Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze…
(Enzo
Quarto)
Per addentrarmi nelle pagine di un Libro molto complesso e
con molteplici percorsi di Fede mi piace partire dalla copertina e dal titolo,
così chiaro e così misterioso allo stesso tempo. Così come anche il
sottotitolo.
La copertina, rielaborazione della foto di Anna Paola
Piacente da parte di Nicola Piacente, graphic-designer della SECOP edizioni,
che ha pubblicato l’opera, che questa sera viene presentata per la prima volta
presso l’Università di Bari, come da invito, è estremamente significativa e
simbolica: si tratta di un’alba sul mare con una barca silenziosa e oscura in
procinto di prendere il largo, ma su di essa è accesa una fiammella che si
riverbera sull’acqua e scende nei fondali per illuminare nuovi tesori in questi
nascosti o custoditi. Sullo sfondo una riva buia si distende sotto un cielo che,
via via, si tinge di rosso e si slarga verso l’alto ad abbracciare un tramonto
sempre più luminoso, prima che si faccia sera, prima che ci sfiori una nuova
alba. E l’alba è sempre l’inizio di un nuovo giorno. Un nuovo inizio.
Sul retro-copertina, invece, le sorprendenti, attente, lucide,
emotive parole del giornalista, scrittore e poeta di lungo corso Enzo Quarto.
Poi, leggo il Sommario e mi si dischiude tutta la
Bellezza fascinosa di questo Saggio che è soprattutto Musica e Armonia anche sinfonica come avviene (o
avveniva) nelle grandi Opere liriche, con una Ouverture di inizio, per aprire
gli animi alla gioia di “leggere” e “sentire” profondamente le parole nel loro
intrecciarsi nella complessità delle voci chiamate in causa e nel loro
distendersi nella coralità che ne deriva; e un Interludio, che è il momento
della riflessione lenta, meditata, magica di quanto detto e assaporato in prima
battuta.
Direttore d’Orchestra è l’Autore, don Antonio Lattanzio, “dottore
in teologia e presbitero cattolico dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto dal 2017,
dove è delegato per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e il Mediterraneo”,
come leggo nel risvolto della quarta di copertina. Ma don Lattanzio è molto di
più: “è docente presso l’Institut
Chatolique de Paris e la Facoltà
Teologica Pugliese, membro del Consiglio di amministrazione della Société Internazionale de Théologie Pratique
(SITP) e tanto altro ancora…
Dunque, don Antonio è colui che, in questo Saggio, ha
preso tra le mani la complessità del mondo contemporaneo per farne una “rete”
di interconnessioni tra vari “attori” di alcune Fedi religiose affinché possano
interagire e siano in grado di ambire ad affratellare l’umanità, oggi come
sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte, distruzione. Non a caso
c’è chi ha definito la società tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso
millennio “senza Dio e senza religione”. Un esempio per tutti? Nietzsche che,
ne La gaia scienza (1882) e in Così parlò Zarathustra (1883-1885),
afferma: “Dio è morto! (E noi lo abbiamo ucciso!)”. Senza mai concedere nulla
al Cristianesimo neppure nel suo periodo estremo di estrema follia.
E ancora il Sommario
mi offre in estrema sintesi quanto verrà dipanato della complessa matassa delle
tante Fedi e dei tanti risvolti teologali, antropologici e culturali in dialogo
tra loro nei quattro capitoli e un epilogo.
Ma, come è giusto che sia, si comincia con la PREFAZIONE,
sapientemente stilata e sottoscritta dall’Imam Saifeddine Maaroufi (Moschea del
Perdono - Lecce), in cui si parla essenzialmente che “Accogliere il prossimo
nella sua diversità spirituale, senza pregiudizi ideologici, è di per sé un
atto di fede che richiede da ciascuno di noi l’accettazione della saggezza
divina” e che la divergenza tra gli uomini “non può che essere uno stimolo a un
dialogo onesto tra uomini e donne di fede, partendo da ciò che si è, per
accogliere ciò che Dio ha posto negli altri. Da tale incontro possono nascere
scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe
cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con
Dio. Un dialogo autentico, però, non può avviarsi se non a partire da un
ascolto sincero, capace di coinvolgere i sentimenti che non mentono” (p. 7).
Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per
una reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà,
tanta “sapientia cordis”, tanta vera “accoglienza” dell’altro da sé che poi è
lo stesso sé stesso ribaltato, come nella Teoria degli Specchi di Borges, da
lui sapientemente riproposta come Teoria del Prisma, con tutte le innumerevoli
sfaccettature di ciascuna persona nella sua umanità.
Segue la prima “Ouverture” di Don Antonio, che parla di
complessità come “mondializzazione”, facendo anche opportunamente riferimento
al grande sociologo francese Edgar Morin, che alla fine del secolo scorso
definì la complessità anche in termini di interdisciplinarità e transdisciplinarità.
