lunedì 20 maggio 2019

POESIE DI MAGGIO di Angela De Leo


Sono passati alcuni anni dalla pubblicazione della mia ultima raccolta poetica L’ora dell’ombra e della riva (della SECOP Edizioni) ma, rileggendo alcune poesie dedicate al mese di maggio, mi sono accorta che nulla è cambiato in me e nel mondo e che persino la pioggia continua a rendere questa primavera solo un desiderio e un’attesa. E, allora, le ripropongo. Per chi non avesse mai letto il libro. Per chi sa che la primavera prima o poi ritorna. E rende leggero il cuore…
Nata di maggio                     
                                           Se quel che insistiamo a chiamare
                                           Fato sembra inspiegabile e crudele
                                          È soltanto perché
                                          Manchiamo d’immaginazione
                                         Per desiderare quel che con sé porta
                                         Per illuminarlo con qualcosa di più inventivo
                                        Dello sgomento.
                                                                    (John Burnside)                                                                 
Nata di maggio
appartengo ai colori accesi
di papaveri rose tulipani
Profumo di scalpitante
allegria mi arde nelle vene
percuote questo autunno
che cede all’inverno
i tramonti suoi dorati
In abissi di taglienti lame
riafferro il mio arcobaleno
distrutto e sempre rinasco            
- Culla tra le tue mani calde                                                          
le mie vili attese del sole
scaccia i miei pensieri di neve
cancella quella ferita rosso fuoco
che soltanto sogna di farsi risata -

(tra ridenti labbra di fragole e ciliegie)



Ritornano sinfonie di rose blu

C’è come una festa di ali
in questo tiepido pomeriggio
di piena primavera con rose
che tornano a ridere in giardino.
Petali blu franano lungo pareti
trasparenti del vaso sul tavolo.
Dipingono di voli i miei occhi.
Nell’azzurra penombra ricordi
s’affacciano dai sotterranei
della mente in lotta col cuore
- sinfonia d’archi flauti e violini -.

(solo la musica è immortale?)

Volteggiano mezzelune gialle
comprate al mercato delle pulci
sul mio capo di nuvole e sogni
nella camera che ha per cappello
il cielo e una fronte quasi obliqua
che di sole sghimbescio colma
pensieri e cautamente l’infutura.
La bambola di organdis e bisquit
mi guarda preziosa più del ricordo.
Dono di tenere mani, il suo sorriso
di corallo mi consegna un rimpianto.

(solo il ricordo ci rende immortali?)

Guardiana del tempio dell’amore
ho perso il filo del mio starti accanto.
Da lunghe braccia giovani circondata
misuro ormai il mio tempo arreso
dalle loro corse alle attese primavere
avare ora per me di fiori erbe chimere.
“L’amore è nostalgia” decretò Freud
con occhi di nebbia rivolti al passato.
Darei il mio regno di carta stampata
per un (in)canto d’amore a perdifiato
che coniughi il mio tempo all’infinito.

(può l’amore rendere immortali?)

Agli inganni della mente lama affilata
che in opposti macigni taglia il pensiero
- e buone intenzioni e incontri ferisce -
io del cuore salvo le antiche ragioni
di Pascal e il suo esprit de finesse:
rami fioriti di fresca primavera pini
svettanti e fragranze di tiglio e cedro
che imbrigliano ali e le dispiegano.
Non omnis moriar per noi Orazio cantò.
Se la Parola è monumento aere perennius.
Se Musica Memoria Amore è il VERBO…

(rose blu sinfonia di saggezza e sogno
   illusione di preludio all’eternità)


Scroscia a maggio la pioggia                           
                                                 Sono qui seduto su un tappeto
                                                 di  foglie e fiori di primavera
                   
