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lunedì 8 aprile 2024

Lunedì 8 aprile 2024: UNA SERATA DA RICORDARE CON IL GRANDE ANTONIO GIACOMETTI...

 Due sere fa ho avuto la fortuna di incontrare, nel Museo Archeologico - Fondazione De Palo-Ungaro di Bitonto, il bresciano Maestro Antonio Giacometti, Autore del Libro PASSAGGIO A NORD-OVEST – Riflessioni amazzoniche, appena pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente. Di Antonio Giacometti c’è naturalmente una vasta bio-bibliografia sul Libro, ma anche su Google, per chi volesse approfondire il calibro culturale e umano, di cui si è parlato l’altra sera. Ed io ho avuto la fortuna di leggere in anteprima la bozza del Saggio per poter scrivere la Postfazione, che amo definire “Tracce”. Accanto a lui ho incontrato il carissimo Nicola Pice, in veste di Relatore, e Vincenzo Mastropirro, altro carissimo amico di oltre quarant’anni, che ha emozionato il numeroso pubblico con la sua straordinaria esecuzione di una preziosa quanto complessa partitura musicale per flauto, scritta   parecchi anni fa, completamente a mano, su una poesia della scrittrice e poetessa tedesca Nelly Sachs, Premio Nobel per la Letteratura (1966) dal Maestro Giacometti. Intuibile la difficoltà di Vincenzo, che ha dovuto cimentarsi durante l’esecuzione del brano anche con le parole in tedesco, ma se l’è cavata egregiamente. Il Maestro Giacometti è, come è facile intuire, fraterno amico di Vincenzo, accomunati dalla stessa talentuosa passione per la musica e la sua composizione.

La serata è stata introdotta e coordinata, con grande padronanza del Testo e con ventennale maestria da Raffaella Leone, P. R. della Casa Editrice, insegnante e scrittrice per bambini e adulti col cuore bambino. Io sono stata chiamata dall’editore per concludere la serata con le mie “Tracce”.

Il primo intervento è stato quello magistrale di Nicola Pice, che ha una cultura classica che gli permette sempre di spaziare con disinvoltura dai grandi filosofi, poeti, scrittori greci e latini (Platone, Aristotele, Apuleio ecc.) a quelli contemporanei senza soluzione di continuità. Con padronanza assoluta delle parole e della storia non soltanto letteraria e umana, Nicola ha parlato del Saggio e di Antonio Giacometti con dovizia di particolari e con riferimenti precisi e coinvolgenti sulle sconvolgenti pagine, tutte da leggere per avere la dimensione della sua personalità e abilità come compositore e come scrittore. Peccato che Nicola Pice sia andato a braccio, come tutti noi, perché avrei documentato meglio su questo nostro blog la sua colta e profonda Presentazione. Lo stesso dicasi per le parole di Raffaella Leone. L’unica privilegiata sono io che ho conservato la motivazione delle mie “Tracce” in generale, e quelle tracciate per Antonio Giacometti perché possiamo avere insieme la percezione della grandezza incommensurabile del nostro Autore come uomo, docente, artista.

TRACCE sul Saggio di Antonio Giacometti.

… Nell’unità si ricompone

tutto il visibile, tutto il dicibile.

Restano le differenze ma scompaiono,

e non ci sono distanze di corpi

o rilievi di costruzione,

ma irrisori spostamenti nella creazione.

Niente al di fuori di quello che è.

Niente può uscire dal tutto,

amore semplicemente è essere,

essere parte di questo insieme...

(Cesare Viviani, stralcio della poesia

  “Silenzio dell’universo”, Silenzio dell’universo, Einaudi, Torino 2005).

