mercoledì 10 aprile 2019

10 aprile 2019: "SUD...ario" di Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello


10 aprile 2019: SUD…ario di Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello
Prima presentazione nella libreria Secopstore
Ieri sera, nella nostra libreria, Secopstore (Corato - Bari) c’è stata la prima tappa della presentazione del libro SUD…ario di Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello:
una “rivisitazione in chiave contemporanea” della Via Crucis di Cristo dal Getsemani fino al Golgota, in dialetto ruvese (con traduzione in italiano) e immagini che hanno accompagnato graficamente le parole, con momenti musicali di grande intensità.
Mattatore della serata, Vincenzo Mastropirro con la magia del suo flauto traverso (in più versioni) e la lettura in dialetto e in italiano delle quindici poesie che compongono l’opera. Accanto a lui, a far scorrere sul telo di proiezione le immagini delle sue opere grafiche, il pittore bitontino Giuseppe Fiorello.
Raffaella ha introdotto splendidamente la serata parlando di un’opera paragonabile ad un albo illustrato, in cui si fondono mirabilmente parole e immagini, riguardanti la passione di Cristo e quella dell’uomo in un Sud di ieri e di oggi, che è emblema di tutti i Sud del mondo, dove i colori della natura sono accesi e molteplici, ma l’uomo non riesce più a trovare neppure il proprio colore e meno che mai quello della speranza. Il dialetto duro e aspro, usato da Vincenzo - ha continuato Raffaella - non fa sconti a nessuno, non tiene conto neppure del lettore, rivela soltanto la profonda solitudine in un mondo sempre più indifferente, violento, nemico.
Poi, ha dato la parola all’“illustratore”, che ha chiarito meglio la tecnica delle sue opere, soffermandosi sull’importante percorso artistico che lo ha condotto dalla grafica tradizionale alle sorprendenti innovazioni dovute allo sviluppo tecnologico dei nostri tempi.
A conclusione di una serata ricca di emozioni, la mia commossa “lettura” del titolo e dell’immagine di copertina, dove in quel Sud macchiato di sangue ho ravvisato la scritta per esteso di “Siamo Uomini Diversi”: una diversità, che è dannazione e soffocato desiderio di riscatto della gente che vive in questo inferno, legato ad ogni miseria della terra, nonostante i colori accesi dei nostri cieli, che si riverberano di rosso persino sulla calce bianca delle nostre case (Bodini nei dintorni, con la sua rabbia e il suo amore per la nostra terra…).
Un dialetto ruvido e imperioso, accusatorio, quello di Vincenzo Mastropirro, che schiaffeggia la nostra indifferenza per spingerla alla ribellione e alla denuncia dei mali, che sono i nuovi peccati dell’uomo del nostro tempo sotto un cielo capovolto ormai; mali, che affliggono un uomo sempre più solo e disperato.
Ma ritengo opportuno, per comprendere meglio il valore letterario, artistico e umano di questo libro, riportare qui in sintesi la mia Prefazione.
PREFAZIONE A SUD…ario di Vincenzo Mastropirro
(tavole grafiche di Giuseppe Fiorello)
SUD…ario è la nuova, intensa, urlata raccolta di poesie in dialetto ruvese di Vincenzo Mastropirro. Quasi un poema di quindici nenie funebri che si snoda lungo le 14 stazioni della Via Crucis dal Getsemani al Golgota in una riproposizione in chiave contemporanea delle terribili tribolazioni di Cristo prima di morire sulla croce.
Ma il titolo ci prende per mano e ci fa percorrere le strade del nostro Sud, che oggi più che mai è una sorta di sudario appunto, panno che copre il volto di tanti conterranei, intriso di sangue, lacrime e sudore, come il velo della Veronica a detergere il volto di Cristo distrutto verso la Croce.
E l’immagine di copertina, opera del grande pittore bitontino Giuseppe Fiorello, ne definisce, con nocche al fazzoletto per non dimenticare, il triste accadimento del nostro tradimento alla enorme rinuncia di Dio alla sua Onnipotenza per amore dell’umanità. E gocce di sangue da raccogliere perché non se ne disperda il senso e il significato fino ai nostri giorni e oltre.
Con rapidi e densi tratti, l’Artista ci offre immagini che accompagnano i versi in tutta la loro drammaticità. E la parola si fa immagine e l’immagine s’incarna nella parola in un processo osmotico sorprendente, che ci coinvolge, ci turba, ci commuove. I tratti neri sul foglio bianco raccontano un mistero di luci e di ombre, che ci affascinano e ci sconvolgono tanta è la veridicità della loro consistenza umana e divina. E ritroviamo paradossalmente le nostre radici in un tessuto grafico e poetico essenzialmente contemporaneo. Le tavole del nostro pittore sono, pertanto, ricche di suggestivi chiaroscuri, ora trasparenti come acqua di fonte, ora cupi e profondi come il peccato che c’imprigiona.
L’esergo è un capolavoro di denuncia sociale e umana, un grido di dolore e di rabbia che squarcia il silenzio dell’omertà e dell’indifferenza:
ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune/ e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.
… chi nasce al Sud s’insudicia di passione/ e condanna l’anima all’eternità. vm
si tratta di due versi che racchiudono parole di grande forza e veemenza che s’innalzano fino al cielo non con un senso di liberazione, ma con il macigno di una condanna all’eternità in una condizione di atavica rozza passione, che non riesce a vincere per non morire alla grandezza e alla libertà come la nostra gente meriterebbe. E i termini nel dialetto antico sono una scudisciata in pieno viso: zezzàisce, passiàune, cunnànne. Ed è un dialetto aspro, sanguigno, che mal si addice alla bellezza incantata della poesia e che pure è Poesia.
E, del resto, il dialetto è la nostra lingua dell’anima. Non può che essere poesia.
È la lingua che abbiamo ascoltato sin da quando siamo venuti al mondo, sussurrata con amore da nostra madre quando ci teneva al seno. È quella della ninnananna con cui nostra nonna cercava di farci addormentare. È la lingua dei primi giochi. Delle prime tenerezze. La lingua del cuore. Quella che riscopriamo nell'anima ogni volta che una emozione ci sorprende, un dolore ci opprime, una gioia ci fa mettere le ali.
È la nostra rabbia. Il nostro rancore. È il nostro ricordo. La nostra nostalgia.
Una sorta di contenitore rustico, fatto di sarmenti intrecciati come le “sporte” che un tempo i contadini portavano in campagna per colmarle di tutto quanto la terra produceva e sapeva di buono: il profumo inebriante dei frutti delle nostre campagne mescolato con quello più aspro e forte dell’olio dei nostri ulivi. E da quel contenitore, simile al cilindro di un mago, noi tiriamo fuori, improvvisamente, la nostra antica storia che sa di terra, di alberi e di germogli, di fiori e di foglie, di fatica e di sudore, di magri raccolti e di fiducia nella bontà divina o nella buona sorte.
Basta un richiamo. Una parola. Un gesto. Uno sguardo. Una ruga in più su un volto che ci sembra millenario e il mondo di oggi cede i suoi scenari vorticosi e spesso disumani a quelli più sofferti, ma forse anche più rassicuranti di un tempo solo apparentemente perduto, ma radicato nell’anima, scritto nei nostri comportamenti atavici di cui, se siamo molto giovani o appena adulti, non conserviamo memoria. Eppure ci appartengono. Sono la storia dei nonni e dei bisnonni. Sono le loro voci, i loro proverbi (rә dәttériә), con cui si semplificavano la vita.
Solo il loro recupero potrà restituire alle nostre parole nuove il senso profondo delle cose, quella matericità che abbiamo perduto con l'astrazione dei nostri discorsi fondati sui concetti e non più sulle esperienze, perché solo esse racchiudono significati antichi da ripercorrere a ritroso fino a ritrovare, intatta e vera, la storia dell’umanità.
