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sabato 17 aprile 2021

Sabato 17 aprile 2021: e altre poesie mi vengono a trovare…

E ho ripreso a cercare tra i commenti che mi giungono su la poetologa quanto ho involontariamente non portato alla condivisione. Ed ecco, per esempio, la prosa poetica di Mariateresa Bari, tratta da Intraverso, spiragli nell’essere… Come non condividerla? Meravigliosa quanto amara: “Nella stanza degli occhi”. Di scivolare all'imbrunire nelle ore roche del sonno che spoglia dal frastuono del non detto, accade. Accade di azzannare una nuvola stanca che trasfigura in spuma di mare, scardina le porte serrate del cuore e resta. Mesta vibra l'aurora nel ruggito di onde feline. E si cerca nello specchio di cielo ingiallito di foglie. E sempre di Mariateresa: Davvero sanguinanti i versi di Mastropirro. Sanguinano il dolore e l'ingiustizia di tutti i calvari del mondo, come tu dici! E quell'orrore toglie il sonno, a chi ha non solo occhi per guardare ma anche voce per gridare lo strazio e denunciare. Questa una piccola poesia scritta da me quasi due anni fa, quando abbiamo ignorato l'esistenza di una nave di profughi nel nostro Mediterraneo, trattenendola in mare per mesi negando asilo e accoglienza. E trasformandoci in tanti Giuda. Sempre grazie Angela per le tue riflessioni, che infondono speranza. “La nave fantasma Morde il dolore incrostato sui volti. La luna inciampa eterea nelle urla e sbianca desideri ormai appassiti. Non c'è fiato, non più”. (M. Bari 31/7/2019) Quanta verità e quanto dolore misto a rabbia e impotenza in quei giorni. E quante invereconde strumentalizzazioni… In alcuni casi meglio non avere più fiato. E Giulia Basile ha commentato su "Lunedì 12 aprile 2021: le poesie di una Primavera tanto attesa...": Grazie Angela, sei tu poesia col tuo sentire, che trasforma in poesia i tuoi commenti in prosa. <3.  Grazie di cuore a te e a tutti voi che alimentate il mio amore per la poesia e il mio desiderio di vera condivisione. Poi dal 31 mar 2021 recupero ancora Mariateresa: Angela quant'è dolce naufragio nel mare dei ricordi... che sanno di "cialledda" nelle sere d'estate e taralli di massa nelle vacanze pasquali. O di ninnananne in vernacolo intonate dalla mia cara nonna. Grazie sempre Angela, per il tuo immenso dono! E il dono è reciproco e profuma di ricordi antichi che scaldano il cuore. E, poi, sempre Mariateresa ha commentato su "Mercoledì 24 marzo 2021: nel Retino la parola GRATITUDINE...": Cara Angela, come non esserti grata? Ecco i versi scaturiti stanotte dalle tue riflessioni! “Nel debito di un credito”: S'annoia il sé, spossato depone la sua corona smilzo di cuore e si prepara all'esodo. L'alito assassino non più appaga. Il lampeggiare di finestre nel buio delle sue frequenze troppo acute, stride e si fa strada. Lo guardiamo trapassare lo specchio e lambire solitarie rive col suo foulard di tedio al collo. (M. Bari). Perle che mi lasciate e che io raccolgo con grande ammirazione, amore, voglia d’imparare. Il vostro nuovo modo di scrivere poesia mi cattura e mi allarma: c’è troppa amarezza, troppo sconforto, troppa solitudine. E troppa voglia di rinnovamento interiore per poter ancora sperare in un mondo migliore. Fare rete significa anche sconfiggere la solitudine. Poter sperare insieme. Dobbiamo provarci con tutte le nostre forze. È questo il mio nuovo proposito per il giorno che comincia. E, infine,  Mariateresa Bari ha commentato su "Giovedì 18 marzo 2021: alcune poesie di Giovanni Gastel...": Straziante ma necessario. Doloroso ma salvifico. Questo è per noi poveri che restiamo, parlare di chi la varcato la soglia. Parlare di Loro è parlare con Loro. Il ricordo è un luogo d'incontro! Grazie Angela per queste lacrime di commozione. Un abbraccio. Anche questa è per me una lezione di vita. E, a proposito di Giovanni Gastel, ecco cosa mi ha inviato Giulia Caminada che, come fotografa, ha lavorato nel suo Studio, in ricordo della sua grande umiltà e umanità:  Sono una bolla di memorie/ che naviga portata dal tempo./ Non mi aspetto/ di essere ricordato./ E neppure che qualcuno sappia che sono esistito./ La campana continuerà a suonare/ anche in mia assenza./ I mostri a esistere./ Siamo figli dell’uomo./ Poi cadremo in un sonno profondo./ E il prete dirà/ - Era una persona delicata -./ E correrà a casa a guardare la televisione.   Quanta dolorosa amarezza anche in lui prima di scoprire sempre più vicina e consolatoria la presenza di Dio. E sempre su Giovanni Gastel ecco un’altra testimonianza di Francoise Sallé, una persona eccezionale con cui sono diventata amica grazie al nostro comune meraviglioso amico. Risale al 13 marzo: Sono straziata dall'apprendere che Giovanni Gastel, uno dei più grandi fotografi italiani ci ha lasciato oggi pomeriggio.

