giovedì 7 marzo 2024

Giovedì 7 marzo 2024: Non sempre le SINTONIE sono più efficaci delle DISTONIE (continua)...

Esplose la sua poesia, e la sua fama, nel mondo delle lettere alcuni anni dopo. E oggi è conosciuto e apprezzato poeta, scrittore e saggista non solo in Italia, ma anche all’estero.

Ed io, stando a contatto con il teologo Don Nicola nel mio paese d’origine e più tardi con il preside Cristanziano Serricchio, ho maturato negli anni la consapevolezza che abbiamo bisogno di “Maestri” anche quando abbiamo la presunzione o l’ingenuità, sia pure supportata da un talento naturale, di cavarcela da soli. In realtà, da adulta e abbondantemente inserita nel mondo scolastico, anche come preparatrice di candidati ai vari Concorsi per entrare di ruolo nella scuola, ho sempre pensato, e finalmente a giusta ragione, che abbiamo davvero tutti bisogno di Maestri per andare oltre nei vari nostri percorsi individuali del sapere. Non tutto si può apprendere da soli.

Bernardo di Chartres (filosofo francese, vissuto nella prima metà del XII secolo) soleva dire: “Siamo come nani sulle spalle dei giganti”. Interessante metafora con cui possiamo raffigurarci il bisogno di ricorrere a chi ne sa più di noi perché ha fatto esperienza del mondo prima di noi. Aforisma ripreso persino da Newton per dire che la cultura è una costruzione che parte da lontano per andare lontano grazie ai giganti della conoscenza che ci aiutano a vedere oltre le nostre individuali possibilità di scoprire e apprendere orizzonti sempre più ampi. Ed è conferma di tutto questo persino la mia straordinaria “performance” durante gli Esami di Stato per conseguire il Diploma Magistrale. Ecco la cronaca di quei giorni:

<Intanto, agli esami orali per la maturità, il professore esterno d’italiano, dopo aver letto quel tema-fiume con notevole interesse ma altrettanta diffidenza sulla sua autrice, mi aspettò al varco, mettendomi di fronte a tre antologie e ingiungendomi di scegliere almeno una tra le tante poesie più significative di alcuni autori della nostra Letteratura, dalle Origini al Novecento. Mi suggerì anche di inquadrarli nel periodo storico e nella corrente letteraria in cui la loro poetica era maturata. Io non scelsi. Aprii la prima antologia a caso e lessi la poesia che vi avevo trovato, mi divertii a commentarla, a modo mio, ad inquadrarla storicamente e culturalmente, riferendomi a quanto avevo leggiucchiato e orecchiato qua e là sul suo autore ed andai avanti per un bel pezzo, continuando a girare pagine e a parlare di poesie e di poeti e scrittori, giungendo così, come un fiume in piena, alla seconda e alla terza antologia.

Mi ispirasti tu? Sai quanto poco avessi studiato per gli esami, con la mia solita incoscienza (anche Lizia, venuta a sostenermi, si era detta scettica sul buon esito di quella difficile prova di maturità, date le enormi lacune che anche con lei, che mi interrogava, andavo riscontrando nelle mie conoscenze letterarie, filosofiche e soprattutto scientifiche…), ma avevo letto gli autori che amavo per conto mio, senza un programma, senza una regola, senza seguire un percorso storico-letterario.

Quella mattina, durante l’esame, avevo commentato a caso, attingendo dal mio intuito, dalle poche letture fatte a macchia di leopardo. Articoli di giornali, riviste, libri di poeti e scrittori: un po’ di biografia, qualche aneddoto simpatico attinto da spigolature varie più per curiosità e diletto che come studio sistematico e scolastico. Sentivo la tua presenza al mio fianco. Dentro di me. Quella di zio Padre Leonardo con la sua “sterminata” cultura che sicuramente, grazie alle nostre sporadiche ma intense chiacchierate, mi era venuta in soccorso. Quando il professore mi bloccò, mi accorsi dell’ora tarda e del silenzio nell’aula d’esame. Tutti i professori della Commissione si erano fermati ad ascoltare. Mi sorpresi. Mi meravigliai. Non riuscii subito a decifrare quella insolita situazione. Avevo fatto bene? Avevo detto corbellerie? Gli esami di terza media mi avevano insegnato a frenare gli entusiasmi: nel primo caso, erano mancati gli applausi; nel secondo, il biasimo. Quando raggiunsi Primo, Lizia e Anna Maria, che erano in mezzo al pubblico dei familiari, vidi anche te tra loro. Anche se tu eri a oltre cento chilometri di distanza. Tutti e quattro mi guardaste esterrefatti senza pronunciare parola. Le avevo consumate tutte io. Furono loro tre a dirmi che “li avevo stesi”. E tu mi sorridesti fiero e soddisfatto. La tua “pecora zoppa”, almeno per quella mattinata, aveva raddrizzato il passo percorrendo il sentiero giusto. Quasi una via maestra.

Purtroppo, due giorni dopo, m’inabissai in quel buco nero che era per me la matematica, e mi trascinai nell’abisso scienze e storia dell’arte e a nulla valsero i calci negli stinchi della professoressa delle due prime discipline, membro interno, per tutte le cavolate che potetti sparare. Praticamente, detti i numeri invece di dimostrarli. Anche tu ti vergognasti di farmi da assistente. Non è, poi, riferibile ai benpensanti il maldestro e neppure tanto intelligente (ma ingegnoso, a mio parere!) marchingegno da me messo in atto per l’esame di storia dell’arte:

mi era giunta voce che l’esaminatrice fosse un’anziana professoressa piuttosto sorda e distratta. Ciò mi fece sentire autorizzata a scrivere l’indice di tutti i capitoli con le pagine di riferimento dietro la copertina del libro, che mi affrettai a coprire per il mio stupido intento con una sovraccopertina trasparente. All’inizio l’esame andò benissimo: ad ogni domanda io davo un’occhiata alla pagina in cui avrei trovato l’argomento, aprivo il libro e tranquillamente sintetizzavo la risposta mentre la professoressa sonnecchiava. Poi, però, portarono il caffè e… i suoi occhi ben desti scoprirono l’inganno e con fare aspro mi intimò di lasciar perdere e di andare alla lavagna per copiare un disegno. Si trattava di una donna in primo piano con un’anfora tra le mani. Non mi riuscì assolutamente di contenere l’intero braccio destro nei limiti della lavagna e così anche gran parte dell’anfora. La prof. ebbe un moto di stizza, non seppe trattenere un urlo belluino per invitarmi ad andare via. Obbedii a testa china, vergognandomi soprattutto perché sentivo dentro di me il tuo sguardo di amara disapprovazione, e ti scorsi in fondo all’aula e mi parve di sentirti mormorare sconsolato: ‘Chi gabba Gabba non gabba Gabba ma gabba chi gabba Gabba’.

Sì, io avevo commesso un grave errore di presunzione, sottovalutando l’esaminatrice e raggirandola nella maniera più sleale possibile. Il tuo bilancino pendeva tutto dalla parte della mia colpevolezza. Se fossi stato davvero presente ti saresti mortificato, mi avresti severamente rimproverata con lo sguardo ed io sarei davvero morta di vergogna.

Creai nella Commissione “un vero caso di coscienza”, come ebbe a dire il preside a babbo alcuni giorni dopo. Alla fine fui promossa con ottimi voti in italiano e nelle materie umanistiche e con appena la sufficienza in tutte le altre. Dovette piegarsi anche la inviperita professoressa da me raggirata. Il preside confidò a babbo che la Commissione d’esame aveva dovuto “tappare tre grosse falle”, con addirittura un 2 in Storia dell’Arte, ma nessuno si era sentito in cuore di rimandare un’alunna che aveva scritto un tema che era un saggio di critica letteraria e aveva sostenuto in italiano un esame orale brillante, facendo simultaneamente agganci con la storia, la geografia, la filosofia, la psicologia, ecc. ecc.

(“Per riuscire a farsi strada nella vita ci vogliono Testa, Testone e un Diavolone. La testa è la tua intelligenza, il testone è l’intelligenza chi ti giudica, e il diavolone è la potenza di chi deve raccomandarti a chi ti deve giudicare oppure semplicemente la fortuna”, avevi continuato a ripetermi tu dopo gli esami di terza media perché avevi sentito che senza raccomandazione non si andava da nessuna parte. Lizia aveva smentito quella diceria, io invece l’avevo convalidata all’incontrario: “non c’erano state per me raccomandazioni” e neppure “un colpo di fortuna”. Volevi difendermi. Difendere l’indifendibile. Sapevamo entrambi che ero stata rimandata perché avevo ignorato libri ed esami. E che aborrivamo in famiglia qualsiasi tipo di raccomandazione. Ora, dovesti ricrederti: avevo superato gli esami di maturità solo con Testa e Testone perché Diavolone fu sempre e comunque la mia testa, con la mia incoscienza certo, ma anche con la mia innata capacità di leggere criticamente i versi di qualsiasi autore. Era un dato di fatto inconfutabile. Un dono piovutomi dal cielo. Un dono di cui non avevo e non ho alcun merito. Non una faticosa conquista, dunque, ma uno squarcio d’azzurro e un brulichio di stelle e di onde e di corolle fiorite nella mia testa. Al posto delle vecchie formiche, mosche e cicale.  Al posto dei miei ingarbugliati pensieri tra le nuvole. Persino a mia insaputa).