Vincenzo Mastropirro ha fatto del suo dialetto un fascio di nervi e di sangue per mettere a nudo le piaghe del passato e quelle del nostro tempo, i suoi dolori e le sue passioni, i suoi ricordi e le sue emozioni, con un linguaggio ardito, ricco di metafore e, in alcuni casi, sentenzioso, ironico, esasperato e mai rassegnato.
Notevoli le sue raccolte di poesie in dialetto che hanno portato la sua e la nostra anima in giro per l’Italia, mietendo allori dappertutto, e portando con sé anche i suoi inseparabili strumenti a fiato, il flauto traverso in particolar modo, altra passione incoercibile della sua vita.
Questa volta, però, ha preso a pretesto la settimana santa che, nei nostri paesi del Sud, si veste ancora di riti e di preghiere e chiede al cielo clemenza per i vivi e per i morti.
La prima poesia è quasi una introduzione amara a tutta la raccolta perché canta tristemente di un mondo rovesciato, quello dei nostri giorni, che egli guarda dalla cima delle scale di una chiesa deserta, in cui resistono al tempo solo statue “de criste e madunne”, che si sono stancate anch’esse di attendere che qualcosa cambi in meglio. E si nascondono per la vana attesa “jnde a re nicchje aschiure”. Scuro è anche il cuore del poeta nel vedere il cuore della sua gente “sbiadire” sempre più.
Pensieri disperati si agitano nella sua mente. Ed ecco il miracolo improvviso e inatteso: le statue, anch’esse addolorate per tanta indifferenza e desertificazione dei sentimenti di umana pietà, escono dai loro nascondigli e dalla stessa chiesa per sedersi accanto a lui sul sagrato per insegnargli a pregare. Tenerissima conclusione.
È da questo nuovo monte degli Ulivi che parte, dunque, la Via Crucis di Vincenzo. E la prima stazione è “la pregissiàune”: un rito antico, mai spento, nonostante il buio del nostro tempo. Il ritmo lento del suo passare per le strade del paese è reso vivo e vero dalla cera che si scioglie, mentre anche la banda suona nenie funebri che commuovono fino al pianto. La gente alza il volto verso il volto martoriato di Cristo.  C’è quasi un fondersi e confondersi della gente di oggi con quella di ieri, in una mescolanza di ricordo e realtà che rende il salire ogni anno di Gesù sulla croce lungo quanto la lunga storia del peccato dell’uomo che solo Lui può redimere col suo estremo sacrificio. E ci pervade una tristezza senza fine di fronte ad un Dio che si è fatto carne per essere riconosciuto dagli uomini, invano. Vanificando, così, il suo sacrificio e il suo amore.
Anche nella terza poesia assistiamo al miracolo dello storpio che, al comando di Dio di alzarsi e camminare, lo fece “col coraggio addosso” e a lungo camminò. Strabilianti versi che ripercorrono il dolore antico “sulle strade impolverate del Sud”, dove “le case si accendono addosso”.  Verso superbo, che è una fiammata viva a ridare colore e calore alla nostra mediterraneità che sa del profumo in cui ogni “suono affonda” (“e il naufragar m’è dolce in questo mare”, ci pare di sentire Leopardi e l’infinito che la sua anima si prefigura e contiene).
Non così è la stazione del “dolore”. Qui non c’è miracolo che tenga. La perdita di un figlio è il dolore più straziante e inarrestabile nella sua infinita durata di tempo. E i poveri genitori, morti con il figlio, si riconoscono per lo sguardo spento nel “niente” che è meno di un vuoto. Solo le lacrime, il sangue e le bestemmie sono vivi per sempre. Il dolore si fa spine, si fa solitudine, si fa sangue che scorre. E non c’è partecipazione, non c’è comprensione, non c’è pietà nel cuore impietrito degli uomini del nostro tempo: pollastri privi di sentimenti. Pensieri vuoti, dove non alberga alcun senso profondo della vita, dove non si scorge lo scorcio azzurro di un cielo rabberciato di pietà e di fratellanza.   
Così i giorni della Passione scorrono lenti, Cristi e Madonne si alzano, scuotendosi di dosso la polvere del tempo e mischiandosi alla folla che ama ricordare più per tradizione che per fede.
Accompagna il Cristo sofferente la Madre, emblema di tutte le madri con lo strazio nella carne e un accenno di speranza negli occhi. Per un mondo migliore per tutti i piccoli che vengono al mondo e hanno diritto di vivere una vita serena. Di Pace.
Questa è, invece, per tanti di noi, la Via Crucis di tutti i giorni.
Sono versi, questi di Vincenzo Mastropirro, davvero di una drammaticità straziante, se pensiamo ai nostri emigranti di ieri (partene e bastimènte pe tèrre assài luntàne…) e alla triste realtà degli immigrati di oggi in arrivo da altre terre martoriate su barconi di fortuna per andare spesso incontro non a una nuova vita, ma alla morte perlopiù in mare. Nel “nostro” mare Mediterraneo.
E l’indifferenza domina sovrana. La diffidenza anche. E l’egoismo, padre di tutti i mali. Ma il padrone assoluto è il dio denaro, che si affianca continuamente al dio potere e quest’ultimo al dio-sopruso-odio-violenza. Violenza di un popolo contro l’altro, di un popolo sull’altro. Una sorta di trinità del Male, che domina il nostro tempo, come ogni altro tempo. Ma oggi ci sono “casse di risonanza” a livello mondiale, sconosciute fino a soli cinquant’anni fa. Moltiplicano l’informazione come moltiplicano il male dandogli quasi legittimità. Ma il peccato più grave è sicuramente la tenerezza che troppo spesso viene negata persino ai bambini. Tra tanta indifferenza e discriminazione. Che inconsciamente o volutamente ignoriamo.
Poesie, queste ultime, che sono “stazioni” dolorose di “visioni” terribili su quanto male possa fare il rifiuto, la separazione, il divieto.
A che servono le genuflessioni di chi va in chiesa a battersi il petto senza pregare?
È il grido di Vincenzo di fronte a tanto strazio, a tanta inveterata ingiustizia che sembra ormai normalità. Il poeta non può tacere l’orrore di tutti i Calvari del mondo. Lo urla con il linguaggio dell’anima. Quello che non tradisce mai.
Il poeta, però, non sollecita lacrime, commozione, preghiere, incanto. Si ferma al Calvario perché, per il momento almeno, non vede spiragli di salvezza.
E non possiamo dargli torto. Ma un miracolo Cristo continua a farlo: si immola ancora perché la Via Crucis sia uno spiraglio di luce per quanti credono nella Resurrezione, almeno come anelito dell’anima. Come un ritorno alla tenerezza. E noi, compreso l’Autore, siamo fra quelli.
                                                                                                   Angela De Leo
Serata densa di musica, dunque, di poesia, di immagini. Densa di tanta umanità ritrovata…
Ci ha accomunato “un senso di appartenenza… con trame che si intrecciano e si raccontano” (Giuseppe Fioriello)
… Stasera, le bellissime parole di Raffaella Leone e l’analisi emozionale di Angela De Leo, i disegni evocativi di Peppino Fioriello e le lacrime di alcune persone presenti (mentre recitavo/suonavo) mi hanno convinto di aver scavato nell’animo umano troppo in profondità… (Vincenzo Mastropirro)
Tenerezza inconfutabile le note del flauto, intrecciate alle parole sferzanti di una realtà sottaciuta hanno dato la misura di Sud…ario, dei tanti Sudari segnati dai segni della solitudine umana.
Grazie mille e “sciom nanz”, come dice l’autore! (Angela Strippoli)
Una serata emozionante con un commento ad ogni poesia eseguito da un’Angela De Leo emozionata e coinvolta. BELLA la commistione di poesia, grafica e musica. Bravo Vincenzo Mastropirro con il suo dialetto ruvese, carico di ruvida musicalità! (Anna Maria De Leo)
Hanno fatto torto a sé stessi quelli che non hanno sentito il desiderio di essere presenti, nonostante il nostro richiamo. Peccato! Per quelli che non hanno potuto, peccato ugualmente. Ci saranno altre possibilità di incontro a Molfetta, Bitonto, Bisceglie, Ruvo di Puglia. Non mancate. Vi sentirete arricchiti e migliori…
E… “sciom nanz!”, come recita il mantra di Vincenzo Mastropirro. “Andiamo avanti!”…