Ti voglio salutare, Giovanni, ritornando alla lettera di ringraziamento che ti ho indirizzato dopo quell'indimenticabile "shooting" del 5 dicembre 2017, nel tuo studio di Milano.

Caro Giovanni, caro perché non si può passare davanti al tuo obiettivo senza provare quel senso di amicizia che sai infondere intorno a te e che si ha - naturalmente - voglia di ricambiare con slancio affettuoso. Un senso di amicizia che, dunque, ho provato anche io sin dalla tua calda, sorridente accoglienza a braccia aperte.

Hai realizzato un mio antico sogno, permettendomi di passare "oltre lo specchio", cioè da redattrice di moda, a mia volta,"modella". In quell'occasione ho potuto respirare di nuovo l'atmosfera di uno studio foto, circondata dalle persone amiche, Sandra, Federica e Stefano in particolare, che si erano ritrovate impegnate in ciò che avevo denominato "progetto Gastel"; un progetto un po' folle nato dopo una chiacchierata con te, una sera tardi, a proposito di un bellissimo ritratto che tu facesti ad una famosa "soubrette". Si dice che ttu sappia cogliere il cuore e l'anima delle persone che il tuo obiettivo indaga. Vicino a te ho sperimentato quell' "eterno istante" in cui, come dici tu stesso, la fotografia restituisce l'archetipo della natura della persona e non la documentazione richiesta della sua realtà.

Perciò sono rimasta senza parole scoprendo i due ritratti che mi hai donato con tanta elegante generosità.

Come potrei quindi non esserti grata per ciò che hai visto in me e spero di "combaciare" almeno un po', almeno nel profondo del mio essere, con la bellezza che hai voluto regalarmi.

Il 2017 è stato per me un anno cardine: cominciato molto male, si è, in qualche maniera, riscattato nei mesi successivi con degli avvenimenti felici che hanno segnato per sempre la mia vita.

L'incontro con te è stato uno di questi avvenimenti.

Ti ringrazio.

Un bacio grande grande.

Arrivederci, Giò.

E vorrei concludere con una poesia che ritorna a parlarci di primavera con un commento della carissima Elina Miticocchio, trovato stamattina sul mio blog: “In questa perduta primavera”. Su quali sogni si appoggia il sole in questa perduta primavera dove manca il tempo soffice del volo e dei larghi pensieri eppure resta il fiato per sospingere 'ancora lontano ci ritroveremo'… Mi infilo in questo attimo sospeso in questo fragore di incanto perduto mi offro creatura spoglia senza rotta oppure rotta nei meccanismi del cuore eppure conosco il suono un violino tornerà a fare musica ad incantare il mio giorno (Angela così ho sentito leggendo questo post). Pirandelliano cuore di violino quello di Elina per incantarci ancora, dopo ogni sperdimento suo e nostro. Grazie infinite a tutti voi che con questi messaggi così poetici, leggeri e profondi, ricamate il nostro blog con tanti luminosi fili, diversi ma tutti impregnati di splendida POESIA. Grazie. Buon fine settimana. Speriamo con tanto sole…


giovedì 4 marzo 2021

Giovedì 4 marzo 2021: in risposta ad alcuni suggerimenti come carezze d'anima...