*Da qualche tempo non scrivo più prefazioni ai libri che pubblichiamo ma postfazioni che amo definire “tracce”. Ossia non più un prendere per mano, “a priori”, il lettore per accompagnarlo lungo una via interpretativa da me percorsa durante la “mia” lettura, condizionandone magari il pensiero critico, e la libera interpretazione di ogni altro da me. Ma un riflettere “a posteriori” su quello che continua a vivere e a palpitare in me di quanto letto, assaporato, ripensato, rivissuto. In senso empatico, sintonico o anche distonico per un dialogo-confronto di due pareri combacianti o divergenti, ma assolutamente liberi e personali. La lettura di un libro e la sua interpretazione diventano più autentiche e vere. Lasciano tracce di memoria più durature perché più sentite e realmente condivise. Avrei potuto definirle orme, ma forse non avrei reso l’idea della loro persistenza nel tempo. L’orma è leggera e prima o poi svanisce. La traccia incide più profondamente e difficilmente si cancella. Del resto, Franz Kafka, ne Una lettera a Oskar Pollak (novembre 1903), scrive: Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile al morso…  Sarebbe interessante riportare un più ampio stralcio della lettera ma, per quel che ci serve, è questo il punto focale della mia riflessione: un libro deve lasciare tracce profonde, vere e proprie ferite da cui rinascere migliori. Nel nostro caso, queste “tracce”, già da me ultimamente sperimentate, offrono una maggiore serenità di giudizio nei riguardi dell’autore e del lettore. E questo, a mio parere, fa la differenza. Diventa forse una prima recensione che possa sollecitare a scoprire il libro, a cercarlo in libreria, a leggerlo con quella curiosità che è sempre alla base della motivazione a intraprendere la meravigliosa avventura della “lettura”, come della stessa vita. E penso al verso conclusivo di una poesia di Danilo Dolci del 1974: “ciascuno cresce solo se sognato”. Verso, che indica, a mio parere, il potere motivante e trainante esercitato dalle aspettative che qualcuno (un critico letterario, un influencer?) inculca nella mente di un altro, senza però tener conto del retroterra culturale, della influenza ambientale, della personalità (condizione psicologica, sociale, umana), delle fragilità e dei punti di forza che ciascun lettore sente in sé. Verso bellissimo, pertanto, ma alla fine controproducente perché, appunto, come sostiene Antoine de Saint-Exupéry nel suo capolavoro Il piccolo PrincipeSe vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave. Parole che, con varie metafore, invitano i lettori a riflettere sulle modalità giuste per desiderare di realizzare una lettura che sia specchio dei loro sogni e progetti di vita, desunti, in piena consapevolezza, dallo stesso progetto motivante dell’autore e del postfatore. Necessario diventa, allora, evidenziare in “Tracce” cosa rimanga del libro letto, quali le direzioni esperienziali idonee a ricostruire l’identità di lettore e la sua valutazione critica, libera e appassionata, dell’opera letta. A partire dall’interpretazione del libro come offerta di occasioni, di opportunità, che consentano il pieno maturare del lettore come Persona che, anche attraverso i libri e la lettura, sappia scoprire la responsabilità della sua dimensione molteplice: cognitiva, affettiva, spirituale, etica, estetica e politica. Può accadere, infatti, che un libro ben letto e ben interpretato e passato al vaglio del confronto (le recensioni e le presentazioni servono anche a questo) assolva il compito del pieno fiorire del pensiero e della conoscenza sempre più ampia nel lettore.*

TRACCE di ANTONIO GIACOMETTI, di cui ho avuto l’onore di leggere per prima, dopo l’editore naturalmente, il prezioso dattiloscritto. Prezioso perché? Ed ecco le “tracce” che mi ha lasciato dentro questo Saggio particolarissimo che condensa ed esplicita una cultura enciclopedica di rara caratura letteraria e poetico-musicale. Sono solchi profondissimi che andrò ad attraversare per dare un senso più ampio ad uno scopo altamente sociale e civile e a un fine nobile: la messa a fuoco della consapevolezza di sé, da parte di ciascun lettore, sull’ecosistema e il probabile equilibrio della natura, e ancor di più sulla natura umana, con dieci punti di riflessione, positivi e negativi, tutti da scoprire e valutare”; migliorare questo nostro “atomo opaco del male” (Pascoli, “X agosto”) in un “altro mondo possibile”. Impresa non facile, data la vastità dei riferimenti culturali a livello mondiale dell’opera che ha uno spazio-tempo che ci sembra illimitato, nonostante la data di nascita, posta fra parentesi dopo il titolo che è semplicemente una forte affermazione di sé: ANTONIO GIACOMETTI (1957). Ma c’è anche un punto 0 che dà l’avvio:

