mercoledì 18 gennaio 2023

Mercoledì 18 gennaio 2023: la FELICITA', un percorso di rose e spine in cui bisogna credere! Testimonianze... (continua)

Sono numerose le testimonianze che mi sono giunte su FB e in privato sulla felicità. Alcune le ho trovate per caso, andando indietro nel tempo, rileggendo qualche pagine di alcuni libri di amici e parenti (se sono delle ripetizioni poco importa, l’importante è riportarle alla memoria per rivivere   insieme la loro felicità); altre le ho “pescate” su FB e me ne sono appropriata perché siano di sprone, riflessione, confronto. Delle perle meravigliose che vale la pena leggere o rileggere. Ci sentiremo più arricchiti e più forti nella determinazione ad essere “felici”.

Comincio con una poesia di Anna Mininno e con i suoi versi che esplodono di primavera“23 marzo - linee essenziali di Primavera -” per continuare con il mio augurio di ieri: *La primavera/ non si smarrisce/ e torna/ - incurante/ di attacchi/ e recrudescenze/ di un tempo anomalo e crudele -// La primavera torna/ e si fa respiro/ si fa fiori e fronde/ e attesi limitari/ - dopo il ciocco/ del camino -.// La primavera torna/ e si fa vita/ di nuovi pigolanti nidi/ e rondini a mille/ zigzaganti/ nel cielo turchino/ così che/ la favola continui/ e sia bella/ da raccontare. (a.m. 23 marzo 2021 foto mia- primi papaveri-). 

E altro canto di bellezza e di incanto fiorisce nel cuore della condivisione.

Poi Elina Miticocchio con una delle sue prose incantate senza tempo e senza spazio, senza coordinate mentali, solo lievi pennellate a colorarle il cuore: Alleggerisco i pensieri e allento la presa, aspetto che un nuovo colore scriva il foglio. Ho terminato di leggere tutti i libri che avrei potuto leggere nella pausa positiva - del tempo, ed ora la libertà di guardare l'azzurro mi dimora le radici. In fondo non siamo che alberi che sfidano le stagioni e ora è primavera. Forse il mio tempo è qui. 

E un po’ tutti vorremmo fermarci nel suo tempo che è anche il nostro tempo: noi alberi in cerca di radici per continuare a mettere foglie per una nuova primavera. La felicità è anche nel percorso fiorito dell’eterno mutamento, che sempre trasforma la vita e sempre ciclicamente ritorna per rinnovarla ancora…

Di Elina ecco un’altra poesia che sembra la continuità della precedente: Nella carne ho casa ma il respiro non ha dimora in me. Giunge senza domandare. Il respiro è l’albero. Io sono le sue radici. Faccio un seme di aria attorno al viso. Improvviso una tenerezza. Ritorno rosa.

E qui la poetessa sa la sua anima rivestita di corpo ma libera nel “respiro” che vola lontano per ritornare a farsi “albero” e “radici” e gettare semi di improvvisa “carezza” e scoprirsi colore o fiore che ha la delicatezza del sogno e della sua dimensione di donna sempre un po’ bambina ma forte di desideri adulti, pur nella fragilità del volo. È tutta qui la ricerca della felicità per Elina: il volo alto della poesia che non ha domande e non attende risposte, nella stabilità dell’albero e delle radici per ancorarsi alla famiglia, culla di tutti i suoi affetti e le sue sicurezze.

E una poesia ancora: il mare nostra estensione di colore/ disegna un’infinità che tutti accoglie/ scrivere è come ogni onda/ lacrima, carezza, sentimento/ casa di memorie/ ponte tra i verbi della luce.

L’autrice ribadisce la libertà incommensurabile che dona la scrittura, fonte di ogni gioia a vincere ogni dolore che la memoria ripropone e risolve in “lacrima” ma anche in “carezza” e offre ponti di luce tra il passato e il futuro della parola che è anche sentimento a illuminare il sentiero della vita. Per lei, comunque, è la scrittura poetica la imperdibile fonte di felicità.

Ed ecco “La felicità” di Federica Simionato su FB: Felicità,/ serafica perfezione/ di una bolla// Dura il tempo di un sogno/ vive in un fiato, vola// Poi l’inevitabile scoppio/ e muore// Di lei nulla più resta,/ solo la voglia/ di un altro soffio/ ancora, ancora e ancora (2021).

Una felicità fugace su cui riflettere: è l’ansia di perfezione la felicità, che dura il tempo di una “bolla” d’aria o di sapone meravigliosamente iridescente, ma fugacissima quanto il suo scoppiare nell’aria? “Di lei nulla più resta” è l’amara constatazione della poetessa. E ricomincia l’attesa di quel “soffio” a regalarci la frazione di secondo di una illusione, così come in passato Schopenhauer ci ammoniva. Non così è la felicità che mi regala stamattina la mia secondogenita Ombretta, con il suo consueto, esplosivo, rivoluzionario entusiasmo, che è quotidiano (e non gratuito!) inno alla vita. Ombretta mi scrive all’alba: Chiedimi se sono felice era il titolo di un recente film… se me lo chiedi ti rispondo che sono felice quando rido di me stessa   Quando la risata di mia madre fa eco alla mia    Quando il nasino dei miei gatti si strofina al mio e tutti e tre fanno le fusa sul mio cuore  Quando una carezza tra i capelli si fa tenero gesto d’amore negli sguardi del mio compagno   Quando la luna è un canto incantato nel cielo di rugiada   Quando dipingo lo stesso cielo di rosso e di oro che il tramonto mi regala simile all’aurora di ogni nuova alba all’opposto orizzonte   Quando il mare d’estate si fa abbraccio sulla pelle di sale e   Quando il mare d’inverno si culla tra le onde di neve argentata   Quando un cucciolo è stato salvato   Quando i miei alunni mi dicono “ti voglio bene maestra”   Quando le foglie rosseggiano d’autunno   Quando un gabbiano vola sulla mia casa   Quando un treno parte e poi ritorna      Quando la tenerezza mi prende per mano   Quando dopo il venerdì mi raggiunge il sabato     Quando una torta mi appare nel frigo di ogni magia   Quando le strade si illuminano di “Bianco Natale”   Quando arriva d’improvviso la primavera   Quando guardo e rivivo i musical, passione della mia vita   Quando incontro gli amici con cui rido soprattutto di me  Quando le stelle sono lucciole che mi commuovono se guardo il prato fiorito sui miei notturni pensieri   Quando…   Quando tutto diventa il contrario di tutto! Io sono feliceeeeee…

A conferma di questa prorompente dichiarazione di felicità di mia figlia nel prestare attenzione alle piccole cose (il suo “quando” serve a darci il tempo e lo spazio della sua meraviglia nel guardarsi dentro e nel guardare il mondo che la circonda!) per farle giganteggiare nel proprio cuore e nel cuore degli altri, ecco che la nostra Maria Pia Latorre, in collaborazione con tutta la redazione del Corriere Nazionale e Corriere di Puglia e Lucania (CORRIEREPL.IT), questa mattina pubblica la seguente prosa poetica del nostro mitico eroe di carta e di parole della nostra adolescenza assetata d’amore e di felicità, Richard Bach, da Il gabbiano Jonathan Livingston: E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.// Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi… // Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose… e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità,// che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore,// che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.// E così impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore.// Che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi, e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno, e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.

E non ci sono più commenti da fare, parole da aggiungere… spero di non aver commesso errori di trascrizione perché non è bello rileggere e scoprite che un “esaltante” sia miseramente naufragato in un “esalante” “respiro ecumenico”… Che sia una congiura degli dèi invidiosi contro la nostra conquista della felicità? Mi sentirei meno colpevole a causa della mia “ahi ahi!!!) “disattenzione”…

Ma mi consolo ugualmente, “testarda io che mi amo più di così”!!! (parafrasando una antica e nota canzone di Iva Zanicchi): ieri ho ricevuto anch’io la mia piccola/grande dose di felicità con questo messaggio d’amore della mia carissima Mariateresa Bari: Angela io ringrazio te per il tuo amore incondizionato e per le tue carezze delicate! Sono balsamo e cura, per me. Un abbraccio forte forte ️ È quanto di più mi sta a cuore in questa nostra avventura insieme Grazie! E domani ci saranno altre rincuoranti testimonianze. Ho solo bisogno di un po’ di respiro…

Ma “domani è un altro giorno… si può ricominciare…” (dal famosissimo film “Via col Vento”),

 con i tanti motivi di felicità da scoprire o riscoprire insieme…

E il vento e il volo e il sogno e… mi riportano ad un racconto scritto da mia figlia Daniela, quando aveva forse sedici anni e una grande voglia di provare da sola la forza delle sue ali. Ma questo lo raccontiamo domani… Angela

martedì 17 gennaio 2023

Martedì 17 gennaio 2023: il Nuovo Anno prende vita e si ricomincia con i BUONI PROPOSITI...

Sono già passati 16 giorni dall’inizio del Nuovo Anno e noi siamo ancora alle prese con attese, speranze, buoni propositi. I miei? Dietro preghiere di figli, generi, nuora e nipoti ho deciso di evitare lamenti per gli inevitabili acciacchi fisici (alla mia età è il meno che mi possa capitare) e di sorridere di più ad ogni nuovo giorno come epifanico dono per me e per loro.

