sabato 11 novembre 2023

Sabato 11 novembre 2023: San Martino e il misterioso tepore della sua consueta breve estate, una volta ancora...

La nebbia agl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de i vini

l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

 tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

(Giosuè Carducci)

La poesia di Giosuè Carducci ci viene immediatamente alla mente, di anno in anno, l’11 novembre. Inevitabilmente. Perché inevitabilmente e magicamente l’11 novembre il sole squarcia le nuvole e ci regala il suo sorriso.

Ma per me l’estate di San Martino si colora di altri sensi e significati, legati ad un mio quasi-saggio, La coccinella dalle sette punte, che tra non molto sarà pubblicato e di cui riporto qui uno stralcio.

<Ricordo che circa un anno fa, il giorno di San Martino, 11 novembre, scrissi proprio qualcosa al riguardo e, per alcune riflessioni, ripresi tra le mani Alla ricerca della felicità di Simone Cristicchi e partii dalle sue due prime parole, su cui soffermarci per scoprire e focalizzare il bandolo della ingarbugliata matassa della nostra vita: “attenzione” e “lentezza”. Due parole che vado ripetendo continuamente tanto le ritengo importanti.

E, quel giorno, mi sembrò proprio il caso di ricordarle in quanto si festeggiava appunto San Martino, il santo del mantello diviso per donarlo a chi ne era sprovvisto.

La leggenda narra che un giorno d’autunno - molto probabilmente l’11 novembre - mentre usciva a cavallo da una delle porte della città di Amiens, in Francia, Martino s’imbatté in un uomo molto povero, nudo e infreddolito. In quel giorno, in cui era proprio il maltempo a farla da padrone, San Martino s’impietosì e decise di aiutare il povero. Senza pensarci due volte tagliò il suo mantello di lana per donargliene metà. Di fronte a quel nobile gesto, la pioggia dopo pochi istanti smise di cadere, il cielo si aprì e spuntò il sole, facendo diventare la temperatura subito più mite. Martino quella notte sognò Gesù che gli rivelò di essere lui il mendicante al quale aveva donato il mantello. Quindi leggenda vuole che, ogni anno, ci sia un’interruzione della morsa del freddo per commemorare quanto aveva fatto quell’11 novembre.  (cfr. il Quotidiano <IL GIORNO> 13 novembre 2021).

Sta di fatto che Martino da Tours, di nobile famiglia, nato nel IV secolo dopo Cristo, da militare divenne vescovo di Tours e poi santo. Ma non è solo una storia/leggenda cristiana; essa appartiene a tutte le religioni che festeggiano i santi. C’è anche una spiegazione scientifica, che sarebbe troppo lungo qui approfondire.

A noi basta fare riferimento all’“attenzione” che sicuramente il santo ebbe nei riguardi del mendicante, e alla “lentezza” con cui andava a cavallo, altrimenti neppure si sarebbe accorto della presenza dell’uomo, “nudo e infreddolito”.

Sono tutte queste le “ben più ampie prospettive” che si dischiudono ad ogni scoperta di nuovi orizzonti e nuovi mondi?

Ritengo proprio di sì, ma usando sapienza e umiltà, senza mai l’arroganza di essere detentori di assolute verità.

Sì, sono queste che fanno della “scoperta” il volano di ogni “cambiamento”. Scoperta e cambiamento e soprattutto umiltà sono altre parole meravigliose che il nostro cantautore-attore-poeta “rapina” a Pier Paolo Pasolini e al suo film-documentario “Comizi d’amore” del 1963.

Alla parola umiltà Cristicchi premette, tra l’altro, come esergo, una riflessione del geniale scienziato Albert Einstein:

Chiunque faccia scienza si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell’uomo, davanti a cui noi, con la nostra umana debolezza, non possiamo che essere umili. (cfr. frase di A. Einstein, https://le-citazioni.it) 

L’umiltà è, dunque, una dote necessaria all’uomo di fronte al mistero del Creato. Non se ne può fare a meno. Solo la nostra arroganza ci fa dimenticare questa necessità.

Vorrei sottolineare, a questo punto, l’importanza dell’umiltà dell’ascolto.

Ascoltare significa fare spazio all’altro. “Chi impara ad ascoltare si apre al tu e al noi,” superando il proprio egocentrismo, solipsismo e narcisismo. Impara a conoscere sé stesso, conoscendo e riconoscendo l’altro. Con umiltà e discernimento.