0.      Antefatti.

Anche gli “Antefatti”, però, sono solo un insolito modo, originale e sorprendente di presentarsi da parte dell’Autore con una litote astuta e coinvolgente che afferma e conferma ciò che nega: Non sono uno scrittore. E non sono neppure un filosofo, un antropologo, un ecologo. Appartengo invece a quella categoria di artisti che i teorici medievali accolsero tra le mura del quadrivio (le arti “liberali” contrapposte a quelle “meccaniche”), ma ai quali, ancora oggi, si fa molta fatica a riconoscere lo status d’intellettuali capaci di riflessioni trascendenti il campo d’elezione della loro attività. Un’attività che comporta comunque un aspetto pratico-artigianale. (…). Io sono un musicista, più esattamente un compositore, dedito da oltre quarant’anni alla ricerca di piani pedagogici, e relative traduzioni didattiche, capaci di realizzare percorsi educativi attraverso la musica e, in generale, attraverso le arti e le loro interazioni.

Come non parlare di “tracce” anche in questo caso? Giacometti mi dà una lezione acutissima di come si possa ovviare a una biografia dell’Autore da mettere magari sulretrocopertina, anticipandone il contenuto. Idea geniale che rompe schemi e tradizione. Altro elemento che ai più potrebbe sfuggire e che a me, che sono anche correttrice di bozze dalla nostra Casa editrice, salta agli occhi, sorprendendomi parecchio: le note a fine pagina rispettano le regole editoriali in ogni loro parte. Non è scontato. Anzi! E poi il rifarsi a Baricco per affermare la volontà che il suo Saggio (definito da Giacometti con un magistrale “colpo di cosa”: “libretto”) si faccia “storia” e non semplice narrazione, racconto. (Alla fine, questo libretto sarà la storia di un’inquietudine esistenziale profonda, ma proiettata verso l’esterno più che rivolta all’interno, perché innescata dalla consapevolezza di vivere in un mondo sbilanciato e sperequato, governato da un modello di organizzazione univoco, al quale ci si è adeguati nel tempo solo per comodità o necessità contingente, ben sapendo che, sotto le coltri calde e accoglienti di un benessere epidermicamente vissuto, si nascondeva (e continua a nascondersi) lo sfruttamento e lo sterminio dei popoli, la distruzione degli ecosistemi, l’alterazione sistematica del clima). È solo un esempio della scrittura e del pensiero di Antonio Giacometti. Dietro un profluvio di parole si condensano concetti che connotano la sua personalità estremamente composita e ricca di “inquietudine esistenziale profonda”, rivolta all’esterno per incontrare comunque sé stesso incontrando Ailton Krenak e il suo pensiero divergente dell’Amazzonia brasiliana, totalmente adottata dal nostro Autore. Quanto c’è da apprendere da questo “libretto”! Esso si dipana lungo tutto il percorso dell’Amazzonia brasiliana, “luogo del cuore” divenuto tale dopo l’incontro con il settantenne giornalista e scrittore Krenak e dopo oltre quarant’anni di frequentazione, anche virtuale, con il grande antropologo italiano Roberto Malighetti. (Krenak, l’intellettuale indigeno impegnato e in prima linea, che cosa può innescare nel musicista occidentale curioso di questo mondo complesso, ma anche poco incline a rinunciare a quel benessere antropocentrico che crea danni a catena e a spirale? Questa storia (…) vive un movimento interiore continuo, ma, come dice anche Baricco, <non inteso come rettilineo passaggio da un punto A a un punto B, bensì come organizzazione dinamica di un’intensità proveniente da uno choc di partenza. È il campo magnetico che si forma intorno a un’illuminazione. La storia non è mai una linea, ma sempre uno spazio).