Poggiai il mio piede nel vento

E questo mi sostenne

(Hilde Domin, Solo una rosa a sostegno, Fischer-Verlag, Frankfurt 1987, trad. it. Vito Di Chio, nel suo profondissimo e dettagliato libro/saggio Bisogno di Maestri, purtroppo non ricordo più la Casa editrice e l’anno di pubblicazione e non ho in questo momento il libro a portata di mano). Riconquistai l’autostima perduta, nonostante la mia incredulità. (non mollare mai non mollare anche quando tutto sembra andare a rotoli non mollare tutto passa e tutto resta, resta quello che sei passa quello che gli altri pensano di te che non sarà mai quello che realmente sei, neanche tu sai realmente quello che sei, ma non mollare mai non perdere mai la fiducia in te stessa non perderla di nuovo… la mancanza di amor proprio ti blocca e ti fa perdere la capacità di scegliere, di osare, di andare avanti…). Mi dissi. E mi convinsi che meglio di così non avrei potuto fare. E probabilmente era vero. Vissi, infatti, il mio momento di gloria e di celebrità. Fui invitata a turno dai miei docenti a fare quattro chiacchiere con loro sugli studi da intraprendere dopo il diploma. Non ne avevo idea. Non avevo mai messo in conto di frequentare l’Università. Non m’interessava. Non avrei mai voluto insegnare. Non avevo ambizioni di sorta. Mi piaceva scrivere e basta. Solo scrivere e magari raccontare… Ma ero costantemente pungolata da alcuni professori (non soltanto della mia classe e della mia scuola), con i quali, d’estate, avevo la dis-avventura di incontrarmi al mare. Ormai si era a fine luglio e, sotto l’ombrellone, al “Lido Tricarico”, si parlava purtroppo di università e di indirizzi da prendere in considerazione: letterario, filosofico o psicologico, dato che avevo dimostrato del talento, dicevano, per la scrittura e per i fondamentali problemi dell’uomo e della sua psiche. Fui anche spesso invitata dal mio professore di filosofia a “discettare” sui vari filosofi contemporanei che non avevamo potuto studiare a scuola. Si divertiva con me ad aprire ampie conversazioni su Nietzsche perché trovava interessanti le mie disquisizioni, dettate più dalla mia irruenza e incompetenza che dalle teorie codificate nei libri di critica di quegli ultimi anni e che io ignoravo del tutto. Curioso come un gatto, si divertiva a farmi domande, aspettando con malcelato interesse le mie risposte, che accoglieva con una faccia compunta e assorta, ma trapuntata di sorpresa e dubbi e punti interrogativi. Si divertiva. E mi divertivo anch’io a guardare le facce che faceva nell’attento ascolto delle mie balordaggini. Anche lui mi sollecitava a non abbandonare gli studi. E non li abbandonai. Grazie non agli interventi del preside o dei vari professori, ma solo grazie a Primo che aveva deciso di iscriversi alla Facoltà di Lingue nel nostro capoluogo ed io volevo stare con lui. Solo per amore, dunque. Ancora una volta, solo per amore! Non degli studi, di cui non m’importava un bel niente, ma del mio amore, di cui non avrei sopportato la lontananza.

Dammi la tua mano…

Vedi?

Adesso tutto pesa la metà…

(Leo Delibes)

… La cosa più bella del nostro amore

è che esso cammina sull’acqua

e non affonda.

(Nizar Qabbani)

E mi fermo qui. Avete scritto o reperito qualche bel testo (in prosa o in poesia) per domani 8 marzo? Io vado a cercarlo sulla vostra pagina FB. Grazie. Angela/Lina

  

mercoledì 6 marzo 2024

Mercoledì 6 marzo 2024: Non sempre le SINTONIE sono più efficaci delle DISTONIE (continua)...

Babbo, da alcuni anni maresciallo maggiore, appena giunti nel nuovo paese, mi disse che la pacchia era finita, che ero la figlia del comandante della stazione dei carabinieri e dovevo comportarmi di conseguenza. Niente amicizie, niente passeggiate, niente ribellioni a qualsiasi adulto, a qualsiasi autorità. Solo doveri: aiutare mamma in casa, e studiare per andare bene a scuola perché lui non dovesse vergognarsi dello scarso rendimento di sua figlia con il preside e i professori. Pregò il segretario di iscrivermi alla classe femminile, ma per un casuale errore di segreteria fui destinata ad una classe mista, dove c’erano quattro sparuti ragazzi tra cui Primo. Anche lui reduce da vicissitudini personali di ribellione in un liceo scientifico, che aveva soffocato la sua creatività, e in esilio forzato come me. Fu così che, dopo essere stata per oltre un anno agli arresti domiciliari, in totale clausura e altrettanta disperazione, lasciai che il mio cuore si avventurasse nei pressi degli occhi teneri e ironici di Primo e vi mettesse radici. Era, tra i quattro, il più intelligente, il più bravo, il più sfrontato. Il bel tenebroso con fulminee battute al vetriolo e al miele. Il ragazzo brillante che persino i professori temevano per le sue risposte rapide e spesso irriverenti

(leone che io ti conosco so tutto di te ti posso rovinare quando voglio… professore anch’io so molte cose di lei e posso rovinarle la carriera e la vita più di quanto lei possa fare con me… che vuoi dire? maleducato!... quello che ho detto e anche lei sa benissimo a cosa mi riferisco… va bene leone come non detto facciamo finta di non conoscerci noi due…)

In realtà, nel nuovo paese incontrai una solitudine di caserma, grande, fredda, grigia, ma nella nuova scuola “che sapeva di mare” incontrai l’amore e la poesia. E fu subito magia. Ma fu anche l’incontro con un preside poeta a regalarmi il sogno di poter realizzare i miei sogni, nonostante le catene. Non passò molto tempo che, come erba tenera e papaveri in fiore, nello sconfinato prato della mia testa-cuore-anima, cominciai a coltivare il “pensiero unico”: il mio amore per quel ragazzo tanto diverso dagli altri, più basso di statura, ma dominante su tutti per genialità. E, fosse stato per me, non avrei scelto altro che lui, lui e soltanto lui. (…)

L’anno seguente ci fu anche la conclusione eroicomica del mio forzato esilio, con gli Esami di Stato, da me affrontati neghittosamente, e il fuoco d’artificio nelle materie umanistiche e gli inevitabili colpi a vuoto della mia impreparazione in tutte le altre materie, ma con risultati insperati e lusinghieri, dopo i primi due anni che, come avevo previsto, non furono niente affatto facili per me. Prima di partire avevo fatto un sogno molto strano: Ero in riva al mare. Stavo cominciando a sfidare le onde, quando una voce maschile mi fermava sollecitandomi a guardare il muro d’acqua altissimo che si ergeva davanti a me. “Basta un soffio di vento”, diceva la voce, “per fartelo crollare addosso e travolgerti”. Mi giravo di colpo e tentavo disperatamente di correre per raggiungere la riva e allontanarmi dalla spiaggia, ma non riuscivo a muovermi. Avevo le gambe inchiodate alle onde che mi sembravano di pietra. Alle spalle il muro grigiastro, minaccioso, terrificante. Ad un tratto, mi sentivo sollevare e strappare a quel mare solido e pesante come una roccia fino a lasciarmi sulla riva. “Ci sono qua io”, mi mormorava la voce, ancora la voce, in un sussurro. In quel frastuono d’acque e di vento non mi era stata chiara la voce di mio nonno, ma quelle parole mi riportarono a lui: era sicuramente lui ed era un avviso di pericolo. (Solo un anno fa, pubblicando una mia nuova raccolta di poesie, ho ricevuto in dono da una nota pittrice, nata dalle nostre parti ma famosa a livello internazionale, la possibilità di usare, come immagine di copertina, un suo dipinto meraviglioso, con una fanciulla piegata e assorta su un lembo di mare che somiglia a una pietra. Quella fanciulla e quel mare quasi solido mi hanno riportato alla mente le pietrificate onde di quel sogno lontano in un presagio di nuovi passi da sradicare da quelle rive perdute eppure desiderate).