                                                 e il mio silenzio è una preghiera
                                                 ed ho con me la coppa e il vino                                                                          (Giuseppe Conte)
S’abbatte sui tetti rossi e i lucernari
(“riccioli rossi” e occhi di cristallo)
un cielo liquido che frana di gocce,
e di terra bagnata e di rose profuma.
Richiamo a gloria di campane l’alba
della domenica, giorno del Signore.
S’infrange di pioggia e cinge il capo
non d’alloro come s’addice ai poeti
ma di mirto e d’uva come vogliono
amore e follia, ebbrezza e sogno
che un giorno m’appartennero
come ago e filo, sonno e cuscino,
fiamma e calore, come ti dissi,
“dorso e palmo della stessa mano”.
(ma la pioggia dilava campane e ricordi)
Il giardino è scintillio di petali d’acqua.
Agli occhi mi dardeggiano,
di rosso e di giallo,
rose tulipani papaveri e fresie
e un canto di foglie di un maggio
che s’affretta a donarmi
un altro anno di tormenti e magie,
di silenzi e frastuoni, di pause e poesie.
Cadono petali di cielo
sul glicine blu innamorato
di trine e ricami agli altari sconsacrati,
che lavano capricciose nuvole
al respiro degli arcobaleni.
E nuove ali ricamano i miei giorni di sole.
Lontano il mondo dei violenti e dei folli,
degli assassini in marcia
per “prendere il potere” ad ogni costo,
 e Brecht il denaro e i bimbi violati
e la bellezza umiliata.
Rumore che assorda, smog che uccide.
Lontano Caino che si finge Abele
e ogni Abele massacrato senza pietà
perché Caino trionfi ancora
ed abbia altari e onori e moltiplichi
i trenta denari di Giuda.
Per vantarsi dell’agnello innocente
sgozzato
e nuovi riti pagani via etere
con foto e video a stordire menti
e rattrappire l’anima, il cuore.
E fingere un niente di sentimenti
in liquida fuga
per negare il limpido candore
delle mani intrecciate.
(la pioggia lava colpe e misfatti
lava ferite e tormenti la pioggia)
Sapeva di pioggia, di gelsi, di rose
e di gatti il mio cortile,
sapeva di sere chiare di stelle,
di fiabe e misteri,
voli d’angeli, riso di cielo.
C’era sempre, nella voce
di mio nonno, una fata buona,
uno gnomo innamorato. E ci fu
un cavaliere gentile e coraggioso
che, in una sera di pioggia, trovato
aveva rifugio nel castello del re
quando con doglie di madre la regina
s’affidò al suo canto per avere un figlio.
Cantò il cavaliere per tutta la notte,
per tutta la notte il cavaliere cantò
purché da bere gli dessero
e da mangiare.
- Piove e lascia piovere
ché al coperto mi trovo
nient’altro chiedo per me.
Il mio cavallo s’asciuga.
Signore un bel bambino dai
alla regina e al potente mio re… -
All’alba di sole e pianto di bimbo
lo videro felice sul suo bianco destriero
lo videro correre con occhi di sogno
tuffati nel suo cielo arcobaleno,
grande quanto grande il suo cuore
bambino…
(ritornano di pioggia e di vento
le sue magiche parole che sotto
il piombo di giorni di sgomento
raccolgo in un canto d’amore
 e del sogno che non può morire).

Non so vivere
                                                                            
non so vivere
come quelli che non nacquero mai
che vanno ad occhi spenti per il mondo
- avide mani tra oggetti impolverati
carezzano denaro schiaffeggiano vento -
Non so nutrirmi di ideologie
vesti desuete e disperate
che fingono bandiere multicolori
e ignorano sorrisi
in assalto contro nuovi lidi
- tormento di molteplici verità
alla ferocia del pensiero unico -
Amo l’idea nastro colorato controvento
libera io di essere libera
su bianche vele lontane dalla rada
Nella pratica delle ore quotidiane
non so stabilire record di perfezione
in giro per la casa o per le strade
fingendo una sicurezza di mete
e destinazioni colme di sgomento
Aliena come rondine d’inverno
stellata gemma di neve a primavera
mi manca il senso finito delle cose
Mi sfuggono opportunità e circostanza
Mi spaurano rabbia e indifferenza
la volontà di uccidere ad ogni alba
- bagliori di coltelli affilati nel buio
di livide notti insonni ed assassine -
Mi trafigge il vuoto d’inutili parole
aggrappate a silenzi che non so capire
dove mai s’incontrano navi da crociera
solo rapaci galeoni di feroci pirati
al canto di certezze addormentate

Io nacqui alle otto di una sera
che sfogliava petali di rose
per farne farfalle profumate
in un campo di ciliegi e melograni
- tra papaveri da scoppiare tra le dita
scrivevo i miei ti amo ad un amore
volto di sole e un buco dentro il cuore -
Io nacqui con negli occhi gli aquiloni
a conquistare un cielo di turchesi
barchette di carta al gioco dei bambini
in un altrove che mi strania e mi cattura
Ma ho versato lacrime di sale
per ogni veliero sparito in fondo al mare
Però nacqui e non m’importa dovecome
se non so vivere come gli altri sanno
se non dormo sull’altrui dolore
se dentro mi volo un gabbiano
sotterraneo sogno di giorni delusi
tra ragnatele di anni sempre uguali
e scuse banali per non sapere amare
Io nacqui sotto feroci bombe nel cielo
ma contai sempre i passi delle stelle
ad ogni rombo che mi franava il cuore
Però nacqui e più non m’importa
se una ferita lunga è questo amore
da ricucire con cento fili di seta
su corazze di ferro arrugginito
(... e fingersi un sogno in differita
                per non rimpiangere
                       di non essere mai nata...)