Dobbiamo cercare di essere felici - mi dicono - per quanto ci è umanamente possibile, apprezzando tutto quello che abbiamo ed evitando di elencare quello che ci manca! - Giusto! Il loro affettuoso suggerimento non fa una grinza. E io accantono stampelle e sofferenze per superare il mio detto ricorrente: “mi manca sempre una lira per fare un milione”, commutato alcune volte di maggiore scoramento in “oggi mi manca un milione per fare una lira”. No. No. Gliel’ho promesso di cambiare musica e lamento. Oggi voglio passare in rassegna i miei buoni motivi per essere felice. Proviamo a riscoprirla questa felicità. Se ne parliamo tanto vuol dire che da qualche parte ci deve pur essere, magari come: sogno, utopia, attimo fuggente, desiderio, folgorazione di un istante, sfida…

Occorre fare attenzione, se vogliamo tentare di sfiorare la felicità. Almeno di incontrarla da qualche parte e di riconoscerla per scoprirla meglio: darle un volto, una forma, uno spazio/tempo, una dimensione. Già, perché, secondo me, non si deve scoprirla per riconoscerla, ma riconoscerla per scoprirla. Quante volte ci è passata accanto e non l’abbiamo vista? Quante volte ha afferrato le nostre mani e noi l’abbiamo lasciata cadere perché non sapevamo di stare stringendo la felicità? Nessuno ce lo aveva insegnato o, se anche c’era stato qualcuno, l’avevamo dimenticato! Quante volte ha bloccato i nostri occhi col suo improvviso splendore e ci è sfuggita perché abbiamo chiuso le ciglia e lei ce le ha sfiorate appena con un bacio, delusa della nostra resistenza che l’ha esclusa dalla realtà di quell’attimo magico e irripetibile? E quante volte l’abbiamo sentita palpitare nel cuore, ma eravamo tanto impauriti da quella insolita emozione per ritenerla felicità, ma solo un tuffo nel mare di ogni spaventosa incognita, e siamo fuggiti impauriti di così tanta grazia da temere di non meritarla o che non fosse possibile capitasse proprio a noi? Insomma, non l’abbiamo riconosciuta e l’abbiamo umiliata con la nostra indifferenza, lontananza, distrazione, disattenzione. Ecco, la “disattenzione”! Ha rovinato tutto. “Bisogna concentrarsi sull’attenzione”, mi dico. E il “concentrarsi” mi fa pensare a più cerchi concentrici che partono da un punto e si dilatano all’infinito. E in quell’infinito ci siamo noi e tutto l’altro da noi. Fino a comprendere anche la felicità, a mio parere. Se la nominiamo, da qualche parte esiste… e se ce la siamo inventata, vuol dire che la nostra mente ha avuto una misteriosa “illuminazione” per farcela cercare.

Sono una visionaria? E perché no? Le più grandi conquiste sono avvenute perché menti visionarie hanno precorso tempi e spazi e hanno intuito/suggerito alcune verità mai vere mai false, fino alla dimostrazione di una loro qualche attendibilità. Ma bisogna crederci. Senza fede non si va da nessuna parte.  La fiducia in qualcuno, in qualcosa, in noi stessi ci offre la bacchetta magica del coraggio e della forza per superare ogni avversità. Ci fa apprezzare ciò che non abbiamo mai pensato, mai ascoltato, mai raccontato. Ci dà i “superpoteri” per diventare i supereroi del quotidiano nel reinventarlo continuamente. Occorre forse “Sentire” che la felicità è semplicemente uno stato d’animo così complicato da comprendere, ma così facile da vivere nell’attimo stesso in cui lo si avverte dentro come pace infinita, simile al volo di un’“aquila”, con le ali/braccia spalancate, più alto del proprio palpitare all’unisono con l’universo…

Ne L’arte di essere feliciArthur Schopenhauer, vissuto nella prima metà dell’Ottocento e definito “filosofo del dolore”, partendo dal principio fondamentale della vita, elaborato in tutte le sue opere, riguardante “il dolore universale o cosmico” espone il concetto sulla felicità in ben 50 massime, che dovremmo leggere e rileggere di tanto in tanto per trovare forse il bandolo della intricatissima e intrigantissima matassa.

Intanto, nel libro, egli afferma: la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano immediatamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa.  

Con chiara lucidità e stretto rigore logico a lui consueti, Schopenhauer afferma che la felicità significa imparare a vivere con la minore infelicità possibile, cioè “vivere passabilmente” accontentandosi di un possibile piacere interiore, intimo, personale che si può provare nella scoperta di sé.   

Estrapolo, in estrema sintesi, qualche regola fondamentale:

evitare l’invidia”, perché è una delle principali cause di infelicità per l’uomo;

evitare di tendere al risultato”, mentre è importante il percorso o processo per realizzare qualcosa a cui teniamo molto;

contagiare allegria”, ma controllare anche la smodata fantasia per conservare un sano realismo sulle aspettative;

valorizzare quello che si ha”;

evitare l’infelicità” in ogni modo lecito;

prendersi cura della propria salute” per poter aiutare gli altri;

evitare le situazioni spiacevoli” dovute ai nostri errori;

evitare il piacere personale” nel prendersi cura degli altri e magari sentirsi felici esclusivamente ed egoisticamente per questo.

Ci è lecito cercare la felicità solo eticamente, per poter essere in grado, fattivamente, di procurarla agli altri…

Ritengo che in queste massime Schopenhauer ci abbia dato una grande lezione per superare in qualche modo il dolore e giustificare la ricerca della felicità con il bene che si può fare agli altri, migliorandoli mentre ci si migliora.

In pratica, l’infelicità e la solitudine si vincono con l’Amore che possiamo provare per la natura, il “paesaggio” dentro e fuori di noi, per ogni creatura vivente, per i nostri simili, nella necessaria comprensione del proprio mondo interiore.

Dunque, l’Amore.  L’Amore alla base della ricerca della felicità. Ed è quanto figli e nipoti mi danno quotidianamente in attesa che io lo manifesti nei loro riguardi non solo nei modi che so e che sanno, ma anche con un bel sorriso di gioia ad allargare/allagare il cuore.  Ed ecco che io ci provo. Anzi, proviamoci insieme perché può darsi che ci riesca meglio. Ciascuno con i propri motivi di essere felice a confronto.

Per quel che mi riguarda, devo fare eticamente una precisazione inevitabile: proviamo a farlo in sordina in un momento così drammatico e devastante per tutti, ma proviamoci per non perdere l’abito della festa, la gioia di esserci, l’amore che ci salva o ci dovrebbe salvare; per esorcizzare la paura, per superare il dolore per farci coraggio. In verità, per parlarne il condizionale sarebbe d’obbligo, ma guai se ci lasciassimo travolgere da una ipotesi di felicità, non ne verremmo più fuori, meglio usare l’indicativo, tempo della realtà e della concretezza. 

Personalmente, dunque, ho le mie buone ragioni per essere felice. Ve elenco in ordine di importanza, più o meno: 1. Sono ancora viva (con tutti i risvolti positivi e negativi di questa condizione alle soglie degli ottant’anni). 2. Sono ancora in grado di godere di una giornata di sole, del brulichio delle stelle, di una risata e delle lacrime, di pensare, di scrivere e raccontare, di giungere al cuore degli altri. 3. Ho ancora una famiglia che si prende cura di me in una casa grande e confortevole con maniglioni per i miei necessari appigli per un minimo di autonomia; un giardino pieno di alberi e di fiori e gatti e gazze e uccellini e voli (persino una volpe e un riccio) e d’estate almeno due lucciole che mi fanno ancora sognare. 4. Ho Figli e Nipoti che mi colmano d’amore ricambiato. 5. Ho la mia famiglia di origine e quella di Primo, mio compagno di vita per circa cinquant’anni (alcuni li ho persi per strada, ma sono uncinati nel cuore, nonostante le distanze anche a due passi con i miei fratelli e le mie sorelle, le cognate e i cognati e nipoti e nipotini, e le lontananze solo fisiche). 6. Sono stata fortunata a nascere in un Paese libero, che ora mi permette di piangere per la guerra in atto senza la paura dei bombardamenti, della morte che piove dall’alto, della casa distrutta, dei bambini come uccelli di nido in caduta libera, del terrore delle madri e della inerme “corsa” dei vecchi verso una morte annunciata. Tutto questo mi lacera e mi salva dagli abissi della disperazione. 7. Ho un canto nuovo nell’anima: le emozioni intense che mi procurano le conquiste continue dei miei adorati nipoti ormai adulti: Anna Paola, che condivide con me camera, letto, sonni e incanto. Nicola, sempre attento ai miei bisogni con tanta tanta cura e premura. Insieme mi stanno insegnando a riscoprire la felicità. Sono i miei angeli custodi e le mie ali per continuare a volare.

Sette è il numero perfetto. Mi basta per dovermi ritenere felice. Una testimonianza di felicità raggiunta? Eccola: Peppino Piacente, mio genero, che ripropone, dopo un anno dalla laurea triennale di Anna Paola quanto possa essere felice un papà appagato e soddisfatto per le conquiste culturali, professionali e sociali dei propri figli. BE YOUR SUNSHINE “Questa parte della mia vita si può chiamare Felicità!” Sì, bimba mia, tu sei il sole che ogni giorno mi riscalda di fierezza, oggi, in particolare mi rende felice, non tanto per la meta raggiunta, sia pure così importante, ma soprattutto per il cammino che ti ho visto fare, con determinazione e grinta, colpo su colpo, tenendo sempre al guinzaglio la paura! Grazie, principessa, un papà felice!