Dopo quel sogno/incubo, partii con il timore di ripercorrere con babbo giorni difficili di incomprensioni e di paure e di attraversare vuoti di tempo di tenere complicità senza il mio adorato papà, e mi spaventava anche scoprire, in varie sequenze oniriche ricorrenti, di avere le gambe spezzate che mi impedivano di camminare (spəzzàtə də gàmmə appìrsə a mè… con le gambe spezzate accanto a me… nel ricorrente anatema tutto bitontino, la voce della nonna a rincorrermi in un’angoscia senza fine…)

Il primo anno fu davvero avvilente. Niente amiche, niente passeggiate, niente sogni. Quando Lizia venne a trovarmi con i nonni a Natale, si rese conto che ero infelice. Uscimmo insieme e ci allontanammo verso il lungomare, dove singhiozzammo in due: io, per la mia prigionia; lei, per lo scoramento nel vedermi così provata.

Avrei trascorso quasi l’intero anno scolastico in quella solitudine, se non avessi avuto una crisi di nervi una sera in cui sapevo che i miei compagni di classe si sarebbero incontrati per andare a ballare. Ero stanca anche perché nell’ultimo mese mamma non era stata bene, avendo avuto per la prima volta i prodromi della menopausa con mestruazioni così abbondanti e prolungate nel tempo da indebolirla molto, per cui mi ero dovuta sostituire a lei nella cura dei più piccoli e della casa.  Non avevamo più la cameriera perché ora le ragazzine, come già evidenziato per il Salento, quasi dappertutto nel nostro lento Sud, piuttosto che “andare a servizio”, preferivano il lavoro di operaie nei diversi stabilimenti di conserve, abbigliamento, articoli per la casa, che stavano fiorendo come funghi dopo la prolungata pioggia.

Cominciai a piangere, a battere la testa contro il muro e ad accusare mamma di non aver contrastato minimamente suo marito nel Diktat di non farmi uscire oltre le ore di scuola.

L’accusai di lamentarsi sempre e di non darmi così neppure la possibilità, durante le vacanze di Pasqua, di tornare nella casa del gelso e delle rose, per respirare aria d’amore e di libertà.

L’accusai di essere ormai la mia carceriera e la mia nemica.

L’accusai di essere debole, senza spina dorsale, di accontentare sempre e comunque suo marito.

L’accusai di non conoscermi affatto e di non capirmi minimamente altrimenti si sarebbe opposta a farmi frequentare l’Istituto Magistrale; si sarebbe opposta a mandarmi dalle suore; si sarebbe opposta a farmi tornare con loro strappandomi ai nonni, alle mie amiche, ai miei amici, a tutte le cose care che ora mi mancavano.

L’accusai di non tenerci affatto alla mia felicità.

L’accusai di essere insensibile e di pensare solo a sé stessa.

L’accusai.

Non capirsi è terribile -

Non capirsi e abbracciarsi,

benché sembri strano,

è altrettanto terribile

capirsi totalmente.

In un modo o nell’altro ci feriamo.

Ed io, precocemente illuminato,

la tenera tua anima non voglio

mortificare con l’incomprensione,

né con la comprensione uccidere.

(Evgenij Evtusenko, “Non capirsi”,

Poesie d’amore, Newton Compton, Roma 1986, trad. it. E. Pascucci)

Mamma si spaventò di fronte alla mia veemenza, alle mie lacrime e alle mie accuse. Si affacciò al balcone per cercare lungo il corso che serpeggiava ai nostri piedi qualche mia compagna di classe con cui farmi uscire e la sentii veramente disperata quanto me o forse anche di più. Le gridai dietro senza provare rimorso: “Cosa fai? Lo vuoi capire che non ho amiche io? Che mi avete spezzato le ali e condannato alla solitudine?”. Pallidissima e distrutta, nonostante non stesse per niente bene, mamma si vestì e mi costrinse ad uscire con lei, pregando Anna Maria di badare agli altri. Lungo il corso non scambiammo neppure una parola né eravamo in grado di farlo né di vedere la gente che ci sfiorava, chiuse come eravamo nel nostro comune e individuale dolore. Ce ne tornammo a casa. Anche mamma scoppiò in lacrime e per la prima volta si rese conto della mia infelicità. Io della sua. Mi sentii un verme. Ci riconciliammo con un abbraccio intriso di pianto. Sentendoci ferite entrambe ed entrambe assolte. (Avrei rivissuto anch’io quelle terribili accuse di incomprensioni molto più tardi con le mie giovani figlie, ritornando indietro nel tempo e rivivendo le inevitabili tensioni che anche in un rapporto di amore oblativo si sedimentano ed esplodono, incapaci come siamo di farci carico delle motivazioni e delle reazioni delle persone più care, che avvertono maggiormente le ferite dell’incomprensione e delle attese disattese. Con i maschi tutto questo perlopiù non avviene perché raramente hanno la capacità tutta femminile della introspezione, di viaggiare dentro di sé e nella psiche degli altri, fosse pure della madre. E, per fortuna, con il figlio certe lacerazioni difficilmente accadono. Ci sono magari chiusure, distacchi, ma non devastanti squarci e strappi feroci nella delicata seta dei percorsi dell’anima femminile. Tu forse hai sempre ignorato questa pagina infelice della mia storia con mamma e della mia storia con le mie figlie. Sono pagine che non si vorrebbero mai scrivere, ma la vita è crudele anche nei rapporti più profondi e veri. Anzi, proprio in quelli. Perché ci toccano più da vicino e ci fanno più male. Ma poi, per fortuna, si ricompongono. Bastano uno sguardo, un sorriso, due braccia ad accoglierci con amore).

Da quel giorno della mia ribellione, comunque, mamma ottenne da babbo il permesso che sarei potuta andare al cinema non soltanto con loro ma anche con Anna Maria, che da quel momento in poi divenne la mia ombra. E in classe c’era anche Primo che mi faceva ridere. Cominciò, pian piano, col passare dei mesi, a corteggiarmi alla sua maniera: petali di rose (strappate dalle piante che costeggiavano l’ingresso aperto al sorriso del mare o al suo brontolio di onde alte e rabbiose), con i mille ti amo infilati nei cappucci delle penne che volavano sui banchi; frasi d’amore scritte col gesso ai bordi della cattedra, mentre veniva interrogato, suscitando un brusio divertito da parte dei compagni e rimproveri quotidiani da parte dei professori, a cui lui rispondeva sempre per le rime. Fu un amore nato tra i banchi di scuola e destinato forse a rimanere tale, se non fosse stato contrastato fin dal suo nascere, e se non fosse stato per il nostro appuntamento quotidiano nei vari cinema di quel ridente paese cullato dal mare. A scuola il preside, che era anche un poeta ed era un capo d’Istituto giovane e abbastanza severo, aveva atteggiamenti di grande comprensione verso il mondo dei giovani.

Intanto, insieme a un gruppetto di altri arditi come noi, rivoluzionammo la classe, cominciando anche a scrivere un giornalino scolastico, dove proprio noi due ci assegnammo il compito di redigere le pagine più importanti: la critica letteraria e di costume, la poesia dei grandi e le nostre poesie, i racconti degli autori famosi e i nostri racconti, le parodie. Ma il nostro “diario di bordo” finì miseramente i suoi giorni, strangolato dalla mia presunzione, superficialità e ingenuità. Scrivevo parodie irriverenti sui nostri professori e quasi tutti gli “attaccati” ridevano di buon grado soprattutto quando si trattava dei miei strali contro i colleghi. E tutti mi dettero il loro consenso quando criticai una professoressa in modo feroce da farle prendere un colpo alla lettura dei versi incriminati che la riguardavano. Svenne e dovettero ricoverarla in ospedale. Successe il finimondo in tutta la scuola. Venne fuori il mio nome. Fui chiamata dal preside che si disse costretto a “buttare a mare” il nostro giornalino perché “rischiavamo il naufragio” per mancanza di maturità e giudizio. Io, rammaricata e piena di rimorsi, mi assunsi ogni responsabilità e promisi a me stessa che mai più avrei usato le parole per ferire qualcuno. E, ancor di più sentii valida dentro di me quella promessa quando, molti anni più tardi, seppi della morte per infarto della professoressa così tanto provata dai miei incoscienti versi a lei rivolti. Ancora oggi mantengo quella lontana ma salutare regola di comunicazione verso gli altri. (Mai usare la parola come spada. Può davvero uccidere! Ma quanti se ne rendono conto, oggi, in questa nostra società violenta, volgare, respingente?). Le mie dis-avventure scolastiche nascevano dalla mia natura ribelle, ma anche paradossalmente da una buona dose di ingenuità. Ma poi, in qualche modo, ho imparato ad essere più accorta e cauta. E così, anche oggi, piuttosto che rischiare, taccio. Allora, eravamo in due, io e Primo, ad anticipare di un decennio (si fa per dire!) il Sessantotto ed era inevitabile che c’incontrassimo sul filo della creatività, della incoscienza e della nobile aspirazione all’utopia e alla libertà. Acrobati noi delle parole coraggiose e folli nei numerosi percorsi alternativi. Decisamente diversi eppure tanto uguali. Ormai guardavamo il mondo con occhi innamorati. E nella stessa direzione. Anche se con personalità completamente diverse e, in qualche modo, incompatibili.