domenica 7 aprile 2019

7 aprile 2019: Le piogge e i ciliegi: l'interessante presentazione di Anna Gramegna a Bitetto


“Conosco Angela da circa 35 anni. L’ho sempre ammirata per le sue capacità di scrittrice, di poetessa, di critico letterario, per la sua grande umanità, bontà e sensibilità.
     Nel suo bellissimo romanzo autobiografico ho trovato che Angela, ormai adulta, non è molto dissimile dalla bambina, descritta nel libro: vivace, intelligente, sensibile.
    Di questo romanzo ho colto alcuni particolari (flashes), essendo il romanzo voluminoso.
    Angela, che in casa veniva chiamata con il diminutivo di Lina, inizia il libro sostenendo: “Non dormo.” (consolati, cara Lina, gli scrittori, i pittori, gli artisti in genere sono tutti insonni, spesso “meteoropatici”). “Soffro d’insonnia da sempre.”
     Ma quando piove, il suono cadenzato della pioggia culla i suoi occhi e dorme.
    Nel romanzo, che ho letto con piacere, la figura che predomina è quella del nonno, il “pater familias”. Un agricoltore, che in un momento di crisi ed in tempo di guerra, non solo si prende cura della famiglia, ma riesce a risolvere anche i problemi di quanti si affidavano alla sua generosità.
     Accanto alla figura del nonno, che lei chiama “papà” (qui si evidenzia il complesso di Edipo), l’autrice non trascura la nonna, paziente, laboriosa, che sapeva controllare i capricci della vivace nipotina.
     Il nonno l’aveva sposata giovanissima.
     Raccontava, con una tenera immagine, che al ritorno dal lavoro nei campi osservava la sua giovane sposa che giocava, con la corda, con le compagne nella piazzetta antistante al portone di casa…
     Quindi, nacque il primo figlio, così la nonna non giocò più. Divenne responsabile.
    La nonna ebbe molti figli. Ne morirono dieci. La mortalità infantile era tanta in quell’epoca. La giovane donna di fronte al dolore, ricorreva alla fede, al vivere nell’amore (condensato nel mandatum novum, nel nuovo comandamento, cioè: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”), così riusciva a superare ogni male e a vivere un po’ più serena.
      La famiglia patriarcale, che si fonda sul capo, sul patriarca, e in cui Lina viveva, era un ambiente favorevole ed importante per la sua formazione, da questa riceveva tanti stimoli, in contrapposizione alla vigente e costituzionale famiglia nucleare, quella, cioè, che si fonda sul nucleo familiare: il coniuge ed i figli.
     Il nonno, onnipresente, rimarcava nella nipotina sentimenti forti e determinati.
      In Angela, come in tutti i singoli individui, non poteva non svilupparsi l’autogenesi e la filogenesi, ossia lo sviluppo storico e quello individuale. Così si individuavano in lei sentimenti estetici che esaltavano quelli intellettuali. Infatti, in lei si trovavano presenti tutti i sentimenti nella loro ingenua spontaneità che, solitamente, si manifestano nel bambino e ne fanno un essere aperto e vibrante ai flussi della vita e lo avviano verso le prime fonti del piacere e del dolore.
  Jean-Jacques Rousseau, psicologo svizzero, in questo aspetto della vita psichica, individuò le origini limpide e buone della esistenza (sostenendo che il bambino nasce buono).
     È certo che i buoni sentimenti fanno vibrare Angela, la rendono espansiva verso le persone care. Se avvertiva di essere presa in giro, però, offesa nel suo amor proprio, diventava, da bambina, furiosa e ribelle. Così quando la nonna, pur di accontentarla, le dà il permesso di andare dalla vicina, Sabellina, per chiederle “il patimo rosso” (l’intrattieni, cioè intrattenere, passare del tempo), è grande il risentimento che prova quando scopre di essere stata, raggirata, presa in giro, ridicolizzata.
    Lina, sa attingere dal dolore una gran forza. Quando la mamma, per esempio, la lasciava dai nonni e andava via, lei provava un gran dispiacere per il distacco ma, orgogliosa com’era, si metteva a cantare, non salutava la mamma, per cui agli altri appariva indifferente. Cantava per non piangere. Comportamento che ha conservato per molti anni, fino alle soglie della giovinezza.
     Come tutti i bambini, ad Angela piaceva andare in campagna ed era felice quando era a contatto con la natura.
     In campagna si gioca con la terra, con le foglie, si scoprono dei piccoli graziosi animaletti e Lina chiede sempre al nonno di andare con lui, ma il nonno la conduce soprattutto alla raccolta delle ciliege.
        Quel giorno per lei è un giorno speciale: è bello toccare con le manine quel frutto affascinante, liscio, rosso, bello, buono, saporito.
Attraverso l’amore per la natura passa dal bello al bene, al trascendente, dai sentimenti corporei a quelli superiori, nobili e buoni, verso la contemplazione.
