martedì 7 aprile 2026

Martedì 7 aprile 2026: RESTA SOLO UN SUSSURRO O TANTO AMORE ANCORA?...

Ieri abbiamo vissuto il lunedì di pasquetta, ancora per poche ore, anche con i miei figli romani che, prima di mezzogiorno, sono andati via e nel tardo pomeriggio erano già a Roma nelle loro case con i loro mici. Ed io non posso fare a meno di dedicare alcune poesia, che ho scritto qualche anno fa perché, a volte, le storie si ripetono, nonostante il passare degli anni…

I PASSI INATTESI
           (ai figli venuti da Roma)
Rose e tulipani e orchidee
dietro vetrate aperte da complici mani
in frammenti di sole che ignoro
e passi inattesi
e un palpitare furioso del cuore
impreparato alle voci improvvise
tra capelli vinti da sorrisi di sguardi
nella casa ritrovata e rivissuta
con rinnovata allegria.
Ci ritroviamo nell’abbraccio
che stringe l’attimo in sé conchiglia
in fragoroso rumore
più forte della lontananza
del gelo e delle ore rubate al sonno
in un anticipo di San Valentino
e cuori in dono a doppia mandata.
L’amore ci lega col filo della commozione
lunga quanto la lunga silenziosa attesa.
Acrobata io a capriolarmi
nel silenzio delle intenzioni
su improvvise nuvole rosa
tra soffitto e scrivania
e un ritrovarci appena di ritorni
con parole e lacrime di gioiosa intesa
 - E SIAMO ANCORA INSIEME -
Sapore di baci da conservare tra dita
intrecciate a trecce di pane di sere brevi
da assaporare piano alla mensa del passato
(per ritardare il fischio del treno
e zaini e spalle a scivolare via
dai miei occhi da lacrime attraversati
dai miei occhi frammentati di addii
e un solo arrivederci sulle code dei gatti
nel tramonto solitario dello spento giardino…)
                                         

A ROMA UN VENERDI’ SANTO (2014)

poco più di uno scampolo

l'alba che ride ai finestrini

in un controvento di sole

e il sonno negli occhi

e stente parole di un buio

che rode pensieri di stanco

timore che tutto s'avveri

il passo distorto e il bisturi

crudele in lembi provati

di sangue e scarne voragini

     e un solo tormento

          uscirne viva

come la scorsa volta

appena un soffio di tempo

la scorsa volta

appena un pugno d'anni

e un dolore da cucire tra le labbra

per non lasciarlo andare

alla deriva di tutti i battelli

che giacciono in fondo al mare

(in fondo al mar ci stan camin che fumano...)

In fondo al mare un sogno affondò

                   disperato

senza conoscere le vie azzurre

e risalire tra alghe e sirene

per camminare ancora sulla riva

con orme di sabbia dimenticate

per non costringerle a morire

(ti voglio cullare cullare legandoti

ad un filo di mare di mare

o a un granello di sabbia?

Fa lo stesso. È senza rumore!

Senza rumore il filo di mare.

Il filo di sabbia. Senza rumore.

Il granello di pensiero legato

ad ogni mio ieri che si fa domani)

Serve ridere - pensiero positivo -

al mare mio incantesimo e sospiro?

A questi alberi viola come il venerdì

della mia anima in pena?

Alle pratoline gialle e tenerelle

al brivido di un vento maestrale

a sconvolgere corolle e primavere

spegnendo l'ardore dei papaveri

e il canto dolce del cielo d'aprile.

Ma...

oltre domani oltre il buio oltre...

la resurrezione? (forse)

  UNA PASQUA DI LUNA PIENA (2014)

Sarà una Pasqua di luna

a inondare di luce

ombre e ansie

in questo giorno di resurrezione

Nei campi un mistero di peschi fioriti

e una rosa purpurea

tra dita in preghiera

E glicini appena dischiusi

un tepore d’ali alla danza lieve

di una primavera bambina

scaldano l’anima ferita

Voglio l’ulivo di pace in ogni casa

e un canto d’amore

che pervada il cielo

e rassereni il pianto

di una umanità alla deriva

e senza stelle

Tornerà un sorriso di viole

a restituirci Amore

Sarà all’alba

Ci sarà ancora un’alba

Occhi spalancati e un cuore grande

per vederla colorare di perla

                nuovi sogni in filigrana

In realtà, questa volta sono venuti con la macchina per vivere insieme la Pasqua e sono andati via con la gioia di essere riusciti ad incontrare anche tutti gli zii e i cugini ed è stato un bellissimo ritrovarsi.  Persino con i nostri tantissimi gatti nel giardino. E il giorno di Pasqua ho ricordato il nostro cane Dylan perché sarebbe stato il suo compleanno:

E la notte si fa silenzio (per Dylan)

Mai più mi accadrà

di sentire il tuo respiro

in attesa del mio ritorno

dietro il cancello di casa.

Tua libertà senza confini

il cancello che si apriva

al tuo correre leggero

lungo la tortuosa strada

che a me ti riportava.

E temevo ansia di pericoli

per te che ignaro ignoravi

 ogni mio richiamo.