Il primo ad accorgersi del nostro amore fu proprio il preside che, dopo una “visita di istruzione” nel territorio dauno, scoprì tra le fotografie delle classi in gita alcune nostre foto in cui avevamo fermato il tempo tra le nostre mani intrecciate sul nostro pasticciato sogno di essere in due. Ci chiamò in presidenza e, invece di rimproverarci come ci aspettavamo, ci sorrise chiedendoci: “È una cosa seria?”. Intuii allora la tenerezza del suo cuore. Sì, un poeta che aveva sposato una donna più anziana di lui, amandola più della sua stessa poesia. Scoprii tutto questo alcuni mesi dopo quando, agli Esami di Stato, seppe che avevo scritto un tema di quattro fogli di protocollo fittissimi (suscitando l’allarmata perplessità della Commissione) sui versi de “La signora Lalla” di Marino Moretti

(“Quando l’anima è stanca e troppo sola/ e il cuore non basta a farle compagnia/ si tornerebbe discoli per via,/ si tornerebbe scolaretti a scuola.// Ma sì prendiamo la cartella scura,/ il calamaio in forma di barchetta,/ i pennini, la gomma e la cannetta,/ e la storia sacra e il libro di lettura…). Se ne fece un gran parlare dentro e fuori la scuola. Lui mi chiamò in presidenza e mi disse che, se avessi avuto bisogno di approfondire altri autori non contemplati nel programma d’esame, mi avrebbe prestato volentieri alcuni suoi libri perché li leggessi durante l’estate per scoprire la ricchezza della letteratura contemporanea che la scuola purtroppo ancora ignorava. Non li avrei neppure aperti, ne ero sicura, presa com’ero dalle magiche scoperte dell’amore e dalla mia perseverante scarsa voglia di studiare persino per gli imminenti esami orali, ma accettai ugualmente la sua proposta, curiosa di vedere la sua casa e di conoscere sua moglie ed eventuali figli. In realtà, poi quei libri li divorai perché mi dischiusero orizzonti più ampi di poesia che ignoravo. Andai con Primo a casa sua in una stradina che dal corso portava al mare, Arco Boccolicchio, oggi famosa proprio per alcuni suoi bellissimi rammemoranti versi. Fu allora che ci presentò sua moglie e ci parlò di lei con parole molto tenere. Rimasi incantata. Non parlò affatto delle sue poesie. Come se volesse fermare il tempo su di lei. E rimanere in secondo piano. Lui, annullato in lei. Andammo altre volte a casa sua, invitati anche dalla signora Delia, sempre molto accogliente e affabile. A due passi, il rumore del mare fu dolcissima o impetuosa musica di sottofondo alle nostre vivaci e sorridenti chiacchierate. Siamo stati fortunati io e Primo ad averlo frequentato per un paio d’anni, ma non ci venne mai in mente di chiedere dei suoi versi o di fargli leggere i nostri. Era, tra l’altro, uno studioso della cultura dauna e della identità etnica di un popolo sempre dimidiato tra l’attaccamento alla terra e alla civiltà occidentale e la libertà del mare verso l’Oriente magico, mitico e fantastico. Con Federico II e re Manfredi a sintetizzare perfettamente questi due mondi. Molti suoi saggi lo attestano. Allora, però, era solo il nostro preside con un’apertura culturale e mentale diversa da quella degli altri dirigenti scolastici.

E anche per oggi mi fermo qui. A domani forse o a dopodomani. Intanto, se avete testi in prosa o in poesia sui diritti della Donna scriveteli su FB o Messenger perché io possa recuperarli per tempo. Grazie. Angela/Lina

lunedì 4 marzo 2024

Lunedì 4 marzo 2024: Ma siamo sicuri che le SINTONIE siano più efficaci delle DISTONIE? (continua)...

E riprendo a raccontare gli anni delle mie ribellioni distoniche che fecero da collante tra quella che ero agli albori della mia prima giovinezza e quella che via via sono diventata nel tempo fino ai nostri giorni. E mi assalgono i ricordi che si venano inevitabilmente di nostalgia: <La favola sempre attesa e mai finita che il nonno raccontava nelle sere colme di stelle e d’ingenuità? La risata lunga e soffocata di mia nonna sospesa, sempre, all’eco dello stupore che il suo vecchio le dava col suo cuore di ragazzo. Il cortile, le rose i gatti i sogni? Non un filo, dunque, una trama labirintica di percorsi a riportarmi alle radici. La mia terra d’ulivi e di preghiere. (Lina, su svegliati, si va in campagna, ti porto a vedere le olive, sono grosse così…, questa è un’annata buona. Sul carro gli occhi addormentati hanno rami d’ulivi nel groviglio del cielo dell’alba. Fantastico storie di lune e di licantropi. Rabbrividisco. La paura ha il sapore dell’avventura. Gli ulivi sono fantasmi di contadini piegati dalla fatica. Corpi nodosi di dolore. Un sottile piacere d’essere viva tra gli alberi stempera la paura. Mi rassicura la favola lunga del nonno «sette scarpe di ferro ho consumato. . . »). Sento i piedi gonfi per la notte trascorsa in treno. Aggiusto il tiro: «Sette paia di scarpe ho consumato / di tutto ferro per te ritrovare». Ma questo l’ho imparato a scuola. La voce del nonno si fa fioca e lontana, si mescola alla voce della professoressa che recita Carducci e la favola finisce. Mi piacciono gli errori del mio vecchio, non la perfezione della scuola. Amo i miei nonni visceralmente: sono vissuta con loro fino alla prima giovinezza. (Abbasso la scuola: - Questa ragazza spreca la sua intelligenza. Non ha un briciolo di volontà e sì che potrebbe fare molto, potrebbe essere la prima della classe.  - Perché, figlia mia, non studi? Cosa dobbiamo dire a tuo padre?  Vedi tua sorella? Non ci dà preoccupazioni, anzi! E tu? Se riuscirai a prenderti un pezzo di carta, dovrai dire grazie a tua nonna…)>. 

La società era in rapido movimento. Tutto veniva cambiato, rinnovato, scoperto. Sostituito. Senza rimpianti, ma con una energia nuova e quasi frenetica per lasciare il passato al passato. La scuola, perno fondamentale di questo cambiamento, divenne “di massa” e subito si verificò la “mortalità scolastica” dei più diseredati che non conoscevano una sola parola di italiano e in classe si parlava solo quello. Ben presto divennero “stranieri in patria”, come li definì don Lorenzo Milani che comprese il loro dramma di perenni bocciati e si premurò di insegnargli soprattutto la lingua, “passaporto” per ogni altro apprendimento. Ma, alla buona volontà di pochi si oppose la rigidità di molti insegnanti che pretendevano di insegnare ancora alla vecchia maniera e di bocciare chi non seguiva il programma ministeriale, valido da Nord a Sud per le amorfe scolaresche e comunità scolastiche in cui il singolo si perdeva completamente nella indistinta scolaresca o classe. Fino al Sessantotto, che spazzò via ogni tradizionalismo e inaugurò il “sei politico” per tutti, dalla scuola dell’obbligo all’università. E fu così che paradossalmente la scuola di massa non elevò i diseredati ad una cultura superiore, ma livellò verso il basso l’istruzione con le conseguenze di un analfabetismo culturale che ancora oggi ci fa pagare il prezzo di certe scelte avventate e solo apparentemente più democratiche. La democrazia aveva ancora un lungo cammino da percorrere in salita. E non bastò neppure inserire e poi integrare i portatori di handicap nelle classi normali e nelle scuole di ogni ordine e grado.