Amo
                                                 Il cuore vola                                                                                                            Dove la mente non sa
                                      neppure camminare                                                                                                                       (Colette Haddad)
Amo le epifanie di giorni come questi
quando è sorpresa e dono il tuo nome
ai cancelli dischiusi ad ogni attesa

Amo i treni che improvvisi ritornano
e hanno fasci di rose ai finestrini
e un fischio lungo che promette
un arrivo senza più partenze

Amo il trillo di un telefono muto
tenero pensiero o stupido errore
Viene nella mia casa senza canto
a darmi ad un tratto compagnia
e mi trova opaca luna solitaria
inutile come sogno dimenticato
Ferita dalla luce del nuovo giorno
(colori accesi e notte cancellata)
l’insonnia mi fa vivere due volte
e mi regala sempre qualche verso
tra labbra d’arsenico e coralli
perché io non muoia mai del tutto

Amo la notte accesa che mi riporta
insane insonnie di menta e cioccolato
quando negli occhi anticipi racconti
di fughe abbandoni che non vuoi dire
e che io fingo di non aver letto ancora
e i lunghi silenzi che non voglio capire
Cronaca d’inganni ogni altro da noi
che non osiamo più ricordare
quando in fiore era quel sentiero
lungo il muro perduto e straniero
che rare pagine di diario dipinse
strappate a pezzi e poi dimenticate
nello scrigno del tempo abbandonato

Amo la libertà del mare il suo mistero
quando i velieri dei giorni prigionieri
lasciano la rada per navigare a vista
in tumultuose acque di terre lontane
straniere agli smarginati scogli di sale
tra ormeggi di vino e onde di gabbiani  
  
Amo fanfare e bande di paese la danza
l’orchestra i tamburi i fuochi tra le stelle
feste del patrono da spiare dentro casa
le luminarie i gelati e di Sicilia le cassate
e palloncini e aquiloni e zucchero filato
 lucciole e lampare quadri da guardare
I mercatini le cianfrusaglie le bancarelle
fiori tra i capelli e souvenir da inondare
le stanze gli angoli mensole scale e muri
su cui disegnare mille poesie d’amore
Poi fermagli spille e carabattole e anelli
foulard sciarpe colorate cappelli d’estate
carte e libri e musica e canzoni dell’addio
(leggere e leggere e poi intrecciare parole)
 
Amo poi la tua maschera apotropaica
che sul viso dissimula misteri e sortilegi
di gatti randagi cani fedeli e ore ballerine
Recide abbracci e cela oscuri volti di verità
                  (la mia? la tua?)
Spergiuro specchio di triste afasia la terza
verità ancora tutta da ascoltareconfessare
                  (e… io amo le bugie)








martedì 14 maggio 2019

14 maggio 2019: l'insonnia delle persone anziane.

Chi soffre d'insonnia sa quanto possa essere disperante l'attesa di un buon sonno ristoratore dopo una giornata di intenso lavoro, di stress, di incontri, scontri, chiacchiere e stanchezza. Ma, se il sonno tarda a chiudere le palpebre, quasi serrande sugli occhi, per escludere finalmente il mondo dalla nostra casa interiore, allora a nulla servono le varie strategie che si tenta di mettere in atto: le pecorelle da contare, meglio le stelle per chi ha la fortuna come me di dormire sotto un lucernario che, proprio per questo, congiura con l'insonnia per non farmi chiudere occhio ("ma poi mi perso tutte le stelle", mi dico); non il pensare a cose belle e distensive; non il tazzone di camomilla con miele; non la pillola di valeriana rilassante, né la tisana benefica. Non c'è niente da fare. I pensieri si aggrovigliano sempre di più tra le varie esperienze vissute durante il giorno o le notizie apprese dai social, dalla televisione, dai giornali, tra riflessioni e analisi mentali a volte soddisfacenti, a volte banali o senza capo né coda e considerazioni tristi su problemi vari di salute, medicine, acciacchi che non trovano soddisfacenti soluzioni e con cui bisogna imparare a convivere per evitare momenti sempre più frequenti di disperazione, che favoriscono ulteriori motivi di insonnia. Fino a che l'alba non ci scopre a fare i conti con le ore del nuovo giorno da affrontare nella speranza che sia un giorno sereno, senza imprevisti negativi e senza ulteriori problemi da vivere e nuovi danni da arginare. 
Spesso mi dico che sarebbe bello e tonificante dormire almeno per qualche ora e fare "bei sogni", come augura ai suoi ascoltatori Massimo Gramellini alla fine di ogni sua trasmissione, che ha lo scopo di farci riflettere sul mondo contemporaneo che poco spazio lascia proprio ai sogni, sempre più alla deriva di un mare agitato di violenza, volgarità, indifferenza, rifiuto dell'altro, vissuto ormai come nemico. Anche quando, inerme e sfinito, chiede solo un po' di accoglienza e di umana solidarietà.
Ma per fortuna, nonostante tutto, io riesco ancora a sognare, ma lo faccio perlopiù ad occhi aperti. 
Sì, riesco ancora a sognare tra una notte insonne e l’altra che non mi fa dormire.
Non dormo. Come sempre mi capita nelle notti che si fanno insonnia pensieri problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il vento ulula lupo selvaggio sui tetti della mia casa e scompiglia alberi rami di foglie insonnia pensieri problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se la pioggia danza leggera sui lucernari e mi mette dentro un senso di allegria che vorrei afferrare perché non si disperda l’ultima nota di buonumore, che tarda sempre più a distendere i segni all’ingiù delle mie labbra con me invecchiate d’anni e di insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il tempo cattivo rovescia a secchiate acqua cattiva senza risparmio per i miei orecchi, che sanno l’insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il cielo s’inventa una luna piena che mi guarda attraverso il lucernario sul mio capo e scopre il mio incantamento, la mia insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo se ho ascoltato l’urlo dell’ultimo attacco kamikaze a far grondare di sangue la piazza, il Teatro, il pub, la via, i miei pensieri e l’ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se un morbido bianco silenzio si adagia sugli occhi di stupore dei miei tetti e riaccende insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo per il bimbo ucciso la ragazzina stuprata la donna lacerata in pezzi e gettata nella spazzatura, dove inorridiscono pensieri e giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani

                                                Non dormo

lunedì 6 maggio 2019

6 maggio 2019 .Ricordando il 5 maggio: Ei fu.

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.(…)
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.(…)
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.(…)
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

Sono solo alcuni versi della lunghissima ode che Alessandro Manzoni, grande nella scrittura ma pavido nell’azione per via anche di alcune sue patologie che oggi diremmo psico-somatiche, scrisse per ricordare al mondo intero la grandezza e la fine di un uomo che ebbe ingegno, forza, coraggio e innumerevoli strategie per vincere e diventare padrone di mezza Europa, tanto da farsi “arbitro” di due secoli, che subirono a lungo la sua impronta, ma che, come tutti i comuni mortali, dovette chinare l’altera sua fronte davanti al “Massimo Fattor”: Dio che “volle in lui del creator suo spirito/ più vasta orma stampar”, decretandone anche la sconfitta materiale e la rinascita spirituale, nel posare, con la sua pietas consolatoria, “accanto a lui sulla deserta coltrice”.
In pochi versi Manzoni, più volte, si riferisce all’uomo indomito e al condottiero straordinario, usando solo due pronomi personali: ei… lui. Senza nominarlo per l’intera Ode. Eppure, tutto il mondo sa che si tratta di Napoleone Bonaparte. Sarebbe bastato: Ei fu per decretare la grandezza maestosa dello stratega e la fine desolata dell’uomo. Entrambe rimaste eterne nella storia dell’umanità.
Ho omesso intenzionalmente di trascrivere i tanti versi che narrano le sue rapidissime imprese belliche proprio perché ai fini dei destini del mondo contemporaneo e di quello futuro non hanno più alcun senso, alcun peso storico. Il mondo è completamente cambiato, sia storicamente che geograficamente e culturalmente. Rimangono solo dei dati inconfutabili che testimoniano l’inizio della sua vita, il percorso esistenziale, le vittorie, le sconfitte, la sua fine: Aiaccio, Francia, Waterloo, isola d’Elba, i cento giorni, isola di Sant’Elena. “Sic transit gloria mundi”!
Il poeta milanese, invece, le descrisse minuziosamente in quanto, dopo aver dichiarato subito di essere rimasto, come tutti i suoi contemporanei, “stupito e attonito”, si disse anche “commosso” di fronte alla sua improvvisa fine, per averlo visto invincibile con le sue innumerevoli gesta eroiche e invidiabile per quei suoi “rai fulminei”, che ne evidenziavano la eccezionale furente vitalità. E proruppe con tutto il suo afflato poetico e religioso in questa Ode fluviale.
Mi preme, invece, sottolineare quanto sia evidente la linea ascendente, l’apice, e la linea discendente, inevitabile in ogni parabola umana, nei destini di ogni società, cultura, epoca in cammino. “Tutto arriva e tutto passa”, dicevano i nostri nonni con la loro filosofia spicciola, ma quanto vera. E quel “Tutto arriva” sottolineava il percorso iniziato quasi dal nulla, dal nostro primo giorno di vita, da un principio, da cui occorre quasi sempre partire, senza avere ancora nulla con sé se non i propri sogni, i propri progetti di vita, i propri passi per andare lontano, con determinazione, coraggio, desiderio di raggiungere la propria meta. E il viaggio si riempie di incontri, di scoperte, di esperienze e di conoscenze, fino all’arrivo. Fino ad Itaca (chi non ricorda la poesia di Kavafis?). Quello è l’apice dell’impresa. La sommità della scala che ogni esperienza umana costruisce per dilatare al massimo i propri orizzonti. Il dopo è già la considerazione che oltre non si può andare perché quel sogno/ progetto si è realizzato e già più non è. È stato. Ed è inevitabile la discesa. È inesorabile la fine. "Tutto passa". Niente rimane per sempre. Certo, si può ricominciare, ma non è più quel sogno, quel progetto, quel percorso. Quella esistenza. Quell’uomo. Quella comunità. Quella cultura. Altri giungeranno e avranno avuto un nuovo inizio e vorranno creare, personalmente o in gruppo, nuove mappe del viaggio, con la voglia di appropriarsi del passato per andare oltre, incontro a un diverso futuro, attraversando un nuovo presente. Vico ha parlato di “Corsi e Ricorsi storici”, ignorando forse, l’andamento “a montagne russe” di ogni Corso e Ricorso. Di ogni esperienza individuale e collettiva. Anche il giorno nasce dal nulla (il buio della notte) per giungere all’apice del sole a mezzogiorno e subito dopo comincia a morire già nel pomeriggio che si fa tramonto fino alla caduta delle ultime ombre della sera nel vuoto della notte. Poi si ricomincia. Ma anche ogni nuovo giorno è diverso da quello precedente. Mai esultare, dunque, per la insperata conquista della vetta in qualsiasi campo perché inevitabilmente segna il tempo ignorato della discesa.

