mercoledì 20 settembre 2023

20 settembre 2023: LA STORIA DI UN AMORE...

LA STORIA DI UN AMORE

                                                                

                                                                      … La cosa più bella del nostro amore

                                                                     è che esso cammina sull’acqua

                                                                     e non affonda.

                                                                                            (Nizar Qabbani)

                                             

Oggi, 20 settembre, di tanti anni fa, fino a perderne il conto, io e Primo coronammo il nostro sogno d’amore a lungo vagheggiato. Ma per parlarne occorre risalire agli “antefatti”.

Manfredonia

<Nel nuovo paese incontrai una solitudine di caserma, grande, fredda, grigia, ma nella nuova scuola “che sapeva di mare” incontrai l’amore e la poesia.  Dopo circa un anno di reclusione, nelle ore di costrizione al regime dittatoriale, e di libertà condizionata, nell’aula della terza B, mi sentii rincuorata e protetta dalle battute di Primo, il ragazzo che, dei quattro compagni di classe, era il più intelligente, il più divertente, il più irriverente.

                                                 E fu subito magia

Ma fu anche l’incontro con un preside poeta a regalarmi il sogno di poter realizzare i miei sogni, nonostante le catene. Non passò molto tempo che, come erba tenera e papaveri in fiore, nello sconfinato prato della mia testa-cuore-anima, cominciai a coltivare il “pensiero unico”: il mio amore per quel ragazzo tanto diverso dagli altri, più basso di statura, ma dominante su tutti per genialità. E, fosse stato per me, non avrei scelto altro che lui, lui e soltanto lui. (…)

E in classe Primo era l’unico che, con la sua ironia e autoironia, ci faceva ridere. Cominciò, pian piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose (strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato contrastato fin dal suo nascere, e se non fosse stato per il nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato dal mare.

Il giorno del mio diciassettesimo compleanno ebbi anche il permesso, dietro sicura e accorata perorazione di mamma, di invitare a casa tutta la classe. Primo si presentò con un enorme fascio di rose rosse. Pensavo che si fosse fatto portavoce di tutti i compagni e, invece, mi disse che le rose erano sue perché mi amava tanto e voleva che diventassi la sua ragazza.

“Lo sai che non mi fanno uscire”, gli dissi mentre ballavamo e lui mi stringeva a sé.

“Non me ne importa. Ci vediamo a cinema...”.

Andare insieme a cinema ci permise di continuare la nostra esile storia perché favorì il nostro incontrarci e sfiorarci, stando seduti vicini vicini, e di scambiarci battute e opinioni che andavano oltre i discorsi scolastici. I diversi cinema al chiuso e le arene all’aperto ci videro, in quegli anni, assidui spettatori anche perché, incoscienti e presuntuosi come eravamo entrambi, non avevamo i pomeriggi impegnati in uno studio scolastico “matto e disperatissimo”, e, tra l’altro, eravamo entrambi “uniti da un insolito destino”: entrare gratis in tutte le sale cinematografiche e le arene dell’accogliente paese che ci ospitava. Anche il papà di Primo, come ben sai, era un sottufficiale, non dei Carabinieri ma della Finanza. E godeva degli stessi privilegi, riservati ai militari e ai loro familiari. Le due caserme, nemiche, erano l’una accanto all’altra e le nostre case dirimpettaie si guardavano in cagnesco, per via dei nostri genitori; e con amore, per via dei nostri occhi ad attraversare il corso per perdersi nel sogno che affiorava nei nostri sguardi. (…).

Allora, eravamo in due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in qualche modo, incompatibili.

Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio il preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci aspettavamo, ci sorrise chiedendoci:

“È una cosa seria?”.

Intuii allora la tenerezza del suo cuore>.

Bitonto

                                                         1960

                anno magico per l’amore che fioriva e metteva radici

 

                                                                                                     Radici e ali.

                                                                                            Ma che le ali mettano radici.

                                                                                                 E le radici volino.

                                                                                                (Juan Ramòn Jiménez)

 

<Ci eravamo iscritti entrambi, io e Primo, alla Facoltà di Lingue: lui per passione, io solo per seguirlo. Ancora una volta da perfetta incosciente, avendo piena consapevolezza che le lingue non riuscivo a masticarle affatto. Ero decisamente negata, non tanto nella traduzione, quanto nella lettura e nella comunicazione orale. Mai avrei imparato a pronunciare una sola parola straniera correttamente. E ancora oggi mi accade. (…)

Fu un anno senza mai partecipare ad una sola lezione, paghi soltanto di essere insieme.

                   Incoscienti e felici. Immemori e felici. Appassionati e felici.

Corso Trieste. Lunghe giornate a chiacchierare nella saletta degli studenti, dietro i vetri e con i libri mai sfogliati. Passeggiate romantiche sul lungomare, infaticabili camminatori noi in gara con i gabbiani.