<Tu sospiravi e sostenevi che stavano meglio prima gli scemi e gli storpiati a cui l’intero paese voleva bene e che accettava così come erano senza che venissero umiliati perché non capivano e non imparavano.  Si sapeva che non capivano e basta. “Come il ciuccio che non può diventare cavallo”… (E, infatti, mio caro papà, ancora oggi si combatte una dura battaglia per far rispettare nella scuola e nella società i loro diritti faticosamente conquistati: gli insegnanti di sostegno devono armarsi di coraggio per rimanere in classe con tutti gli alunni e allievi da coinvolgere in un processo di apprendimento che non esclude quelli che incontrano maggiori difficoltà nell’imparare e nel realizzarsi, perché devono scoprire innanzitutto come valorizzare le personali aree intellettive, motorie e sensoriali rimaste intatte. Ma è discorso molto lungo da affrontare, certamente non in questo libro). Non so perché mi attardo a parlarti di questi problemi, papà, ben sapendo che non facevano parte delle tue conoscenze dirette, ma ritengo che siano anche queste confidenze necessarie per raccontarti i passaggi epocali della mia vita e della società vissuti con te e dopo di te, in un processo di trasformazione individuale e collettiva non sempre vissuta come progresso ed evoluzione. E ora mi sembra persino più facile parlartene. Ora che tutto ti è chiaro e che potrei persino fare a meno della mediazione delle mie parole. Ma io, come te, non riesco proprio a liberarmi dalla necessità di raccontare. Come non dirti dei miei personali mutamenti, man mano che crescevo, dei miei interessi e delle mie passioni? Nel campo letterario, per esempio, da me quasi ignorato fino a qualche anno prima, presi piano piano coscienza dei nuovi gruppi di scrittori e poeti che, negli anni della mia adolescenza, andavano completando ciò che Marinetti e i futuristi avevano cominciato a smantellare nella nostra lingua e letteratura ai primi del secolo, rivoluzionando sempre più la tradizione, i vecchi schemi e costrutti linguistici. Ora c’erano le “neoavanguardie” con il Gruppo 63, nato proprio in quegli anni a Palermo. Quanto avveniva, poi, oltreoceano cominciò a sorprenderci e a scandalizzarci. Scoprimmo finalmente anche la Beat Generation. In Europa esplodeva la letteratura mittleuropea che coinvolgeva anche l’Italia e, in particolar modo quella del Nord. Nuovi fermenti culturali, perciò, cominciarono a catturarci, mentre anche il nostro paese di provincia si stava risvegliando piano piano grazie alla nuova generazione, più istruita e più colta di quella di voi nonni e dei nostri padri. Tu non seguivi questa rivoluzione culturale che ti vide estraneo anche se sempre appassionato di sapere. Le tue conoscenze si fermavano ai fatti di cronaca e ai dibattiti politici della DC e del PCI con uomini della statura di Alcide De Gasperi e Palmito Togliatti; ma anche degli altri partiti: Pietro Nenni (PSI) e Saragat (PSDI), Giorgio Almirante (MSI) e La Malfa (PRI) e Malagodi (PLI), di cui discutevi soprattutto con tuo nipote Pasquale, che era impegnato politicamente nella DC, filiazione del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, e via via capeggiata da De Gasperi, Moro, Andreotti, Fanfani, e tanti altri. (Tuo nipote, parecchi anni dopo, sarebbe diventato anche consigliere comunale o assessore, non ricordo bene e tu tenevi in grande considerazione il suo parere in fatto di politica. E, del resto, si trattava di grandi statisti, su cui ti piaceva confrontarti con gli uomini che frequentavano la nostra casa).  Le donne ignoravano completamente questa realtà così importante per il nostro Paese. La politica era un argomento o un impegno per soli uomini. A me, di tanto in tanto, quando mi capitava di orecchiare qualche dibattito fra i leader dei vari partiti, piaceva ascoltare Trombadori, Almirante e Malagodi non perché condividessi le loro idee, di cui neppure sapevo granché, ma perché erano dei grandi affabulatori. Mi incantavano, pur contestandoli in maniera acritica e superficiale. Trombadori e Malagodi pare fossero anche poeti. Era questo che mi intrigava. Ma i miei interessi, in quegli anni della mia adolescenza e prima giovinezza, nella nostra casa e anche altrove, furono larvatamente letterari, musicali, televisivi, cinematografici. Interessi, di cui raramente facevo parola con te, men che mai con la nonna perché non rientravano nella vostra quotidianità. Sempre più mi appassionai, alla mia maniera, frammentaria e superficiale, a scoprire nuovi modi di scrivere degli autori italiani e stranieri e mi accorsi che le neoavanguardie non mi emozionavano e gli sperimentalismi di quegli anni mi lasciavano indifferente, anche se mi piaceva molto giocare con le rime, le assonanze, le combinazioni di termini diversi che, però, dovevano sempre dare un senso alle storie o alle poesie lette e a quelle da me inventate e scritte. Io e Lizia facevamo ormai, anche in fatto di letture, scelte diverse. Lei preferiva i classici o la saggistica. Io mi avventuravo in terreni meno battuti. Entrambe, però, eravamo anche appassionate di musica lirica, che tu ci avevi insegnato ad apprezzare. E ci piaceva l’operetta, il teatro, il cinema. Conoscevamo a memoria molte opere di Verdi, Rossini, Puccini, Donizetti. I libretti di Francesco Maria Piave. Io cantavo molte arie de La Traviata, La Norma, Il Rigoletto, La Turandot, La Tosca, La Bohème, Madame Butterfly, L’elisir d’amore, e anche de La vedova allegra, Il paese dei campanelli, Salomè.  Ma gli acuti continuavo a strozzarli tutti in gola. Non sarei mai diventata un soprano>. 

Ora, però, sto divagando, mentre voglio fare nuovamente un salto indietro per rituffarmi con te nella foce a delta dei nostri anni Cinquanta, quando in quella casa di via Generale Montemar tutto aveva ancora sapore di antico con alcuni squarci di novità.

<Inevitabilmente, intanto, Lizia e io diventavamo sempre più due mondi paralleli con rari momenti d’incontro. Lei ormai aveva amici e amiche che frequentavano il Liceo; io quelli di sempre e le nuove compagne del Magistrale. Studi diversi. Interessi diversi. Passeggiate diverse. Ma più o meno stesse feste. Stessi film. Stessi libri di lettura che andavamo a comprare insieme da tempo immemorabile ormai nell’unica cartolibreria del paese, gestita da due persone note e particolari, forse fratelli o forse marito e moglie, non ricordo più: lui, leggermente claudicante, era sempre sorridente con noi e ci indicava le novità; lei, gioviale e attenta, ci riassumeva le trame dei romanzi che riteneva più avvincenti per invogliarci a comprarli. Era una vera libraia, come raramente oggi mi capita di incontrare. E noi spendevamo tutti i nostri averi in fumetti, libri e riviste e non mancavamo mai di comprare <Grand Hotel> per te e la nonna e <Sorrisi e Canzoni> per noi, per leggere i programmi da seguire per radio o televisione. In quella libreria “Garofalo” in via Mercanti eravamo di casa ormai ed eravamo sempre accolte con grandi sorrisi in un’atmosfera di quasi familiare complicità. (Mi è dispiaciuto tanto, molti anni dopo, scontrarmi con la sua porta chiusa “sormontata” ancora dall’irriducibile insegna “CARTOLIBRERIA”. Altro tassello della mia adolescenza e prima giovinezza che si è sgretolato sotto il maglio del tempo). Allora, però, giunse presto anche il tempo di andare in esilio, sotto la stretta sorveglianza di babbo che da buon militare dettò subito le regole di caserma. E la caserma si trasformò immediatamente in galera, nonostante la mia buona volontà di evitare punizioni. Ma non era questione di reati e di pene. Era questione di princìpi. Ero una reclusa e basta. Con permesso di ore di aria da trascorrere esclusivamente a scuola. Passai così dalla libertà del tuo cortile alla prigione di un paese che aveva una tenerezza d’azzurro e di grano dorato tra la culla del suo sconfinato mare e la preghiera in verticale di quei monti, che sapevano di miracoli.

