domenica 11 gennaio 2026

Domenica 11 gennaio 2026: 11 gennaio 1967 e la perdita di ogni altra perdita...

                                                                                  … torna

                                                                            o conterò le ore

                                                                            come canna vuota

                                                                            abbracciando il tuo nome

                                                                            perduto e cercando

                                                                            nel vento dei tuoi capelli.

                                                                      (Lino Angiuli, “Torna”, Ovvero, 2015)

Martedì 10 gennaio 1967: ultima sera vissuta accanto al mio meraviglioso “papà” in una corsia dell’ospedale di Bitonto… Poi, di notte, il tuo ritorno a casa, confortato “fino all’ultimo respiro” dalle mani di mamma e di Filippo, tuo amato figlio adottivo, sempre presente alla nostra vita, e dalle loro preghiere.

11 gennaio 1967: perdita del cuore con la tua perdita, adorato “papà”, alle quattro del mattino. E fu sgomento. E furono lacrime senza fine… e suono di campane a festa ad inondare misteriosamente e miracolosamente il giardino senza più gelso e senza più rose. Tutto distrutto. Anche la mia anima… Anna Maria, invece, appena ventenne, si dimostrò coraggiosissima: attraversò la stanza, dove stavi morendo, per prendere l’abito che ti avrebbero fatto indossare. Io, da eterna vigliacca, non ebbi il coraggio neppure di scendere a salutarti, essendomi rifugiata al primo piano nell’appartamento di mamma e babbo. Solo dopo, quando la nonna mi mandò a chiamare per la terza volta ebbi la forza di scendere. E vidi il tuo sorriso. Dolcissimo. Ma già il cortile, inspiegabilmente (erano le 4 dell’alba) era carezza di campane a festa…  Io ero morta con te, “papà”. L’unico mio coraggio lo racchiusi in una poesia che infilai sotto la giacca, sul tuo cuore. E mi rifugiai vicino a nonna Angelina, sperduta e confusa senza il suo Sole, intorno a cui, satellite lunare, aveva ruotato per un’intera vita. E, a distanza di 59 anni, sei ancora nel cuore di tutti noi, con la tua Angelina, e ancora ci sorridi, raccontandoci una tua fiaba. Sempre la penultima…

            a Te che con parole di fiaba

            vegli ancora sui miei giorni                                                              

                                e

            a chi rende i miei giorni ricamati di speranza:

                 i miei figli e i figli dei miei figli,

            che domani ricorderanno una nonna

             in cerca di sogni di storie e di armonia

             e un vecchio meravigliosamente giovane

                       che le insegnò ad amare…

E i ricordi mi si affollano nella mente e giungono al cuore che mai mi dà tregua e tutto trasforma in parole già scritte per non dimenticare: <Eri in ospedale ormai ridotto ad un sacchetto di pelle e ossa sotto grigi laghi infossati di palude e ti trovai circondato da tutti i medici del tuo reparto. Mi spaventai, temendo un tuo peggioramento. Ma subito un dottore mi sorrise. Tu con un filo di voce stavi raccontando barzellette che riguardavano ormai il tuo “cacciulìnə”(cagnolino) che non abbaiava più. I dottori ridevano fino alle lacrime, dimenticando di trovarsi di fronte a un moribondo. Un giovane che, nel letto dirimpetto al tuo, urlava per dolori atroci alla pancia, mi chiamò e mi disse con rabbia e disperazione: “Signorì, vostro nonno tornerà a casa, non vi preoccupate. Sono io che farò una brutta fine. Come ve lo devo spiegare che lui sta bene? Non fa altro che scherzare e raccontare barzellette e i medici e gli infermieri, invece di venire da me, vanno a divertirsi con lui”. Neppure gli risposi, ben sapendo che te ne saresti andato sorridendo e raccontando storie così come eri sempre vissuto. Sì, te ne saresti andato con un sorriso. Durante la notte, mamma fu chiamata d’urgenza perché le tue condizioni si erano aggravate… Mamma chiamò Filippo e, insieme, vennero a prenderti. In ambulanza chiedesti di recitare il rosario. Mamma ti rassicurò. Era l’alba dell’11 gennaio e faceva freddo molto freddo. Babbo uscì nel cortile ad accendere il fuoco per riscaldare la tua stanza in attesa che arrivassi. La nonna era spaventata senza capire. Lizia ti tenne il capo ancora caldo mentre spiravi. Anna Maria e tutti gli altri erano già scesi a salutarti. Io rimasi nel mio letto, atterrita al pensiero della tua morte imminente. Mi disperavo.‘Non voglio vederlo’, mi dicevo. (E più tardi ne avrei risentito l’eco nel reiterato verso di Garcìa Lorca nel poema “Lamento per Ignacio Sancez Mejìas”).