L’aprirsi all’ascolto, dunque, equivale ad ammettere la propria finitezza, presuppone un sapere di non sapere, un essere coscienti della perfettibilità delle proprie conoscenze, è mettersi comunque in discussione, un riconoscere nell’altro una persona che è portatrice di ragioni che non devono essere sottovalutate, ma appunto valutate (…) offrirsi al dialogo e all’ascolto comporta la decisione di correre dei rischi, comporta la messa in discussione delle proprie tesi e l’eventuale loro revisione o il totale abbandono” (cfr. R. Arnheim, Il potere del centro, Abscondita, Milano 2016).

E umiltà, amore e ascolto scopro nei seguenti brani in prosa e poesia. Il primo è opera del già citato Mario Sicolo, poeta, scrittore, giornalista e direttore di un Quotidiano on line, molto seguito nel mio paese di origine, il daBitonto.

Il brano riguarda il ricordo del suo amatissimo padre: … è un papà. Ed è subito una tempesta di ricordi che vibra nel cuore. La voce soave che contava favole sul ciglio del letto e ti insegnava a sognare. Lo sguardo verdazzurro che illuminava il sentiero dei giorni e tu non avevi più paura di nulla. Il sorriso lieve che splendeva d’aurora, vincendo tutte le tenebre del mondo. L’amorevole cura nel sollevare silenziosamente un lembo del lenzuolo per ripararti la spalla dal freddo della vita. Le strambe crosticine che nascevano sulla pelle senza un perché, come cicatrici di antichi dolori. E poi ti chiedono: perché leggi? Per rannicchiarmi dentro la pelle dell’anima, quando si fa sera, e perdermi dentro un labirinto di parole senza più sperare di ritrovarmi…

Quanta umiltà nei gesti quotidiani di amore e di tenerezza di un papà che non si risparmiava mai, nell’arco dell’intero giorno, dall’alba alla notte, nel dialogo sempre acceso con i suoi figli. Un dialogo spentosi troppo presto per non lasciare dolore e rimpianto. Di qui il rannicchiarsi di Mario “dentro la pelle dell’anima”, gesto tenerissimo di umiltà e di insostituibile amore, senza il quale persino nell’abito consueto alla lettura, per rifugiarsi nelle parole, Mario non riesce più “a ritrovarsi”.

E di Mario scopro solo alcuni giorni fa su FB la seguente poesia, postata dalla generosità di Mariateresa Bari, dal titolo “A chi non c’è più”:

So che ti manca/ quel libro che parlava di dolore/ la mano che sapeva le rughe del cuore/ la spalla da coprire con amore// Ma so pure che ci sei/ nella voce roca del vento/ nel tremito lontano delle stelle/ nel ramo che piange la foglia// Nella culla dei ricordi/ dorme/ l’ultimo battito/ che non si è perduto

Il destinatario è sé stesso, quasi avesse timore Mario di dissacrare per un attimo la immensa figura di umile amore quotidiano di suo padre, ma “chi non c’è più” è proprio l’amatissimo papà di cui vengono rievocati i gesti di grande tenerezza e “l’ultimo battito/ che non si è perduto”.

E che dire dell’umiltà di Roberta Lipparini, che è cara al cuore di tutti noi per l’assoluta sincerità dei suoi meravigliosi versi? Qui si tratta di incommensurabile amore materno nei riguardi della giovanissima figlia per risarcirla di tutto il dolore vissuto negli anni insieme:

Ha vent’anni ed io, di nascosto, le preparo il calendario dell’avvento. 24 sacchettini marroni, quelli del pane, attaccati al muro del corridoio con il nastro di carta. Sul sacchetto un numero, disegnato grande con il pennarello. Dentro il sacchetto un piccolo pensiero. A vent’anni, sì     Perché un gesto di madre in 24 risvegli io lo pagherei oro     Perché chi ha avuto dalla vita tanti doni di dolore, merita minuscole ricompense, tutte quelle che io posso offrire     Perché chi al mattino deve cercare dentro di sé la forza di alzarsi, un dono bambino è una piccola spinta che fa leva sul cuore     Perché io invecchio e non sarò sempre al suo fianco, ma nei gesti d’amore compiuti non svanirò mai     Perché in questa casa fatiscente che avrebbe bisogno di una mano di vernice, un corridoio pieno di sacchetti di pane è un paesaggio dell’anima     Perché so che a volte l’amore degli altri non lo sentiamo se non abbiamo un velo di malinconia dentro e i piccoli gesti ce lo fanno più facilmente scorgere     Perché la bellezza del dare mi ripaga di ciò che non ho ricevuto

Quanti gesti di umiltà, dettati dall’amore, si intrecciano in queste tre pagine: una di un padre, docente, uomo che fa i conti con il tempo che gli rimane per donarsi agli altri; una di un figlio alla ricerca delle parole per ritrovare quelle del padre perduto alla fisicità ma immensamente vivo nel cuore; una di una madre che si dona con tanti piccoli grandi doni alla sua figliola, a cui offre oblativamente l’amore mai ricevuto.