Accadde il 1958 che io andassi via con babbo e mamma per continuare gli studi in una scuola statale. Ma prima avrei vissuto quel 1956, che fu per me un anno magico e triste per via di quegli esami di terza media così devastanti per il mio ego e per i romantici primi batticuori, in quell’anno di neve e di fiaba. (…). Anno dei primi televisori in bella mostra lungo il corso cittadino e del mio stupore nel vederli accesi su grandi prati e sparute pecorelle a brucare l’erba. Meraviglia delle meraviglie! Anno che mi vide iscritta, mio malgrado, dalle suore per frequentare l’lstituto Magistrale dopo quella deludente, e per molti aspetti feroce, prova degli esami di passaggio alla scuola superiore. “Sì sciótə a fərnèscə arrèjtə chə chìrə càpə də pézzə fìgghia mè…”) (“Sei di nuovo tornata a frequentare un convento di suore figlia mia…”). In apparenza, non me la presi più di tanto per la scelta non mia. Non amavo studiare e questo era un dato di fatto. In realtà, non ero contenta della scuola che sarei stata costretta a frequentare soprattutto perché retta dalle suore e naturalmente tutta al femminile. In compenso, noi sfilavamo, ogni giorno, come fiume in piena fra argini di ragazzi che venivano a scortarci, dimentichi delle loro compagne di classe, più vicine e, perciò, più abbordabili e meno appetibili. Si sa, “l’erba del vicino è sempre più verde!”. Nell’Istituto Magistrale, ubicato in un convento di suore, appunto, conobbi una nuova realtà e nuovi insegnanti, quasi tutti giovani. La preside era anche la chiacchierata superiora del convento. Alcune suore novizie frequentavano la scuola con noi nelle stesse classi. Io continuai, per dispetto e disaffezione, a non studiare, a non mettere gli occhiali, a litigare con il professore di matematica, a prendere buoni voti solo in italiano, a scrivere poesie e racconti, a leggere i miei autori preferiti, ad innamorarmi di trapezisti e giocolieri, a seguire Sanremo ora anche per televisione, i programmi a quiz, gli sceneggiati, i varietà, i film d’amore, le mille chiacchiere con le amiche, le fanfaronate con gli amici. A cantare. Tu, alcune volte, quando litigavo con la nonna e subito dopo mi mettevo a cantare a squarciagola, dicevi ridendo: “l’uccellino di gabbia non canta per amore canta per rabbia”. Furono due anni di tira a campare, senza lode né infamia. Bene nelle materie umanistiche, male in quelle scientifiche. Litigi col professore di matematica che ci ripeteva che nessuno di noi era in gamba come i suoi figli, che erano bravissimi a scuola perché intelligentissimi e studiosi. Ed io rintuzzavo dentro di me la battuta ricorrente a quei tempi: “Sai qual è il colmo per un professore di matematica? Avere un animo retto, un cervello acuto e un figlio ottuso”. Mio malgrado, neanche quella soddisfazione mi potevo prendere. I suoi figli erano, del resto, veramente bravi! E oggi un suo nipote è diventato mio nipote acquisito. Bravissimo ragazzo pure lui. Il mondo è piccolo e tutto può accadere nella vita. Mai dire mai. Banalmente, ma dobbiamo arrenderci a questa evidenza. Oggi più che mai nel nostro “villaggio globale”. E, così, furono altri due anni di studio zero. Amiche tante. Tantissima superficialità. Sogni sogni sogni. Perlopiù ad occhi aperti. (…). Tu e la nonna eravate ora seriamente preoccupati. Sempre più preoccupati. Sentivate la responsabilità di una ragazzina esuberante e ribelle che mal si adattava alla disciplina scolastica, alle regole della famiglia, alle convenzioni sociali. La casa in via Generale Montemar fu così la mia allegria e la mia dannazione. Era, come tu eri solito dire, “la casa del buon Gesù, chi entra non esce più”. Lo dicevi con un pizzico di compiacimento. La saracinesca sempre aperta permetteva a chiunque di entrare nel cortile per fare quattro chiacchiere con la nonna e spesso capitava che si parlasse di me: - della mia scarsa voglia di studiare (nàn vòulə fəcàzzə!...)  (non ha amore per lo studio!) (Traduzione in dialetto di quanto i professori, nei rarissimi incontri di fine trimestre con babbo, gli dicevano: “intelligente, ma svogliata. Potrebbe fare molto di più ma non ne vuole sapere). - delle mie impennate contro i loro pettegolezzi (non m’importa un tubo di ciò che dice la gente… chi è la gente? si preoccupa di sapere come sto la gente? se sono viva o morta, se ho bisogno di qualcosa, se mi manca mia madre?) (…). La nonna ascoltava ascoltava ascoltava sempre più cupa in volto con la voglia di farmi passare la voglia di commettere tante imprudenze, in un paese che aveva cento occhi e mille bocche, a suon di bastonate con il manico della scopa, con cui mi rincorreva senza prendermi mai. Tu t’innervosivi nell’ascoltare quei pettegolezzi senza fondamento e canzonavi le maldicenti con il solito ritornello che le metteva alla berlina e che loro ignoravano perché non avevano l’acume necessario per capire che ne erano le destinatarie (e sémbə da càpə e nu pəgghiàmə e sémbə da càpə e nu pəgghiàmə…) (e continuiamo a ripetere sempre la stessa cosa…).

Anch’io, però, ero stanca di tante inutili dicerie, di tanta ottusa e ipocrita maldicenza, di quel perbenismo bigotto che mi stava sempre più stretto, facendomi allontanare anche dalla chiesa e dalle “bizzoche” che la frequentavano. Le chiamavo ironicamente “le pie donne” e mi stavano cordialmente “sulla bocca del piloro”. Anche se, per alcune (la signorina Lucia R., laureata in Lettere e Presidente dell’Azione Cattolica, elegante, delicata, moderatamente severa, ma anche sorridente, con la sorella più giovane, Pasqualina, cara amica di Lizia e poi anche mia; la sua aiutante e amica Nina P., colta, ironica, divertente, poi diventata zia acquisita di Raffaella, mia figlia; le tre affettuose e dolci sorelle M., la più giovane delle quali, Damiana, morì giovanissima di diabete, se non ricordo male) nutrivo ammirazione e affetto. Erano più aperte e vicine a noi adolescenti. Fiorivo alla vita nella maniera più candida possibile, farfalla luminosa con ali di gioia e di spensieratezza, che altri volevano tarparmi a tutti i costi con i macigni delle loro maligne supposizioni. Io non ci stavo a farmi seppellire dalle loro pietre. Ero già frantumata dentro per l’esito degli esami che aveva distrutto ogni mia sicurezza e velleità, e il mio fiducioso abbandono alla tua comprensione. Rimanevo, perciò, nonostante la mia incoscienza, turbata e ferita. (…). Poi, dopo quell’ultima estate nel Salento, trascorsa come sempre con mamma e babbo e i piccoli, partii nuovamente con loro in esilio. Avevano deciso che avrei frequentato la scuola statale nella nuova residenza di babbo. Mancavano solo due anni al diploma. Un nuovo feroce strappo. Una nuova separazione. Da te. Dalla nonna. Da Lizia ormai prossima ad iscriversi all’Università, alla Facoltà di Lettere classiche. Dal mio cortile. Dai miei amici. Dai miei animali. Dal mio gelso. Dalle mie rose. Dal mio pianoforte. Dai miei libri e quaderni che intenzionalmente non portai con me.  Dal paterno teologo, il saggio e colto sacerdote Don Nicola…. Dal mio paese che amavo e dalla gente che sentivo ancora legata a schemi tradizionali e asfittici della loro esistenza faticosa e buia. La mia gente, in buona parte, senza una luce nello sguardo a illuminarsi di cielo. Tutto mi sembrava mio e tutto in realtà non mi apparteneva. Io stessa non appartenevo più a me stessa. Erano sempre gli altri a decidere per me. Studi, dimore, paesi. Senza deleghe. Tutti credevano di pensare con la mia testa e si arrogavano il diritto di scegliere per me. Solo tu, tuo malgrado, ti arrendevi, inevitabilmente dispiaciuto, alla sacrosanta autorità genitoriale. (oggi, invece, sono io a delegare sempre perché non ho imparato mai a gestirmi da sola… ma anche questa è un’altra storia tutta da approfondire. La maggior parte della nostra vita rimane in sospensione di giudizio…)

Andai via senza una lacrima. Tu mi abbracciasti con occhi di pianto. Nonna. Lizia.

Gli amici mi accompagnarono in città col treno per prendere la corriera che mi avrebbe portato a destinazione. E lì, rincantucciata sul sedile accanto al finestrino senza neppure vedere campi e alberi e tratti di mare, che mi sfuggivano senza tregua, finalmente piansi. E quel pianto non si risolse in canto, come spesso mi accadeva. 

La caduta

               il tonfo

lacerato deserto

              il cuore

Conchiglia vuota

l’anima fossile

         cade

a spegnersi

tra fondali sabbiosi.

            Era spuma di mare  

(“frammento”, Il pozzo della luna, Carello Editore, Catanzaro 1993)>     

E anche per oggi va bene così. Alla prossima, sperando che non ci siano ripetizioni in tanto mio raccontarmi, recuperando a piene mani dai due libri Le piogge e i ciliegi i miei ricordi… a presto. Angela o Lina che dir si voglia.