Del resto, complesso deriva dal participio passato latino cum-plexus che
significa anche “mettere insieme, abbracciare, comprendere, intrecciare”. Sono verbi
bellissimi che presuppongono interazioni che generano empatia, condivisione,
qualcosa di nuovo e diverso che possiede una sua logica interna proprio perché è
un incontro, uno scoprirsi o un ritrovarsi insieme, saldamente, proiettati
magari verso uno stesso scopo, uno stesso fine. Infatti, l’Autore così scrive: “Il
verbo latino si riferisce al lavoro del cestaio che intreccia i fili di vimini,
curvandoli in maniera circolare. Il prodotto finale della tessitura, d’incomparabile
solidità, riposa sulla tensione estrema realizzata dal solo intreccio dei fili
di vimini tra loro. La complessità designa un tessuto di elementi dissimili, ma
inseparabilmente associati” (p.10), nel cui interno troviamo Dio (“entre-deux”).
E, non a caso, “dissimili” ci riporta alle dissonanze
puntualizzate dall’Imam di Lecce, come fonte di arricchimento e di solidarietà
tra gli uomini. Don Lattanzio ci aggiunge qualcosa in più che è, a mio parere,
fondamentale: “la complessità ha una doppia identità: cognitiva e sociale”. Quella
cognitiva porta in sé inevitabilmente il germe della “molteplicità” (chi non
ricorda del poeta Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene sì. (Sono vasto contengo
moltitudini)” nel senso della nostra identità molteplice e cangiante nelle
diverse fasi della vita e nei diversi incontri con gli altri; l’identità
sociale comporta “uno spazio generatore di processi unici nella loro diversità
e capaci di lasciare una traccia significativa”, scrive l’Autore. Ma c’è di più
perché ora si interroga e ci interroga: “Alla luce di tale lettura ‘complessa’
del nostro tempo, come possiamo comprendere e praticare le fedi religiose, in
quanto fatti sociali e fenomeni culturali che incidono profondamente
(consapevolmente o inconsapevolmente) nell’organizzazione dei gruppi sociali
presenti nel mondo? E, nello specifico, per i cristiani cosa significa oggi confessare
la fede nel Dio di Gesù Cristo?...” (pp. 10-11). Sono domande estremamente
importanti nel tessuto sociale odierno e che, via via, trovano ampie risposte
nel percorrere i vari capitoli.
Nel primo, per esempio, si parla dell’importanza in tal
senso di Jacques Audinet (1928-2016), “un pioniere dimenticato” (p.21), il quale
si prodiga molto in Francia per rinnovare la fede cristiana attraverso il
confronto con altre autorevoli voci, tra cui mi piace riportare quella di padre
Liégé, il quale scrive, tra l’altro, che “La Chiesa non ha uno scopo
umanistico, né uno scopo di salvezza individuale, ma ha come scopo l’edificazione
del Corpo di Cristo nella storia” (p.33).
Ma, ritornando all’opera di continuo rinnovamento della
Chiesa francese da parte di Jacques Audinet, don Lattanzio ci ricorda che si
deve a lui l’istituzione del “catecumenato”, che diventa “una pratica feconda
per avviare una riflessione di teologia pratica che tocca in particolare tre
questioni teologico-pastorali: la trasmissione della fede; l’appartenenza a un
gruppo sociale ed ecclesiale; i linguaggi della fede” (p. 42).
Occorre precisare che Audinet partecipò al Concilio Vaticano
II, aperto l’11 ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII e chiuso l’8 dicembre
1965, e per lui fu “un’esperienza fondamentale e determinante nella sua
carriera di teologo” (pp. 65-66) e nel continuo rinnovamento a cui portò la
Chiesa anche oltreoceano, in tutta l’America Latina, “reinserendo l’atto
catechistico nella dinamica della rivelazione divina, cioè una dinamica di
incontro e di dialogo con Dio e l’uomo di tutti i tempi, dinamica che si
realizza pienamente in Cristo” (p.91).
Si giunge così all’“Interludio” che ci avvia al secondo
capitolo. È un Interludio ricco di nuovi apporti oltre il Concilio fino a
sconfinare negli scritti di Papa Francesco che Don Lattanzio cita più volte in
tutto il suo Saggio perché Papa illuminato e illuminante, con i suoi scritti e
i suoi comportamenti poco ortodossi ma ricchi di tanta umana comprensione e
accoglienza dentro e fuori la Chiesa e che ancora oggi è nel cuore di
tantissimi fedeli, nonostante la distanza siderale dalla sua figura di alcuni
prelati e cardinali, spodestati dei loro inveterati poteri...