A questo punto ho necessità di scolpire un altro solco nelle “tracce” che di Giacometti vado evidenziando: la coralità. Ogni sua pagina è “intrisa” di altre figure, altre personalità, altre professionalità, che hanno lasciato, a loro volta, nelle strutture mentali del nostro Autore “tracce” che producono nuove conoscenze, decisamente arricchenti nel loro quadro d’insieme. Ma anche la stessa struttura del Libro evidenzia una sua inconfondibile originalità e coralità: la “PRIMA PARTE” riguarda “10 concetti-chiave: 1. Sensi di colpa, 2. Allarmi, 3. Le vite degli “altri”, 4. Indifferenza, 5. Profitti, 6. Migrazioni, 7. Bellezza, 8. Natura e cultura, 9. Gli inganni della Fede, 10. Omologazione, equilibrio e sviluppo. La “SECONDA PARTE” riguarda: le idee per rimandare la fine del mondo: 1. L’umanità che siamo. 2. Diversità. 3. Madre Terra. 4. Punti di vista: a proposito della fine del mondo. 5. Un altro mondo possibile. CONCLUSIONI: Che c’entra la musica? Ringraziamenti.

Ogni voce è un “pozzo senza fondo” di citazioni, riferimenti ad altri studiosi, riflessioni in proprio o desunte da altri “maestri”, tracce di film, memorie, miti e leggende d’altri tempi, pescati nei campi più disparati dell’umana esperienza, riportati alla luce, riattualizzati, resi vivi e palpitanti di vita propria nel mosaico perfetto di altre vite, dissonanti, combacianti, convergenti, divergenti in un puzzle paziente che rivendica la connotazione più vera e più ardita dell’intera umanità. Con i suoi valori e disvalori, con i suoi “punti di forza” e con le sue debolezze.

Infine, l’utopistica pretesa di costruire un mondo migliore.

Della “prima parte”, per esempio, sono rimasta profondamente colpita, nel primo concetto-chiave: “Sensi di colpa” dall’esergo Tutti pensano che sia ciò che dici a definirti, le tue opinioni, le tue risposte intelligenti o la conoscenza ostentata. Ma quel che davvero ti definisce è ciò che non dici, le lotte che eviti, le posizioni che non prendi, gli occhi che chiudi. Ogni persona è ciò che tace.

Una illuminazione anche per me. L’esergo non è del nostro Autore ma di Nicolò Govoni (N. Govoni, Se fosse tuo figlio, Rizzoli, Milano 2021, p. 207)

Anche Paul Èluard, parlando di poesia, fa riferimento ai silenzi più che alle parole, ai margini del foglio più che ai versi. Praticamente al “non detto”. Al “taciuto”, che alimenta il mistero e nuovi orizzonti da visitare per scoprire altro e altro ancora. Ma, a ben leggere, ogni parola-chiave, comincia con un esergo molto suggestivo ed esplicativo con riferimento ad un altro autore. Tutto ciò crea “flash emotivi” che illuminano ulteriori riflessioni sul mondo contemporaneo, nelle sue luci e nelle sue ombre. (Che sia questa una possibile chiave di lettura dell’umanità attuale, attraverso la quale modificarne il corso e le tendenze autodistruttive? Svincolare l’atto dalla finalizzazione, ritrovare la dimensione del piacere nella relazione con gli altri e con la natura che ci contiene, esercitare un’empatia universale che ci metta in contatto vero con la sofferenza del mondo. magari credendo fermamente, come Govoni, che <se non puoi cambiare il mondo, almeno cambialo per una persona>, almeno nel momento in cui ti si presenta l’occasione, senza girare la testa dall’altra parte, senza che il senso di colpa ti faccia vergognare, derubricando così un atto d’amore al livello di isolata (e in fondo inutile) manifestazione di pietà).