 

venerdì 1 marzo 2024

Venerdì 1° marzo 2024: Ma siamo sicuri che le SINTONIE siano più efficaci delle DISTONIE?... (continua)

Prima di ricominciare a raccontare sento l’urgenza di ringraziare innanzitutto Maria Concetta Giorgi per il suo bel racconto su di me, commuovendomi fino alle lacrime; Anna Maria Staffieri che si dice sempre entusiasta di quello che scrivo e mi sollecita affettuosamente a continuare; Anna Mininno sempre gratificante nei suoi commenti misurati e sinceri; Mariantonietta Bellezza, la cui meravigliosa amicizia mi scalda il cuore dagli anni della prima giovinezza; Anna Cellaro, “new entry”, che ha tutte le carte in regola per entrare nel nostro blog in perfetta “sintonia” con tutti noi; Mariateresa Bari, sempre attenta e amorevole nei miei riguardi con i suoi interventi altamente poetici; Maria Pia Latorre, con cui c’è un bellissimo e corroborante “feedback” poetico (e non solo); Caterina Chiapparino e le sue sorelle, chi sono con me come carezze d’anima quotidiane, anche se siamo fisicamente impossibilitate ad incontrarci; Luigi Lafranceschina, a cui mi legano lunghi anni di militanza nella scuola e una più recente “sintonia” empatica; Vito Tricarico, che dalle mie parole estrapola quelle giuste per farmi sentire profondamente compresa; Francesca Petrucci, prodiga sempre di commenti sinceri e affettuosi; Elina Miticocchio, costantemente al mio fianco e sempre attenta a “vigilare” sulle parole da “conservare” e su cui riflettere… E poi, via via, tutti voi che mi leggete attentamente, costantemente, amorevolmente, pazientemente con “sintonie/distoniche”.

                              G R A Z I E E E E E E E E E !!!!!!!!!

E riprendo a raccontarmi.

<Appena adolescente, intanto, scoprii precocemente che mi piaceva anche addentrarmi negli immensi misteri della vita, con supposizioni e ipotesi del tutto personali che non tenevano affatto nella giusta considerazione le teorie dei grandi filosofi greci, latini, orientali. Che perlopiù ignoravo. Salvo ad avere un confronto maldestro durante le interrogazioni, vissute tutte sul filo di acrobazie funambolesche di improvvisazioni, reminiscenze di qualche lezione ascoltata distrattamente, di illogiche e stentate deduzioni, con i professori che mi riportavano, obtorto collo, sulla retta via del sillogismo aristotelico, ascoltandomi per divertirsi un po’.

Sì, strano a dirsi, ma con me i professori si infuriavano e si divertivano. Trovavo sempre il modo di fare una battuta simpatica tra tante corbellerie che sparavo per andare fino in fondo con le improponibili risposte che davo alle prevedibili domande che ricevevo. Mi piaceva spararle grosse. Mi divertivo. Riuscivo a rendere complici delle mie spacconerie anche alcuni insegnanti più indulgenti che ai miei racconti e alle mie battute ridevano. Ed erano tempi bui in una scuola autoritaria e verbalistica, ancora incatenata alla Riforma Gentile del 1923; una scuola immortalata da Domenico Starnone molto più tardi nei suoi romanzi-denuncia: Solo se interrogato ed Ex cathedra. Sono una sopravvissuta a quella sconfortante e demotivante scuola grazie alla mia propensione ad improvvisarmi affabulatrice “pallonista” in parte ereditata da te. Ma solo in parte. Di mio ci ho messo quella più istrionica e buffona o quella più strappalacrime e di irrisolti tormenti? Non lo so… so che come te amo raccontare…

Con ogni nuova insegnante di lettere, del resto, (tutte rigorosamente donne sono state le mie fino all’Università!), subivo il trattamento speciale di essere messa “in cattedra” perché, dopo i primi temi col punto interrogativo, dovevo dimostrare di non aver copiato e di non copiare da libri o giornali quanto le professoresse non ritenessero “farina del mio sacco”.

Naturalmente, erano costrette ad una valutazione che non corrispondeva al mio rendimento scolastico nelle materie orali o in matematica, in cui collezionavo pessimi voti. Ingaggiai, anzi, come già detto, sin dalla prima media, una lotta senza quartiere con i vari professori di quest’ultima disciplina, e con i quali ero sempre in disaccordo a tal punto da rifiutarmi di rispondere alle interrogazioni

(ma benedetta figliola perché non vieni alla cattedra per rispondere a domande facili facili?...

no... - ed era solo un cenno altero del capo… ma così rischi di essere rimandata a settembre!...

no... - ed era solo un suono indistinto tra le labbra: nz! ma benedetta figliola fai venire qualcuno a parlare... no... - ed era solo un fare spallucce con noncuranza)

e da lasciare in bianco i compiti in classe, contrassegnandoli con enormi macchie nere: metaforico ma evidente messaggio del buio che si formava nel mio cervello di fronte ai calcoli scritti e alle astruse formule con le x e le y dell’algebra, o alle prese con l’aritmetica razionale.

 

Il caro, indulgente professore rimaneva sconfortato e impotente. Si arrabbiava. Balbettava. Mi sollecitava. Ma niente. Per me l'incognita rimaneva una macchia nera a oscurarmi il cervello.

(L’incognita è rimasta sempre una incognita nella mia mente irrazionale anche oggi che sono costretta a districarmi con i numeri, scoprendo che nel calcolo orale sono velocissima attraverso strategie tutte mie di somme, resti, quozienti e fattori, per far quadrare il bilancio di una “doppia” pensione che va sempre per sottrazioni e mai per addizioni e men che mai per moltiplicazioni. La fine del mese è sempre una reiterata, avvilente incognita). (…). Agli orali, poi, ero un mezzo disastro in tutte le materie rasentando spesso il 4, ma riuscivo a rastrellare alcuni 6 sulla pagella di fine trimestre grazie agli scritti dove di solito mi qualificavo da 8. E così la media matemarica (4+8 = 12:2 = 6) mi permetteva di salvarmi in corner in tutte le classi senza esami. Non così per la matematica: c’era proprio un contenzioso irrisolto tra me e i numeri scritti, calcoli compresi.

Indimenticabile la mia figura becera col professore di matematica non appena entrai nella scuola statale che navigava a vista sul mare. Era un ingegnere, anche molto simpatico e alla mano, che però era solito spiegare i teoremi concludendo sempre, ogni santissima volta che si trattava dei due teoremi di Euclide, “questo è il teorema di battaglia”. Io, che nulla sapevo di Euclide e della sua importanza in fisica e in matematica, e men che nulla sapevo di battaglia o Battaglia, alla prima interrogazione alla lavagna, mentre malamente mi districavo tra triangoli e cateti, esordii trionfante perché in quelle acque agitate di numeri e vele geometriche avevo scorto il mio salvagente: “E come dice il teorema di Battaglia!!!…”. Tumulto di acque rumoreggianti di risate mi permisero un pessimo approdo sulla faccia sorpresa ed esterrefatta dell’ingegnere, che mai in tutta la sua onorata carriera di insegnante di matematica aveva registrato un naufragio così disperato e disperante senza cognizione di causa. Neppure Schettino negli anni a venire sarebbe stato capace di tanta incoscienza, millantata per conoscenza, sapienza e verità!>.

(Ritengo che i miei compagni d’allora, se sono ancora in discreta salute anche mentale, e amano come me ricordare non avendo niente altro a cui pensare, si facciano ancora oggi delle grosse e grasse risate!).

<Tu, invece, continuasti ad essere quasi sempre testimone dispiaciuto delle mie impennate contro l’asfittico mondo in cui vivevamo. Il Sessantotto era di là da venire, ma io ne anticipavo ribellioni e infrazioni alle regole imposte ancora dall’Autoritarismo della Scuola, della Famiglia, della Chiesa, dello Stato, della Società. E fu così che, mentre Lizia veleggiava con grande sicurezza attraverso gli scogli impervi del Liceo Classico e collezionava lodi e premi e borse di studio, ed era l’orgoglio di tutti quanti noi in famiglia (sì, anch’io mi sentivo fiera di avere una sorella bravissima e apprezzata da tutti: professori, compagni di scuola, parenti e amici), io a malapena rimediai, agli esami di terza media, come già detto, ben tre materie a settembre, col rischio di essere bocciata.

Durante gli esami, con la mia solita incoscienza e disinvoltura, tornavo a casa trionfante, procurando lacrime di gioia a nonna Angelina, ad ogni esclamazione: “Oggi ho fatto benissimo! La no’, sto in una botte di ferro!”. E giù lacrime e preghiere di ringraziamento di nonna allo Spirito Santo.