Cosa si potrebbe obiettare a questa felicità? Mi si può accusare di “familismo” (per fortuna non di stampo mafioso! e con i tempi che corrono…), ma posso difendermi facilmente obiettando che sono stati proprio loro, i miei cari, a sollecitarmi a essere felice e a dimostrarglielo con tutte le carinerie possibili per tentare di afferrarne insieme almeno un piccolissimo lembo, quasi rosa, quasi spicchio di cielo, quasi sogno di mare...  l’importante è condividerla tanto è legittima e forte e vera e palpitante. Emozionante! E allora lasciamoci coinvolgere da questa ondata di felicità che, almeno per oggi, sovrasti paure e dolore e pensieri come lame. Solo fili di Luce nel cuore, e di Speranza. Potrebbe darsi che sia contagiosa tanto da portare chi mi legge a sentire dentro di sé una propria piccola felicità nascosta da portare alla superficie di questo giorno di pallido sole e di vento furioso, di freddo invernale e di gemme in festa sugli alberi insolitamente gemmati, e i cespugli   insolitamente fioriti della propria anima perché sia gioia da vivere insieme, ciascuno con la consapevolezza di avere un germoglio da lasciare fiorire in questo atteso ma eterno ritorno di primavera…

E per oggi mi fermo qui. riprendo domani con alcune testimonianze di felicità, “sentita” in questi giorni nel proprio cuore. Dunque, esiste? Esiste! A domani. Angela   

 

venerdì 6 gennaio 2023

Venerdì 6 gennaio 2023: L'Epifania con un libro ricco di mistero tutto da scoprire...

Oggi si festeggia l’Epifania, che per noi adulti è l’arrivo dei Re Magi alla grotta di Betlemme per portare i loro DONI e inginocchiarsi umilmente di fronte al Re dei re. Per i bambini, invece, questa notte si è ammantata di mistero per l’attesa, al buio, dell’arrivo della Befana e della calza ricca di cioccolatini, caramelle e qualche pezzetto di carbone, compensato dai ricchi doni scartati sul tavolo delle meraviglie. Io sono alle prese con un altro grande mistero, scoperto nel libro che ho appena finito di leggere Vieni a Giocare con Me di Fabio Angelo Capolupo, pubblicato ultimamente dalla FOS EDIZIONI. Guardo la copertina che mi ha chiamato da subito ad aprire il volumetto per scoprire cosa possa celarsi dietro un invito così strano per un libro per adulti e non per bambini, nonostante la suggestiva immagine di copertina evidenzi una bimba che s’affaccia da una porta ad arco per posare lo sguardo su un azzurro cielo-mare sfumato di gradazioni diverse tra sabbia dorata e onde alte a sfidare tempeste di argentato stupore. Un cielo-mare non estivo, non invernale. E una sagoma scura di bimba in controluce che non ha un volto, una identità. È anch’essa avvolta da un’atmosfera misteriosa. Ed è essa stessa mistero.

Questo libro, infatti, contiene un intreccio di esperienze esistenziali misteriose vissute dall’autore. Esperienze, che si sono trasformate in racconti ammantati di fenomeni strani che potremmo definire “paranormali” se non ci vincesse il pudore di rischiare il ridicolo in una società, quella del Terzo Millennio, altamente tecnologizzata, laica, agnostica, materialista. Ma mi vengono subito in mente le parole di Albert Einstein: Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente sia miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è miracolo.

 Ebbene sì. per me ogni cosa è “miracolo”. Chi da parecchio mi segue su questo blog sa che ho parlato ampiamente delle mie esperienze in tal senso, rischiando appunto il ridicolo e l’incredulità. Ma io le ho vissute sulla mia pelle e non posso fare a meno di aderire alla richiesta che Fabio Angelo Capolupo fa ai suoi lettori di inviargli testimonianze di accadimenti simili ai suoi.

E dalla lucida, attenta, scientificamente dettagliata Prefazione di Mariella Medea Sivo, che fa della onestà intellettuale un suo punto di orgoglio e di forza trainante, viene fuori la figura di un autore semplice, onesto, coraggioso. Egli stesso ammette con estrema umiltà di non essere uno scrittore e di non avere i “ferri del mestiere” per sentirsi tale. Definisce, pertanto, a torto, il suo libro un “elaborato”, dicendo: Scriverò di alcuni episodi che non hanno condizionato la mia vita, ma che l’hanno certamente caratterizzata, episodi legati tra loro da un comune denominatore: il velato mistero.

TALVOLTA ACCADE!

Certo, ad alcuni o a tanti di noi è accaduto e accade, anche se NON è facile parlare di certe esperienze, vissute nella non piena consapevolezza di sé e, nello stesso tempo, con la certezza di essere pienamente in sé, con una lucidità mai provata prima, nei pensieri all’unisono con il proprio cuore e la propria anima in volo. Calata nel più fitto mistero della vita o della morte.

Non è facile perché queste frasi (o confessioni o esternazioni), dette così, sollecitano quantomeno un sorriso di divertito scetticismo; un “assecondare” con la mimica facciale contrita e compunta, o perlopiù sfuggevole per evitare di manifestare il proprio pensiero: “poverina, non ci sta più con la testa!”. Magari, un mettere le distanze per non pronunciarsi negativamente e non dare un dispiacere alla “poverina che…”. Per avere allora un minimo di credibilità, occorre andare indietro nel tempo e ricominciare dal “focus” spartiacque del “prima” e del “dopo”, come ha fatto Capolupo. Lui torna ai suoi dieci anni. Io ad appena un anno (prendendo per buono il racconto dei miei). Ma, per non andare troppo indietro nel tempo, mi riferisco a soli pochi anni fa. Al 19 ottobre 2019. Qualche mese prima che si avesse contezza in tutto il mondo della deflagrazione della pandemia da Coronavirus.

In pratica, scrivendo e pubblicando da una vita romanzi, saggi, poesie, ero in Serbia per la grande Festa d’Autunno a Smederevo, dove due giorni prima ero stata gratificata con un Premio, tra i più prestigiosi in tutti i Paesi balcanici, che coinvolge tanti autori a livello mondiale. Due giorni dopo ero a Belgrado, dove i miei più cari amici serbi, che mi conoscono da oltre quarant’anni ormai, mi aspettavano per festeggiarmi nel famoso Salone del Libro.

Questo preambolo è importante perché, nell’arco di pochissimi giorni, passai dalla gioia totale alla perdita totale di me. La festa con gli amici fu semplice ma bella e profondamente sentita. Pasticcini e bevute al mio successo e alla mia salute (ironia della sorte!). Verso mezzanotte, io e mio genero   (che è anche mio editore e mio accompagnatore ufficiale in quasi tutti i miei viaggi culturali in Italia e all’estero) ci avviammo per fare ritorno in albergo. Ci seguivano i nostri amici tutti festosi e un po’ brilli. Dietro di noi il più caro (la nostra assoluta amicizia è durata, inossidabile, dalla giovinezza alla vecchiaia). Sulla lunga scalinata che dal Salone portava giù al parcheggio-auto e ai taxi in paziente attesa -  io già al penultimo gradino al braccio di mio genero - lui inciampò, perse l’equilibrio e mi piombò addosso con il suo metroenovanta di altezza e qualche chilo di troppo, frantumandomi in un mare di sangue. Mio genero, per mia fortuna, non mi piovve addosso pure lui, come era da prevedersi data la posizione in cui eravamo, ma si ritrovò scaraventato per terra dalla parte opposta, in lacrime, mentre altri amici accorrevano per aiutarmi, chiamare l’ambulanza, col medico che mi suturò lì, seduta stante, alla bell’e meglio gli squarci delle ferite da cui fuoriuscivano le ossa e zampillava a fiotti il sangue. Poi, il ricovero in ospedale, dove fu subito chiara la mia condizione disperata tanto da sollecitare un rientro in Italia, via terra, per un possibile ricovero in un ospedale italiano appena giunti a Trieste. Dopo che mio genero e un nostro generoso amico serbo/italiano ebbero risolto parecchie incombenze burocratiche, partimmo, all’alba del giorno dopo, in ambulanza, accompagnati da un medico e una équipe sanitaria per praticarmi le cure necessarie nel disperato tentativo di mantenermi in vita. Dopo 24 ore di viaggio su vie impervie e continui sobbalzi, approdammo, come Dio volle, in Puglia e anche qui incontrammo varie resistenze, che ho omesso, fino a che non fummo accolti, grazie alla presenza di un caro parente cardiologo, alla Mater Dei, ottimo ospedale al centro di Bari. La Madre del Signore, dunque! E qui, dopo aver constatato le mie condizioni disastrate e, con la assoluta meraviglia che fossi arrivata ancora viva, l’équipe dei chirurghi ortopedici, capitanati dal Primario uscente e da quello subentrante, programmarono, immediatamente, i due interventi urgenti per “sistemarmi le ossa” nell’arco delle successive 36 ore. Ma occorrevano almeno sei sacche di sangue che non c’erano, altrimenti non avrebbero potuto operarmi. Poi, non appena il problema “provvidenzialmente” si risolse, immediatamente decisero per il primo intervento. Quando mi portarono in sala operatoria: ben tre chirurghi, compresi i due primari, erano in attesa di operarmi. Ma io ero stranamente semicosciente e serena: nella saletta d’attesa, dove praticano la prima parziale anestesia per addormentare piano piano il paziente, “vidi” intorno alla mia barella i miei cari defunti in preghiera: mia madre, mio nonno (presenza costante e salvifica in tutta la mia vita) mio marito, mia nonna. Poi, in sala operatoria, mi misero dapprima con le braccia spalancate a mo’ di croce e, prima che mi praticassero una seconda anestesia con una specie di pistola solo per la prima gamba da operare, la più “sventrata” dall’acetabolo fino alla caviglia, mentre mi piegavano su un lato con le braccia e mani quasi fossi in preghiera, ebbi il tempo di sussurrare “come Gesù Cristo” e cominciai a sentire i colpi dei martelli, della sega fino ai punti di sutura lungo tutta la gamba. Persi il conto più e più volte degli infiniti punti praticati sull’arto ingabbiato in una impressionante rete di sostegno, mentre mi riportavano nella sala del “risveglio” prima di condurmi nella mia stanza. Fuori dalla porta c’erano i miei figli in spasmodica attesa, ma rimasero meravigliati nel vedermi, dopo un intervento così difficile e complesso, tutta sorridente e felice quasi stessi tornando da una gita in campagna che aveva dato anche un tocco di rosa alle mie guance. Ma il prodigio più grande e misterioso avvenne due giorni dopo, mentre mi preparavo ad affrontare il secondo intervento all’altra gamba con il ginocchio pieno di frammenti di ossa da recuperare e sistemare Dio sa come. Altri chirurghi ortopedici, altra metodica di intervento. Questa volta con epidurale prima di entrare nella sala operatoria. Nella saletta antistante, appena sistemata nel mio angolo d’attesa, mi sentii salutare con una voce dolcissima e tenerissima “ciao”, mi girai per salutare anch’io ma non c’era nessuno. Chissà perché, però, già sentivo nostalgia di quel sussurro, quasi una urgenza di sentirlo ancora. Mi girai, niente. Possibile che avessi sognato ad occhi aperti? Mi girai ancora e finalmente vidi una infermiera che si era avvicinata alla mia barella per praticarmi una flebo. Le chiesi se c’era già da prima e non l’avevo vista per rispondere al suo saluto. Mi disse di no. Che prima non c’era nessuno. Mi dissi che l’ansia dell’imminente intervento mi aveva giocato brutti scherzi, ma intanto avevo bisogno di quel “ciao”, di quella voce, in cui mi sembrò di sprofondare non appena mi sistemarono nuovamente sul tavolo operatorio. Sentii di essere accolta in braccia materne che non erano quelle di mia madre, erano lievi come piuma e mi trasportavano tra terra e cielo. Avvertii un conforto senza aggettivi e una pace infinita, mentre “sentivo” e “vedevo” tutto l’intervento alla moviola. E stavo in paradiso. E avevo voglia di pregare, ma non sapevo più pregare. Da tempo immemorabile non pregavo. Neppure durante il lungo viaggio per giungere fino lì, nei rari momenti di lucidità mi riusciva di pregare. Avevo perso l’abitudine. In quei rari momenti avevo persino firmato gli autografi sul mio libro alle infermiere che mi circondavano, ma non una preghiera. Sentivo solo che stavo per morire ma che non sarei morta. Non “dovevo” morire. Anche questa volta, all’uscita dalla porta, incontrai lo stupore dei miei figli ad accogliermi nel corridoio tanto il mio aspetto era confortante, e il mio stupore nel vederli dall’alto come se vedessi il mondo capovolto. Ricordo indelebile che ancora oggi mi turba molto. E, nello stesso tempo, avvertivo il desiderio struggente di quella voce, che sentivo dentro e che mi sfuggiva, eterea e lontana.