Mi sono giunti in questi ultimi giorni dei messaggi molto belli e significativi da alcuni amici affezionati al Retino e a questo blog. Sono per me gocce di rugiada che l’alba mi regala per continuare a scrivere e a sollecitarvi a scrivere perché desidero che il mio spazio diventi in “nostro” spazio per stare insieme nella stessa casa, dove è fermento la parola di tutti e faciliti nuovi incontri verso orizzonti sempre più ampi e ricchi di magia. Quest’ultima per me è indispensabile quanto il coraggio, per andare avanti con forza e leggerezza.

Giulia Basile, riferendosi a quanto detto l’altro ieri, mi scrive: Grazie Angela, non potevo meglio cominciare questo mese di marzo se non con questo tuo corposo e meraviglioso scritto nel quale la parola poetica "naviga", come tu dici, in un'aria leggera carica di promesse. Grazie anche alle poete da te scelte portatrici di grande luminosità, e alla prossima.

Come non far tesoro di questa “navigazione” insieme. Il libro di racconti di Giulia è uno straordinario esempio di coraggio e leggerezza che connota le tante protagoniste di Naviga la parola e consuma Amore  (SECOP edizioni 2021): un viaggio fisico, psicologico, metafisico in altre direzioni e dimensioni in un andare senza meta alla ricerca di sé. Bellissima è la condivisione: il ritrovarci in unità d’intenti, ognuno/a con la sua voce. E “navigare” è un verbo che si è impigliato nel mio retino ed è innanzitutto un infinito presente o un presente infinito che mi piace molto di più, mi dà l’idea dell’andare per mare in un tempo che rende infinito e quindi senza tempo il presente.

E Vito Di Chio mi suggerisce: Come non condividere le tue impressioni e riflessioni sull’AMICIZIA. Angela? Con delicate pennellate poetiche hai messo bene in risalto la dimensione etica che caratterizza questa meravigliosa, forte e fragile relazione tra le persone. Avrei pubblicato tutto il testo poetico di Khalil Gibran, dal quale traspare la ricchezza della mistica e della poesia orientale. L’amore gioca un ruolo importante in questa relazione. C’è una osservazione di Theodor W. Adorno che fa luce su questo ruolo: “Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza”. La debolezza e la forza si trovano nella relazione amicale in un momento di tensione altissima, laddove sia l’una che l’altra sono in grado di far frantumare quel miracolo di leggerezza che è l’essere amato o di portarlo alla luce, esaltandolo e dandone testimonianza. Il mostrarsi (… dove puoi mostrarti debole) è legato al linguaggio dei segni, a ciò che rinvia quindi al di là di sé stesso, che non ha nulla a che fare con ciò che celebra l’io e lo isola. Solo in questo modo la debolezza non è una forma di svilimento servile, ma di superamento di sé stessi, di coinvolgimento dell’altro. Non è neppure una forma strategica di tenersi in riserva la forza per momenti più opportuni, ma la consapevolezza che la relazione affettiva è segnata da un dono reciproco, raccolto da mani che sanno accogliere - non da mani che sanno costruire solo funzionalmente un rapporto. Questa “meditazione della vita offesa” tradisce con chiarezza il bisogno di trascendere una semplice forma di convivenza, che umilia i rapporti: quel mettersi in gioco per sopravvivere ed emergere; quel tipo di comunicazione che è dominato dagli affari, dai ruoli, dalla funzione, per cui ogni relazione tra le persone rischia di essere mercificata. La riflessione di Adorno contiene in sé la sfida ad aprirsi, disarmato, all’altro - senza condizioni, ciò che include la fede nel totalmente Altro, nel quale solo la debolezza è forza e la forza è capacità di amore. (Vito Di Chio)

E raccolgo il suggerimento di Vito di pubblicare il resto della poesia di Gibran che tanta parte ha avuto, la volta scorsa, nelle mie e nelle sue riflessioni:

Quando l'amico vi confida il suo pensiero,

non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.