In realtà, come ben sai, feci benissimo solo il tema di italiano che si trascinò due striminzite sufficienze in storia e geografia e altre materie, ritenute allora erroneamente di corollario, riuscendo a scongiurare per il rotto della cuffia di dover ripetere l’anno. A circa metà luglio, andai baldanzosa e speranzosa a scuola per vedere i quadri ma, lungo la strada, i miei compagni di appena un “ciao” sentirono un moto di solidarietà e mi avvisarono per tempo della mia débacle, evitandomi l’umiliazione di andare a leggere in rosso le tre materie incriminate. Dal mio canto, non avendo il coraggio di deludervi, evitai di tornare a casa per l’intero giorno. Soluzione di stratosferica intelligenza! E menomale che babbo era lontano perché sicuramente, oltre alla rabbia e alla indignazione per il mio comportamento da irresponsabile, avrebbe avuto la conferma di avere una figlia completamente “senza cervello”. (L’inevitabile umiliazione mi fu risparmiata, ma questa era Lina di quegli anni: svolazzante, priva di senso critico e piena di sogni e illusioni. Sempre con la testa tra le nuvole e non solo in senso metaforico. Con il culto della bellezza fisica e basta. Incapace di prevedere le conseguenze nefaste di ogni azione e reazione, era sempre alle prese con innocenti trasgressioni che per quegli anni di bigottismo acuto erano degli imperdonabili comportamenti peccaminosi. Chissà se in cuor tuo sapevi tutto questo di me e te ne addoloravi. Non me lo hai mai detto né rimproverato. Eri sicuramente più libero e autentico nei tuoi giudizi, che non erano mai pregiudizi, di tanti ipocriti o sprovveduti o supponenti e blateranti tuoi compaesani. Di cui temevo l’ignoranza e il perbenismo di facciata perché la semplicità delle donne e degli uomini della mia infanzia cominciava già ad essere un vago ricordo).

E, quando a sera mi decisi a rientrare temendo che, per l’ansia della mia prolungata e immotivata assenza, vi rivolgeste ai carabinieri, dovetti affrontare l’ira della nonna che, ben presto, oltre alla agitazione di non sapere che fine avessi fatto, dovette fare i conti con il tradimento dello Spirito Santo, che non si era affatto scomodato ad illuminare le tenebre della mia ignoranza. E giù nuove recriminazioni e più abbondanti lacrime, questa volta di disperazione e di rabbia, di dispetto per la sua fiducia malriposta e per la mia totale incoscienza

(mə vénənə rə zìrrə də strafəquàttə ‘ngànnə chə rə mànə mè stèssə. Cè pəccàtə sò fàttə jé a crìstə pə pəgghjàmmə tùttə ‘stù véssə pə ‘na mənènnə sénza cərvìddə e spatrəjàtə accòmə a tè. Jè mégghjə ca tə nə vèjə chə màmmətə e attàndə e nòn ca ténghə tùttə ‘sta rəspònzabilità chə attàndə ca pòuə fàcə cìnghə mənótə də tramòutə e jè nàn mə vógghjə e nàn mə pózzəchə chiù agətà…)

(mi vengono tanto i nervi che mi viene voglia di strangolarti con le mie mani. Che peccato ho fatto io a Dio per prendermi tutta questa vessazione per una ragazza senza cervello e senza capacità di intendere e di volere. È meglio se te ne vai con tua madre e tuo padre e non avere tutta questa responsabilità con tuo padre che poi fa cinque minuti di terremoto e io non voglio e non posso più agitarmi…).  Tu mi rimproverasti con gli occhi del silenzio. Quel tuo rimprovero, che avvertii come mille scudisciate in pieno viso, mi valse la promozione a pieni voti a settembre, dopo essere andata a ripetizione durante l’estate, bruciandomi le vacanze con mamma e babbo nel Salento dove, nel frattempo, il capofamiglia era stato trasferito. In quel lontano 1956, però, rimasi con voi per via delle lezioni da seguire per gli esami di settembre. Poi, anche quell’anno storico di neve incanto batticuore presunzione devastazione del mio ego, di tenero rapporto con te e di quello più tempestoso ma ugualmente divertente e stimolante con la nonna, ebbe fine... Affiorava continuamente in me il rimpianto di non aver continuato a studiare con la signora Carmela, la quale, ad ogni nostro incontro, rimarcava, a sua volta, l’enorme dispiacere provato per avermi persa come alunna. Quando morì, alcuni anni dopo, sentii un grande vuoto e la tristezza dei primi addii. Mi pesava aver perso l’amore per lo studio e la possibilità di frequentare il liceo. Non ne facevo parola con nessuno, neppure con te, ma avevo perso buona parte della fiducia che, in precedenza, avevo riposto in me stessa. E non avevo niente da rivendicare. Niente di cui sentirmi fiera e appagata. Anzi, stranamente mi sentivo in colpa. Con me stessa>. (vol. II de Le piogge e i ciliegi, “2017 )

Ancora una volta, nell’arco degli anni, ho dovuto fare i conti con un’adolescenza ribelle, che ha comportato una sempre maggiore consapevolezza di una scuola che mal sopportavo e di un bisogno di confermarmi nel desiderio di leggere senza la guida asfittica dei professori, che si intestardivano ad imporci i testi scolastici, e la capacità di scrivere in maniera sempre più mia e sempre in maniera divergente: Unica possibilità di riscatto per me la scrittura. Non so fare altro! Non ho imparato a fare altro, ma sono in buona compagnia. Anche Andrea Camilleri in una intervista ha confessato qualche anno fa: “Scrivo perché non so fare altro”.

Da te ho appreso la gioia della narrazione. Da babbo la paura di sbagliare sempre in agguato. 

Pure di babbo ho scritto tanto. La sofferenza ha sempre trovato nelle parole, nella poesia, una via di fuga. Non ha scritto Mariella Bettarini, mia carissima amica e una delle poetesse più importanti dei nostri giorni, che “la poesia nasce sempre da una ferita”? In realtà, pur condividendo l’affermazione di Mariella, anche da bambina e da adolescente, nei tempi felici, io scrivevo scrivevo scrivevo. Dapprima, dopo quei due anni di confusione e disperazione per il devastante ingresso nella scuola, lo facevo persino sul piano nero e lucido dei banchi di legno, dove avevamo a disposizione il calamaio e l’asticciola con il pennino, che furono, poi, via via sostituiti dalle penne stilografiche e dalle penne a sfera. E, se prima segnavo e scorticavo quelle superfici nere come la pece con il pennino intriso di inchiostro (quanti ne avrò spuntati, non so, ne persi subito il conto), da adolescente scrivevo i miei versi con l’inchiostro blu della Bic o con il gesso non più sui banchi, ora di formica verde e lucida, ma nei bagni, nei corridoi, sui marciapiedi, sui muri delle strade che attraversavo. Dappertutto.

(Ai nostri giorni, fino a quando ho potuto, ho continuato a scrivere sui muri di casa, sotto i lucernari, lungo le scale... Era ed è una esigenza insopprimibile andare oltre il foglio, la carta, la regola… e gli altri di casa accettano tra il divertito e il concesso, anche se all’inizio della loro scoperta di me come nonna bislacca i miei nipoti mi rimproveravano di “imbrattare i muri” con tante agende, che colleziono in maniera maniacale, a mia disposizione).

Anche allora dovevo scrivere. Fissare emozioni, stati d’animo, sogni, ricordi, attese. Noncurante dei rimproveri da parte di bidelli, insegnanti, adulti: tutti trovavano disdicevole che non scrivessi esclusivamente sui quaderni… Non tutti i professori, in verità, mi rimproveravano. Ebbi la fortuna di incontrare anche insegnanti illuminate che apprezzavano i miei versi e avevano nei miei riguardi atteggiamenti di affettuosa ammirazione. Le mie compagne di classe erano convinte che fossero mie parenti, e io glielo lasciavo credere. Era troppo complicato spiegare che non c’era alcuna parentela tra noi. E che d’altro genere era l’empatia che ci univa.

<In quegli anni, come tu ricorderai benissimo, c’era anche un anziano sacerdote e teologo, grande studioso delle Lettere antiche e moderne, che mi prese tanto a benvolere, dopo una poesia che gli dedicai per il suo “Giorno genetliaco”, da venirmi a trovare quasi quotidianamente a casa. Non si stancava mai di parlare con me e di me con te, della mia bravura in italiano, della mia creatività e fantasia, meravigliandosi che potessi scrivere pensieri così profondi, dati i miei pochi anni e la mia scarsa esperienza di studi e di vita. Si sedeva con noi davanti al “portone di ferro” e mi chiedeva di tutto. Le nostre conversazioni si dipanavano per ore lungo impervi sentieri di cultura classica e contemporanea in cui mi districavo come meglio potevo e sapevo. Lasciavo quasi sempre che fosse lui ad illuminarmi con la sua sapienza. Tu ti compiacevi nell’ascoltarlo ma, quando andava via, me ne parlavi perplesso e meravigliato che quel “pozzo di scienza” si fosse fatto incantare pure lui da due “cìppə e ciàppə” (due scarabocchi) che sapevo mettere sui quaderni e da “quattro fesserie” che ero in grado di imbastire lì per lì, e ridevamo insieme, pensando che ormai il grande don Nicola… non avesse più “tutte le rotelle del cervello a posto”>. (idem).

Alla prossima, per non approfittare della vostra illimitata pazienza… Angela