    L’autrice, in famiglia si forma nell’educazione estetica. Nella sfera del sentimento, entrano forme attraenti, elevate di umanità e di spiritualità: la morale, la religione, collegate tra loro da vincoli indissolubili, come gradini di una scala in ascesa, fino ad entrare direttamente nelle sfere ideali dell’arte in genere. Lina ama la musica anche la musica operistica e canta alcune arie, soprattutto quelle della Traviata.
     Lina era mancina, ma in casa e a scuola la obbligavano ad usare la destra. Ciò le procurava grande disagio, rallentando la sua maturazione e il suo apprendimento. Era, infatti, una forma di violenza, ormai superata per fortuna.
   Tutti i genitori sono psicologi improvvisati: rapido è il passaggio da indulgenze estreme a inasprimenti improvvisi ed eccessivi.
    Con suo padre non c’era mai stato un buon rapporto. Era tornato dalla guerra dopo quattro anni ed era per l’autrice uno sconosciuto, che poco la comprendeva. Spesso la rimproverava, la chiamava incapace, stupida, diversa. L’autrice finì quasi per odiarlo.
    Suo padre non aveva capito che Angela era ricca di immaginazione, di fantasia, era già una piccola artista, una poetessa. Lei non era come loro: esprimeva l’universale. Era artefice di favole. Nella sua mente si riproducevano immagini. Rappresentava le cose come dovevano essere (Sofocle), non come sono (Euripide).  
“Le piogge e i ciliegi” è uno scrigno pieno di tesori, ricco di filastrocche, di ricordi, di canti, di proverbi, di poesie, di preghiere, di detti, di nomi di cantanti, di avvenimenti, di giochi. È impossibile poter in pochi fogli riassumere tutte le vicende raccontate dall’autrice.
    Angela descrive con minuzia di parole e con entusiasmo anche il Natale. Il nonno preparava il presepe, le cui   montagne venivano realizzate con la carta, spessa e giallognola, un tempo utilizzata pe ravvolgere la pasta (i maccheroni, “i ziti”); ai piedi di queste veniva adagiato il muschio, le statue di cartapesta, il tutto abbellito ai lati con i rami di mandarino, con i suoi frutti profumati. In tutta la casa si spandevano i buoni profumi dei dolcetti natalizi: le cartellate, i calzoncelli, i mostaccioli, i taralli col gileppo, ecc. Tutto preparato dalle mani preziose delle donne di casa.
    L’autrice descrive la Pasqua con meno entusiasmo, ma con minuzia di particolari (compresa la spassosa recita delle litanie). La Pasqua è triste, ma ci sono in casa gli stessi profumi del Natale, “la festosa atmosfera dei dolci fatti in casa”
    E proprio ad una Pasqua, in chiesa, il nonno si sentì male. Per fortuna si trattava solo del dolore del nervo sciatico. Ma viene evidenziata da Angela la solidarietà generosa di tutti quelli che erano in chiesa e che lo aiutarono, portandolo su una sedia fino a casa.

      Angela, aveva paura del buio: vi è una paura ereditaria, senza una motivazione   precisa, senza conoscenza esatta del pericolo minacciante, la paura può essere anche forma di difesa per il timore di perdere gli affetti. Sul perché della paura del bambino dovremmo discutere e interpellare Freud, Jung, Adler o altri psicanalisti, ma anche la psicanalisi, quale teoria dell’inconscio, della psiche umana, non è in grado di offrire una sufficiente dimostrazione scientifica.
Spesso le paure si perdono nell’età evolutiva ed adulta, ma l’autrice dichiara che alcune paure rimangono.

   Arrivano, intanto, gli anni ‘50. Lina, descrive con entusiasmo il giorno della sua prima comunione, le feste da ballo, il boom economico, il primo frigorifero, la tv, ecc. Scopre di amare la letteratura, l’amore per classici. Col tempo diventerà una brava scolara.
Lina cresce. E nasce il primo amore: l’amore per Primo, il giovane che sarà suo marito. Durante i periodi di lontananza, arrivano le sue lettere. Nella lettera, secondo l’autrice, “c’è sempre un gioco di confidenze, confessioni, proteste sussurrate, mai urlate”.
    Nasce il sentimento che è di importanza fondamentale per tutte le molteplici reazioni dell’esistenza.
    La morte del nonno diventa anche la sua fine. Avverte, con dolore profondo, di aver perso il suo “alter ego”.
 Ho apprezzato (e mi ha divertito) la presentazione del libro fatto dalla stessa autrice. Per la prima volta una presentazione scanzonata e intelligente.
  Consiglio di leggere questo bel libro in cui possiamo ritrovare il nostro vissuto, la nostra storia di uomini e donne del Sud, di questa magnifica terra che è la Puglia, conosciuta anche come le Puglie, una terra al plurale, un luogo che cela anime diverse, sospese tra natura, storia, tradizione, gusto, spiritualità.
     A questo fantastico libro auguro tanta fortuna.
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                                                                                                 Anna Gramegna