E le tue residue energie

misuravo da quel correre

festoso e impertinente

incurante degli anni

e di improvvisi agguati.

Alla tua gioia di vivere

mi allunavo ogni volta

in un’allegria di capriole

a dirmi il tuo stare bene

e il tuo volermi bene.

Nuvola bianca occhi teneri

morbido Dylan Dylan

sbilenco e bizzarro

tutto sbagliato tutto

come dovevi essere.

Affamato d’amore

eri tu a darmi amore

Eri tutte le bestiole

da me amate e perdute

e piante e mai più ritrovate

Eri la mia infanzia tenera

il mio cortile di rose

e Lola e Nerina e Fiorello

e Piccina e gatto Ciccio

         Neve  Luna

Il mio mondo la mia nostalgia

il mio candore di canti e lacrime

per ogni disperso richiamo.

Eri il cucciolo appena nato

occhi chiusi cuore tremante

alla vista d’un guinzaglio.

Zampine storte sguardo strabico

mi fecero di te innamorare

e giurare tenerezza e dolce cura

quasi fossi il bimbo ultimo nato

            al mio amore.

Delicato faccino bianco

pennellato di sabbia sulla

rosa conchiglia delle orecchie

attenta l’una ripiegata l’altra.

Eri cartolina illustrata e fumetto

Eri il tuo corrermi incontro

con salti di gioia per saluto.

Eri la tua tristezza

per una solitudine da giardino

che non avrei voluto regalarti

e ti accompagnò fino alla fine.

Ti giunga ora la carezza

che allora non ti ho dato

mentre ti portavano via.

Mi guardasti con pena d’addio

Forse sapesti del mio pianto

e di un dolore tuo quanto il mio…

Sei passato così come il tempo

l’infanzia la nostalgia il dolore

la giovinezza il sogno la speranza.

Senza accorgertene spero

attento a non ferirmi con le tue ferite.

(resta una voglia di pianto

 e un altro vuoto

da non potersi più colmare

perché il giorno muore

           e la notte si fa silenzio)

ARABA FENICE IO

Rottamata dal tempo che infrange

difese, tiro a lucido i ferri arrugginiti

delle mie ali in disuso per riprendere

il volo sul vuoto delle attese

senza più difese né rimpianti.

Furono decenni di lacerate illusioni

a incatenarmi a scogli d’acuminate

ferite e piedi stracciati nei tentativi

disperati di lasciare la riva e il sogno

di conquista di conoscenza ad ogni costo,

carica di giovinezza ardita

più dei monti della luna

che oggi ha crateri spenti e ceri ai santi

per non disperdere il canto e l’incanto.

I volti amati e lacerati in lacrime

versate nei silenzi attraversati

senza rumore di foglie e di campane.

Oggi mi assorda la libertà di andare

su una carrozzella fiorita a portarmi

lontano con mani tenere e forti

dove la stella in alto è un punto luminoso

che mi corre incontro a cercarmi

tra i rami di rinnovato ardore per la Vita

 E fasci di Poesia tra braccia innamorate…

A prestissimo, grazie! Angela/lina

mercoledì 1 aprile 2026

Mercoledì 1° aprile 2026: CANTI PER MIA MADRE e una LETTERA... (1° aprile 2001 - 1° aprile 2025)

Tu sei la Fonte

di ogni altro Amore

        (Lina)

PER TE, MAMMA, una lettera e non solo…

Non so perché, ma ultimamente amo scrivere lettere. Le sento più intime, più calde, più vere. E sento la necessità di farlo oggi perché venticinque anni fa sei volata tra le stelle. E io non potrò mai più sorridere per uno scherzo che tanti anni addietro eravamo soliti fare per il 1° aprile. Lo so, "La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi", come mi suggerisce Carl Jung, ma è così difficile viverla senza il tuo sorriso. Ogni giorno ti dedico un pensiero d'amore e una preghiera anche se non so più pregare, non oso più pregare. Pure ogni notte guardo una stellina che improvvisamente si accende nel cielo e mi sento ancora figlia. E ti parlo di noi due. Del nostro primo incontro. Dei nostri incontri sempre più rari. Della tua perenne attesa di un mio ritorno nella tua casa ormai non più mia. Ti parlo come mai ti ho parlato. E sento la tua carezza a lenire rimpianto e tormento. E riprendo a vivere. Rinasco alla tua vita di ieri. E tu rinasci alla mia vita di oggi. Anche oggi, come ogni giorno...

<Ricordi d’infanzia: Mia madre è una regina da incontrare una volta all’anno, durante le vacanze, ma tanto basta per sentirmi fiera di lei. Lei bella, lei allegra, lei buona, lei amica, lei diva.

Metteva sul viso una cipria di sogno <Velluto di Hollywood> e la circondava un alone magico e fresco di Eau de Cologne <Jean Marie Farina di Roger & Gallet> (A. De Leo, ANCORA UN FIORE, 1982)>… Lina

EBBI CANTO TRA LE BRACCIA DI MIA MADRE

Nacquero papaveri e gelsomini

nel giardino d’ogni incanto

con i laghetti che ridevano di secchi

colmi d’acqua in cui si specchiava il cielo

fiorito di primavera e stelle mattutine.