“La ruota gira”, dicevano i miei nonni con la loro “sapienzialità antica”. Tutto quello che è in alto è destinato a cadere. E viceversa. Creando una sorta di giustizia umana e forse anche divina.
Tutto questo io leggo nei versi di Manzoni. Non serve insuperbirsi per le conquiste, non bisogna disperarsi nelle sconfitte: sono umane le une e le altre. Solo Dio è al di sopra degli umani destini e tutti li comprende. Ci comprende. Perché è Colui che “atterra e suscita,/ che affanna e che consola”…
Un’altra considerazione mi preme fare: mai giudicare ciò che attraversa i nostri giorni senza almeno una pausa di riflessione per valutare ogni accadimento, ogni persona, ogni opera umana, con piena conoscenza dei fatti e con profonda consapevolezza della possibile loro veridicità. Insomma, con onestà intellettuale e con “sapientia cordis”. Manzoni ci è maestro in questa faticosa ma necessaria conquista, se vogliamo essere credibili in quello che diciamo o scriviamo: “Lui folgorante in solio/ vide il mio genio e tacque;/ quando, con vece assidua,/ cadde, risorse e giacque,/ di mille voci al sonito/ mista la sua non ha:/ vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio,/ sorge or commosso al subito/ sparir di tanto raggio;/ e scioglie all’urna un cantico/ che forse non morrà. (…) Fu vera gloria? Ai posteri/ l’ardua sentenza: nui/ chiniam la fronte al Massimo/ Fattor, che volle in lui/ del creator suo spirito/ più vasta orma stampar”. Occorre molta prudenza nell'esprimere un giudizio e molto amore per non ferire l'altrui sensibilità.
E, infine, ogni persona eccezionale ha il destino segnato da inevitabili invidie, dovute appunto alla sua inconfutabile grandezza, che rischia di mettere in ombra tutti quelli che la circondano e che non sono propensi ad accettare i propri limiti. È questo purtroppo, uno dei “limiti”, più vistosi e paradossalmente nascosti o ignorati, della natura umana. Chi ne soffre non lo ammetterà mai ed è anche possibile che non ne abbia coscienza. Solo chi ha compiutamente una positiva immagine di sé, avendone serena consapevolezza, si rallegra di non covare nella propria anima i semi della “mala pianta” ed è felice del successo altrui. Ma è merce molto rara la sua generosa condivisione. Per questo “i numeri primi” sono destinati a rimanere soli… Non a caso si parla della solitudine del genio.
Non fece eccezione Napoleone Bonaparte: solo quel Dio, ignorato, offeso, umiliato dalla sfrontata consapevolezza dello stratega nei riguardi della propria genialità, “sulla coltrice”, resa deserta da tanta invidia e incomprensione, per consolarlo di tanto inutile affanno, come solo Lui può e sa fare, “accanto a lui posò”.
Un po’ di autostima ma anche di sana umiltà non guasterebbero nella nostra vita di fugaci viandanti (meno di un granello infinitesimale o di pulviscolo nell’universo), sempre pronti a lottare per raggiungere l’impossibile perfezione. Senza pensare mai di procedere rapidamente verso un Altrove che, con la sua falce “pareggia tutte l’erbe del prato” (Manzoni, “I promessi sposi”).