I medici parlarono subito di miracolo e si meravigliavano essi stessi di parlare in quei termini e non da scienziati. Sì, furono i primi a parlare di miracolo! Assurdo, ma vero. E non stavo sognando. E neppure i miei, che annuivano con le lacrime agli occhi. “Ma la degenza”, dissero, “sarà molto lunga. Anche se, miracolosamente, pure le sei sacche di sangue preventivate non sono servite. Ne sono bastate solo due”.

Strano ma vero e dire che tutto sembrava remarmi contro: le mie gambe completamente frantumate, la irreperibilità in tutta la Puglia, fino all’ultimo minuto, delle sacche di sangue occorrenti per via del gruppo sanguigno 0 rh negativo, che può riceverlo solo dallo stesso 0 rh negativo, allergia agli antibiotici e agli antidolorifici, persino ai cerottini anallergici, ecc ecc. Poi, improvvisamente e provvidamente tutto si era risolto e avevano potuto operarmi senza difficolta. Il giorno dopo, uno dei due primari, quello uscente, venne a trovarmi in camera ancora sconvolto e incredulo. “Lei è un miracolo vivente”, mi disse, “e sono qui, mio malgrado, a testimoniarlo. Improvvisamente ho sentito dentro di me che Qualcuno stava guidando le mie mani durante l’intervento”. Cominciarono così le sue visite quotidiane e le nostre lunghe o brevi “chiacchierate” sul mio caso straordinario che lo aveva portato a recuperare la fede, perduta da tempo, nella presenza di Dio nelle vicende umane. E spesso, mentre mi parlava, vedevo i suoi occhi riempirsi di lacrime. E potrei continuare, ma mi fermo qui. alla prossima. Buona Epifania! Angela

 

domenica 1 gennaio 2023

1° gennaio 2023: "ABITARE POETICAMENTE IL MONDO" è ancora possibile?...

Nella notte di San Silvestro, ho ricevuto da due carissimi amici un libro magico che mi ha commosso fino alle lacrime. Si intitola "Finché le stelle saranno in cielo" di Kristin Harmel. E in un angolino in basso: "Anche nei tempi più bui si nasconde una luce inattesa". E subito penso a questo Nuovo Anno bambino che da stanotte sta mettendo i primi passi e ripenso a quanto ho scritto qualche anno fa, col desiderio di un nuovo anno in cui poter tutti abitare poeticamente il mondo. E mi piace riproporvi il testo:                 ABITARE POETICAMENTE IL MONDO

Mi chiedo: Ha la poesia ancora oggi la possibilità di essere veicolo di salvezza in un mondo devastato dalla violenza e dalla indifferenza? È ancora possibile vivere in questo mondo con poesia? Solo alcune riflessioni: “Abitare poeticamente la terra” è il titolo di un libro di poche pagine ma di pregnante e ricchissimo contenuto poetico-culturale del noto critico letterario italiano Emerico Giachery che, nel donarmelo, alcuni anni fa, in un incontro nella sua Roma, mi disse che quel titolo, che a me sembrò subito bellissimo, gli era stato suggerito da una espressione attribuita al poeta  tedesco Friedrich Holderlin, ripresa successivamente dal filosofo Martin Heidegger, il quale puntualizzò che l’avverbio “poeticamente” stava a significare “essere alla presenza degli Dei ed essere toccati dalla vicinanza dell’essenza delle cose”. Che per me consiste nell’illuminare di tenerezza il quotidiano, che la scrittura vivifica con le sue innumerevoli voci che accendono i suoni della vita: i profumi, la musica, il sogno della terra, dei fiori, dei prati, delle acque, le nuvole, le onde, il mare… È necessario, allora, ritornare ad ascoltare le voci della natura, come facevano gli uomini primitivi, quando la natura non era ancora “desacralizzata” (Carlo Sini).

Prendere, magari, a modello i bambini che, con naturalezza, abitano poeticamente la terra. Si stupiscono. Si meravigliano. Non programmano i loro giorni, ma li vivono solo giocando e nel gioco e con il gioco imparano a scoprire il mondo, giorno dopo giorno, conquista dopo conquista, abbandonandosi senza steccati e senza confini al fluire del tempo. I programmi che noi adulti siamo soliti fare, frazionando il tempo, segnano dei limiti e delle strade obbligate, che dobbiamo percorrere se vogliamo realizzare i progetti che ci prefiggiamo di raggiungere. Ma così sacrifichiamo libertà e creatività. Forse sarebbe meglio avere solo degli intenti da perseguire e da trasformare pian piano che viviamo, escogitando di volta in volta il “come”, nel rispetto della libertà del “come” degli altri, di tutti e di ciascuno. Sarebbe bello formare delle cordate per aiutarci a vicenda e sentirci solidali, forti, felici. Ci riapproprieremmo così della semplicità della vita. E, del resto, lo stesso Heidegger affermava: “Lasciamo essere all’ESSERE”. Abbandoniamoci all’esistenza e tutto potrebbe accadere nel tempo giusto e nel luogo giusto. Non vivono gli uccelli cantando e ricamando i cieli di voli senza l’ansia del cibo o di programmare il nido che a primavera riempiranno di pigolii e fremiti di ali? Ecco, anche gli uccelli come i bimbi vivono poeticamente il mondo. E così la natura tutta quando segue il corso delle stagioni, le albe e i tramonti, lo sfolgorante mormorio delle stelle.

Lo so, adesso mi taccerete di retorica, di romanticismo, di scarsissima aderenza alla realtà, perché quest’ultima ha le sue leggi, le sue priorità, la sua arcigna faccia quotidiana. I suoi problemi. La sua sofferenza insita nelle nostre fragilità e nella nostra stessa umanità. No. Non ho dimenticato la realtà. Mi preoccupa, mi spaventa, mi fa “tremare le vene e i polsi”. Ma non per questo devo rinunciare ai miei sogni. Alla mia Poesia. Il poetare di Holderlin veniva definito: “illuminazione, veggenza, stato di grazia”. I poeti sono allora dei privilegiati per un dono assolutamente gratuito che li salva e li salverà sempre.

