venerdì 20 settembre 2019

20 settembre 1967-2019


Cinquantadue anni dopo...

Dai corvi neri dei pensieri
mi libero con dita di acciaio
che scavano versi nel sangue
dei ricordi e li scaraventano via.
Non ti fermare al mio sorriso
arcobaleno che si rifrange
nel mare dei sogni inascoltati
è un vizio che non m'abbandona
da quando bambina assordavo
le stelle con la risata del mio dolore
e cantavo oh quanto cantavo
con labbra di papaveri e ciliegi
e zucchero filato per addolcire
il fiele di ogni distacco l'assenza
e spianare la ruga della malinconia
(oggi che i vuoti sono squarci
nel lacerato vestito della festa
lasciami il sorriso di un rattoppo
a fingermi un ricamo d'erba...)

Allora…
                                                         1967
Un matrimonio atteso per circa dieci anni e poi pensato con sospetto, con l’anima in sospensione per troppe delusioni vissute come inganni.
Avevo sognato troppo per non cadere lungo le vie strette e tortuose della realtà. Eri tu il mio modello ed ogni comportamento che se ne discostasse era una ferita.
Venne zio Padre Leonardo ad officiare il rito.
La sera precedente le strade periferiche del nostro paese mi videro con Anna Maria riempirle di lacrime e di pensieri sgomenti. Tutto mi tormentava. La tua assenza. La presenza di tanti che avrei voluto assenti. I giorni dell’amore e della lontananza. E quelli che sarebbero venuti solo per noi nella nuova casa.
’Saremmo stati bene insieme?’
Piovve a dirotto il giorno dopo. Piovvero anche dubbi e timori. Si mescolarono all’acqua che non li lavò. Non li fece scorrere lontano. Mi attanagliarono il cuore nell’attesa del vestito bianco che tardava ad arrivare. Non era ancora pronto ed era stato confezionato proprio per me nel paese degli abiti da sposa. Modello Angela. Con ricami di perline e coralli, che io amavo tanto, a formare delicate margherite sul corpetto e lungo tutto l’ampio bordo dell’abito, morbido sui fianchi ma leggermente svasato alla caviglia. Quei ricami mi ricordavano gli abiti di tua madre. Neri. Eleganti. Indossati nel mio eterno carnevale. Il mio abito era bianco su bianco. Come la mia anima di attesa e di sgomento. Sì, era ancora bianca la mia anima. Dopo le chiacchiere delle comari del vicinato e dopo dieci anni del mio canto d’amore con Primo, ero ancora candore di ali di nuvole di veli, e tenerezza di bianche piume e luminosità di mattini non ancora dischiusi al giorno. Primo aveva rispettato quel candore, quasi fosse un’offesa infrangerlo, macchiarlo
(“Il bianco non colora!”, aveva esclamato la mia nipotina un po’ di anni fa, alle prese con i primi colori della sua vita. Ed io mi sorpresi per la profondità di quella sua scoperta. Sì, è vero, il bianco è la somma di tutti i colori, ma non colora. È foglio in attesa di pennellate perché abbia un senso. Come la vita. Ed io quel giorno ero ancora un colore bianco da pennellare con tutti i colori dell’amore e dei sogni e delle speranze. Dei fiori intatti…). 
In quel giorno di pioggia, Primo, Pinuccio e Nicola si erano avventurati all’alba che diluviava per portarmelo in tempo, quel vestito tanto a lungo sognato, prima che il fotografo venisse per le foto di rito.
Quel giorno il vestito non era pronto come non ero più pronta io a dire il mio sì. Incompiuto l’abito da sposa. Incompiuta io come sposa. Incompiuto il tempo dell’attesa che aveva divorato il tuo tempo.
Mi sembrò un segno che non volli interpretare.
Non avevo dormito quella notte e non avevo potuto sognarti. Non avevo sogni cui aggrapparmi o da cui disancorarmi. Volevo solo fuggire. Avrei voluto non sentire più quel nubifragio di pioggia cattiva abbattersi sul naufragio del sole ad oscurare e sommergere i miei nuovi giorni…
Sull’altare tacqui per tre volte alla domanda “Vuoi tu…?”.
No. Io non volevo. Non sapevo più cosa realmente volevo…
Attimi eterni di panico. Vidi gli occhi di zio Padre Leonardo interrogarmi preoccupati. Vidi Primo tremante e il suo profilo di ragazzo innamorato, pallido e perduto dietro il mio lungo silenzio. Vidi l’altare, i settembrini festosi, nuvole bianche e leggere che vibravano di sogni che ancora sarebbero stati. Le rose rosse indispettite di spine tra tanta innocenza di prato. Immaginai, dal brusio alle mie spalle, volti allarmati e orecchie attente in attesa di quel monosillabo che tardava ad essere pronunciato. Un piccolo monosillabo a racchiudere una promessa così grande. Di eterna fedeltà. Ti vidi seduto alla tua sedia nella cappellina alla sinistra dell’altare. Sentii la tua ansia. L’identica attesa degli altri. Vidi i tuoi occhi d’amore verso nonna Angelina seduta vicino a mamma e babbo e con accanto zia Maria
(“con i sentimenti non si scherza” ti sentii mormorare…)
Contro i miei tre no, pensati in silenzio, mormorai un solo sì. E vidi il mio ragazzo felice. E fui felice. Sì, potevamo essere ancora felici. Sì, saremmo stati felici. Sì, ce l’avremmo messa tutta per afferrare
             Stracci di felicità. Gocce di felicità. Raggi di felicità.
(ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttictictictictictic t t)
E l’Ave Maria di Schubert e la Marcia Nuziale di Mendelssohn e un suono d’Organo da far volteggiare angeli e sorrisi di cherubini e sguardi d’amore accesi là in alto, dove ora TU e zio Michele e zio fra’ Francesco e nonna Natalizia, i pochi che mancavano all’appello, eravate in quel suono che si riverberava tra cornicioni e vetrate e lacrime di commozione.
             Sì. Eravate ancora in pochi a lasciare incolmati vuoti.
E compare Luigi, svanito nei meandri bui del suo dolore, anche lui presente nella sua involontaria assenza. Tra i banchi vestiti a festa con piccoli cesti di settembrini, nonna Angelina e zia Maria in prima fila ripresero a guardarmi felici ed eleganti, ed erano là ad abbracciarmi con braccia vere e trepide. Tremanti di gioia e di solitudine. Dopo tanta pioggia, comparve il sole e dipinse nel cielo un arcobaleno sognante che mi parve sorridere.          
                         Fummo felici? Non so rispondere.
Continuammo a viaggiare su montagne russe e cieli di nuvole e di sole.
Di piogge e d’improvvisi arcobaleni. La nostra vita. La vita di tutti.

(da Le piogge e i ciliegi, vol. II, SECOP edizioni, 2019, Corato-Bari)




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