Basterebbe questo stralcio dell’immane fatica di Giacometti a renderci consapevoli del nostro vero compito su questa terra per alleviare le sofferenze di Madre Natura e di noi Umani, privi quasi del tutto della nostra umanità. Di qui il mio GRAZIE (e il grazie di ogni lettore) a quest’uomo, un eletto sicuramente, che ha fatto della CORALITA’ una fascinosa avventura, destinata a durare nel tempo e nello spazio. GRAZIE alla sua particolarissima scrittura, in un crescendo continuo di sintesi e analisi, in un andare controvento sempre, per toccare il mistero della vita con le corde del cuore (musica, armonia, bellezza, solidarietà) a comprendere TUTTO e TUTTI. In questa “rappresentazione” del mondo che a noi tutti appartiene. Senza il nostro sguardo a guardare, indagare, scoprire, il mondo non esisterebbe. Verità aperte a nuovi orizzonti o le “tracce” si disperderebbero. Ritengo, pertanto, giusto chiudere queste mie riflessioni “a posteriori” con un ultimo stralcio connotativo di tutta la complessa filosofia di VITA di Antonio Giacometti.

E per oggi mi fermo qui per completare domani il mosaico d’insieme di una PERSONA che merita di essere conosciuta, apprezzata, seguita a trecentosessantagradi. Grazieeeeeeee. A domani. Angela/Lina  

martedì 9 aprile 2024

Martedì 9 aprile 2024: UNA SERATA DA RICORDARE CON IL GRANDE ANTONIO GIACOMETTI...(conclusione)

E riprendo con le parole di Giacometti: (Chi è stato così eroico da arrivare fin qui si sarà chiesto come mai, dopo aver dichiarato fin dall’inizio l’intenzione di voler svolgere delle riflessioni sul libro di Krenak da compositore e da educatore musicale, in queste pagine non abbia mai parlato di musica, né l’abbia mai citata, neppure marginalmente. Vero. Eppure, la musica c’è, in queste pagine, perché scorre sottotraccia senza che il lettore se ne accorga: scorre sotto l’intenzione stessa di affrontare una tematica tanto complessa con la consapevolezza di possedere la forma mentis adeguata e una visione delle cose che si è plasmata attraverso l’esercizio costante e continuo della creatività, attraverso la ricerca delle soluzioni meno scontate, delle spiegazioni non banali.

Come già ho avuto occasione di ricordare, in un periodo storico nel quale sembra che tutti abbiano il diritto di pontificare su tutto, procurandosi la propria tribuna, possibilmente anonima e nascosta, la complessità dei problemi che assillano il mondo in cui viviamo esige riflessioni e risposte altrettanto complesse, cioè stratificate e internamente dialettiche. In tal senso, un’educazione musicale precoce e mirata alla sperimentazione e alla comprensione dei meccanismi che sottendono l’atto musicale può attivare nelle nuove generazioni quell’attitudine al pensiero complesso, capace di condurre, nel tempo, ad un cambio di paradigma nel modo di affrontare situazioni e prospettive. (…). Ecco. Di una complessità creativa abbiamo disperatamente bisogno, in questa congiuntura epocale, e di una creatività complessa (…). In più, l’aspetto collettivo del far musica insieme abitua alla socializzazione, alla cooperazione e ad un sentire empatico che aiuta a vedere il mondo con gli occhi degli altri, a condividerne le sofferenze, a progettare insieme un mondo migliore.

Se vogliamo realizzare il sogno della terra di Krenak, dobbiamo essere abituati a sognare e a plasmare il sogno in materia vivente, ed essere pienamente consapevoli della sua complessità.

La musica c’insegna a costruire sogni in continua trasformazione, narrazioni multiple, interazioni continue tra natura e cultura, tra astrazioni ideali e materia concreta.

E finché avremo la possibilità di raccontare una storia, rimanderemo la fine del mondo).

E la più bella, creativa, complessa storia ce la lascia in eredità proprio Giacometti, il quale è impagabile anche nei RINGRAZIAMENTI conclusivi, che vale la pena di riportare.

(Ringrazio infine, ma non da ultimi, tutti gli esseri viventi, umani, animali e vegetali, che quotidianamente combattono per non essere estinti, per non essere gli ultimi, per non essere il non essere di cui la nostra civiltà malata si nutre per rimanere in piedi, nonostante gli scossoni del clima e un flusso di coscienza che sta andando dalla parte opposta, quella della solidarietà vera e disinteressata, della rinuncia all’autoaffermazione economica e sociale in favore della parte più oscura e sofferente del pianeta).