Tu cominciasti a recitare il rosario - mi dissero poi - stringendo da un lato la mano di mamma e dall’altro quella di Filippo. Anna Maria attraversò la stanza e prese dall’armadio l’abito con cui ti avrebbero vestito. La seguisti, attento, con lo sguardo e chiudesti gli occhi per sempre. Ti rimase sul volto un sorriso. Lieve. Dolcissimo. Il tuo pendolo si fermò improvvisamente alle h. 4,20. Ed io, alle 4,20, sentii suonare nel cortile le campane a festa, senza rendermi conto che a quell’ora nessuna campana avrebbe potuto suonare. Primo uscì dalla sua camera e mi chiese perché stessero suonando le campane. “Le senti anche tu?”, gli chiesi sbalordita.“Certo che le sento. Mi hanno svegliato. Ma che ore sono? Cosa è successo?”.“Sono le quattro e mezzo... Papà non c’è più... Papà è morto”, dissi. Per convincermi. Quell’alba si spense anche con la mia fine. Ero morta con te.                    Ma, prima che morissimo in due, noi abbiamo vissuto insieme ancora parecchi anni che andrò a raccontare. Infatti, “Per ogni fine c’è un nuovo inizio (Antoine de Saint-Exupéry). Quasi…>

<Ti ho conosciuto prima che le voci d’erba dei miei pochi anni si confondessero con le voci d’ombra della sera sulla nostra casa. Prima che il canto del gallo per la terza volta mi scoprisse statua di sale con occhi inermi di disperato stupore. Ti ho incontrato prima di ogni altro incontro. Prima di incontrare mia madre… Ho incontrato prima la tua voce

Le tue interminabili favole avevano il sapore breve della rosa appena colta, al primo imbrunire del cielo (ancora papà ancora e dai papà no no mə sìndə e sìndə l’hai raccontata tante volte raccontane un’altra dai papà racconta…) Le lunghe sere d'inverno si accendevano delle tue parole. Racconti fantastici, aneddoti, ricordi di guerra, filastrocche in dialetto illuminavano il buio delle nostre notti. (Il giornale radio, non ancora pausa breve di realtà da me ignorata). Fuori la neve vorticava silenziosa, posandosi incantata e leggera sui davanzali delle finestre, sui vasi dei balconi stretti in strette strade che dimenticavano il cielo alto su alti terrazzi quasi a toccarsi tra loro. E quel sogno bianco attraversò la tenerezza della mia infanzia quando vidi turbinare quelle farfalle luminose e candide come piume d’angeli per la prima volta in via Maggiore angolo via De Rossi, dove era di casa la mia prima casa. Ma già a sei anni andai via in un paesino sui monti del Gargano… e anche lì la neve fu prodigio da guardare con occhi grandi e cuore in tumulto… Anche in quel paesino, che si arrampicava fino al cielo, cadeva la neve. Tanta. A novembre quelle case da presepe, ed esposte a mille venti e all’incessante precipitare delle pietre lungo le scarpate, si vestivano di bianco e di silenzio. E del nostro stupore Io, mamma, Anna Maria, appollaiate dietro i vetri al tepore di maglioni indossati l’uno sull’altro e dei bracieri accesi nelle diverse stanze… la guardavamo cadere senza la tua voce il fuoco le scintille i tuoi racconti. Magia di un silenzio come di bianca preghiera, di sposa all’altare, di bianche lucciole fluttuanti a mezz’aria senza più le mie mani ad interrompere il loro lieve e incantato volo… E quelle vie sembravano inerpicarsi davvero fino al cielo, nell’imbroglio della tormenta che lo rendeva più sfumato e vicino, e con piccole sporgenze sul lastricato dove noi, se costrette ad uscire per andare in chiesa sulla cima più alta di quel nido di case, piantellavamo i piedi per avere maggior forza nell’attraversarle incolumi senza scivolare sul ghiaccio… E… meraviglia delle meraviglie! La bianca neve, da noi raccolta a piene mani e messa in grandi bicchieri fioriva di rosso per il vincotto che tu ci mandavi. Dolce delizia di acceso corallo in quell’abbagliante splendore... e non era più neve. Era nonno. Era nonna. Era carezza. Era amore. Lontananza. Breve ricordo… piccola nostalgia… Nell’aria trasognata/ intrisa di silenzi/ tra case di cristallo addormentate/ bianche farfalle di neve/ su vesti nere/ in fila lungo la scia di campane/ passere scure a punteggiare/ una fiaba di magico candore/ (la mia infanzia) (“La mia infanzia”, da il gelso e le rose, SECOP Edizioni, Corato-Bari 2004)

