giovedì 15 gennaio 2026

Giovedì 15 gennaio 2026: LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell’entre-deux - di Antonio Lattanzio

Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze…

                          (Enzo Quarto)

Per addentrarmi nelle pagine di un Libro molto complesso e con molteplici percorsi di Fede mi piace partire dalla copertina e dal titolo, così chiaro e così misterioso allo stesso tempo. Così come anche il sottotitolo.

La copertina, rielaborazione della foto di Anna Paola Piacente da parte di Nicola Piacente, graphic-designer della SECOP edizioni, che ha pubblicato l’opera, che questa sera viene presentata per la prima volta presso l’Università di Bari, come da invito, è estremamente significativa e simbolica: si tratta di un’alba sul mare con una barca silenziosa e oscura in procinto di prendere il largo, ma su di essa è accesa una fiammella che si riverbera sull’acqua e scende nei fondali per illuminare nuovi tesori in questi nascosti o custoditi. Sullo sfondo una riva buia si distende sotto un cielo che, via via, si tinge di rosso e si slarga verso l’alto ad abbracciare un tramonto sempre più luminoso, prima che si faccia sera, prima che ci sfiori una nuova alba. E l’alba è sempre l’inizio di un nuovo giorno. Un nuovo inizio.

Sul retro-copertina, invece, le sorprendenti, attente, lucide, emotive parole del giornalista, scrittore e poeta di lungo corso Enzo Quarto.

Poi, leggo il Sommario e mi si dischiude tutta la Bellezza fascinosa di questo Saggio che è soprattutto Musica  e Armonia anche sinfonica come avviene (o avveniva) nelle grandi Opere liriche, con una Ouverture di inizio, per aprire gli animi alla gioia di “leggere” e “sentire” profondamente le parole nel loro intrecciarsi nella complessità delle voci chiamate in causa e nel loro distendersi nella coralità che ne deriva; e un Interludio, che è il momento della riflessione lenta, meditata, magica di quanto detto e assaporato in prima battuta.

Direttore d’Orchestra è l’Autore, don Antonio Lattanzio, “dottore in teologia e presbitero cattolico dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto dal 2017, dove è delegato per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e il Mediterraneo”, come leggo nel risvolto della quarta di copertina. Ma don Lattanzio è molto di più: “è docente presso l’Institut Chatolique de Paris e la Facoltà Teologica Pugliese, membro del Consiglio di amministrazione della Société Internazionale de Théologie Pratique (SITP) e tanto altro ancora…

Dunque, don Antonio è colui che, in questo Saggio, ha preso tra le mani la complessità del mondo contemporaneo per farne una “rete” di interconnessioni tra vari “attori” di alcune Fedi religiose affinché possano interagire e siano in grado di ambire ad affratellare l’umanità, oggi come sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte, distruzione. Non a caso c’è chi ha definito la società tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio “senza Dio e senza religione”. Un esempio per tutti? Nietzsche che, ne La gaia scienza (1882) e in Così parlò Zarathustra (1883-1885), afferma: “Dio è morto! (E noi lo abbiamo ucciso!)”. Senza mai concedere nulla al Cristianesimo neppure nel suo periodo estremo di estrema follia.

E ancora il Sommario mi offre in estrema sintesi quanto verrà dipanato della complessa matassa delle tante Fedi e dei tanti risvolti teologali, antropologici e culturali in dialogo tra loro nei quattro capitoli e un epilogo.

Ma, come è giusto che sia, si comincia con la PREFAZIONE, sapientemente stilata e sottoscritta dall’Imam Saifeddine Maaroufi (Moschea del Perdono - Lecce), in cui si parla essenzialmente che “Accogliere il prossimo nella sua diversità spirituale, senza pregiudizi ideologici, è di per sé un atto di fede che richiede da ciascuno di noi l’accettazione della saggezza divina” e che la divergenza tra gli uomini “non può che essere uno stimolo a un dialogo onesto tra uomini e donne di fede, partendo da ciò che si è, per accogliere ciò che Dio ha posto negli altri. Da tale incontro possono nascere scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con Dio. Un dialogo autentico, però, non può avviarsi se non a partire da un ascolto sincero, capace di coinvolgere i sentimenti che non mentono” (p. 7).

Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per una reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà, tanta “sapientia cordis”, tanta vera “accoglienza” dell’altro da sé che poi è lo stesso sé stesso ribaltato, come nella Teoria degli Specchi di Borges, da lui sapientemente riproposta come Teoria del Prisma, con tutte le innumerevoli sfaccettature di ciascuna persona nella sua umanità.