Ma bisogna fare attenzione nell'"abitare poeticamente il mondo" con le nostre poesie, dettate spesso per semplice amore della scrittura. Nei “Quaderni di Malte” Rilke afferma che i versi sono esperienze che si vestono di stupore. E le esperienze diventano così l’atto più alto del vivere. Prima di scrivere un solo verso, egli afferma, bisogna aver visto molte città, aver conosciuto gli animali e le piante; sentito il volo degli uccelli e ascoltato il linguaggio dei fiori; ripensato ai sentieri percorsi e a quelli mai attraversati; ritornare all’infanzia, alle ferite inferte ai nostri genitori per le inevitabili ribellioni; trascorrere i mattini davanti al mare e sognare tutti gli oceani. Più o meno così. Ho citato sul filo della memoria. Non ho tempo per documentarmi. Questo tempo parcellizzato che distrugge il tempo, la libertà, la creatività. La nostra stessa umanità. L’Armonia che non ammette vuoti e si sostanzia di pienezza e di unità. La Poesia. E la poesia per William Blake è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo in un fiore di campo/ e l’eternità in un attimo”.

Se la poesia, dunque, è tutto questo e molto molto altro ancora, allora è possibile abitare poeticamente il mondo. Oggi più che mai. Non possiamo andare al fondo del fondo. Inevitabilmente si torna a galla. Non ricordo più chi abbia detto che “l’ora più buia prelude alla luce” e non può essere altrimenti. I primi segnali di rinascita ci sono. L’amore per la lettura che lentamente rinasce. E la lettura è il volano della conoscenza mediata dai libri, ma ampia e suggestiva. Profonda. perché ogni pagina può essere riletta, meditata, rielaborata. E, poi, ci sono i giovani che stanno riscoprendo l’impegno senza dimenticare i sogni. Sono i nostri giovani che amano tornare sulle barricate, sporcarsi di fango e di sangue per salvare vite in pericolo, per accogliere chi non ha più nulla. Non esistono solo i ladri i violenti gli assassini che la cronaca quotidiana ci sbatte in prima pagina per fare audience. Ci sono anche i poeti, i nostri poeti rivoluzionari che cominciano a ribellarsi contro un mondo che vorrebbero diverso, migliore, più giusto, più corale e solidale, più vero. Ci sono. Esistono. Solo che non fanno notizia. Il bene è silenzioso come la foresta che cresce contro il rumore dell’albero che si schianta.

“Quando la gioia accade/ fatecelo sapere…”, ammoniva la grande poetessa serba DesanKa Maximovic con il cuore pregno d’amore anche dopo i novant’anni. Ed io voglio concludere gridando che i miracoli accadono basta riconoscerli e gridarlo ai mille venti perché anche gli altri e gli altri e gli altri ancora ne abbiano contezza. E voglio cominciare dal miracolo dei giovani. I giovani sono il nostro futuro, la nostra speranza. Guai se non sentissimo più germogliare nel nostro cuore questa tenera fogliolina, di cui prenderci cura perché continui a verdeggiare. Non è solo importante partorire un figlio o un’idea. È fondamentale prendersene cura e continuare a farlo fino a quando non ci abbandonano le forze. Certo, ci vuole coraggio e determinazione, ma abbiamo ricevuto in dono mente, mani e cuore. E con questi meravigliosi doni, gli uomini di “buona volontà” sono sopravvissuti ad un mondo ostile e pieno d’insidie e di cattiveria, e di violenza e di guerra e di catastrofi naturali e non. E sono sempre rinati. Perché ogni volta hanno scoperto dentro di sé quella luce che ha rischiarato le tenebre ed ha annunciato una nuova alba. Delitto sarebbe ignorarla. Come lo sarebbe ignorare la memoria storica che ci riporta al passato e ci fa scoprire che il mondo non è nato con noi. Per evitare errori e per far tesoro di chi anche in passato è riuscito ad abitare poeticamente il mondo. E i luminosi esempi non mancano. 

Mio nonno ce lo ha insegnato con i nostri giorni nutriti di fiabe, con le sue mani colme di fiori e di frutti, con il suo amore per noi, per gli altri, per la vita. 

 SERENO ANNO DI RINASCITA A TUTTI! Angela 

PS. Oggi è il COMPLEANNO fra le stelle proprio del mio amatissimo nonno, di mio padre e di Primo, mio compagno di vita per circa cinquant'anni. Il primo dell'anno era una grande festa nella nostra casa: tre generazioni legate a doppia mandata dal compleanno che era anche un filo d'amore ad avvolgerci tutti. Ancora oggi una luce contro il buio... A presto ancora insieme...

giovedì 29 dicembre 2022

Giovedì 29 dicembre 2022: il DOLORE nei versi di GIOVANNI GASTEL e GJEKE MARINAJ...

Siamo ad un passo dal NUOVO ANNO, che come sempre ci invita a lasciarci alle spalle quanto ci abbia fatto soffrire per i più svariati motivi nell’anno che ci dice addio per aprirci alla Speranza. Ma, in questi due giorni che ci traghettano dal vecchio al nuovo, secondo me occorre ancora attraversarlo il dolore, per poterlo superare o quantomeno tenerlo al guinzaglio, come quel cane che mai ci abbandona ma che rischia di farci cadere rovinosamente se non teniamo la mano ferma a trattenere il suo passo molto più veloce del nostro. Del mio sicuramente. E allora proviamo ad esorcizzarlo insieme questo benedetto dolore che non ci abbandona condividendolo con chi lo ha provato e lo prova sulla sua pelle quanto noi o anche di più.

E ripropongo alcuni versi sul Dolore, sull’Anima e la Speranza di Giovanni Gastel e Gjeke Marinaj, altro grande poeta e carissimo amico.

Gastel e Marinaj hanno connotazioni poetiche molto diverse pur nella loro innegabile bellezza e profondità: Giovanni Gastel non mette mai i titoli alle sue poesie; Gieke Marinaj sempre e a caratteri cubitali; Gastel conclude sempre con il luogo e la data di quando la Musa è andato a visitarlo, Marinaj parla dei luoghi e dei tempi all’interno dei suoi componimenti poetici: luogo e data spesso fanno parte della narrazione. Per Gastel si tratta di un continuum di emozioni che culminano ad un certo punto nella necessità di tradursi in parole; per Marinaj sono momenti della vita che occorre raccontare per condividere con gli altri le gioie e i dolori vissuti. Entrambi amano la narrazione, lo stile discorsivo.

In Giovanni le poesie sono quasi sempre brevi, essenziali, malinconiche, dolenti per la nostalgia della purezza dell’infanzia e per l’assenza fisica di tante persone amate: spesso si passa dal monologo al dialogo, dal dubbio alla riflessione, con versi quasi sempre brevi o brevissimi.

In Gjeke i versi sono perlopiù lunghissimi, a volte amari e cupi, altre volte luminosi e tenerissimi.

In entrambi, il dolore nostalgico per un impossibile ritorno al passato. Metafore ardite in entrambi. Molto più ricorrenti ed effusive in Gjeke.

Entrambi fuori dagli schemi. Insoliti. Ironici e visionari. Entrambi geniali. Giovanni alla ricerca continua di Dio. Gjeke alla ricerca continua dell’umanità nell’uomo. E in queste poesie ogni lettore può trovarne conferma: “Se come neve potesse/ la pace del cuore/ scendere su di noi./ Se il vuoto accogliesse/ il nostro dolore/ le nostre assenze/ e restituisse presenze/ e gioia…”/ Così mi hai detto/

appoggiata alla notte./ E io non ho saputo rispondere/ ma ho pregato lo spirito del dolore/ di alleggerire il nostro cammino:/ Come angeli caduti/ vaghiamo nel mondo/ aspettando il Dio che ritornerà/ a placare questa terribile solitudine/ dell’anima/ Basterà una sua carezza a dare/

senso ad ogni cosa. Giovanni Gastel (Milano 2020)

Bello sarebbe riportare qui il commento che a suo tempo feci sulla Pagina FB di Giovanni, ma tempo e spazio me lo vietano categoricamente. Vedremo più in là di riprendere questo stupendo patrimonio poetico che Gastel ci ha lasciato.

Di Gjeke Marinaj, invece, ecco “SENZATETTO AMERICANO”: Come anima dispersa cammini,/ oltre i vitrei sguardi/ dei manichini ben vestiti/ nelle vetrine dei negozi,/ dietro i vetri con le membra al caldo/ in questa decantata America./ Cammini con le piante vescicose/ lungo le assi marce del mito/ le tue lacrime come schegge in cui inciampi./ La tua sentenza non porta firma,/ ma sento l’eco della tua tristezza/ anche qui, nel vuoto scavato/ del mio cuore pieno di nostalgia.

E, infatti, ecco sempre di Gjeke “A MIA MADRE”, una poesia colma di tanta tanta tenerezza e nostalgia: La nostalgia di te/ Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano con le ali spezzate/ Se non odi che tuo figlio è morto/ cercami sulla soglia della prima alba/ Ma se a un flauto io dovessi somigliare/ allora per amor mio, madre - anima mia,/ abbandona meravigliose visioni e lacrime febbrili/ Perché ultimamente sono angosciato anche nei miei sogni/ Alla ricerca di te, perdo la strada in qualche baratro sconosciuto/ Nel mio straziante volo grido il tuo nome/ E l’incubo mi lascia attraversando una finestra rotta.