Corso Cavour: e i panzerotti al Bar Italia, i gelati al Bar Gasperini, il caffè alla Motta.

Lunghe incursioni all’UPIM e alla STANDA. I regalini da quattro soldi e la felicità nelle tasche vuote. Altri attimi di gloria e di euforia per essere stata eletta miss matricola. Ancora una volta la bellezza a incoronarmi regina. Esaltazioni in due. E danze e voli e ricami di voli e sogni. E progetti…

Poi, il Concorso di Primo l’anno successivo e il suo impiego nella scuola come il più giovane maestro d’Italia. Io non vi avevo partecipato. Sapevo con certezza che non volevo fare l’insegnante. Soprattutto nella scuola elementare. Ma fui contenta della sua scelta e del suo successo.

La mia corsa, la mattina dell’assegnazione della prima sede d’insegnamento, sotto un temporale spaventoso, per raggiungerlo in Provveditorato, dove c’era anche suo padre. Portai con me due bicchieri di carta e una bottiglietta d’acqua per brindare

(… “brindisi coi bicchieri colmi d’acqua/ al nostro amore povero e innocente”…)

Lo raggiunsi che ero la cascata del Niagara (il papà di Primo si preoccupò e mi rimproverò bonariamente), ma io rimasi bagnata fradicia fino al mio ritorno a casa, la sera. (…). Rimasi a lungo a letto con febbre e raffreddore. E senza Primo, che dovette presentarsi a scuola e poi ripartire con suo padre in attesa dell’inizio dell’anno scolastico. Il primo ottobre. (…).

Mi avevano iscritto, intanto, contro il mio volere, alla Facoltà di Lettere, previo esame di ammissione, essendo a numero chiuso. (…) Cercai in tutti i modi di non sostenere l’esame, ma Lizia e Pinuccio, che nel frattempo era diventato il suo ragazzo, mi accompagnarono fino dentro l’Ateneo e, mio malgrado, dovetti svolgere negligentemente un tema su Pascoli e D’Annunzio

(ce la misi tutta per farmi bocciare, improvvisando una mia discutibile argomentazione sul valore immaginifico della poetica dannunziana contro la semplicità puerile di quella pascoliana, l’esatto opposto della tesi sostenuta dal noto professore salentino, docente di Lingua e Letteratura Italiana nel nostro Ateneo, in un suo saggio monografico appena pubblicato e da me ignorato!). (…) Con grande sorpresa, risultai tredicesima su oltre duemila concorrenti per sole trecento iscrizioni, per cui dovetti accettare di cambiare Facoltà e Sede e soprattutto di separarmi, ancora una volta, da Primo. (…)

                                                           1966

Appena dopo la metà di settembre, Lizia sposò Pinuccio. (…)

Primo non poté sfuggire al servizio militare ma, dopo un’estate trascorsa come aviere in una località amena della Calabria, tornò a Bari per gli ultimi mesi di leva. Al suo congedo, ci saremmo sposati anche noi. Tra altalenanti sì, no, non so. (…)

Vari sconvolgimenti e grandi trasformazioni erano sopravvenuti, in quegli anni Sessanta, nella nostra costellazione familiare (senza più una sola ombra a ricordarci il gelso e le rose, il primo decapitato e le seconde appassite). Anche nelle nostre famiglie parentali… (…).

C’erano, comunque, tante canzoni a farmi battere il cuore e nuove poesie che io e Primo ci dedicavamo, nostre e di autori famosi, più stranieri che italiani (Neruda, Prévert, Whitman, Dickinson), e nuovi sogni da progettare tra le tele di Primo sempre più numerose e più belle (gli avevo regalato io alcuni anni prima, dietro sua richiesta, tavolozza, colori e pennelli) e le nostre canzoni, più italiane che straniere (il boom di queste ultime ancora lontano)

(come te non c’è nessuno/ tu sei l’unico al mondo… Rita Pavone…

mai più nessuna al mondo/ t’amerà così/ per te nessuno al mondo/ soffrirà così… Peppino di Capri… nessuno ti giuro nessuno/nemmeno il destino ci può separare… Mina).(…)>

                                                         1967

11 gennaio:

 perdita del cuore con la perdita di mio nonno alle quattro del mattino. E fu sgomento. E furono lacrime senza fine… e suono di capane a festa ad inondare misteriosamente e miracolosamente il giardino senza più gelso e senza più rose. Tutto distrutto anche la mia anima…

Ma avevamo già dall’anno prima fissato la data di matrimonio per via della disponibilità della sala in quel di Bitonto soprattutto per nonna Angelina, sperduta e confusa senza il suo Sole, intorno a cui, satellite lunare, aveva ruotato per un’intera vita, e per le zie più anziane della famiglia.

 

20 settembre:

il matrimonio

 

                                                                                       … è tempo che si sappia!