Altre voci, dunque, per “la compressione della fede della Chiesa” che trovano più ampio
spazio nei capitoli seguenti, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso fino
ai nostri giorni. L’artefice, come sostiene giustamente, ma anche umilmente e
generosamente, don Antonio Lattanzio, è sempre il teologo Audinet.
Si tratta soprattutto di conoscere, studiare, mettere in
pratica un nuovo “paradigma teologico”. Entrano in gioco altri attori anche
legati al Vecchio e al Nuovo Testamento, altri protagonisti della scena molto
importanti (da Erasmo da Rotterdam a Paul Ricoeur), altre testimonianze, si
ripercorrono tesi già approfondite e si fa spazio alle nuove nell’immane lavoro
di ricerca e di approfondimento del nostro Autore fino a giungere ad un nuovo
Interludio e al nuovo capitolo, il terzo. Audinet rimane, comunque, sempre il
centro da cui si diramano tutte le periferie. Non a caso, l’Interludio si conclude
con le seguenti parole: “… Infine questa visione di fede del reale legittimerebbe anche un approccio teologico transdisciplinare in grado di rendere
possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il teologo in un
atteggiamento di apprendimento della pratica. Egli viene invitato senza sosta a
una conversione dello sguardo sulla realtà e a una purificazione dei suoi
pregiudizi, al fine di permettere al Vangelo di penetrare e di trasformare le
mortali povertà dell’umano in opportunità di resurrezione” (pp. 183-184).
Ritengo, a questo punto, di dovermi fermare perché rischio
di fare un trattato sul Trattato del nostro Autore e non sarebbe giusto né per
il suo enorme e straordinario lavoro né per il lettore che vorrebbe scoprire e
percorrere da solo il resto del prezioso cammino fatto fin qui, insieme. Anche perché
si tratta di un terreno minato per chi, come me, sa poco e niente di Teologia. E
sarebbe un bene per tutti esperire il cammino di conoscenza in tal senso. Anche
se penso che alcune anticipazioni siano state già fatte.
Don Lattanzio, comunque, si pone e ci pone sempre delle
domande a cui occorre rispondere dopo aver cercato con lui nuove testimonianze
(tantissime, come sappiamo), che indicano nuovi percorsi per giungere al
rinnovamento delle fedi che ci conducono a Cristo e alla salvezza dell’umanità
nel suo Credo.
E così il Direttore d’Orchestra saluta i suoi
orchestrali, fa con loro un rapido quanto fertile riepilogo e chiude il
sipario, non prima di aver sollecitato tutti gli spettatoti/lettori a leggere,
rileggere e reinterpretare tutto quanto esperito insieme “alla luce dei
cambiamenti antropologici e socioculturali in corso. Per i teologi si tratta di
elaborare un discorso all’interno della
fede, coerente coi linguaggi del nostro tempo, affinché la Chiesa continui
a esistere, fedele alla sua missione primaria che le è stata affidata dal suo Signore:
trasmettere il messaggio di salvezza agli uomini di tutti i tempi fino al suo
ritorno glorioso alla fine dei tempi (Mt 28, 18-20). Così conclude don Antonio
Lattanzio a pagina 319.
Ma io sento la necessità di puntualizzare ancora qualcosa
riguardo al contenuto e alla forma del suo Saggio. Riguardo al primo, vorrei
puntualizzare il suo “valore irenico” in tutto il percorso perché ispiratore,
promotore e costruttore di pace insieme a tutti gli altri attori incontrati in
questo lungo cammino di domande, conoscenza, salvezza.
Per quanto attiene alla forma, invece, occorre precisare
che il nostro Autore ha uno stile tutto suo: chiaro, lucido, attento ad ogni
dettaglio, ma con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono
sottolineati in corsivo, ogni parola nuova viene spiegata nei minimi
particolari per fugare ogni dubbio nel lettore, che egli tiene nella massima
considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso
intento tutto viene documentato con innumerevoli note, anche in più lingue. Tantissime
le citazioni in latino e tantissimi gli acronimi. Neologismi come “estrinsecismo”
(p.161) o “paradigmatologico” (p.184).
La discontinuità formale in elencazioni come “Primo” e “Secundo” e poi “Terzio”
(p. 212) o anche qualche trasgressione linguistico-grammaticale messa fra
parentesi (non a caso l’uso esplicativo delle parentesi, e non solo!) per
risvegliare magari l’attenzione un po’ sopita del lettore. Sono strategie
vincenti. Come vincente è la musica interna che seduce e convince quasi l’Autore
seguisse il ritmo ancestrale del proprio cuore. E tutto, in realtà, si fa
profonda testimonianza di Fede, ma anche Poesia.
Grazie per l’attenzione. Alla prossima. Angela/lina
(Antonio Lattanzio, LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell'entre-deux-, SECOP edizioni, Corato-Bari, 2026, pp.341, € 16,00)

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