giovedì 4 aprile 2019

4 aprile 2019: Dylan, il nostro canenuvolabianca, avrebbe compiuto 25 anni


Il 4 aprile del 1994 Dylan, un incrocio tra volpino e pastore maremmano, il nostro cane nuvola bianca, irruppe nella nostra casa e nacque a noi. Aveva ancora gli occhietti semichiusi e si reggeva maldestramente sulle zampine, tremava e aveva paura di tutto e di tutti. Decidemmo di chiamarlo Dylan. Da Dylan Dog, personaggio forte e coraggioso; l’intelligentissimo investigatore di casi truci, tra il noir e l’horror, tratti dell’omonimo fumetto creato da Tiziano Sclavi e disegnato da Claudio Villa. Pubblicato in Italia dalla Sergio Benelli Editore dal 1986, fu il mensile più letto negli anni Novanta. E non mancava mai nella nostra casa.
Ebbene, il nostro Dylan, a dispetto del suo nome, che gli avevamo dato proprio per sollecitarlo a rendersi emulo dell’eroe del fumetto, fu a lungo un cucciolo tremebondo. Persino il guinzaglio per portarlo fuori veniva da lui guardato con sospetto a tal punto che andava a rifugiarsi tutto tremante sotto il letto o dietro al divano per la paura che glielo infilassimo. E ci volle del bello e del buono per convincerlo che il guinzaglio serviva solo per portarlo fuori e riportarlo a casa incolume. Aveva imparato il suono della parola guinzaglio e, appena la sentiva pronunciare, correva a nascondersi. Tenerezza infinita!
Dylan era tutto bianco con le orecchie (due conchiglie trasparenti e leggere) di una rosa-sabbia delicatissimo ed era tutto sbilenco: aveva un orecchio teso e l’altro sempre piegato, due occhioni languidi e un po’ strabici, le zampine sottili e divaricanti. E non ebbe quasi mai vita facile, pur essendo amato con alterne vicende da tutti noi. Io ero la sua mamma. E, sempre con alterne vicende, mi presi cura di lui, come potevo, fino alla fine.
Fu anche un cane, suo malgrado, viaggiatore. Per un po’ di anni stette nella nostra casa, ma era destinato a rimanere per ore chiuso nella camera di Giuliano, mio figlio, per molteplici ragioni che non è facile spiegare in poche righe. Poi, proprio Giuliano lo portò con sé a Roma, sperando di fargli fare vita migliore. Invano. Ancora una volta la sua vita si svolse in una sorta di clausura nelle diverse case abitate dal suo padrone, che riusciva a portarlo fuori solo di notte, quando tornava a casa.
Alla fine, sia il cane che il padrone rischiarono la depressione perché in perenne attesa, il primo, in perenne ansia di evitargli quella solitudine così triste, il secondo.
Decidemmo di farlo tornare a casa. E qui ricominciò la sua prigionia da appartamento. Nessuno che potesse portarlo fuori e potesse prendersi cura di lui. Fu così che lo portai in una pensione per cani. Era un luogo ameno con gestione affidabile. Io andavo a trovarlo più o meno ogni quindici giorni, sottoponendomi allo strazio di sentirlo abbaiare di felicità ogni volta che mi veniva incontro per il nostro affettuosissimo abbraccio, ma guaire disperatamente ad ogni mio allontanarmi tra lacrime irrefrenabili per il dolore che gli procuravo. Così per due anni. Poi, si profilò l’ipotesi di vendere la nostra casa per una villa dove anche Dylan potesse vivere in libertà. E riuscimmo nel nostro intento. Ci spostammo di un po’ di chilometri dal nostro paese per una casa con ampio giardino, dove Dylan trovò la sua cuccia il 6 dicembre del 2001, giorno dell’onomastico di Nicola, mio adorato nipotino, a cui fu portato in dono. Giorni di felicità per tutti. Dylan era una nuvola saltellante e gioiosa tra tanto verde di alberi e di siepi ora spoglie, che sarebbero fiorite di rose a primavera. Ma anche qui non ebbe vita facile. Ben presto fu azzannato dagli altri cani della zona. Armatisi contro l’intruso per difendere il loro territorio e le loro femmine. Fu salvato a stento da un bravo veterinario che ricucì il suo ventre lacerato. Io ero in vacanza e al mio ritorno lo vidi ancora sofferente, con un enorme collare che gli impediva di leccarsi le ferite.
Si alzò a stento per venirmi incontro e lo vidi piangere. Sì, io vidi piangere per la prima volta in vita mia un cane, il mio cane, il mio amatissimo Dylan.
E quel suo addome lacerato divenne una profonda ferita nel mio cuore.
Dylan sopravvisse e per altri cinque anni è stato libero nel nostro giardino, con quotidiani scambi di sguardi d’amore tra me e lui.
Poi… non voglio ricordare. Il ricordo della sua morte è ancora una ferita aperta…
A lui ho dedicato subito dopo questa poesia:

E la notte si fa silenzio
                            (per Dylan)
Mai più mi accadrà
di sentire il tuo respiro
in attesa del mio ritorno
dietro il cancello di casa.
Tua libertà senza confini
il cancello che si apriva
al tuo correre leggero
lungo la tortuosa strada
che a me ti riportava.
E temevo ansia di pericoli
per te che ignaro ignoravi
 ogni mio richiamo.
E le tue residue energie
misuravo da quel correre
festoso e impertinente
incurante degli anni
e di improvvisi agguati.
Alla tua gioia di vivere
mi allunavo ogni volta
in un’allegria di capriole
a dirmi il tuo stare bene
e il tuo volermi bene.
Nuvola bianca occhi teneri
morbido Dylan Dylan
sbilenco e bizzarro
tutto sbagliato tutto
come dovevi essere.
Affamato d’amore
eri tu a darmi amore
Eri tutte le bestiole
da me amate e perdute
e piante e mai più ritrovate
Eri la mia infanzia tenera
il mio cortile di rose
e Lola e Nerina e Fiorello
e Piccina e gatto Ciccio
         Neve  Luna
Il mio mondo la mia nostalgia
il mio candore di canti e lacrime
per ogni disperso richiamo.
Eri il cucciolo appena nato
occhi chiusi cuore tremante
alla vista d’un guinzaglio.
Zampine storte sguardo strabico
mi fecero di te innamorare
e giurare tenerezza e dolce cura
quasi fossi il bimbo ultimo nato
            al mio amore.
Delicato faccino bianco
pennellato di sabbia sulla
rosa conchiglia delle orecchie
attenta l’una ripiegata l’altra.
Eri cartolina illustrata e fumetto
Eri il tuo corrermi incontro
con salti di gioia per saluto.
Eri la tua tristezza
per una solitudine da giardino
che non avrei voluto regalarti
e ti accompagnò fino alla fine.
Ti giunga ora la carezza
che allora non ti ho dato
mentre ti portavano via.
Mi guardasti con pena d’addio
Forse sapesti del mio pianto
e di un dolore tuo quanto il mio…

Sei passato così come il tempo
l’infanzia la nostalgia il dolore
la giovinezza il sogno la speranza.
Senza accorgertene spero
attento a non ferirmi con le tue ferite.