giovedì 2 maggio 2019

2 maggio 1519 - 2 maggio 2019: cinque secoli dopo la morte di un Genio assoluto


                                    RITRATTO DI UN SEGRETO

Il mio incanto e poi la mia ossessione per il ritratto miracoloso della Gioconda dipinto da Leonardo da Vinci sono nati nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando ho avuto per la prima volta una riproduzione di alta qualità di questo affascinante quadro.
È successo nella mia prima giovinezza, nel periodo in cui l’idealizzazione era la caratteristica fondamentale della mia visione del mondo, delle persone e dei fenomeni che mi circondavano. Nel momento in cui la mia sensibilità creativa era altamente presente, quando l’amore era il sentimento dominante della mia realtà, abbastanza lontana dalla ragione, che avrebbe potuto impedirmi di tendere ad un obiettivo privo di pratica utilità.
Già nel guardare per la prima volta il viso della Gioconda sentii un’attrazione magnetica e l’inquietante intimità con il modello rappresentato nella foto. Sentivo che il volto di quella immagine rivitalizzata mi percepiva come una persona che mi conosceva da sempre. Come qualcuno che mi ascoltasse, m’incoraggiasse, mi perdonasse. L’espressione del suo viso irradiava sensazioni diverse e talvolta contraddittorie, in cui era possibile focalizzare anche il sentimento che divenne dominante in me dal momento in cui cominciai ad osservarla: non avevo mai sentito un’intimità simile con un’opera d’arte prima, mai l’avrei vissuta più tardi. La ragione è che il ritratto di Monna Lisa respirava e promanava una sorta di calore materno, di saggezza paterna, di attaccamento amichevole, di affetto tenero, ma anche di ironia, sospetto, rimprovero a seconda del tipo di approccio e di umore con i quali lo si stava guardando: se con un cuore aperto o con dubbio e timore. In parole povere, il suo volto ricopriva l’ampiezza della sensibilità necessaria, per ogni essere umano, perché ne fosse pienamente illuminato e trasportato in un’atmosfera altamente conoscitiva e spirituale. Tutto questo mi stimolò a cercare di avvicinarmi con il mio lavoro a quella perfezione. Per tentare di dipingerla - copiandola per comprendere la sua espressione sovrapposta e multisignificativa - e percepire la delicatezza dei lineamenti sfumati nella loro forma, e toccarne la sostanza con la mia mano, per farla passare tra le mie dita. La riproduzione in mio possesso poteva essere osservata, toccata, analizzata, frammento per frammento, ciascuno avvolto da una luce interna sfumata, ogni frammento creava una storia misteriosa a sé.
Mi fermavo spesso ad ascoltare il suo respiro, mentre dipingevo, in modo da trovare il tono giusto del dipinto stesso. Non saprei davvero dire come il grande Maestro sia riuscito a creare quest’opera che incanta gli spettatori; essa, invece di chiarire il suo mistero, affascina ancora di più con la sua segretezza.
La mia prima copia di Monna Lisa fu, pertanto, realizzata nel 1976. Con la totale immersione nel capolavoro di Leonardo, la mia passione per questo quadro insondabile crebbe, ma anche la curiosità verso il suo creatore, il cui volto dipinsi più tardi - nel 1979 - usando per modello l’unico autoritratto di Leonardo noto fino ad allora, un disegno dipinto con un gesso rosso, conservato nella Biblioteca Reale in Torino.
Sia per l’entusiasmo che per l’emozione, riproducendo il volto di Leonardo, ebbi la sensazione di averlo già dipinto, dipingendo la Gioconda. Era come se le proporzioni del suo viso fossero   trattenute nella sensibilità della mia mano con cui lo realizzavo sulla tela. Poi, tornai per l’ennesima volta al ritratto della Gioconda. Con rinnovato rigore perché il mio desiderio di penetrare nell’opera più importante del Maestro potesse superare la mia infatuazione, dovuta alla mia ammirazione.
 Procedetti nel lavoro con una visione più chiara e il cuore più aperto - penetrando nell’essenza, dal centro al centro. In quel momento, attraverso gli occhi di Monna Lisa, mi guardarono gli occhi del Maestro - direttamente - dicendomi: “Sì, SONO IO, Leonardo, arricchito con l’amore incantato, con l’amore per la vita, con l’amore per voi, per te, per tutto ciò che è passato e tutto ciò che verrà. Questo amore vi ha lasciati perplessi per cinque secoli. Sono io nel modo più autentico, più completo e più diretto. Sono io emerso da me per guardare voi”.
La mia fronte sudava e il mio sangue pulsava nelle vene per quella scena, per quel pensiero e per quei sentimenti.
Nonostante tutte le indicazioni, nonostante l’approvazione, che avevo ricevuto fino a quel momento dai ritratti dipinti, persi la mia determinazione e il mio coraggio. Mi mancava l’illuminazione di come raggiungere il mio scopo, per rivelare il messaggio fornitomi dalle mie riproduzioni.
