martedì 21 novembre 2023

Martedì 21 novembre 2023: pensando alla Giornata Mondiale dei Diritti dei Bambini...

Lì scorgerai i sogni che scivolarono via

e tinsero d’aquiloni il tempo costruito

per andare contro vento,

i palloncini colorati che mi facevano bambina,

Le nuvole e le fanfare, il gioco delle sagome

ballerine e cigni e volti innamorati sui profili

di luna e fiabe che mi raccontai

 

Ieri è stata la Giornata Mondiale dei Diritti dei Bambini. In un primo tempo si trattò di una Dichiarazione redatta da Eglanty Jebb che, con la sorella Dorothy, nel 1919 aveva fondato “Save the Children. Poi, con l’istituzione dell’ONU, il 20 novembre del 1959, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò una nuova Dichiarazione con dieci diritti fondamentali: Diritto di giocare. Diritto al cibo. Diritto ad avere una casa. Diritto alla salute. Diritto all’educazione. Diritto alla vita e ad avere una famiglia. Diritto di avere una nazionalità. Diritto all’uguaglianza.

Ma già nel 1900   Ellen Key, una scrittrice e pedagogista svedese, pubblicò Il secolo del bambino, che apparve in Italia nel 1906, oggi ripubblicato dalle Edizioni Junior, Bergamo 2020. Si gridò al miracolo. Finalmente, dopo l’Emilio di Rousseau, qualcuno si prendeva cura del bambino fino al Settecento del tutto ignorato dagli adulti come Persona avente dei diritti. Persino il padre aveva potere di vita e di morte su di lui.

In realtà, a distanza di oltre 100 anni, quasi tutti i diritti dei piccoli vengono ancora oggi disattesi in quasi tutti i Paesi del mondo. E abbiamo vari esempi anche qui in Italia. Ne voglio ricordare qualcuno di solo qualche anno fa. Mi trovavo a Roma e guardavo il cielo, che ci offre pur sempre uno squarcio d’azzurro anche quando nuvole, pesanti come macigni, s’addensano sul nostro capo. Ed è già un respiro di speranza. Ma, improvvisamente, quelle nuvole diventarono scure come nella “Tempesta” del Giorgione, quando, guardando la televisione, il cielo mi piovve addosso, franando con le lacrime dei rifugiati del Centro di Accoglienza “Cara” (sempre stato tranquillo senza aver dato mai problemi di alcun genere), che veniva fatto sgomberare dalla Polizia di Stato. E la memoria subito mi riportò ad altri periodi bui della nostra Storia. Noi, esseri umani alla deriva. Si ha un bel dire: non è la stessa cosa. I tempi cambiano e non si può tornare indietro. Vico ci ha insegnato un’altra teoria. Quella dei “corsi e ricorsi storici”, in cui non sono i casi storici a ripetersi, ma l’uomo che è, purtroppo, sempre uguale a sé stesso. “Sei quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo” (Quasimodo).

Dove, in questo caso, il cielo?

Ancora luci ed ombre nel cielo, certo, proprio come quella mattina. E ancora sagome scure di nubi ad attraversarlo. E, ad un tratto, mi sono accorta che era un cielo solo intuito perché era, ancora una volta, coperto e lontano. Troppo lontano per poterlo afferrare ed offrire agli occhi grandi e innocenti di un bambino.

Ogni bambino ha diritto al suo cielo azzurro con voli d’aquiloni ad assecondarne la necessità di spazi e di giochi. Anche i ragazzi hanno diritto ai loro spazi di libertà. E ancor più i giovani perché hanno più sogni da inseguire, più progetti da realizzare.

Già un Campo di Accoglienza ha dei recinti che ostacolano la libertà, impediscono ai sogni di percorrere un cammino possibile perché possano realizzarsi. E i bambini, i ragazzi e i giovani, di cui era fatta quella comunità di profughi, provenienti dalle parti più diseredate del mondo, sognavano soprattutto quella libertà lì negata, che pure appartiene di diritto a ciascun essere umano. Domani saranno uomini che spezzeranno catene perché un uomo non può essere profugo a vita. Dovrà pur integrarsi e riconoscersi nella sua dignità di uomo libero, che appartiene ad una comunità e ad una terra, in cui sentirsi a casa. La casa: nostro bisogno primario e nostro rifugio per la protezione che ci offre, la libertà che ci concede. Ma, quando persino questa comunità viene smembrata e dispersa in nome di una legge, scritta dagli uomini che non conoscono le leggi del cuore, ma solo quelle dell’utile personale, contrabbandandolo per bene collettivo, e fingono di adottare gli stessi provvedimenti per CasaPound, rigurgito di  nuovi fascistelli senza memoria storica e senza un minimo di consapevolezza del passato, ma silenziosamente evitano drastiche chiusure delle loro case/strutture nazi-fasciste sempre più dilaganti, allora anche quel minimo di libertà viene calpestata e i profughi tornano ad essere senza volto, senza nome, senza identità.

Si distruggono sogni e illusioni. Si frantuma il cielo.

Quanto dolore per quel cielo in frantumi che non è più il mio cielo. 