E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:

Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa

nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.

Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:

La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,

come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.

E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.

Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero

non è amore,

ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.


E il meglio di voi sia per l'amico vostro.

Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,

fate che ne conosca anche la piena.

Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?

Cercatelo sempre nelle ore di vita.

Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.

E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.

Poiché nella rugiada delle piccole cose

il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

Niente di più vero quando l’amicizia è vera. E niente è più misteriosa e profonda della nostra essenza più intima e nuda che solo l’amico/amica può e sa cogliere senza stupirsi o scandalizzarsi e senza fare domande per dare risposte: entrambe sono racchiuse nel silenzio che urla o racconta o sussurra per chi sa ascoltare.

E Maria Pia Latorre mi raggiunge col seguente “capogiro” reciproco di parole: E per me giostra da capogiro la tua analisi. Angela, hai questo dono straordinario di penetrare le parole! Entri nella profondità del testo e nel sentimento di chi scrive con una naturalità che continuamente sorprende. Lo stupore che viene dalle tue parole, dalla tua sensibilità è nel mio cuore. Grazie!

Grazie, Maria Pia carissima, ti confido un segreto, che forse segreto più non è, ma è la mia verità in quanto “mia percezione” della realtà: da quando sono stata tra la vita e la morte in questi ultimi due anni spesso ho ancora dei vuoti di memoria improvvisi, ma per fortuna brevi, che io tento con tutte le mie forze di colmare, convinta come sono che i vuoti sono una sfida per rinascere con sensi e segni da reinventare giorno dopo giorno. Ebbene, questa premessa serve a dirti che la mia capacità di lettura del pensiero altrui è una “dono magico” che mi ritrovo “per grazia ricevuta” sin da quando ho cominciato a scrivere per me e per gli altri. Prestissimo. Praticamente da ragazzina, commentando all’improvviso i versi dei grandi poeti che studiavamo a scuola. E oggi, nonostante i momentanei vuoti che a volte mi fanno paura e mi creano indicibile ansia, basta sedermi al computer con un testo da analizzare per “ricevere” le parole che scrivo di getto e che quasi mai modifico (perché subito diventano un altro pensiero che naviga in me parallelo al primo), senza soluzione di continuità, ma non per merito mio. E non lo dico per falsa modestia. I miei di casa di ieri e di oggi possono tranquillamente confermare. Il merito è del Suggeritore che mi dona sistematicamente le Sue Parole, che quasi sempre “leggono” nella emozione della mia anima per farsi conoscenza profonda dell’anima degli altri, celata nelle loro varie scritture. Di qui recensioni e prefazioni a profusione e saggi critici, moltissimi dei quali mai pubblicati. Per innumerevoli ragioni. Ed io mi sorprendo davvero ancora oggi di questo DONO IMMENSO e ringrazio quotidianamente il buon Dio e mi sento un frammento infinitesimale del suo Amore, che vorrei donare agli altri, pur sentendomi sempre in debito con tutti per l’amore che ricevo a piene mani…

E Francesca Pice mi fa dono del seguente capolavoro che mi lascia senza parole, sopraffatta dall’emozione: Carissima Angela, ti ringrazio per avermi dedicato i bei versi di Raffaella, ma ancor più per avermi concesso, degli stessi, una interpretazione così puntuale, che fa cogliere nelle sue sinestetiche immagini tutti i sentori della Primavera che è alle porte. Il tuo retino è sempre ricco di magico in-canto, cattura silenzi che avvolgono parole e veicola un messaggio che mi sta molto a cuore, ovvero che la Poesia educa alla complessità, al dialogo e al confronto, perché l’interpretazione di un testo è una finestra aperta su ciò che è multidimensionale, problematico, non concluso, e sprona a fare i conti con l’incertezza e la pluralità delle suggestioni.