Segue la prima “Ouverture” di Don Antonio, che parla di complessità come “mondializzazione”, facendo anche opportunamente riferimento al grande sociologo francese Edgar Morin, che alla fine del secolo scorso definì la complessità anche in termini di interdisciplinarità e transdisciplinarità. Del resto, complesso deriva dal participio passato latino cum-plexus che significa anche “mettere insieme, abbracciare, comprendere, intrecciare”. Sono verbi bellissimi che presuppongono interazioni che generano empatia, condivisione, qualcosa di nuovo e diverso che possiede una sua logica interna proprio perché è un incontro, uno scoprirsi o un ritrovarsi insieme, saldamente, proiettati magari verso uno stesso scopo, uno stesso fine. Infatti, l’Autore così scrive: “Il verbo latino si riferisce al lavoro del cestaio che intreccia i fili di vimini, curvandoli in maniera circolare. Il prodotto finale della tessitura, d’incomparabile solidità, riposa sulla tensione estrema realizzata dal solo intreccio dei fili di vimini tra loro. La complessità designa un tessuto di elementi dissimili, ma inseparabilmente associati” (p.10), nel cui interno troviamo Dio (“entre-deux”).

E, non a caso, “dissimili” ci riporta alle dissonanze puntualizzate dall’Imam di Lecce, come fonte di arricchimento e di solidarietà tra gli uomini. Don Lattanzio ci aggiunge qualcosa in più che è, a mio parere, fondamentale: “la complessità ha una doppia identità: cognitiva e sociale”. Quella cognitiva porta in sé inevitabilmente il germe della “molteplicità” (chi non ricorda del poeta Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene sì. (Sono vasto contengo moltitudini)” nel senso della nostra identità molteplice e cangiante nelle diverse fasi della vita e nei diversi incontri con gli altri; l’identità sociale comporta “uno spazio generatore di processi unici nella loro diversità e capaci di lasciare una traccia significativa”, scrive l’Autore. Ma c’è di più perché ora si interroga e ci interroga: “Alla luce di tale lettura ‘complessa’ del nostro tempo, come possiamo comprendere e praticare le fedi religiose, in quanto fatti sociali e fenomeni culturali che incidono profondamente (consapevolmente o inconsapevolmente) nell’organizzazione dei gruppi sociali presenti nel mondo? E, nello specifico, per i cristiani cosa significa oggi confessare la fede nel Dio di Gesù Cristo?...” (pp. 10-11). Sono domande estremamente importanti nel tessuto sociale odierno e che, via via, trovano ampie risposte nel percorrere i vari capitoli.

Nel primo, per esempio, si parla dell’importanza in tal senso di Jacques Audinet (1928-2016), “un pioniere dimenticato” (p.21), il quale si prodiga molto in Francia per rinnovare la fede cristiana attraverso il confronto con altre autorevoli voci, tra cui mi piace riportare quella di padre Liégé, il quale scrive, tra l’altro, che “La Chiesa non ha uno scopo umanistico, né uno scopo di salvezza individuale, ma ha come scopo l’edificazione del Corpo di Cristo nella storia” (p.33).

Ma, ritornando all’opera di continuo rinnovamento della Chiesa francese da parte di Jacques Audinet, don Lattanzio ci ricorda che si deve a lui l’istituzione del “catecumenato”, che diventa “una pratica feconda per avviare una riflessione di teologia pratica che tocca in particolare tre questioni teologico-pastorali: la trasmissione della fede; l’appartenenza a un gruppo sociale ed ecclesiale; i linguaggi della fede” (p. 42).

Occorre precisare che Audinet partecipò al Concilio Vaticano II, aperto l’11 ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII e chiuso l’8 dicembre 1965, e per lui fu “un’esperienza fondamentale e determinante nella sua carriera di teologo” (pp. 65-66) e nel continuo rinnovamento a cui portò la Chiesa anche oltreoceano, in tutta l’America Latina, “reinserendo l’atto catechistico nella dinamica della rivelazione divina, cioè una dinamica di incontro e di dialogo con Dio e l’uomo di tutti i tempi, dinamica che si realizza pienamente in Cristo” (p.91).

Si giunge così all’“Interludio” che ci avvia al secondo capitolo. È un Interludio ricco di nuovi apporti oltre il Concilio fino a sconfinare negli scritti di Papa Francesco che Don Lattanzio cita più volte in tutto il suo Saggio perché Papa illuminato e illuminante, con i suoi scritti e i suoi comportamenti poco ortodossi ma ricchi di tanta umana comprensione e accoglienza dentro e fuori la Chiesa e che ancora oggi è nel cuore di tantissimi fedeli, nonostante la distanza siderale dalla sua figura di alcuni prelati e cardinali, spodestati dei loro inveterati poteri...

