lunedì 7 gennaio 2019

7 gennaio 2019: una riflessione sulla Epifania


Ieri ho ricevuto molti messaggi augurali per la… Befana. Con molta autoironia mi sono divertita a vedermi nei panni della nonnina bitorzoluta e con il naso adunco, brutta come lo spavento, ma generosa e tenera di cuore. Molte amiche mi hanno inviato foto, anche di bellissimi ragazzi in sostituzione della Befana e con didascalie molto promettenti (!?!). E molto divertenti. Con tante frasi consolatorie sulle Donne che, anche da Befane, sono in grado di portare il mondo in volo sulla scopa per migliorarlo. Un esempio?
Ti regalo questa scopa affinché tu possa spazzare via dalla tua vita la tristezza, il dolore, la rabbia, il risentimento, le bugie, i pianti, l’odio e tutte le cose brutte che in passato ti hanno fatto soffrire… quindi afferra questa scopa ed elimina tutta la spazzatura dalla tua vita. Cit.”. Con foto della befana, questa volta bimbetta e molto carina, che sorregge la scopa, non la cavalca. Mi piacciono molto immagine e messaggio. E molto mi hanno fatto sorridere, ma anche riflettere.
Occorre essere bambini per non avere a che fare con la “spazzatura della vita”, che purtroppo si accumula con gli anni, soprattutto nella società attuale (ho visto Roma sommersa da spazzatura negli ultimi giorni del 2018, e ho dovuto, mio malgrado sostituire alla mia convinzione di “Roma, Museo di ogni Bellezza a cielo aperto” con “roma, museo di ogni schifezza sotto un cielo di cupo abbandono”). Per questo la vecchia Befana è così brutta e rugosa e ha spalle curve e un cappellaccio a impedirle di vedere il mondo tra cielo e terra?
Endimione rimase giovane sul monte Latmos perché dormì per trent’anni e non poté essere scalfito dalle brutture del mondo…
Ma io non sono più bambina e non riesco quasi mai a dormire. Per questo sono invecchiata male come una vecchia befana?
Mi conforta e mi dà speranza, però, un messaggio dell’ultima ora che la mia carissima amica Anna Ferrara mi ha inviato, riportandomi al significato vero e luminoso di Epifania: “Un grande abbraccio a Te e tanta Luce dalla manifestazione del Cristo all’umanità”, con emoticon di stelle e lingua ardente di fuoco.
Sono rimasta anch’io folgorata. Dunque, Epifania ha solo un significato “a latere” di befana (termine derivato indubbiamente da epifania) nel senso di dono da mostrare, come fece il Bambino Gesù, mostrandosi (e facendo dono di sé) ai pastori che avevano seguito la stella cometa (e avevano portato una pecora o una capretta, unico sostentamento dei loro giorni di fatica), come pure ai Re Magi, venuti, a loro volta, dall’Oriente, seguendo anch’essi la stella cometa, con doni ben più preziosi e di non semplice interpretazione, quasi una ricchezza del cuore, quasi preghiera, quasi un vaticinio di sofferenza, ma anche di cura: oro, incenso e mirra.
Una rivelazione, certo, ma anche una illuminazione.
Una luce che scende dall’alto a illuminare le tenebre del mondo, della mente, del cuore. E tutti noi avremmo bisogno di luce per scoprire, vedere, conoscere, sapere. Terribile è la cecità della mente, del cuore e dell’anima. Molto di più di quella fisica. Chi non ha letto “Cecità” di Saramago? È davvero illuminante. Quanta cecità ammantata d’amore… che alla fine si rivela soprattutto amore per sé più che dell’altro, a cui si professa amore per chiedere amore. Ma l’amore oblativo non chiede davvero nulla per sé e tutto dona. Ogni attesa, ogni pretesa, si rivela un bluff in amore perché l’altro è solo una proiezione di sé, anche in termini negativi. Il nostro buio, le nostre ombre (C. G. Jung) le proiettiamo su chi amiamo per sentirci vittime e innocenti…
Ecco, allora, la necessità della illuminazione perché nessuno saprebbe leggere in sé stesso se non venisse illuminato. Il nostro cuore sarebbe la caverna più oscura della nostra esistenza se non venisse illuminato dalla luce della vera comprensione che è data dall’Amore per l’altro/a, senza attese e senza calcoli di sorta. Bello sarebbe l’appagante scambio reciproco come dono di sé all’altro, che è di per sé pienezza e gioia.  
 Uno scambio di doni, dunque, è anche l’Epifania, umile inno alla Reciprocità e all’Amore. Alla Luce. Alla visione chiara di sé che comprende anche l’altro, simile a sé, ma anche tanto diverso da sé.
Inno alla premura e alla cura. Inno alla salvezza reciproca.
Ma la cura sottintende, come ieri ha affermato Antonio Serlenga, altro mio carissimo amico e sensibile interlocutore, il “conservare” perché nulla di quello che siamo e diamo agli altri vada distrutto o dimenticato. E lui ne è un bellissimo esempio.
Già, il “conservare” contrasta con il vivere l’“attimo” come se fosse un “eterno infinito”. Folgorazione di un istante. Bellissimo a dirsi, ma poi sarebbe davvero possibile vivere l’attimo di ogni attimo e basta? Cosa conserveremmo davvero di noi e degli altri senza il “prenderci cura”, che è dono e, quindi, azione continua, giorno dopo giorno, di premura, attenzione, protezione verso la persona amata o verso qualsiasi altra persona (senza mai chiedere nulla in cambio che non sia dono inatteso e gratuito nella sua autenticità), se non conservassimo sentimenti, emozioni, doni ricevuti e dati, memoria e storia di sé e degli altri?
Occorrerebbe davvero fermarci a riflettere sulle tante tematiche e problematiche individuali, amicali, relazionali, psicologiche e non solo, che si aprono a ventaglio alla nostra attenzione perché questo Nuovo Anno ci porti davvero una epifania di Luce, (ognuno attingendo al proprio credo, ma facendo spazio anche alle convinzioni o, meglio, ai dubbi di ogni altro da sé), a rendere più chiaro il nostro cammino di uomini sempre più alla deriva…
Sarebbe davvero la “fine” di ogni egoismo, di ogni violenza, ipocrisia, invidia o indifferenza e l’“inizio” di altri noi, con una veste nuova di altruismo, reciprocità, solidarietà, empatia, assertività, resilienza. Sogni, bisogni, valori. Nella nostra imperfezione, certo, ma anche in una nuova e più luminosa veste di autenticità.

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