Veniamo alla poesia di Amelia Rosselli su cui ti sei soffermata, cogliendo i tratti luminosi e vivificanti di una pioggia ‘appesa nell’aria’ di un tempo indefinito, a cavallo tra presente e passato.

“Soffiati nuvola, come se nello stelo / arricciato nella mia bocca / fosse quell’esaltazione d’una primavera / in pioggia, / che è il grigio che ora è / era appeso nell’aria… / … E se paesani zoppicanti sono questi versi / è perché siamo pronti per un’altra storia / di cui sappiamo benissimo faremo / al dunque a meno, / perso l’istinto per l’istantanea rima / perché il ritmo t’aveva al dunque / già occhieggiata da prima”.

Voglio offrirti un’altra misteriosa corrispondenza, forse inattesa.

Quel collegamento straniante tra la nuvola, lo stelo in bocca e la primavera piovosa, riconducono ad un quadro memorabile, tra i massimi capolavori del Rinascimento italiano: La Primavera di Botticelli. Se si legge il dipinto da destra, si nota Zefiro che raggiunge e abbraccia Clori. La Ninfa poi appare nuovamente, a sinistra, nelle forme di Flora vestita di fiori. Al centro sono raffigurati Venere e Cupido che scaglia il dardo d’amore. Le tre Grazie danzano sulla sinistra vestite con veli trasparenti. Mercurio infine alza il braccio destro e con il caduceo tocca una nuvola. E così il prato è cosparso di fiori ed erbe: è davvero giunta la Primavera!

Una bellissima allegoria della fecondazione, che dipinge le capacità generative di una stagione che trova nella pioggia un elemento propulsore. Ut pictura poesis. I versi della Rosselli sono un tumulto di parole che trovano nel brillio della pioggia il senso dell’attesa, e dicono tutta l’inquietudine di chi aspetta il risveglio della vita. Perché, come dice Pasolini, la pioggia ti cala nel mare dell’inconscio e ti spinge a cogliere il nuovo che comincia per tutti, imponendoci di rinascere, di rifiorire sempre a nuova vita.

“[…] Ora sento in me un sapore di pioggia caduta,

ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto.

Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo

comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi.”

Angela, mettiamola così... In linea con il ciclo idrologico, ovvero quel flusso continuo di acqua tra cielo e terra, mi piace pensare che la poesia della pioggia evapori, condensi e ricada ad alimentare gli animi assetati di vita attraverso nuova poesia. Non è forse questo il senso del tuo retino? Poesia genera poesia 

E io le ho risposto con tutta la mia ammirazione: Mia immensa Francesca, ho dovuto inforcare gli occhiali per poterti rispondere. Ma non potevo più rimandare a domani. Sono senza parole davvero dopo le tue favolose integrazioni al mio commento. Sì, è proprio questo l'intento ultimo del mio Retino. Certo, il confronto perché poesia generi Poesia. Ma tu mi hai letteralmente travolta con la tua cultura non soltanto letteraria, ma anche pittorica, con la tua sensibilità poetica che ha reso visibile l'invisibile, raccontabile l'ineffabile, andando alla radice di ogni possibile interpretazione di versi, intenzioni, emozioni. Devo riportare tutto questo profluvio di stupefacenti gocce d'acqua dissetanti e coinvolgenti nel mio blog. Sono appagata, felice, ammirata. Ancora GRAZIE. Ti abbraccio forte forte.

 Ho risposto a Francesca, ma desidero rispondere a tutti perché tutti voi mi donate una grande ricchezza, di cui faremo insieme tesoro nel blog e nel Retino. Niente accade invano. Anche gli incontri avvengono perché devono accadere. Io ne sono certa. Ed è una delle pochissime certezze che quotidianamente vado conquistando. Certe corrispondenze sembrano casuali e invece, a distanza, ci accorgiamo che sono causali. C’è un perché in tutte le nostre esperienze terrene. Almeno io ne sono sempre più convinta. Avremo modo di riparlarne. Buona giornata e a domani. Ciao.