È di uomini così che abbiamo disperatamente bisogno, oggi più che mai.

Necessarie, pertanto, le mie conclusioni: Antonio Giacometti accende il buio di questa società alla deriva come Faro luminoso nell’imprendibile (in)consistenza del nostro tempo per restituirsi alla memoria che, in fondo, è il nostro futuro capovolto. E, infatti, la sua formidabile memoria ci restituisce continuamente l’Esistenza nostra e degli altri. Anche di quelli che apparentemente non lasciano traccia, come è possibile scoprire nelle parole del grande Evtushenko:

Non esistono al mondo uomini non interessanti. 

I loro destini sono come le storie dei pianeti.

Ognuno ha la sua particolarità, non ha un pianeta che gli sia simile. (…)

Ognuno ha il suo segreto mondo personale.

In quel mondo c’è un attimo felice.

C’è in quel mondo l’ora più orribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.

Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,

e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé. 
(…)

Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.

È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi. 
(…)

Gli uomini se ne vanno….
e non tornano più

Non risorgono i loro mondi segreti.

E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.

(E. A. Evtushenko, stralci da “Uomini”)

Ma, secondo me, oltre “l’irrevocabile destino”, c’è una possibile rinascita. Per “risorgere” bisogna rimanere vivi nella memoria di chi ci ha amato, ci ama. Prima, però, è necessario che chi ci ricorda rimanga egli stesso vivo. Nella consapevolezza di sé e del proprio passato.

Per questo, io, ritengo che “risorgere” significhi soprattutto universalizzare la propria esperienza di vita. Soprattutto nella sua IMPERFEZIONE e nei suoi ERRORI perché questa è l’UMANITA’ più vera, individuale e universale. Ed è quest’ultima che rende la nostra storia privata di tutti. Soprattutto quando fa male perché ognuno può ritrovare sé stesso in quella ferita. In quel pianto. Che è tanto più vero quanto più ci appartiene e appartiene alla gente che si dibatte in mille contraddizioni e difficoltà, e si riconosce nelle qualità e nei limiti, nelle conquiste e negli errori, nell’ideale di quello che vorrebbe essere, e nel reale di ciò che è. E i ricordi servono anche a questo. A darci la nostra giusta dimensione nel tempo e nello spazio.

Antonio Giacometti lo ha “segnato” in noi con la sua anima che non conosce confini, oltre il disincanto. In lui volti… voci… richiami… In una scia-traccia di luci-ombre-luci… senza fine…>.

Ma io l’altra sera non ho letto tutto questo che i lettori troveranno sul Libro, ho raccontato altro a partire dalla suggestiva copertina, opera di mio nipote Nicola Piacente, talentuoso Graphic Designer della nostra Casa editrice, che si è inventato il riflesso rovesciato delle lettere del titolo, quasi fosse un cielo capovolto o, meglio, ribaltato come se si riflettesse in uno specchio. Mai vero, mai falso e per questo imprendibile, cioè non incasellabile in uno schema ben preciso e definitivamente connotante. Il riferimento è al Saggio e al suo Autore. Un artista sfugge sempre alla prevedibilità, perché la creatività lo porta, oltre ad incontrare l’altro da sé, in cui riconoscersi senza mai appropriarsi di sé e del sé, anche a incontrare gli altri a sempre più vasto raggio. Ma anche nel piccolo mondo che gli appartiene perché noi, come ha detto molto bene Nicola Pice, ci specchiamo nella pupilla di chi ci è di fronte. Ed io ho ricordato la meravigliosa teoria dello sguardo e del “volto dell’altro”, del filosofo francese Emmanuel Lévinas di origini ebraico-lituane (vedi Wikipedia). Ebbene, io esisto perché l’altro mi vede, come tutto il mondo esiste perché c’è il nostro sguardo a dargli vita, consistenza, conoscenza. Nulla esiste al di fuori del nostro sguardo. Anche lo psicanalista e psichiatra francese Jacques Lacan ne parla, affermando la teoria dello sguardo riflesso in uno specchio a restituirci una visione doppia di noi.

