetto reale (i pezzettini policromi di carta): (una mia riflessione, ricordando la scatola magica costruita da mio nonno per incantarci con la magia dei pezzettini di carta colorata che al suo interno si animavano, dopo aver sbattuto la scatola e guardando attraverso le finestrelle, che aveva praticato sui suoi lati lunghi, coperte di carta velina e rivolte verso il sole o una piccola fiammella, quando si faceva buio. E tutto questo mi è tornato alla mente, tanti anni fa, dopo aver letto lo Zibaldone).

Il poeta, mago e visionario...

Di qui gli sconfinati universi, inseguiti e mai raggiunti, dell’oggetto poetico. Purché ci sia la LUCE.

È quanto ho sempre scoperto, apprezzato, ammirato anche in tutte le Opere di Giovanni Gastel, nella sua Arte. La LUCE: ANIMA delle sue fotografie e delle sue poesie. Giovanni cercava l’anima in sé stesso, nelle sue modelle, nella parola. Ma noi come possiamo scoprirla nelle sue parole, visto che è molto più facile nell’immagine: basta la luce di uno sguardo ad evidenziarla! Certo, nella parola la faccenda si fa molto più complessa, ma non impossibile.  

Intanto, occorre specificare cosa è per noi la “parola”. Non mi interessa la definizione data dal vocabolario, l’etimologia, ma la elaborazione del pensiero in linguaggio nel tempo del nostro esserci al mondo. La “parola”, come sostiene Paul Valery, è “carne della nostra carne”, in cui si smarrisce un dio disperso e disperato, l’uomo stesso per ritrovarsi “cuore umano”, ma la parola è, a mio parere, anche sentimento di sé e del sé, che si dilata a comprendere ogni altro da sé, in cui l’io e il sé si riscoprono, si ritrovano, si ricompongono in unità. Come già più volte detto. Dobbiamo fare appello, dunque, anche al nostro cuore, al nostro tempo. Come in Giovanni Gastel e nelle sue poesie.

Il cuore ci riporta al sentimento. Il tempo al nostro esserci al mondo. Un mondo, che ha fatto oggi purtroppo dell’opulenza materiale e della vacuità esistenziale il credo dominante.

Ed è così che il poeta contemporaneo, mi piace ribadirlo, segnato dal talento puro di “vivere la poesia”, oltrepassa la poetica della parola, vuota di senso e di significato, per ridonarsi al calore dell’emozione e del sentimento, all’autenticità dell’ispirazione poetica che è frutto di un ritrovato “senso del vivere” con appassionata autenticità e verità.

Si potrebbe parlare di “nostalgia del futuro”, ossia dell’ansia di rinascita continua nella riproposizione di nuovi domani, slargantisi in una fitta rete di comunicazione, di “correlazione universale” (Silvana Folliero, mia preziosissima e indimenticata amica), di “inter-esistenza” tra gli uomini, perché in fondo la PAROLA - e qui cito Zancan - “è il luogo fantastico della rigenerazione”. Ma come possiamo realmente e fattivamente avvicinarci ad essa, mio caro Mattia, e miei cari amici del blog? Spesso me lo chiedo. Timidamente? Con audacia? Con la forza e il coraggio dovuti alla necessità, che avvertiamo dentro, di parlare o di scrivere per esprimerci e/o comunicare? Per far sentire la nostra voce? Per compiere una missione? E quale potrebbe essere? Purtroppo, spesso, ci manca il tempo per parlarne, per confrontarci, per “vivere insieme” la magia della parola, soprattutto quando si traduce in “esperienza” e si fa “poesia”.

E allora vorrei concludere, facendo solo un esempio concreto per scoprire l’importanza di una “sola” parola che può dilatarsi in “tante”. E lo faccio ricordando un lavoro di analisi e di critica letteraria di molti anni fa: Ne Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery occorre focalizzare, per esempio, la “responsabilità dell’amore” che scopriamo nella parola “addomesticare” (traduzione italiana che a me non piace, mentre sarebbe stato più belle tradurre con: “rendere di casa”, “accogliere” per “far appartenere l’altro da sé alla stessa famiglia o ad una sola persona” e far nascere così il senso bellissimo dell’“appartenenza” contro il senso di “possesso” che “addomesticare” suggerisce). L’amore, dunque, rende unico, diverso, prezioso, l’oggetto amato: la rosa.

Ma, per scoprire ancora meglio quante possibilità di riflessioni potrebbe offrirci una sola parola, se analizzata con la mente, con il cuore, con l’anima, prendiamo, per esempio, la parola “deserto” e utilizziamola, partendo sempre dal contesto, per: percepire, sentire, guardare/vedere la coerenza e il contrasto, la concentrazione e la disgregazione, l’integrazione e la significazione, l’intensità dell’Io e il suo straniamento, la visionarietà e il suo altrove, il silenzio alle domande, il viaggio (che è più uno sprofondare che un volare) e ci accorgeremmo che “deserto” è simbolo e metafora di “silenzio e solitudine”, ma anche di “immaginazione” (le oasi, i miraggi…), di “fantasia” (il pozzo), di “creatività” (l’acqua, le stelle…) e soprattutto che “l’essenziale è invisibile agli occhi”…

E mi fermo qui, ma ciascuno di noi potrebbe scoprire e suggerire altri significati, altre modalità di lettura di una semplice parola che semplice non è mai. La parola è volo e abisso…

E da domani voltiamo pagina! Ma prima desidero ringraziare Mattia Cattaneo e tutti gli amici che fanno parte di CIRCOLARE POESIA per gli stimoli continui che mi provengono dal loro amore viscerale per la POESIA e per il fare “squadra”, “incontro”, “rete”. Per avermi “accolta” con amore! Solo insieme si vola…

  

Nessun commento:

Posta un commento