Io ebbi canto nelle braccia di mia madre

prima che il tramonto incendiasse la sera

e l’usignolo avesse voce di violino

in gara con i grilli sul balcone.

Il nonno piantò un ramo di rose

di preghiera la nonna riempì

le ombre della sua malinconia.

Nelle loro mani la mia prima alba

in fuga verso la chiesa e campane a festa

ad accogliere il mio vagito alla fonte di ogni delizia...

(ma grandi i miei occhi negli occhi grandi

  di mia madre al canto che sorrise

              al nuovo giorno)

EBBRE RISATE

 ebbre risate colme di noi alle sere dei calici levati

in un incontro di lune

(indomita adolescenza

           Eterna

 tra i nostri pensieri

 annodati di progetti e di stelle)

d’uva e di miele di canti e di parole

e… granelli di mare…

sogni di rose senza spine

sul margine insalutato del giorno.

E mani di vino e di preghiera

e un ricordo dorato l’autunno

in un cortile di voci di rose di gelsi

di grappoli d’uva.

I tini danzavano tra piedi nudi

e occhi colmi di sole

(zuccherine le bocche dei bimbi rosse

di mosto antico come una favola…

caldo il pane sfornato alle quattro del mattino).

Tra ceste e canzoni e una festa di pampini

fresche le nostre parole

danzanti tra i muri, sospese sui rami

per conservarne il ricordo… echi d’infanzia…

E tra le voci d’autunno una voce d’estate:

voce di mia madre tra voci d’infanzia.

Le conto ad una ad una… pareggiano il conto delle stelle.

                E delle stelle hanno un muto richiamo

                un passare lento al soffio di un mistero grande

                           profondo quanto il silenzio

                (non c’è stato mai il silenzio del cuore)  

  LA DANZA DEGLI ARCOBALENI

Esplodono arcobaleni alla danza

di nuove ore d’amore che disegnano capriole

di peschi e rami turchini come i capelli della fata

mai dimenticata.

Hanno voce d’arpa i miei diciotto anni

e mille canzoni: “come te non c’è nessuno”,

“nessuno ti giuro nessuno, nemmeno il destino

ci può separare”, “ciao, ciao, bambina”,

“credo che un sogno così non ritorni mai più”.

Domenico Modugno il mio idolo

e idolo di mia madre. Lo ascoltiamo insieme

mentre lei ascolta il mio cuore

e sa del mio amore per il ragazzo occhi

innamorati e promesse da realizzare in due.

(e di arcobaleni festosi si colorava il nostro sorriso).

IN UN SOLO ISTANTE

Fu tutto in un istante

il dirsi arrivederci ed era addio

in quel presentimento

che mai m’abbandona.

E fissa momenti

in cui tutto accade ed è eternità.

I tuoi occhi a cercarmi a metà gola

col nodo al dito per lasciarmi andare

e ritornare lungo la strada della mia casa

e baciare il tuo volto per levigare un pensiero

più di una ferita,

ed esorcizzare il tempo che esonda tra le dita

e si fa pena di ogni nuova sconfitta.

Il mio lasciarti andare come pegno di rose

dimenticato e la mia poesia sfilacciata di spine.

Domani sarai pioggia di parole inascoltate

e coriandoli tristi di giorni inebetiti…

Il silenzio nella casa abbandonata.

Il filo di luce che mi lanciavi

con l’anima trafitta

ad ogni passo su sentieri di rovi

che percorrevo

nel rincorrerti per non lasciarti andare.

Oggi ritorno da te con i miei passi stanchi

con scarpe rotte e tasche bucate

in cui infilai speranze stropicciate

un pianto deluso a solcarmi il viso

e la tua ansia di andare al riparo dal dolore

dove è più adeguato il tempo del sorriso.

Ti lasciai in tenere mani, ma fu il silenzio

a strozzarmi il cuore

senza una goccia di sangue

a lasciarmi viva…

Se guerriera vincente tu a cercare il Signore

o vinta io diedi le braccia

a rassegnate catene di perdente

senza più orizzonti

dove poterti incontrare.

Ma sarà il mio pegno di rose dimenticato

sotto lo zerbino della tua casa

per fare a te ritorno senza chiedere le chiavi

o il permesso di entrare

con la mia poesia sfilacciata di spine.

Sarà pioggia di parole rimandate

- coriandoli tristi di giorni inebetiti

  dal silenzio del luogo delle attese

       filo di luce che ci lanciavi

          con l’anima trafitta

ad ogni passo su sentieri di rovi

             che percorrevi

e il nostro rincorrerti

          per non lasciarti andare -

al rimpianto che mi vince

 accendi sul cortile la veranda

 non lasciarmi guardare il vuoto

 della tua luce venuta a mancare…

 (e mi scopro il volto impolverato di anni

  lunghi più dei tuoi in questi anni lunghi

  aggrappati alla tua ultima sera

    Faro Onda Conchiglia Sussurro Sei

            mia eterna Primavera                

    perché io non ti ho mai lasciata andare).

 Sei qui nel mio cuore sempre!