Poesia intensa, straziante, evocativa, dedicata alla madre lontana, anima stessa del poeta (“anima mia”). Ed è subito “nostalgia di te”, ricordo dolcissimo e dolore acuto, sia pure velato di malinconia: νόστος e άλγος = dolore del viaggio o viaggio del dolore o, meglio, il ritorno del dolore o dolore che ritorna. Il ricordo del passato che non può tornare si fa cocente nostalgia, tristezza, rimpianto. Ma il “rimpianto” è meno crudele e non è neppure un dolore: è dispiacere che perdura nel tempo per quanto non sia stato possibile realizzare in passato. Infatti, per Gjeke la nostalgia è “devastante”, il rimpianto, invece, è “vasto come il mare”, si slarga e si stempera nella vastità del mare, ma non ferisce e non fa sanguinare come la nostalgia. (Almeno secondo me. Mi piacerebbe incontrare il vostro pensiero). Il poeta, pertanto, si paragona al “gabbiano”, uccello di mare per eccellenza che ci affascina col suo volo, ma qui ha “ali spezzate”. Anche per questi dolorosi versi di denuncia e nostalgia c’è un mio più ampio commento, che non posso qui riportare, ma invito tutti gli ipotetici lettori a farlo perché ne vale davvero la pena. Il confronto, del resto, come ben sappiamo, è sempre decisamente arricchente e salutare. Le parole ci dannano e ci salvano soprattutto quando focalizzano il dolore o quando lo decantano per renderlo più leggero, come avviene nel magico libro per ragazzi Un chilo di piume e un chilo di piombo di Donatella Ziliotto (Lapis editore, prima pubblicazione il 1992, riedizione 2016), ambientato durante la seconda guerra mondiale, in cui le bombe sono il piombo che cade dal cielo, mentre le piume sono i pensieri leggeri, sorridenti, fiduciosi di due ragazzine che anche in momenti tragici e dolorosi sanno volare con i loro sogni e le loro fantasie. Anche per Gjeke e per Giovanni, come si può notare, le parole uccidono e salvano.

Giovanni Gastel, a questo proposito, in una poesia carica di dolore recita: Io sono un disperso (…) che (…) affida se stesso/ alle parole che scrive.

Ed è un affidarsi totale, quasi un “naufragare” di leopardiana memoria.

C’è una sorta di eternità delle parole nelle voci che ci appartengono, che riconosciamo e teniamo per noi. Ci sembra quasi di averle dimenticate. Poi, basta un richiamo, una frase, una eco ed ecco ritornare prepotentemente a farci gioire o soffrire e la nostalgia ci prende, come per ogni ritorno (nòstos), che è gioia, ma anche dolore (àlgos).

E, del resto, Giovanni continua: … All’origine tutto era parola.

E qui il richiamo biblico è forte. E il richiamo al Verbo che era presso Dio ed era Dio. Il Verbo ha una parola sola. Una sola Verità. Basta riconoscerla. Ma con presunzione gli uomini la cercano nella scienza, che non possiede verità, ma parziali porzioni di conoscenza, suscettibili di essere confutare e capovolte, nel tempo e nello spazio. La cercano nella propria mente, ma non è la razionalità a dare risposte chiare e definitive. Nel cuore che è un “guazzabuglio” di sentimenti e di risentimenti. Forse solo “oltre il muro d’ombra” sarà possibile sfiorare la verità. Ma forse sarà troppo tardi per credere e per sperare. Per gioirne. La fede, unica ancora di salvezza? Forse. Se avessimo il coraggio di credere. È più facile negare che ammettere. Dice lo stesso Gastel, in versi, in prosa, con gli scatti delle sue foto che vibrano di bellezza ma non di verità. Perché ciò accada, Giovanni Gastel cerca nelle sue modelle l’anima. E l’anima cerca nelle parole. La cerca in sé stesso. Non si lascia influenzare dalle regole e dalle mode. Scrive come in quel momento gli detta il sentimento. E lo stesso accade per Gjeke Marinaj. Peccato che devo fermarmi qui, ma queste riflessioni ci potrebbero portare lontano se solo potessimo documentarle con altre splendide poesie di questi due straordinari poeti. Ma mentre Gjeke continua il suo viaggio esistenziale mietendo meritatissimi successi in tutto il mondo, Giovanni Gastel è purtroppo un angelo con le “ali spezzate”, di cui la straordinaria poetessa Angela Strippoli ha fatto, a suo tempo, questo toccante, commosso e commovente necrologio in versi:

È morto Gastel?!// Il maestro/ Il poeta/ Il sognatore/ La Fotografia// La notizia è scioccante/ Paralizza/ Disarma/ Ha il rumore struggente del vuoto/ Nella città immensa// Ci ritroviamo orfani increduli/ Angeli persi nella notte che ci silenzia// Sono le cinque del pomeriggio/ Ed è buio pesto// Gastel è in volo// Il poeta di animo nobile/ Attraversa la luce// Il sognatore/ Deposto il macabro lenzuolo/ Ascende/ Con i suoi Angeli Caduti/ In Cieli nuovi e Terre nuove// Il volo è gentile/ Impercettibile/ Quasi ne fosse esperto// Forse sorride/ Forse canta/ Forse è malinconico/ Per quel perfetto imperfetto/ Che è l’umano// Icaro è con lui abbracciato/ Così mi piace pensare// Gastel è armonia/ Nel suo obbiettivo si fa strada il cielo/ Che a noi si estende// “Un eterno istante” la sua vita

Già un istante eterno tra noi, con noi, per noi. Dolore, Commozione, Nostalgia. Angela

 

mercoledì 28 dicembre 2022

Mercoledì 28 dicembre 2022: NICO MORI e sua figlia Manuela, insieme nel dolore e oltre...

A distanza di soli quattro giorni, in questo dicembre di culle e di urne, sono nati Nico Mori e la sua amatissima figlia Manuela. Ed è una immersione nel dolore da quando Nico è urna e non solo culla. Oggi, perciò, vorrei parlare del dolore sempre presente alla nostra vita, senza distinzione alcuna. Non c’è persona al mondo che non l’abbia conosciuto nelle sue innumerevoli forme fisiche, psicologiche, spirituali, e vissuto in vari modi del tutto personali: chi tacendo, chi urlando, chi pregando, chi imprecando e bestemmiando; chi con paura, chi con coraggio; chi subendolo stoicamente, chi ribellandosi e adottando tutti i mezzi per debellarlo. Manuela spesso lo fa con la sapida ironia ereditata da entrambi i genitori, e soprattutto da suo padre. Ma, anche una volta sconfitto, esso ritorna e ritorna ancora, come l’alta marea, come la risacca alla battigia, come il pianto del bimbo nella culla. Come strada lastricata di pietre d’inciampo che fanno male, senza soluzione di continuità. A salvarci potrebbe essere l’Arte nelle sue innumerevoli forme. Sì, penso che l’Arte in qualche modo ci possa salvare. C’è chi si distrae dalla sofferenza cercando rifugio nella musica, chi gettando colori su una tela, chi costruendo un puzzle, chi usando parole per gioco, passione, necessità, scrivendo un romanzo o poesie, chi esercitando la mente a pensare, leggendo e rileggendo il pensiero dei grandi filosofi dell’antichità o del cristianesimo e, via via, fino ai nostri giorni. Chi scrivendo a tale riguardo un saggio. Chi amando il teatro come attore o come spettatore. Ognuno impara strategie di sopravvivenza pur di non soccombere al male. È il nostro stesso spirito di conservazione o “slancio vitale” a darci la forza di tentare tutte le strade per venirne fuori. Fino al prossimo assalto. Non ho le conoscenze e le competenze giuste per poterne parlare a livello filosofico o scientifico. In letteratura forse. Ma in letteratura infiniti sono gli esempi di autori che hanno parlato del dolore, essendo uno dei temi più presenti in tutte le opere letterarie dell’intera umanità. Persino quando gli scrittori si propongono di far ridere a bel guardare non possono che filtrare la risata attraverso il pianto. Dovrei scrivere trattati e in un blog manca lo spazio e il tempo, manca anche la pazienza e la perseveranza dei lettori a leggere testi lunghi, come mi ammoniscono i miei figli e i miei nipoti ogni volta che scrivo una pagina che si moltiplica per quattro o più. E allora non mi resta che fare, prima o poi, riferimento ai poeti e scrittori contemporanei, magari anche a quelli che conosco, che incontro su FB, che mi permettono ricerche brevi e a portata di mano, che però abbiano qualcosa di incisivo da dire e che quel qualcosa susciti emozione, empatia, condivisione. Regalandoci la possibilità di essere insieme e di sentirci meglio. Di superare, in questo caso, per la frazione di un attimo, i nostri inevitabili dolori. Già parlarne è, a mio parere, catartico.