(Oggi non più. La neve è inquinata. E il vincotto è diventato una rarità. Né le vecchine vestite di nero affollano le chiese, che rimangono silenziose e prive di preghiere. Estranee al mondo.

Nonostante il rinnovamento della Chiesa con il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nel dicembre del '61, e la rinata speranza). E, più tardi, la neve morbida e bianca, che si posava sui rami spogli del gelso rosso senza più colore né nidi e bisbigli nelle sere del loro ultimo canto, si riprese la tua fiaba e ci restituì la tua voce, mentre s’addormentava sul tetto spiovente della tettoia degli attrezzi dei campi; sul grande camino al centro del cortile; sulla gabbietta intirizzita del nostro usignolo; sul bianco più bianco del nostro incanto. Tu, io, Lizia, la nonna, ancora insieme, si restava al buio. Per guardare quella coltre soffice come di luna a regalarci il silenzio delle cose e degli uomini. I volti rischiarati dalla penombra rossastra dei carboni accesi nel braciere e gli occhi persi su quel sognante volo, su cui fiorivano le immagini evanescenti che le tue parole accendevano davanti ai nostri occhi. Immensa rosa bianca il cielo/ sfilacciato di petali/in caduta trasognata/ e un lento volteggiare nel vento/ Ulula la bufera e stride/ Bussa impetuosa alle porte/della mia casa stretta nel suo scialle/ Nessuno va ad aprire/ incatenati gli occhi ai vetri lunari/ Bianche piume come di nido/

danzano leggere sfogliando/la rosa incantata/ che su merletti d’erba frana/ stranita/ Pigolio affamato di scriccioli/ in cerca di ciliegie infreddolite/ che di rosa fioriranno a primavera/ Spolvera di bianco il giorno/ questo gioco di ciglia/ dischiuse su strade d’antiche/ stagioni/ Incontro mi viene/ sul cocchio di bianco cristallo/ e fiocco di ghiaccio nel cuore/ la Regina delle Nevi/ Rabbrividisce la vecchia bambina/ai ricordi d’un tempo fioriti/ su labbra di parole ora in disuso/ Al rosso fuoco del braciere acceso/ il cuore di gelo della perfida sovrana/ si scioglieva in un lago incantato/ che rideva di bianchi cigni/sculture bianche di zucchero filato/ Briciole di tenerezza allora/che i fiocchi di neve erano farfalle/ da cullare tra mani di geloni/ e pane e olive nere sotto la cenere/ (noi vincevamo il sonno/ al tenero mormorio della sua voce…)/  (“Rosa bianca il cielo”, poesia inedita)/ (E il giornale radio ad interrompere l’incanto e la fantasia per darci scampoli di realtà). E anche oggi nevica... Sì, nevica. I lucernari cominciano a coprirsi di fiocchipiume e il giardino si fa candido parco d’argenteo lucore... Lara mi sorride, triste, in attesa di Zivago, il suo dottore poeta, e i girasoli del loro incontro sono ancora sepolti dalla neve... Il Tema di Lara riempie le mie stanze... (dove non so/ ma un giorno ti vedrò/ e fermerò/ il tempo su di noooi/ dove non so/ sarò vicino a teeee/… forse sarà domani o nooo/ forse lontano da qui o o o nooo…Allora la neve portava le tue fiabe su cavalli alati che entravano nella nostra casa e avevano un manto bianco e occhi di brace come ciocchi ardenti a riscaldarci... La tua voce ferma, che ascoltavo trasognata, era il nostro pane quotidiano. Mai spenta l'eco delle tue parole che, nel reiterato annuncio, dilatavano il tempo e lo stupore, il sogno e la magia (‘ngèjrə e ‘ngèjrə ‘na vóltəc’era e c’era una volta…)”> (da Il gelso e le rose, I vol., SECOP edizioni, Corato-Bari, 2022). 

Alla prossima. grazie. Angela/lina

  

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