(resta una voglia di pianto
 e un altro vuoto
da non potersi più colmare
perché il giorno muore
           e la notte si fa silenzio)




lunedì 1 aprile 2019

Primo aprile: non fu un pesce d'aprile


                                                 " Ora sei ricordo.
Alle otto del 1° aprile mi giunse l’attesa telefonata che mi sparò nell’anima la notizia. Sapevo che era vera ma pensai ad uno scherzo. Era la mia mente che andava in deviazione per non arrendersi alla realtà. Non c’eri più. E non c’era neppure il sole. Sin d’allora mi serpeggiò dentro il rimorso, mai più soffocato, di non aver compreso fino in fondo il tuo dolore, che t’impediva di godere persino di un raggio di sole. Parecchi anni dopo, anch’io in una corsia d’ospedale, lottando tra la vita e la morte con lo stesso dolore, un misto d’ansia e di paura, un tormento che già mi proiettava oltre la vita, non guardavo il sole che m’invitava a godere di un autunno mite e buono. Non volevo vederlo.
Oggi, sabato 30 marzo, ripercorro il tuo calvario e il rimanente giorno con noi. Tornasti di giovedì sera, dopo un allucinato viaggio lungo quanto lunga l’Italia. E siamo stati avvolti dal tuo dolore, visibile nel fremito scosso del tuo braccio destro e nello spropositato gonfiore della gamba sinistra, nel tuo corpo di uccellino senza ali, nel tuo stanco sorriso a dirci con appena sussurrate e biascicate parole che ci sapevi là con te, ancora per poco. Ci alternavamo al tuo sguardo, alle tue mani. Fu proprio di sabato sera quando, fissandomi preoccupata di vedermi ancora nella tua casa, io che non c’ero stata mai, mi mormorasti a stento, “vai a casa se no…”. Preoccupata fino alla fine di non crearmi problemi nella mia casa.
“Non ti preoccupare”, ti dissi affranta. Poi, andai via. Già. Appunto come da bambina. Ti voltai le spalle per anticipare il tuo lasciarmi. Sono stata tutta la notte a pregare perché ti venissero risparmiate altre sofferenze. E, alle otto di quella domenica senza cielo e senza speranza, il trillo del telefono…
Mi rimane di te feroce questo tormento e il rimorso di aver per anni rimandato all’infinito i nostri rari incontri: per un lavoro ingrato/amato che mi attanagliava, logorando/divorando i miei giorni. Non avevo tempo neppure per te e sistematicamente deludevo la tua ansia di vedermi. Mi riprende anche oggi lo sconforto di aver ignorato i tuoi giorni di solitudine. E di attesa dei miei passi a confortarti di un ritorno. Mi rimangono le carezze alla tua mano, quando un soffio di tempo e di nostalgia mi riportava da te in una fretta di minuti che ignoravano le ore.
“Avremo tempo”, ti dicevo, tra lacrime non piante.
Non c’è stato più il tempo.
Solo il ricordo.
Presente come la tua anima ai miei giorni>. 

(Ma come si fa a sopravvivere alla propria madre? Come è possibile ignorare lo sradicamento feroce di quella parte di te che è ancora il suo prolungamento? Con lei hai vissuto prima che ti scoprissero gli altri. Prima che ti vedessero nascere e crescere. Sei stata cullata dal battito del suo cuore. L’hai sentita cantare e ridere e piangere e le sue parole erano musica, le sue lacrime punte di spilli al tuo cuoricino, le sue canzoni le ninne nanne che ti avrebbero cullato anche dopo.
Con la morte di tua madre la parte più vera di te rimane nella sua tomba, la parte più sicura, quella che non teme il mondo perché c’è lei a proteggerti, a farsi carico dei tuoi dolori, a sollecitarti alla gioia, ad attendere con te che la strada da percorrere ti porti alla felicità.
Lei a farti da madre anche quando tu sei madre e senti che hai bisogno ancora della sua mano, del suo sorriso, del suo coraggio. E che i tuoi figli hanno bisogno di lei).
<… “pelle di pesca” la chiamavamo, accarezzandole il viso morbido, liscio, profumato. Il suo profumo la precedeva ovunque, come il suo passo lieve. Tanto lieve da sembrarci quasi che danzasse, sollevata da terra, ogni volta che, entrando, illuminava le stanze.
“In punta di piedi” sempre, mia nonna, sembrava fosse stata baciata dalle Grazie: dalle movenze alle parole al cuore.
Niente in lei era stonato. Nessuna invadenza, nessuna prepotenza, mai.
Niente che potesse svilirla ai nostri occhi.
Non si poteva non amarla. Non era faticoso farlo, anzi!
Andarle incontro, felici di vederla, era semplice, naturale, spontaneo per noi nipoti.
Non potevamo fare a meno di abbracciarla: “Ehi, amore mio”, diceva.
Ci aveva conquistati tutti, dal più estroverso al più timido, senza inutili smancerie: con lei cadevano le barriere e baciarla, dicendole “Ti voglio bene”, era più facile che dirlo alle nostre mamme…> (Raffaella)

‘Come si fa a sopravvivere alla propria madre?’, mi chiesi mentre la portavano via e sapevo che era per sempre. Il tempo mi ha insegnato che si può. Si diventa improvvisamente orfani e adulti. Irrimediabilmente. E si diventa orfani dei miti e degli eroi. Delle voci che non riesci più ad ascoltare o a ricordare, delle canzoni che non sai più cantare e delle strade che non puoi più percorrere, degli amici che ti lasci alle spalle per sempre e di quelli che avrebbero potuto ancora farti compagnia se non ti avessero tradita. Perché, ad un tratto, scopri che quel sentimento in cui credevi e ti avrebbe visto sulle barricate sempre in loro difesa non li avrebbe visti neppure su un minuscolo terrapieno per proclamare la tua innocenza e la tua lealtà.
Altri sfilacciamenti di certezze deluse. Altre ferite ricevute a bruciapelo alle spalle e in pieno petto da quelli in cui credevi. Stelle franano senza certezze, senza verità. Ognuno vanta le proprie ragioni senza ascoltare le ragioni dell’altro, degli altri. Ognuno evita di accettare le proprie ombre, pago di scoprirle negli altri per sentirsi innocente.
                     Come dirlo ai figli senza spegnere in loro sogni speranze?
            Col tempo si impara da soli e non ci sono più maestri né consiglieri.
                          Di qui la solitudine di ciascuno, orfano tra la folla..."