Il titolo, poi, parla del viaggio in “senso reale” di spostamento (e dunque di movimento, lo spostarsi, l’andare verso una direzione e non verso un’altra, e ciò già sottintende di per sé una scelta, una consapevolezza di sé - più volte citata dall’Autore - e una consapevolezza di tutto ciò che è diverso da sé e che comunque connota l’uomo come essere appartenente alla natura, per cui quest’ultima deve essere difesa e non ferita sistematicamente, come invece stiamo facendo con incoscienza, superficialità, cupidigia del dio denaro) e in “senso metaforico” come significato globale della vita. Qui è ipotizzabile anche un ritorno di Antonio Giacometti per ritrovare sempre e comunque le proprie radici, dopo tanto andare e tanto restare nell’incanto della foresta amazzonica brasiliana rigogliosa di verde splendore, in cui si diramano sogni e impulsi frastagliati di nuova vita. La foresta amazzonica, del resto, è zampillante d’acqua sorgiva e di cascate che danno spazio a innumerevoli suggestioni e flussi di luce che rivivono nelle parole ammirate di Antonio e creano in lui “la coscienza della parola che dalla stessa coscienza viene avvolta”, come alcuni anni fa mi insegnò un amico carissimo e fedele lettore del nostro blog, Peppino Sblano, un uomo eccezionale per statura etico-spirituale e per nobiltà di pensiero storico-letterario.  

Poi, c’è il retrocopertina, nella cui immagine si avverte il silenzio, silenziosamente infranto da una profonda, sotterranea, imprendibile eppure reale, musica, mentre un’indigena sottolinea la quotidianità del suo lavoro, sollevando però lo sguardo e le braccia al cielo… Ma tutto questo diventa ancora di più incantevole attraverso la documentazione fotografica che occupa alcune pagine del Libro tra il verde e l’azzurro. Uno stupore di cielo-mare-terra che si perde nell’infinito e si ripropone nel finito di ceste colme di farine diverse, mentre gli alberi si stagliano a metà tra il finito e l’infinito. Altra reale e surreale metafora della nostra vita. Noi alberi con profonde radici a succhiare linfa dalla nostra madre-terra e braccia che tendono al Cielo in un respiro d’anima a incontrare la carezza vivificante di Dio, che ci salva dal dolore e dalla finitudine della vita terrena.

E così alla frase di Kafka, che amo sempre citare, mi piace aggiungere la frase dello psicanalista, scrittore e conduttore televisivo Massimo Recalcati: Un libro è un corpo, un mare, un coltello

E, seguendolo da anni ormai, posso interpretare le sue parole così: il “corpo” è indispensabile alla nostra mente, al nostro cuore, alla nostra anima perché veicola tutte le percezioni tattili, visive, uditive che il mondo esterno ci trasmette attraverso la lettura di un libro, che segna una traccia profonda anche nel nostro mondo interiore, trasformandosi in pensieri, emozioni, commozioni, polla sorgiva di gioia e di pianto. Ma Recalcati spesso parla di “corpo erotico” anche quando parla di libri, le cui pagine ci devono appassionare talmente tanto da farci vibrare di insopprimibile amore, tanto da “divorare” il libro e da provare il desiderio del suo possesso fisico, dopo averlo letto e riletto. Recalcati, inoltre, dice: Il libro è infatti una figura dell’aperto; è un mare contrapposto al muro. E il mare unifica molti paesi, territori, razze, lingue. Leggere un libro è sempre fare esperienza della democrazia. Niente di più vero. Chi non legge vive una sola vita, la sua. Chi legge, anche se è povero di mezzi economici, vive migliaia di vite e visita innumerevoli paesi, come sostiene giustamente Umberto Eco (e parecchi altri scrittori italiani e stranieri di chiara fama).

