domenica 24 dicembre 2017

ANCORA SUL NATALE DELLA MIA INFANZIA


Gesù Bambino impiegava molto tempo a nascere. Veniva portato tra le mani-conchiglia del bimbo più piccolo, in testa ad una processione lunghissima che si snodava per tutte le stanze della grande casa (dei miei amatissimi prozii) che aveva un pianterreno, un primo e un secondo piano. Dopo aver salito, sceso, attraversato scale e stanze e camere e ogni più piccolo anfratto della casa e persino i balconi e il terrazzo, si ritornava giù per deporre il Bambino nella grotta tra Maria e Giuseppe, il bue e l'asinello.
              La lunga processione si illuminava di candeline bianche o rosse
(spente subito dopo con un brutto odore di cera bruciata e piccoli fili di fumo grigiastro, che si sperdevano ben presto tra le nostre mani giunte e non di rado il bambino più grandicello bruciava i lunghi capelli della bimbetta davanti a lui con grida e soccorsi immediati e scompiglio nella lunga fila e l’acre odore di fumo e di capelli bruciacchiati si spandeva per la casa… che si accendeva delle note divine di “Tu scendi dalle stelle”
(l’immancabile canto tradizionale che includeva voci adulte e bambine e mille inevitabili stonature e approssimate parole…).
Tu scendi dalle stelle, o Re del cieeelo
e vieni in una grott’al freddo e al geeelo
e vieni in una grott’al freddo e al geeelo…
A te che sei del mondo il Creeatoore
mancàno panni e fuocoomio Signooore
mancàno panni e fuocoomio Signooore…
Dopo la nascita di Gesù, noi bambini recitavamo le poesie.
Le donne di casa si affrettavano a preparare la tavola con ogni ben di Dio: pettole, dadini di massa sbollentati, capitone fritto e arrostito (a te e a mamma piaceva molto il capitone, che a noi bambini e ragazzi faceva ribrezzo perché ci sembrava un serpente e basta, e provavamo disgusto nel vedervelo mangiare con tanto gusto…); e, poi, frittelle, cartellate, calzoncelli, mostaccioli, taralli di ogni genere, fichisecchi, mandorle tostate, arance e mandarini, noci e nocelline. Vini e rosolÎ.
Era capitato anche a me di portare Gesù Bambino, ed era capitato a tutti noi bambini di recitare per la prima volta la poesia che zia Maria voleva insegnarci a tutti i costi perché la riteneva bella e facile per i più piccoli che non andavano ancora all'asilo:
 Tutti vanno alla capanna
 per vedere una gran cosa
anche io son curiosa
di veder che cosa c'è?
Guarda, guarda quel Bambino
come dorme, poverino!
Sembra far la ninnananna
tra le braccia della mamma.
Se io avessi un biscottino,
lo darei a quel Bambino.
Biscottino non ne ho
e il mio cuore gli darò!
Credo che la poesiola abbia attraversato secoli su bocche sdentate di nonne e nipotini e su quelle più morbide delle mamme, prima di giungere sulle labbra di farfalla colorata della mia amatissima prozia e tra le sue mani in volo per mimarla a dovere.
L'ho, poi, insegnata ai miei figli e ai miei nipoti non perché fosse particolarmente bella e facile, come sosteneva zia Maria, ma perché mi riportava a quei Natali, a quell'atmosfera magica e incantata, a quei profumi, a quegli odori, a quelle preghiere, a quei canti, a quelle braccia d'amore. A quei tafferugli. A quelle risate.
Capitava sempre qualche imprevisto, che coglieva di sorpresa la compagnia, creando parapiglia e disagio, risolti immediatamente da qualche battuta ironica o autoironica di zia Maria e tutto finiva in una grande corale fragorosa bolla iridescente di sapone, che aveva forma di labbra dischiuse al buonumore.
                               Labbra d’infanzia di latte e di panna.
                               Labbra di bianche perle di giovinezza.
                               Labbra concave di spietata vecchiaia.
Sì, quella tenera poesiola mi riporta a te, a nonna, a mamma, agli zii e a tutti i parenti e amici di allora. A quei tempi di rumorosa semplicità e di caotica armonia.
Ad un mondo, almeno per noi bimbi, sereno. Un mondo, che oggi esiste solo nella memoria del cuore.
Quel rito si è protratto negli anni quasi intatto.

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