 

mercoledì 24 febbraio 2021

Mercoledì 24 febbraio 2021: nel Retino ho catturato…

Prima di ogni altra cosa il mio auguro di sereno e dolcissimo COMPLEANNO (91 primavere portate splendidamente) alla mia amatissima AMICA Ada De Judicibus. Con l’unico mio dono possibile: “Grattacielo”

Quanto cielo quanto cielo per me!/ Sono una casa che colloquia con le nuvole/ al puro spazio apro mille finestre/ do asilo a uccelli di vetta./ Quanta gloria di cielo intorno a me!/ Io respiro l’assoluto/ penetro nel suo silenzio.// E aspiro agli astri/ agli astri offro lo specchio/ delle mie vetrate./ Sono un diamante solitario:/ sul grigio groviglio/ di strade e di case che sovrasto/ rifletto luce./ Sono un inno ascensionale,/ il mio giardino pensile/ è un sospiro di verticalità. (Ada De Judicibus)

Mia carissima Ada, hai scritto una bellissima poesia. Molto originale e molto “spirituale”. Nella immedesimazione col grattacielo c’è davvero tanto cielo e tanto “anelito alla verticalità” dopo tanta luce ad inondare vetrate e riflessi interiori negli specchi che moltiplicano all’infinito la tua anima, circonfusa di azzurro e nuvole leggere: “inno ascensionale”. Splendido verso che occupa il rigo intero, dilatandosi nello spazio centrale e guadagnando una via di fuga che sembra volare verso l’infinito, in senso orizzontale e verticale. Una nuova dimensione di te, oltre i fiori che ami, la casa avvertita sempre come rifugio e protezione, gli uccelli che hanno intenerito e inteneriscono i tuoi giorni con la loro fragilità e il loro gioioso canto, regalandoti da sempre fremiti di meravigliosa libertà interiore, oltre i cancelli della tua timidezza e ritrosia... Per questo ti scopri prezioso “diamante solitario”... in una “gloria di cielo intorno a te”, con “mille finestre spalancate”, respirando “l’assoluto”. (Non pensi di aver incontrato Dio in tanta purezza e svettante armonia?). Ti abbraccio, come sempre. Angela

(Ada De Judicibus è nata e vissuta a Molfetta. Di recente si è trasferita a Milano. Laureata in Lettere, ha insegnato nelle Scuole Superiori della sua città. Ha pubblicato 15 raccolte di poesia ed alcuni racconti. Dal 1985 al 1994 ha partecipato con esiti eccellenti ai concorsi nazionali di poesia; ha poi condotto una vita letteraria piuttosto appartata, pubblicando i suoi libri con poca diffusione. Ha, però, sempre proposto i suoi versi sui due periodici “La Vallisa”di Bari, e“Vernice” di Torino, ed ha partecipato a pregiate antologie. Nella rivista della sua città “L’Altra Molfetta” per molti anni ha pubblicato articoli di poesia e prosa. La sua opera, gratificata da recensioni e lettere private di critici autorevoli, è stata analizzata in saggi, fra cui due monografie di Vincenzo Laforgia e, nel 2019, “la poesia degli istanti puri” di Marco Ignazio De Santis)

Ed ecco una vera perla catturata su FB dal mio Retino sempre vigile e attento. Si tratta di una bellissima poesia di Nikos Kazantzakis, con ottimo commento critico di Maria Pia Latorre: “Mi do ad ogni cosa”: Mi do ad ogni cosa/ Amo, soffro, lotto/ L’universo mi sembra più ampio della mente,/ il mio cuore un mistero oscuro e onnipotente/ Se puoi, Anima, sollevati/ sopra le onde mugghianti/ e afferra tutto il mare/ con una sola giravolta del tuo occhio./ Trattieni bene il tuo senno,/ che non vacilli./ E tutto d’un colpo torna a inabissarti/ nel mare e prosegui la lotta./ Il nostro corpo è una nave/ e naviga sopra acque color blu scuro./ Qual è il nostro scopo?/ Far naufragio!