 Sarebbe dovuto accadere qualcosa di diverso, più sorprendente per incoraggiarmi ad unire, a fondere due personaggi fantastici, così diversi e così uguali, per creare il terzo volto come risultato di un travolgente gioco d’amore. E questo è accaduto uno degli ultimi giorni del 1979, mentre guardavo attraverso una “beata” nebbiolina i ritratti eseguiti dalla mia mano, appesi allo stesso muro non lontani l’uno dall’altro. Appoggiato al muro, sul lato opposto della stanza, c’era un letto sul quale mi riposavo a guardare le foto. Sia a causa della stanchezza o dell’affetto di Dio (mi piace credere sia stato così), vidi chiaramente i due ritratti avvicinarsi l’uno all’altro in modo che a metà distanza si ricoprissero completamente e perfettamente, creando un’unica faccia. La cosa si ripeté la stessa sera di nuovo: le immagini erano perfettamente sovrapposte nei miei occhi, mentre le fattezze del volto, nel ritratto appena nato, mostrava un’espressione sorprendentemente arricchita. Fu quello l’incontro più profondamente umano e più completo che potesse accadere al suo creatore con il proprio lavoro e con sé stesso, attraverso la poliedricità di un modello immaginario e idealizzato, nel quale si era inserito nella sua interezza. Anche nella forma in lui non avrebbe voluto conoscere sé stesso. Quel ritratto era la sublimazione dei suoi molteplici volti, creava una figura soprannaturale più ricca. Era una figura densa di emozioni e di espressioni poliedriche, impeccabilmente confezionate con precisione sul modello anatomico del genio toscano, che consentiva così la nascita del più incredibile autoritratto del mondo.
Era una straordinaria mescolanza di due volti racchiusi in una stessa persona che si cercavano da secoli e che improvvisamente si erano ritrovati, riconosciuti, uniti.
Poi, gli occhi di quel ritratto ridipinti con altri particolari (uno caldo, castano e l’altro verde penetrante) mi guardarono, come se mi dicessero: “dipingi quello che vedi”. In quel momento, rabbrividii per l’ultima volta davanti a quell’opera d’arte.
Da allora sono passati 37 anni, ma io continuo ancora oggi a tremare nel risvegliare in me il ricordo di quella sera, in cui Leonardo stesso mi rivelò il suo più grande segreto.
Alla fine, decisi di mettere insieme le prove materiali di quello che era successo. Cominciai ad occuparmi del Ritratto di quel segreto. Per unire il volto di Monna Lisa e l’autoritratto di Leonardo Da Vinci in un unico volto. Per prima cosa, subito dopo quel meraviglioso evento, già nel 1979, realizzai con una matita da disegno uno studio in cui i ritratti si adattavano perfettamente. Fu il segnale verde di via libera per iniziare a dipingere un quadro ad olio su tela, divenuto ora un quadro cult: “Ritratto di un segreto”. Lavorai a lungo con lunghe pause perché in quegli anni studiavo presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Belgrado. Quando completai il dipinto “Ritratto di un segreto” avevo solo 24 anni.
 Tanto diversi e tanto uguali i due volti cominciarono a vivere una vita comune nel mio quadro. Per completarsi e proteggersi a vicenda; per avere una visione comune del mondo e su tutto ciò che li circondava. Prima di tutto uno sguardo unico su quelli che li osservano con ammirazione. Uniti in quel modo facevano un solo insieme anatomico e spirituale. Unendo il lato destro del volto della Gioconda con il lato sinistro della faccia di Leonardo, emerse un autoritratto unico che il mondo non aveva visto fino a quel momento. Dico l’autoritratto di Leonardo perché rappresentava Leonardo attraverso il suo stesso lavoro e non aveva alcuna importanza se a dipingere il “Ritratto di un segreto” fosse stata la mia mano. Monna Lisa attraverso quel mio lavoro   rivelava quelle caratteristiche personali che Leonardo aveva voluto nascondere. Era il suo autoritratto emotivo. Per questo Leonardo non si staccò mai da quel suo quadro perché era il ritratto della sua sensualità: il suo carattere nascosto che voleva spostare dal suo volto apparente, nascondendolo nell’immagine di una donna modellata sulla sua stessa figura, secondo la sua anatomia, con cui nei momenti di solitudine si univa facendo ritornare sé a sé stesso.
 La Gioconda è, dunque, un autoritratto di Leonardo che cerca e stabilisce sempre la comunicazione con l’osservatore. Oserei dire che è l'unica opera d’arte in cui pulsa un essere che si rianima continuamente attraverso l’emozione mentale e fisica di colui che la osserva con attenzione.