Due giorni fa, pensavo anche ai fondali marini, dove si inabissa quotidianamente il cielo, sconfitto ormai dai bambini che giacciono in fondo al mare, come la nostra vergogna di uomini che fingono di non vedere, di non sapere, di non essere colpevoli mai, perché i colpevoli sono sempre gli altri. I nemici sono sempre gli altri.

Ci sono mille modi per assolversi, ma l’umanità è solo una ed è legata al nostro comune destino di esseri mortali, che hanno bisogno esclusivamente di solidarietà e d’amore per attraversare il mare/male della vita, e andare avanti, facendosi coraggio vicendevolmente e dandosi la mano per non cadere. Un po’ come la poesia di Gianni Rodari insegna: “se tutti i bambini si dessero la mano farebbero un girotondo intorno al mondo”. Rodari, un poeta straordinario da me conosciuto e subito amato per la sua geniale tenerezza regalata ai bambini di tutte le età. E, invece, come possiamo notare dai terribili fatti che stiamo registrando in questi giorni, a quanti bambini oggi è dato di stringersi la mano per fare un girotondo intorno al mondo? Persino la voce di un poeta/educatore è stata oscurata. E non esiste più neppure il cielo per i tanti bambini incolpevoli dei misfatti degli adulti. Non sempre un bambino è “il luogo della speranza”. Sempre più spesso è stato nei millenni della nostra storia, fino ai nostri giorni, un “non luogo”: un luogo senza.

Sempre più spesso circolano sui social fotografie della disperazione, vestita con la carne di un bambino; della tristezza, con il volto triste di un bambino; dell’impotenza, con le braccia impotenti di un bimbo che non può più giocare. Alcuni bambini vengono fotografati contro un muro o su un gommone che fa acqua, dietro un recinto di ferro quasi fossero animaletti o, peggio, belve feroci. Per creare una maggiore distanza tra un bambino e un suo coetaneo.

Oppure tra le braccia di sua madre che non sa più dove andare e a quale santo o diavolo votarsi per sfamare il suo bambino.

Come si può voltare le spalle ad un bambino e dire “non m’interessa”, “non è colpa mia”, “non ci posso fare niente”, ed esibire leggi e decreti “salva poltrone e prebende” dietro falsi proclami di onestà e di scelte coraggiose in favore “del popolo e della gente bisognosa” e mandare allo sbaraglio centinaia di poveri cristi, che finiranno davvero per delinquere pur di trovare di che sfamarsi e sfamare i loro bambini?

Io trovo ingiusto tutto questo e nessuno può convincermi del contrario. Neppure chi mi parla di lotta agli scafisti, che vanno condannati e assicurati alla giustizia. E, se davvero si volesse, oggi i mezzi ci sarebbero. E non devo essere io, profondamente ignorante in materia, ad indicarli. C’è chi potrebbe farlo e non lo fa.

E nessuno mi venga più a dire, con uno slogan, diventato anche di moda alcuni anni fa: “nessuno tocchi Caino”. Perché, allora, io urlo: “sì, è vero, nessuno tocchi Caino fino a quando nessuno più osi toccare Abele. Quanti Caini e quanti Abeli ci sono in questo nostro mondo desertificato di buoni sentimenti? Quanti sotto lo stesso cielo che ci vede nascere e morire? E perché Caino deve essere difeso con la sua mano armata e assassina, mentre nessuno difende Abele, inerme e fragile e indifeso?

Un bimbo è un bimbo e non un agnello sacrificale. Un bimbo è un progetto di vita e non un rimorso. Un bambino è attesa e non memoria.

Un bambino chiede solo amore. Come dimenticarlo? E allora urlo con tutto l’amore che mi appartiene: “Restituite ogni bambino all’amore che gli spetta, ed io restituisco ogni Caino alla pietà. E facciamo in modo che nessun bambino si trasformi in Caino solo perché è stato privato dell’amore necessario, e ha conosciuto fuga, pericolo, solitudine, abbandono, povertà, soprusi, paura, dolore, lacrime, malattia, morte. Abele, in questa atroce disumanità, può trasformarsi in Caino. E, in questo caso, io non mi sento più innocente perché non so davvero chi vada salvato per primo”.

Sì, questo ho scritto, quando imperversava la follia di chi avrebbe dovuto salvaguardare dei profughi che finalmente, in qualche modo, si sentivano a casa e che finalmente avevano anche trovato accoglienza e lavoro nel territorio. E io continuo a urlare perché occorre prevenire. Non in termini voluti da Caino, che non conosce più misericordia, ma in quelli attesi da Abele, che è ancora inerme e innocente.

“Pamoja Tunaweza!!!” (“Insieme possiamo!!!”) era scritto in un campo profughi a Nairobi in Kenia, alcuni anni fa. E, in tanta tristezza e solitudine, anche di bambini, era pur sempre e ancora “un respiro di speranza”. Quello a cui aneliamo in questi nostri giorni di umanità dimenticata per riscoprire il cielo, con i suoi squarci d’azzurro.     

Quanto amore ci attendiamo e quanto disamore registriamo quotidianamente. Ieri come oggi, come sempre. Questo è quanto purtroppo vado registrando quotidianamente.                              

 

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