Ed ecco una poesia “umile” rapinata alla Pagina FB di un grande poeta, attore e traduttore, Rino Bizzarro, mio caro amico di penna di antichissima data:

… Fra un sopruso e un inganno/ non sono più tanto bianche le mani…/ … e mi ostinavo a volerle pulite/ tanto tempo fa,/ quando eravamo giovani,/ quando eravamo poeti…/ “Un orco camminava per le strade/ portando sulle spalle due bisacce;/ rubava bimbi belli e bimbi brutti/ e poi se li mangiava tutti tutti…”/ era la ninna nanna di mia madre:/ Tu eri tanto bella/perché così apparivi agli occhi miei;/ io ero intelligente, il più sensibile,/ il migliore, soltanto perché tu/ mi volesti così nel grande abbaglio./ … Forse non eri tu poi tanto bella;/ forse che non ero che uno sciocco, io…/ “Dormi rino dormi; deh non guardar la mamma;/ chiudi gli occhietti belli; fai la ninna nanna…”

La ninna nanna antica, la voce della mamma che ritorna e ritorna a regalare a Rino frammenti di ricordi e di emozioni, le paure e le illusioni di un tempo, “quando si era giovani e poeti”, e tutto ci sembrava bello e eterno. Poi, con gli anni abbiamo dovuto ridimensionare tutto: valori, etica, scelte, l’amore nelle vesti della fanciulla bella come il sole e nella personale convinzione/illusione di essere stato scelto da lei perché il migliore…

E, invece, di un amico di nuovissima data, Luca Crastolla, ecco brevi ma essenziali versi. Minimalisti ma non troppo. Profondissimi:

i carillon della melanconia/ le giostrine della nostalgia/ il canto del cigno senza armistizio/ li muove quel che fu e che avvenne.// Di più di quel che qualcosa/ o qualcuno intravide o promise

I ricordi legati alle meraviglie dell’infanzia hanno spesso, da adulti, un malinconico, nostalgico, inevitabile ridimensionamento. Un “canto del cigno senza armistizio”. Un qualcosa di atteso e di non accaduto. E non si sa mai chi o che cosa ne impedì l’accadimento. Pure, a ben guardare, tra le righe c’è in ognuna anche l’idea del cambiamento, di una trasformazione. In ciascuna è evidente il passaggio dal “prima” al “dopo” con una risposta alla scoperta del mondo che è innanzitutto scoperta di sé, del proprio mondo interiore e poi di quello esteriore, che può dilatarsi all’infinito. Come infinita potrebbe essere la “conoscenza” che ne deriva>.

E anche per oggi basta così. Ma desidero ringraziarvi tutti dal profondo del cuore, con "attenzione" e "lentezza", per i bellissimi commenti che dedicate alle mie lunghissime elucubrazioni. Mi piacerebbe davvero aprire un dialogo-confronto con ciascuno di voi, e siete davvero tanti (e ciò mi conforta molto e mi spinge a continuare), ma fino a gennaio sono molto impegnata per i lavori che la nostra Casa editrice ha programmato: da pubblicare entro Natale. E io sono coinvolta (travolta?) come “correttrice di bozze”, che spesso è chiamata a scrivere prefazioni o postfazioni, sinossi, frasi per il retro-copertina ecc. Naturalmente, ci sono anche alcuni miei libri da pubblicare ancora, a cui spesso non riesco a dare neppure la necessaria revisione, per cui non è escluso che vengano pubblicati, perlopiù i soli, con qualche refuso. Ma spero ardentemente, da gennaio in poi, se il buon Dio mi darà vita, di “prendermi cura” di ciascuno/a di voi, lettore/lettrice del blog, perché, singolarmente, meritate la mia attenzione, il mio rispetto, la mia gratitudine. Senza di voi il blog non avrebbe più la giusta LINFA VITALE per continuare ad esistere. GRAZIE!!! Angela-Angelina-Lina  

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