Ma c’è anche un’altra scuola di pensiero che a me piace tanto e che parte sempre dalla definizione di libro di Massimo Recalcati: “Corpo”, perché è fatto di parole scritte che si fanno corpo, cioè carne della nostra carne, come afferma Paul Valery. Ed è “coltello”, in quanto dopo il primo colpo per penetrarvi è il libro stesso che ci ferisce e si prende l’anima e tutta la parte più nascosta di noi, la nostra “lalangue” (vedi Lacan in <L’Ombra delle Parole>, Rivista Letteraria Internazionale) la nostra lingua interiore, la nostra musica e il nostro canto.

Franco Buffoni, altro mostro sacro della letteratura e della poesia dei nostri giorni, con uno sguardo rivolto al futuro, parla, a questo proposito, di “ritmo ancestrale”, che è quel respiro che viene dall’imparare a parlare, dal battito del cuore materno.

E siamo già nel cuore della poesia. La POESIA. Non basterebbero mille trattati per parlarne. Per me è un Dono   questo è certo, ma tiriamo fuori questo immenso dono, quando qualcuno ci lascia involontariamente una ferita irrimarginabile, come sostiene la grande poetessa Mariella Bettarini, mia meravigliosa amica da oltre trent’anni. E come sostengono perlopiù i tanti amici poeti che conosco in Italia e all’estero. Ma io ritengo anche che ci siano i momenti giusti, le occasioni, le opportunità, gli amici sinceri e generosi, a cui dobbiamo essere sempre grati. E occorre partire dalla prima fonte per comprendere meglio la foce e non viceversa come spesso accade. Si perdono così i punti nodali della nostra gratitudine. Ma, qualche volta, lo zampillo originario, degno di perenne ricordo e gratitudine si smarrisce nelle brume di ciò che è accaduto dopo e che spesso è meglio non ricordare per non sentirsi feriti ulteriormente. Ma ora sto divagando e non mi sembra il caso di vestirci di amarezza e malinconia. Mi sembra più giusto ribadire perché un bel libro non si regala e non si vende, si compra. E si tiene sempre a portata di mano e di occhi. Un libro, del resto, è, come dice Recalcati, un “mare” perché si apre a mille correnti a pelo d’acqua e sotterranee, per i suoi innumerevoli tesori da scoprire. Infine, è un “coltello” che fende pagina dopo pagina, ferisce e fa male, soprattutto quando ci mette di fronte ai nostri errori, alle nostre illusioni e delusioni, le fragilità, i sensi di colpa, il bisogno del perdono, di una ri-nascita. E, proprio quando più ci inabissiamo nel dolore, il libro ci assolve, ci vivifica, ci salva. Per questo dobbiamo farci catturare da un buon libro. Ne deriverebbe la “Serendipity” (chi non ricorda il bellissimo film statunitense “Quando l’amore è magia-Serendipity!” del regista Peter Chelsom, anno 2001?) per l’Autore e il Lettore, una sorta di felicità per la fortuna di essersi incontrati a metà strada e di aver scoperto inaspettatamente cose e persone che non si cercavano, non facevano parte dei propri itinerari e interessi. È quanto accade ad Antonio Giacometti quando avviene l’incontro con il “guru” brasiliano Ailton Krenak e con l’antropologo italiano Roberto Malighetti, divenuto suo amico “nel sempre del per sempre”. Quanto è avvenuto a noi nell’incontro di sabato scorso. Un giorno per caso, che ci ha illuminato di Serendipity e che non dimenticheremo perché profondissime sono le tracce che l’incontro de visu con Antonio Giacometti, la sua grandezza e la sua umiltà hanno lasciato in noi. Semplicemente. Senza squilli di tromba e suoni di tamburo.  Grazie a tutti. Ad Antonio Giacometti in primis, a Nicola Pice, a Vincenzo Mastropirro, a Raffaella Leone, all’attento pubblico. All’editore Peppino Piacente. A tuti i lettori, passati, presenti e futuri. E ai narratori di storie per farci riflettere e pensare e per “vincere la fine del mondo e ipotizzarne uno migliore”. Grata a tutti e a ciascuno dei miei lettori e narratori delle proprie storie nella ricchezza di essere insieme sempre. Angela/Lina