In quanto tale, è sopravvissuta alle incursioni più brutali, si potrebbe dire a veri e propri attentati. È stata rapita e restituita. Ci sono stati dei suicidi di chi l’ha “conosciuta”, delle depressioni o delle esaltanti emozioni, ma è rimasta sempre al di sopra della situazione in cui sarebbe stata trovata, pacificamente e dignitosamente esaltata, incomprensibile come una vincitrice che rimarrà un fenomeno affascinante fino a quando ci sarà il genere umano.
 Per tutto questo, il mio dipinto “Ritratto di un segreto” è diventato un lavoro di raddoppiata energia. Vive la sua vita speciale in una sorta di nesso tra un genio e un lavoro geniale. Quasi fosse la carta d’identità della Gioconda, ma anche di Leonardo da Vinci. Rappresenta la sublime realizzazione di qualcosa che non ha ancora superato la mano umana. È un’immagine emersa da un puro inno alla perfezione. Come tale, essa è anche una mia carta d’identità perché sono stato io a darle vita e della quale mi prendo cura da oltre 37 anni.
Ho completato, del resto, il dipinto, dopo tanti studi grafici e ad olio, nel 1982. Ed è stato esposto per la prima volta nel 1983 al Salone di ottobre a Zemun, e ne sono testimonianza il catalogo e le foto della sua esposizione.
Più tardi, il quadro fu esposto presso il Centro Culturale jugoslavo a Parigi (1988), al Museo nazionale di Belgrado (1993), e nell’Istituto italiano per la cultura a Belgrado, circa cinque secoli dopo la nascita di Monna Lisa.
Il “Ritratto di un segreto” ha provocato grande attenzione; ha sorpreso e agitato il pubblico come la prova “inconfutabile” che Monna Lisa sia lo stesso autoritratto di Leonardo. Questo dipinto, pertanto, ha preso il suo posto nella storia dell’Arte, introducendo un’altra, nuova, dimensione nell’analisi della vita del grande Maestro e del suo lavoro. Non c’è ormai quasi più alcuna monografia seria in cui la Gioconda non sia nominata come un possibile autoritratto di Leonardo da Vinci.
Sono convinto che col passare del tempo se ne parlerà con assoluta certezza, perché la stessa anatomia rilevata su questi due ritratti è la prova esatta che si tratta di una singola persona. E questo non è un caso perché la cosa è stata confermata anche dal Trattato sulla pittura di Leonardo in cui si afferma che il pittore non deve fare altri ritratti secondo il proprio volto: il che vuol dire che l’autore di Monna Lisa ha intenzionalmente lavorato sul proprio volto, cioè, invece della Gioconda ha dipinto sé stesso. Leonardo, del resto, portava sempre questo quadro con sé. Quale committente non sarebbe stato soddisfatto del miglior ritratto di tutti i tempi eseguito dalle mani di un artista geniale? Certamente nessuno. Per questo io credo non fosse stato realizzato per un committente, ma che Leonardo l’avesse dipinto per un bisogno personale: per sé stesso. 
Un’analisi computerizzata della Gioconda e dell’autoritratto di Leonardo è di grande importanza per questo mio lavoro. Ed è stata eseguita alla fine del 1986, con la stessa intersezione usata nel mio quadro, e ha dato per il risultato un volto, con l’anatomia assolutamente congruente, in cui una parte risponde completamente e con precisione all’altra. Questa analisi è stata fatta a New York dal più famoso esperto di computer, la signora Lillian Schwartz.
I risultati sono stati pubblicati nel numero di gennaio della rinomata rivista <Art e Antichità> nel 1987 (<Art & Antigues>). Ma la notizia è stata diffusa prima dal quotidiano nazionale serbo <Politika> il 30 dicembre 1986. Solo il giorno dopo l’articolo apparso sul <Times> di Londra (<Times>, 29 dicembre 1986).
Quest’analisi al computer, poiché è stata eseguita dopo il mio quadro, è solo una conferma del mio lavoro, che era già stato esposto al pubblico prima dell’analisi della stimata Lillian Schwartz. Esprimo, comunque, la mia grande gratitudine per ciò che lei ha fatto senza saperlo per me, poiché viviamo in un’epoca in cui si crede più ai computer che alle persone.
Questa mia opera, che io ritengo una vera e propria missione, è semplicemente un rendere onore a qualcuno che si è annidato profondamente nel mio cuore, qualcuno che è misura indispensabile dell’estetica e di molte altre conquiste umane, il geniale e grandissimo Leonardo da Vinci, che ha abbandonato questo mondo cinque secoli fa.
Tenendo presente quanto sopra, a volte mi sento quasi il CUSTODE DEL VOLTO DI LEONARDO.

Questa l'introduzione dell'Autore al libro "Ritratto di un segreto" di Pedrag Bajo Lukovic. 
Si tratta della rivelazione di un segreto che, però, rimane tale, perché il volto di Monna Lisa resterà enigmatico in eterno. 
L'affascinante tesi di Bajo Lukovic ha catturato la curiosità e l'interesse di molti studiosi e visitatori del celebre Ritratto. 
L'intero testo (tradotto da Dragan Mraovic e adattato alla lingua italiana dalla sottoscritta) sarà pubblicato a breve dalla Casa Editrice SECOP di Corato-Bari.