Altre voci, dunque, per “la compressione della fede della Chiesa” che trovano più ampio spazio nei capitoli seguenti, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso fino ai nostri giorni. L’artefice, come sostiene giustamente, ma anche umilmente e generosamente, don Antonio Lattanzio, è sempre il teologo Audinet.

Si tratta soprattutto di conoscere, studiare, mettere in pratica un nuovo “paradigma teologico”. Entrano in gioco altri attori anche legati al Vecchio e al Nuovo Testamento, altri protagonisti della scena molto importanti (da Erasmo da Rotterdam a Paul Ricoeur), altre testimonianze, si ripercorrono tesi già approfondite e si fa spazio alle nuove nell’immane lavoro di ricerca e di approfondimento del nostro Autore fino a giungere ad un nuovo Interludio e al nuovo capitolo, il terzo. Audinet rimane, comunque, sempre il centro da cui si diramano tutte le periferie. Non a caso, l’Interludio si conclude con le seguenti parole: “… Infine questa visione di fede del reale legittimerebbe anche un approccio teologico transdisciplinare in grado di rendere possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il teologo in un atteggiamento di apprendimento della pratica. Egli viene invitato senza sosta a una conversione dello sguardo sulla realtà e a una purificazione dei suoi pregiudizi, al fine di permettere al Vangelo di penetrare e di trasformare le mortali povertà dell’umano in opportunità di resurrezione” (pp. 183-184).

Ritengo, a questo punto, di dovermi fermare perché rischio di fare un trattato sul Trattato del nostro Autore e non sarebbe giusto né per il suo enorme e straordinario lavoro né per il lettore che vorrebbe scoprire e percorrere da solo il resto del prezioso cammino fatto fin qui, insieme. Anche perché si tratta di un terreno minato per chi, come me, sa poco e niente di Teologia. E sarebbe un bene per tutti esperire il cammino di conoscenza in tal senso. Anche se penso che alcune anticipazioni siano state già fatte.

Don Lattanzio, comunque, si pone e ci pone sempre delle domande a cui occorre rispondere dopo aver cercato con lui nuove testimonianze (tantissime, come sappiamo), che indicano nuovi percorsi per giungere al rinnovamento delle fedi che ci conducono a Cristo e alla salvezza dell’umanità nel suo Credo.

E così il Direttore d’Orchestra saluta i suoi orchestrali, fa con loro un rapido quanto fertile riepilogo e chiude il sipario, non prima di aver sollecitato tutti gli spettatoti/lettori a leggere, rileggere e reinterpretare tutto quanto esperito insieme “alla luce dei cambiamenti antropologici e socioculturali in corso. Per i teologi si tratta di elaborare un discorso all’interno della fede, coerente coi linguaggi del nostro tempo, affinché la Chiesa continui a esistere, fedele alla sua missione primaria che le è stata affidata dal suo Signore: trasmettere il messaggio di salvezza agli uomini di tutti i tempi fino al suo ritorno glorioso alla fine dei tempi (Mt 28, 18-20). Così conclude don Antonio Lattanzio a pagina 319.

Ma io sento la necessità di puntualizzare ancora qualcosa riguardo al contenuto e alla forma del suo Saggio. Riguardo al primo, vorrei puntualizzare il suo “valore irenico” in tutto il percorso perché ispiratore, promotore e costruttore di pace insieme a tutti gli altri attori incontrati in questo lungo cammino di domande, conoscenza, salvezza.

Per quanto attiene alla forma, invece, occorre precisare che il nostro Autore ha uno stile tutto suo: chiaro, lucido, attento ad ogni dettaglio, ma con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono sottolineati in corsivo, ogni parola nuova viene spiegata nei minimi particolari per fugare ogni dubbio nel lettore, che egli tiene nella massima considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso intento tutto viene documentato con innumerevoli note, anche in più lingue. Tantissime le citazioni in latino e tantissimi gli acronimi. Neologismi come “estrinsecismo” (p.161) o “paradigmatologico” (p.184). La discontinuità formale in elencazioni come “Primo” e “Secundo” e poi “Terzio” (p. 212) o anche qualche trasgressione linguistico-grammaticale messa fra parentesi (non a caso l’uso esplicativo delle parentesi, e non solo!) per risvegliare magari l’attenzione un po’ sopita del lettore. Sono strategie vincenti. Come vincente è la musica interna che seduce e convince quasi l’Autore seguisse il ritmo ancestrale del proprio cuore. E tutto, in realtà, si fa profonda testimonianza di Fede, ma anche Poesia.

Grazie per l’attenzione. Alla prossima. Angela/lina

(Antonio Lattanzio, LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell'entre-deux-, SECOP edizioni, Corato-Bari, 2026, pp.341, € 16,00)

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