 (Ancora uno stralcio del romanzo Le piogge e i ciliegi, II volume)






sabato 30 marzo 2019

30-31 marzo: i giorni dell'addio


Appena giunge marzo e si dipana in giorni capricciosi tra fioriture e geli, più acuto diventa il pensiero di te, mamma carissima, perché in questo tuo ultimo mese di vita, anche la tua salute fu altalenante. E, a momenti di cauta euforia per ogni tua ripresa, subentravano ore di scoramento per improvvise nuvole ad oscurare il sole e a devastare di pioggia i fiori bambini che primavera regalava ai tuoi occhi e al nostro cuore. In ansia per te. Poi, proprio quando ci dissero che ogni pericolo era scongiurato e ci preparavamo ad accoglierti nuovamente in casa, programmando per te e con te insperati e invocati giorni di rinnovata serenità, ci giunse notizia del tuo improvviso ritorno per lasciarci per sempre. E tornasti in tempo per dirci addio.  
E non è stato più possibile dimenticare. E marzo non si smentisce mai.
                                               E tutto ritorna.
"                                                     2001
Fu un devastante addio che ci vinse solo un anno e pochi mesi dopo quel Capodanno, che segnò a caratteri cubitali nella Storia il primo anno di un nuovo secolo a regalarci illusori refoli di risorte umane utopie.                  
La perdemmo, in un lago di disperata corsa al suo sorriso.
Perdemmo lei, mamma, persa in quattro mesi di angoscia su alte montagne innevate e profondi abissi di nuove speranze e nuove disperazioni.
                                                    Mamma
E il suo sguardo sempre più dolente e malinconico. Pensieroso e stanco. E l’ultimo nostro Natale e l’ultimo Capodanno, quindici anni fa, vissuti insieme in quella che era stata la nostra casa del gelso e delle rose e che ora è una villa bellissima al centro del paese, abitata da Anna Maria e Gianni, e a cui fanno capo Isabella e Nicoletta con la loro nidiata di bimbi nati in questi ultimi anni. Tutti nella tua casa senza più il gelso e con poche rose ma con tanti altri alberi e fiori… e voci e trilli di allegria e capricci e coccole e tenerezze… e Nicole (figlia di Isabella e prima nipotina di Anna Maria) che è bimba di baci da afferrare con le dita e depositare nel cuore… e Francesco, il suo bellissimo e silenzioso fratellino… e, poi, i figli di Nicoletta: Sofia, vezzosa bimba di mille parole e mille acquerelli… e il fratellino Andrea, che somiglia tanto a mio figlio Giuliano. Stessi occhi grandi e sornione sorriso. Ma allora allora allora…
allora fu tempo di lacrime per tutti, nascoste maldestramente tra ciglia di dolore per un mostro tentacolare che si era ripresentato dopo anni di quiescenza e di tranquilla certezza di averlo debellato senza gravi danni per la sua salute.
                                                     Mamma
E il suo andare, volto preoccupato e passo leggero e il cappellino verde di morbida lana a incorniciarle il viso segnato, con la figlia più giovane, sua compagna di vita ormai, in un Centro specialistico al Nord, dove operava un mago della chirurgia oncologica.
                    Furono tre mesi altalenanti di notizie mai chiare mai scure
E la decisione di raggiungerla io e Lizia, con Pino alla guida della sua macchina in volo sulla corsia si sorpasso in sole sei ore per correre da lei, e Anna Maria impossibilitata per quell’intervento a cuore aperto, che andava superando lentamente e a fatica, e il nostro cuore ad anticipare chilometri e incontro. E Anna Paola che nella sua casa festeggiava senza di me il suo secondo compleanno. Giorno d’inizio primavera. Giorno dei ciliegi in fiore. 
Mamma era lì, inerme e sperduta, spaurita e gracile, dopo due interventi che ci dissero risolutori, ingannandoci. Fiorivano le prime margheritine di marzo… e bianche rose d’ogni mese ornavano il viale che portava alla sua camera al pianterreno di quell’immensa clinica dei miracoli. Dalla finestra potevamo vederla prima che ci fosse permesso d’incontrarla e lei ci sorrideva stanca e teneramente aggrappata a quel primo abbraccio da lontano, nell’attesa di riabbracciarci con mani e braccia e tremori intrecciati. E sollevava le mani in segno di saluto ed erano affaticate farfalle in lento volo.
                              Pioveva in quei giorni di ansia e di paura
                   Una pioggia né buona né cattiva, una pioggia d’attesa
                                       Poi… improvvisamente il sole
La sollevammo dal suo letto di spenta speranza perché potesse lasciarsi riscaldare dal tepore beneaugurale di quei raggi dorati. Ma lei rimase con occhi vuoti senza guardarlo.
“Mamma, hai visto? C’è il sole! È finalmente una bella giornata!”.
Silenzio e occhi spenti.
“Mamma, possibile che non ti rallegra il sole? Guardalo. È un dono tutto per te oggi!”.
Silenzio e occhi spenti.
“Ma come è possibile che non ti si allarga il cuore per questo raggio di sole dopo tanta pioggia?”, stupidamente ancora io, mentre gli altri figli si astenevano.
Silenzio e occhi spenti.
Silenzio. Laghi di pianto trattenuto gli occhi, e il suo abbandonarsi esausto sui cuscini, noncurante del sole della bella giornata delle mie parole a rincuorarla.
(Alcuni anni dopo, solo qualche anno fa, anch’io ho guardato il sole con indifferenza da una finestra d’ospedale dove stavo lottando per sopravvivere. Mi sono ricordata di lei e del suo rifiuto inerme.
Non più quel suo sorriso sempre pronto e generoso nel lenire ferite.
Compresi e mi disperai per quella mia insistenza fuori luogo in un momento così difficile e doloroso per lei. Le avevano annunciato il terzo intervento nell’arco di appena tre mesi. Ed era disorientata. Impaurita. Disperata.
Anch’io, alcuni anni dopo, non fui in condizione di godere del sole e della sua luce luminosa in quel centro di riabilitazione in cui mi sentivo debilitata. Anch’io evitavo di guardarlo per non provare la ferita di dovergli probabilmente dire addio.
Come avevo potuto pretendere che lo guardasse lei che aveva i giorni contati e lo sapeva? Come poteva sentirsi rasserenata, e paga di quel raggio di sole? Non avevo capito niente di mia madre e della sua anima prostrata e vinta!