                                                                          È tempo che la pietra si degni di fiorire,

                                                                        che all’affanno cresca un cuore che batte

                                                                                         È tempo che sia tempo.

                                                                                                    È tempo.

                                                                        (Paul Celan, stralcio della poesia

                                                                        “Corona”, Poesie, raccolta postuma, 1998)

 

 

 

<Un matrimonio atteso per circa dieci anni e poi pensato con sospetto, con l’anima in sospensione per troppe delusioni vissute come inganni.

Avevo sognato troppo per non cadere lungo le vie strette e tortuose della realtà. (…)

Venne zio Padre Leonardo ad officiare il rito.

La sera precedente le strade periferiche del nostro paese mi videro con Anna Maria riempirle di lacrime e di pensieri sgomenti. Tutto mi tormentava. La tua assenza. La presenza di tanti che avrei voluto assenti. I giorni dell’amore e della lontananza. E quelli che sarebbero venuti solo per noi nella nuova casa. “Saremmo stati bene insieme?”.

Piovve a dirotto il giorno dopo. Piovvero anche dubbi e timori. Si mescolarono all’acqua che non li lavò. Non li fece scorrere lontano. Mi attanagliarono il cuore nell’attesa del vestito bianco che tardava ad arrivare. Non era ancora pronto ed era stato confezionato proprio per me nel paese degli abiti da sposa. Modello Angela. Con ricami di perline e coralli, che io amavo tanto, a formare delicate margherite sul corpetto e lungo tutto l’ampio bordo dell’abito, morbido sui fianchi ma leggermente svasato alla caviglia. Quei ricami mi ricordavano gli abiti di tua madre. Neri. Eleganti. Indossati nel mio eterno carnevaleIl mio abito era bianco su bianco. Come la mia anima di attesa e di sgomento. Sì, era ancora bianca la mia anima. Dopo le chiacchiere delle comari del vicinato e dopo dieci anni del mio canto d’amore con Primo, ero ancora candore di ali di nuvole di veli, e tenerezza di bianche piume e luminosità di mattini non ancora dischiusi al giorno. Primo aveva rispettato quel candore, quasi fosse un’offesa infrangerlo, macchiarlo (…) In quel giorno di pioggia, Primo, Pinuccio e Nicola si erano avventurati all’alba che diluviava per portarmelo in tempo, quel vestito tanto a lungo sognato, prima che il fotografo venisse per le foto di rito.

Quel giorno il vestito non era pronto come non ero più pronta io a dire il mio sì. Incompiuto l’abito da sposa. Incompiuta io come sposa. Incompiuto il tempo dell’attesa che aveva divorato il tuo tempo. Mi sembrò un segno che non volli interpretare. Non avevo dormito quella notte e non avevo potuto sognarti. Non avevo sogni cui aggrapparmi o da cui disancorarmi. Volevo solo fuggire. Avrei voluto non sentire più quel nubifragio di pioggia cattiva abbattersi sul naufragio del sole ad oscurare e sommergere i miei nuovi giorni…

Sull’altare tacqui per tre volte alla domanda “Vuoi tu…?”.

No. Io non volevo. Non sapevo più cosa realmente volevo…

Attimi eterni di panico. Vidi gli occhi di zio Padre Leonardo interrogarmi preoccupati. Vidi Primo tremante e il suo profilo di ragazzo innamorato, pallido e perduto dietro il mio lungo silenzio. Vidi l’altare, i settembrini festosi, nuvole bianche e leggere che vibravano di sogni che ancora sarebbero stati. Le rose rosse indispettite di spine tra tanta innocenza di prato. Immaginai, dal brusio alle mie spalle, volti allarmati e orecchie attente in attesa di quel monosillabo che tardava ad essere pronunciato. Un piccolo monosillabo a racchiudere una promessa così grande. Di eterna fedeltà. Ti vidi seduto alla tua sedia nella cappellina alla sinistra dell’altare. Sentii la tua ansia. L’identica attesa degli altri. Vidi i tuoi occhi d’amore verso nonna Angelina seduta vicino a mamma e babbo e con accanto zia Maria

(“con i sentimenti non si scherza” ti sentii mormorare…) Contro i miei tre no, pensati in silenzio, mormorai un solo sì. E vidi il mio ragazzo felice. E fui felice. Sì, potevamo essere ancora felici. Sì, saremmo stati felici. Sì, ce l’avremmo messa tutta per afferrare

                     Stracci di felicità. Gocce di felicità. Raggi di felicità.

 

Piove sull’asfalto,

piove sul mio cuore,

piove sulla devastante prateria sconfinata del mio animo…

 (Alberto Teodori, stralcio de “La pioggia”)>

(da A. De Leo, Le piogge e i ciliegi, vol. II, SECOP edizioni, Corato-Bari 2019)

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