E comincio dalla canzone di un grande poeta e cantautore Roberto Vecchioni “Ho conosciuto il dolore” perché mi ha dato lo spunto per parlarne: Ho conosciuto il dolore/ (Di persona, s’intende)/ E lui mi ha conosciuto:/ Siamo amici da sempre,/ Io non l’ho mai perduto;/ Lui tanto meno,/ Che anzi si sente come finito/ Se, per un giorno solo/ Non mi vede o non mi sente./ Ho conosciuto il dolore/ E mi è sembrato ridicolo,/ Quando gli do di gomito,/ Quando gli dico in faccia:/ “Ma a chi vuoi fare paura?”/ Ho conosciuto il dolore:/ Era il figlio malato,/ La ragazza perduta all’orizzonte,/ Il sogno strozzato,/ L’indifferenza del mondo alla fame,/ Alla povertà, alla vita…/ Il brigante nell’angolo/ Nascosto vigliacco battuto tumore/ Dio che non c’era/ E giurava di esserci, ah se giurava di esserci… e non c’era./ Ho conosciuto il dolore/ E l’ho preso a colpi di canzoni e parole/ Per farlo tremare,/ Per farlo impallidire,/ Per farlo tornare all’angolo,/ Così pieno di botte,/ Così massacrato stordito imballato…/ Così sputtanato che al segnale del gong/ Saltò fuori dal ring e non si fece mai più/ Mai più vedere./ Poi l’ho fermato in un bar,/ Che neanche lo conosceva la gente;/ L’ho fermato per dirgli:/ “Con me non puoi niente!”./ Ho conosciuto il dolore/ E ho avuto pietà di lui,/ Della sua solitudine,/ Delle sue dita di ragno/ Di essere condannato al suo mestiere/ Condannato al suo dolore;/ L’ho guardato negli occhi,/ Che sono voragini e strappi/ Di sogni infranti: respiri interrotti/ Ultime stelle di disperati amanti/ - Ti vuoi fermare un momento? - Gli ho chiesto -/ Insomma vuoi smetterla di nasconderti?/ Ti vuoi sedere?/ Per una volta ascoltami! Ascoltami/ … E non fiatare!/ Hai fatto tutto/ Per disarmarmi la vita/ E non sai, non puoi sapere/ Che mi passi come un’ombra sottile/ Sfiorante,/ Appena-appena toccante,/ E non hai via d’uscita/ Perché, nel cuore rappreso,/ In questo attendere/ Anche in un solo attimo,/ L’emozione di amici che partono,/ Figli che nascono,/ Sogni che corrono nel mio presente,/ Io sono vivo/ E tu, mio dolore,/ Non conti un cazzo;/ Non conti un cazzo di niente.// Ti ho conosciuto dolore in una notte d’inverno/ Una di quelle notti che assomigliano a un giorno/ Ma in mezzo alle stelle invisibili e spente/ Io sono un uomo… e tu non sei un cazzo di niente.

Un pugno nello stomaco davvero. Ecco, Vecchioni reagisce a muso duro per tenere a bada il dolore e, da uomo che sente ancora emozioni e vive ancora sogni e dignità di uomo solidale, è sicuramente vincente.                                                                    

Il dolore di Manuela somiglia molto a quello di Vecchioni, anche se ogni dolore ha una sua ragione d’essere e un modo unico di esprimersi, manifestandosi o meno. Ma ogni dolore può somigliare ad ogni altro dolore? Pare proprio di no perché, anche se scoprissimo una matrice comune, per esempio il cancro, penso che toglieremmo verità a quello dell’altro malato dello stesso male: la reazione sia fisica che mentale e psicologica sarebbe inevitabilmente diversa per molteplici fattori endogeni (la soglia del dolore soggettiva, la personalità, il proprio vissuto o i traumi dell’infanzia mai superati…) ed esogeni (la cultura familiare, sociale, comunitaria, gli esempi o modelli di vita…), che potrebbero accelerare il decorso della malattia o ritardarlo. L’accettazione cristiana della sofferenza o la ribellione di chi non si affida ad alcun dio.

C’è un libro di Nico Mori che ci mette di fronte al suo dolore e a quello di Manuela. È Al confine di me (della SECOP edizioni, 2015). Il Prologo è una lettera proprio a Manuela. Prendo alcuni stralci fondamentali: Stanotte lui è venuto. All’improvviso ha smesso di essere solo una parola scritta su un referto e mi ha azzannato con denti di iena, contemporaneamente, in tutte le parti di me che silenziosamente in un anno ha saputo conquistare. La casa dormiva (…). Eravamo soli lui e io e mi avvolgeva con spire possenti (…). Ho realizzato, incredulo, che stavo morendo. Ma prima di quello che mi è parso come l’ultimo respiro, mi è esploso in cuore un urlo d’ira ed ho iniziato a difendermi, gridando al bastardo che non mi sarei arreso facilmente. Lui non sapeva, non sa, quanto a lungo io abbia resistito, negli anni di una vita intera, al dolore di un’anima maciullata dal tempo e dalla solitudine ma che ancora si ostina a inseguire teorie d’incanto. Un’anima che non smetterà mai di andare in cerca di meraviglie, dovunque si nascondano, quale che sia il prezzo da pagare anche solo per osservarle. Lui non sapeva, non sa, che opporre dolore a dolore può essere una strategia vincente e che quel nero d’anima che mi porto dentro è infinitamente più lancinante e distruttivo dei suoi morsi. (…). Non so, Manuela, se ti è capitato di leggere il Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. Nelle sue parole, tu come nessun altro, riconoscerai gran parte di me, di quello che sono oggi:

… all’improvviso sono giunto ad una sensazione assurda. Ho capito, in una folgorazione intima, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. (…)…

Ed è qui che Nico, non riconoscendosi più perché si sente nessuno (devastante sensazione di “non appartenenza” neppure al proprio “io”) consegna il suo dolore a sua figlia, facendola complice della sua immane sofferenza psicologica, più dilaniante degli artigli della iena che gli lacera il petto, le carni e tutto il corpo martoriato.

Poi, però, Nico continua: Ma questa non è una lettera triste, è una lettera d’amore e tu, come nessun altro, sai anche che non sono sempre e solo quello delle parole di Pessoa. Il tuo papozzo è e sarà sempre anche il compagno con cui andare a mangiare - complici - il gelato d’inverno a Torre a Mare o quello che ti sorride con il cuore quando gli dici seria e determinata: “Tu devi stare bene! Non puoi ammalarti senza il mio permesso, ed io questo permesso non lo darò mai!”…

E questa è la risposta di Manuela alla revoca, da parte del padre, della consegna di quel suo lacerante dolore per alleggerirne l’impatto dell’enorme peso sulle spalle certo forti della prediletta figlia, ma pur sempre asimmetriche nella misura degli anni che a dicembre si facevano/fanno culla per entrambi. Il suo “papozzo” non era/è solo dolore ma anche “complicità d’allegria, di segreti d’amore incommensurabile come l’oceano-mare che li attraversava/ attraversa. E Manuela ha condiviso quel dolore complice di lacrime e di segrete ribellioni e meraviglie fino alla notte in cui ho sentito in un sussurro la sua voce ferma e tremante: “Nico non c’è più!”. E il dolore non ha più parole. Angela

martedì 27 dicembre 2022

Martedì 27 dicembre: per GIOVANNI GASTEL, che oggi nasce ancora...

Ancora culle e urne in questo mese di dicembre che corre a cedere il posto al Nuovo Anno, mai così atteso e mai così paventato. Stiamo per lasciarci alle spalle un anno oltremodo difficile e stiamo per vivere un anno che non promette granché di buono. Pure, Spes ultima Dea! Vogliamo sperare e credere ancora come ogni essere umano credo abbia fatto dai primordi dell’umanità.

Ci separano pochi giorni da questo nuovo inizio convenzionale, ma importante per tutti noi che amiamo ricominciare: nascere e ri-nascere. E oggi voglio ricordare ancora e ancora Giovanni Gastel, che  compie 67 anni. Troppo pochi per un UOMO come lui. E di lui voglio parlare a sprazzi di ricordi, annidati nel cuore e nell’anima perché Persone così non vanno mai via per sempre. Rimangono più VIVE che mai per sempre. E parto dalla sua eccezionale umiltà, dote pregnante della sua personalità e umanità. E, del resto, l’umiltà è una dote necessaria all’uomo di fronte al mistero del Creato. Non se ne può fare a meno. Solo la nostra arroganza ci fa dimenticare questa necessità. C’è, a questo proposito, una poesia molto profonda di Giovanni. Eccola: Questo giardino/ potrebbe essere solo/ un bosco di persone/ agitate e complicate dal vento./ Ma non cerco la differenza stasera/ voglio con me il dubbio di non essere diverso/ da questi fiori da queste piante./ Senza più sangue pulsante/ ma verde linfa che scivola dentro di me./ Torna immenso Pan/ a confermarmi che sono ancora parte del tutto/ come era un tempo/ prima della paura e dell’arroganza.

Mi sembra giusto, però, dopo aver focalizzato la caratteristica che maggiormente lo connota, l’umiltà, rivolgergli un pensiero di affetto e gratitudine per quanto ci raccontano le sue fotografie, i suoi versi, i luoghi da lui attraversati sempre con occhi bambini e attenzione agli altri, al mondo. E voglio ricordarlo con le parole non mie, ma di chi lo ha conosciuto bene perché ha condiviso con lui esperienze di lavoro, gioie familiari, lunghe vacanze e risate insieme. Il testo mi è pervenuto grazie a Caterina De Fusco che lo ha letto per prima e me ne ha fatto dono con la sua consueta generosità. Leggete un po’: “Giovanni Gastel tiene bottega a Milano, in via Tortona numero 16. Anche se l’edificio moderno può trarre in inganno, si tratta di una delle ultime botteghe artistiche di tipo rinascimentale. Qui, sotto l’occhio vigile del maestro, le richieste dei principi della moda vengono soddisfatte da una schiera di professionisti come in ogni bottega d’arte che si rispetti. L’impressione è di un fervore continuo, a cui è molto difficile sottrarsi. Gastel appartiene a quel genere di autori che amano circondarsi di persone mentre lavorano, che traggono alimento dalla condivisione dei progetti. Quando ho accettato di scrivere il testo, non immaginavo che avrei fatto più riunioni per questa piccola mostra che per quella di Arcimboldo a Palazzo Reale. D’altra parte Giovanni è un artista sensibile e generoso e lavorare al suo fianco - almeno su di me - produce un effetto rigenerante. Come tutti gli artisti ricettivi, dotati di talento naturale, nel lavoro è veloce e poco prevedibile. (…) In queste Cose viste mi sembra di riconoscere una parte della personalità di Giovanni più profonda e riflessiva, di certo meno ironica di quella che conosciamo. (…) Come tutte le arti, la fotografia si fonda su un principio di selezione e di cristallizzazione: l’immagine deve diventare forma, e attraverso di essa acquisire un significato. Per risarcire l’indifferenza del tempo e delle cose, l’artista - non solo il fotografo - deve rendere universale l’istante particolare ed effimero, caricandolo di durata e di astrazione. Si potrebbe dire che in queste foto Gastel cerca di cogliere, fin dove gli è possibile, il lato perenne delle cose quotidiane. Gastel sembra comprendere che le forme ideali e le armonie segrete non appartengono più al nostro mondo, e infatti non le propone come modelli. Le lascia trasparire appena, come a indicare che la possibilità di attingere a un senso più vasto rimane anche oggi, se pure nell’incertezza che ci circonda, che la sacralità delle cose permane, se soltanto si è disposti a vederla”. (giovanni gastel, cose viste, a cura di francesco porzio, studiogiangaleazzovisconti, 15 settembre - 22 dicembre 2011, Silvana Editoriale).