Come si può essere così superficiali, anche quando le nostre parole sono dettate dall’amore? Anche quando sono dettate soltanto dalla preoccupazione di alleviare le sofferenze di chi amiamo?
Anche con te mi era capitato, ricordi? Evidentemente si può.
(Ma oggi mi chiedo: sappiamo veramente cosa sia giusto dire e cosa evitare? Quante incomprensioni in un atto di amore… Eppure accade. Sì, accade. Siamo incapaci di totale comprensione di ogni altro da noi. Fosse pure nostra madre. C’è qualcosa in noi di veramente unico e irripetibile, che è solo ed esclusivamente nostro, che ci impedisce di comprendere appieno l’altro e di farci comprendere pienamente dagli altri. Si salva la nostra individualità ma non la nostra socialità. La nostra affettività. Miliardi e miliardi di stelle, ognuna col suo nome, la sua costellazione, la sua distanza anni-luce dall’altra. Di qui la difficoltà di ogni comunicazione. Di superare il vuoto che ci separa, pur vivendo spesso nella stessa galassia).
Quella strana inevitabile condizione di imperfezione e di non totale comunicazione era purtroppo accaduta anche tra me e mamma.
                                     Mio malgrado Suo malgrado
La salutammo mentre la portavano in sala operatoria con l’ultima figlia che la seguiva passo passo, e mi sembrò un uccellino spaventato e tenero con quella sua cuffietta di lana rosa per non prendere freddo ed era una bimba alla prima passeggiata all’aperto. Aveva la stessa aria stupita, non d’incanto infantile per la scoperta del mondo, ma di disincanto per un mondo conosciuto amato ignorato perduto. Ci aveva raggiunto anche Mimmo, che porta il tuo nome modernizzato e che fisicamente ti somiglia molto. Ed ora eravamo tutti con lei e per lei a sperare e a pregare. Mancava solo Anna Maria, presente con continue telefonate. Il chirurgo-mago ci tranquillizzò, ci disse che potevamo tornare a casa perché di lì a qualche giorno sarebbe tornata anche lei. Avremmo dovuto usare accorgimenti e precauzioni, ma il peggio era scongiurato. Rincuorati, ripartimmo per preparare la sua camera con tutti i comfort ad accoglierla. Durante il viaggio di ritorno, facemmo progetti per lei. Io mi ripromettevo di esserle più vicina come non lo ero mai stata per tutti gli anni precedenti. Ora sarei stata più libera (il 2000 aveva segnato la interruzione a tempo indeterminato dei Concorsi nella scuola!) e mi sarei dedicata esclusivamente a lei. L’avrei portata in vacanza con me. Saremmo state finalmente insieme. Progetti che ebbero il respiro breve di quel raggio di sole in quei giorni di interminabili piogge di inizio primavera, che tardava a giungere e che io sognavo per lei tiepida e con passi di rugiada. Il luminare avrebbe dovuto dirci che “il peggio sembra scongiurato”, non che “è scongiurato”.
                                   Quella notte del ritorno ti sognai
Stavo camminando sull’orlo di un burrone di cui non vedevo la fine, tanto buio era il fondo da non distinguere se vi fosse un bosco fitto di alberi cupi o il mare con la sua nenia sommessa o la pianura con i suoi campi coltivati. Mi sentivo sola e disperata e non sapevo perché stessi camminando proprio sul ciglio della strada in quel silenzio spettrale e in quella oscurità così spaventosa. Ad un tratto, ti vedevo seduto proprio lì sul bordo di quell’orribile precipizio a guardare nel vuoto. T’invocavo, dapprima senza voce. Poi, avevo preso a chiamarti con voce sempre più forte e disperata, ma non ti giravi. Ostinatamente continuavi a guardare verso l’abisso senza rispondermi e senza voltarti. Sembravi sordo ad ogni mio richiamo.
Mi svegliai sudata e spaventata con un brutto presentimento, confermato da una telefonata concitata che ci informava che stavano portando mamma in ambulanza con il pericolo che morisse per strada. Purtroppo mamma aveva avuto un improvviso repentino peggioramento. Una dottoressa, nostra cara amica, Teresa A., si assunse la responsabilità, con grande coraggio, di permettere il trasterimento, da quell’ospedale del Nord nel profondo Sud della nostra casa, in un’autoambulanza privata, con lei sempre vigile al suo fianco e con nostra sorella, attento angelo a colmarla di carezze. Giunsero stremate entrambe, madre e figlia, tra lacrime brevi, e parole affaticate e non sempre lucide.
Due giorni appena rimase con noi tra spasimi che ci destabilizzavano e tenui sorrisi di affettuosi addii. Ci lasciò stanca di aspettare e di soffrire all’alba della domenica e ci sembrò un pesce d’aprile, uno sberleffo atroce sul nostro pianto a lasciarla andare. Capii allora il perché del tuo ostinato silenzio. Era il tuo modo di dirmi “non posso farci niente, questa volta non posso aiutarti”.
Anche Teresa, la vedova di Filippo, quella notte aveva sognato suo marito che le diceva che era passato a salutarla perché era venuto a prendere comare Melina, la sorella che non aveva mai avuto e che aveva tanto amato. Per portarla da te e da tutti gli altri che con te erano in attesa di riabbracciarla. Si affrettò a raccontarcelo tra le lacrime mentre stava lì con noi a darle l’ultimo bacio.
                        E finalmente la sentimmo al sicuro tra le tue braccia   
E solo dopo, solo dopo ho capito molte più cose di lei. Della sua sofferenza silenziosa. Solo dopo ho sgranato i miei tanti rosari dei comportamenti sbagliati con lei, anche con lei. I lunghi silenzi. I rarissimi incontri. La solitudine dolente che le procuravo
(ti ho persa vivente… non ti preoccupare fai le cose che devi fare… vieni quando puoi venire… chissà se ti rivedo ancora…)
Ed ora che mi manca come il respiro, lei non c’è nella sua casa per andarla a cercare e coccolarla con tutte le confidenze mai più sussurrate, con i baci mai più dati, con le carezze che avrei voluto depositare sulle sue guance di pesca chiara. 
Mi conforta a malapena il ricordo dei rari incontri nella sua casa e del mio prenderle la mano per coprirla di teneri tocchi leggeri con le labbra e i suoi occhi si slargavano di luminosa accoglienza in uno sguardo di illimitato perdono…".
(stralcio tratto dal secondo e conclusivo volume de Le piogge e i ciliegi (SECOP Edizioni), di prossima pubblicazione.