Quanto segue è una mia la mia nota di rimando: ‘Si tratta di alcuni stralci della Prefazione del prof. Francesco Porzio al catalogo della mostra di Giovanni Gastel, dall’autore intitolata “cose viste” e curata appunto dal su citato eccellente studioso e critico d’arte. Già la copertina minimalista del catalogo, tutta in minuscolo e ridotta all’essenziale, connota la semplicità e l’umiltà del grande artista, che nel 2011 era già all’apice del suo successo di fotografo. Ma quello che ancora di più mi affascina è il modo pacato, sincero, empatico del prof. Porzio nel descrivere lo studio gasteliano, come luogo fisico e dell’anima, in continuo magico fermento in conformità alla personalità “sensibile e generosa” di Giovanni Gastel, veloce e imprevedibile nella realizzazione dei suoi lavori, in perfetta sintonia e armonia con i tanti professionisti e allievi di cui amava circondarsi per diffondere la sua luce intorno nell’ambiente che abitava e a tutti quelli che lo circondavano. Giovanni cercava, raggiungeva e conquistava ogni giorno attimi puri di felicità per la gioia che gli procuravano la passione e il talento, legati al suo lavoro e alla sua poesia, e per il bisogno/desiderio di condividerla con tutti: con i presenti nel suo studio, ma anche fuori, con quanti (tantissimi) seguivano la sua mitica Pagina FB. Con quanti amava abbracciare con il suo sguardo generatore e donatore di sogni. Ma vorrei concludere queste pagine con alcune significative parole della carissima Caterina, che ha spesso condiviso la gioia di Giovanni Gastel nel suo studio di Milano e non solo, collaborando con lui in tante suo Mostre da un capo all’altro del nostro pianeta: Gastel approdò al “pensiero creativo” nel momento in cui iniziò ad eseguire scatti non più con la testa ma con l’anima. in quel preciso istante fu dimentico di diaframmi, esposimetri, tempi controllati, la fotografia per Giovanni divenne estensione automatica di sé stesso; ciò gli permise di far pace con i suoi “demoni”. Scattare divenne “pura gioia”, similmente ad un danzatore di Sufi che entra in connessione tra Cielo-Terra.

E a noi non rimane che la gioia di averlo incontrato, conosciuto, ammirato, amato in quel poetico contagio di anime che diventa conquista quotidiana di attimi di felicità nella consapevolezza che sia stato e sia davvero un dono per sé e per gli altri… E, così, sempre più la sua personalità e il suo talento si definiscono in un intreccio continuo delle sue doti straordinarie, che via via si dipanano nel restituirci la sua genialità ricca di mille sfumature: l’umiltà, l’ironia, la gioia di vivere e di produrre bellezza; la malinconia, sempre presente nei suoi occhi che guardavano lontano; la poesia intima e notturna per comunicare con sé stesso, con la gente, con il creato e il suo Creatore; la fotografia, lavoro e passione da vivere e da condividere con gli altri, in una esaltazione dei sensi e dell’anima. Esaltazione che nasce quasi sempre da una folgorazione, dovuta, fin da ragazzino, alla Bellezza del suo lago di Como; all’Armonia, che vi scopriva nella sua immensa villa di Cernobbio sul lago; alla   Parola, che traduceva tutto quell’incanto in Poesia. Non a caso, trascorre, quando può e appena può, tutto il suo tempo libero in quel luogo incantevole, incendiandosi continuamente di passione per l’Arte a trecentosessanta gradi, facendola musa ispiratrice della sua scrittura: Scrivere è “il rumore del tempo” che passa. E ci trasforma pur lasciando intatta la nostra personalità di fondo. E la mia è quella di un sognatore. La parola è per me Luce che è la carezza di Dio, che ci ha donato tanta Armonia nel Creato: il giorno del plotone/ sia benda sopra gli occhi/ questa sconfinata bellezza.

Folgorazione, del resto, da folgorare, per estensione significa: lampeggiare, fulminare, balenare. È l’improvviso accendersi del cielo con luce molto intensa e luminosa. Quindi, è un diffondere vivida luce, ma anche colpire, uccidere (scarica elettrica dovuta ad un fulmine). 

Metaforicamente, la folgorazione è l’illuminazione improvvisa che coglie tutti gli artisti. E di folgorazione si può parlare di tutti i Progetti che Giò amava realizzare con gli altri e per gli altri. Lui non aveva bisogno di ulteriore fama, ma amava donare gioia agli altri. un esempio tra i tanto “Acque amate”, un Progetto creativo, poetico, fotografico, sollecitato da due straordinarie fotografe, discepole dell’immenso Giovanni Gastel, nel suo studio di Milano. Ho tratto dal loro libro Acque amate, appunto, firmato anche da Giovanni Gastel, due tra le più significative poesie che sono un canto d’amore per il mare Adriatico di Senigallia (Delia Biele) e per il lago di Como (Giulia Caminada).

La poesia di Delia ha per titolo “La vastità del mare” ed è decisamente filosofica. Ci aiuta a pensare e a riflettere: Quali varchi dovremo ancora attraversare/ naufraghi in ogni dove col pensiero/ affacciati sul mare/ confine dell’umanità/ a mani nude ci prepariamo alla lotta/ immersi nei nostri dolori/ accarezziamo l’onda/ sperando di partire/ o di tornare?

La poesia di Giulia s’intitola “Il mondo emerso”: Come tazza dal bordo irregolare,/ come fantasia senza geometria di una stoffa,/ come calligrafia rotta da un tratto/ o energia che sprigiona da un gesto./ Non è più l’occhio/ ma la mente che vede./ Parca di parole/ ascolta il ticchettìo/ della pioggia di primavera,/ partecipe dello splendore dell’universo.

Sono versi che corredano le splendide foto di Delia e Giulia, sotto la evidente ispirazione del loro Maestro, non solo per le immagini ma anche per le parole. L’intero Progetto piacque tanto al grande Giò, il quale sul libro scrisse solo un anno fa: … Sono acque tormentate e serene sono scrosci e bagliori. Sono macchine per pensare queste splendide fotografie. Brava Giulia, brava Delia. Con grande stima. Giovanni Gastel.

E ancora mare e ancora amore per questa distesa azzurra che ci regala fremiti di emozione purissima, in cui ritroviamo, ciascuno con la sua storia, gli “istanti imperituri" delle nostre vite.

E di “istanti imperituri” parla Giovanni, quando pone ogni sua speranza nella carezza di Dio a calmare ogni dolore: “Se come neve potesse/ la pace del cuore/ scendere su di noi./ Se il vuoto accogliesse/ il nostro dolore/ le nostre assenze/e restituisse presenza e gioia”./ Così mi hai detto/appoggiata alla notte./E non ho saputo rispondere/ ma ho pregato lo spirito del dolore/di alleggerire il nostro cammino./ Come angeli caduti/vaghiamo nel mondo/ aspettando il Dio che ritornerà/ a placare questa terribile solitudine/dell’anima./ Basterà una sua carezza a dare/ senso ad ogni cosa.

… E vorrei concludere, ancora una volta ma non per l’ultima volta, con il ricordo di quando affidò i suoi sogni d’amore a Dio e acconciò le ali per raggiungerLo, dove ogni ansia terrena si placa e si annulla nella Sua divina carezza. Ma è rimasto nel nostro cuore con tutta la Bellezza che ci ha regalato con le sue foto e le sue poesie, con tutta l’amorevole generosità con cui ha accolto ciascuno di noi, pago di veder fiorire la gioia ad ogni suo sguardo, ogni sua parola, ogni suo sorriso a chi aveva incontrato per un giorno o per la vita. Erano questi gli “abbracci” le “attenzioni minime e immense” che lo rendevano davvero felice. Infatti, solo due anni fa, così scriveva sulla sua Pagina FB: Un abbraccio vi manderò/ da questo mio mondo di parole./ Un abbraccio forte/ da questa mia solitaria isola./ Un abbraccio aspetterò/ mentre qui scende la sera/ inesorabilmente come il destino./ Un abbraccio/ che porterò con me fino al giorno/ in cui memoria e sogno/ balleranno confusi nella mia mente./ Un abbraccio. (Castellaro 2019).

Era questo il suo costante aprirsi agli altri per offrire e ricevere amore, senza mai pensare a una “deminutio” della sua fama e grandezza, del suo NOME. Desiderava solo amare ed essere amato. Grazie e ancora GRAZIE, Giovanni!

E per oggi mi fermo qui. Non ho più parole. Solo lacrime di ricordi, commozione, gratitudine. E il Nuovo Anno si tinge di Rimpianto e di Speranza. E siamo ancora insieme per RICOMINCIARE!  Tutti!

Giovanni Gastel compreso. A presto. Angela