Mi do ad ogni cosa. Già, nel primo emi-verso, personalmente, sono stesa, k.o. Un emi-verso che è un universo! Mi do ad ogni cosa, cioè do me stessa ad ogni cosa. Ogni cosa significa tutto: interiorità, relazione col mondo, partecipazione. Mi do ad ogni cosa totalmente. Seguono tre verbi che sono i fondamentali dell'esistenza, poiché ne racchiudono l'essenza di amore, travaglio e difficoltà umane alle quali mai dobbiamo arrenderci: amo, soffro, lotto. La capacità di lottare porta il Poeta ad esortare la sua Anima: "sollevati e afferra tutto il mare". Grande forza, pathos in tensione emotiva, che si fa tenacia nell'azione. Solo ad un Poeta 'di mare' e mistico sarebbe potuta riuscire una sintesi così efficace! Le immagini allegoriche ci stordiscono per grandezza e ci consegnano un messaggio poetico che va intimamente assaporato.

Grazie, mia carissima Maria Pia, per avermi dato l’ok per pubblicarla col tuo commento nel mio blog. Occorre fare contaminazione (per contrastare quella ferocemente negativa della pandemia nel nostro pianeta). Occorre fare “rete” perché “l’unione fa la forza”. Banalmente così, ma io ci credo con umiltà e determinazione, che l’amore per la scrittura, per gli altri e tutto ciò che è “altro da me” mi impone, con coraggio e leggerezza insieme.

E ora l’amore per mia figlia Raffaella e per la sua scrittura, ma anche la grande sintonia che avverto con Francesca Pice e la sua totalizzante passione per la pioggia, metafora della vita, mi spingono a pubblicare la poesia “Della pioggia l’odore” (Raffaella Leone), recuperata per caso in una delle mie tante agende. Sarà una sorpresa/dono anche per lei. È una poesia che io ritengo stupefacente: Della pioggia l’odore/ nasce prima/ come l’ospite in anticipo/ che bussa senza insistere./ Va danzando spandendosi/ nell’aria in silenzio./ Della pioggia l’odore/ appartiene ai poeti/ che lo sentono arrivare/ alle narici golose/ subito/ come i cani che braccano la volpe./ Della pioggia l’odore/ è la porta d’ingresso/ che già bagna la terra./ Della pioggia l’odore/ è già malinconia./ Poi la pioggia/ potrà passare senza cadere/ ma l’idea di lei si avvinghia/ alla pelle come alla penna/ e sul foglio è già caduta/ lenta o tumultuosa/ versando parole./ Della pioggia l’odore/ nasce prima e rimane/ a pranzo nella casa/ dei poeti.

Ed ora inviterei Francesca a fare un commento. E mi piacerebbe tanto ricevere altri commenti dagli amici che seguono il Retino e leggono questo blog e che amano partecipare attivamente a queste poesie e parole che il retino continuamente cattura. Profondamente grata. Angela


lunedì 7 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE: lunedì 7 dicembre 2020

Ieri è stata una bruttissima giornata di vento e di pioggia. Con conseguente mal di testa feroce che ha detto stop alle mie consuete elucubrazioni e farneticazioni visionarie che si traducono in bisogno compulsivo di scrivere. Mi sono data così del tempo “vuoto” da riempire a tempo debito. Ma ecco che mi raggiungono dei messaggi di buona domenica da allargarmi/allagarmi il cuore. E questa “corrispondenza di amorosi sensi” mi sembra bellissima. Mi suggerisce la meravigliosa possibilità di una interazione con voi che seguite il mio “retino” e il mio blog, di cui di volta in volta farete parte perché insieme avrà più senso catturare con il “nostro retino”, dalle finestre spalancate, le parole.

E comincio col proporre alcuni messaggi stupendi che mi sono giunti ieri.

Carissima Angela, buona domenica a te, a tutti coloro che ti circondano con il loro affetto, e che ti seguono non come pesci all'amo ma inseguendo il flusso di luce che rischiara e coinvolge proveniente da te. Hai il dono della parola che ri-crea. Una parola che ri-crea la coscienza della parola. Anche la parola ha una coscienza. La coscienza avvolge la parola. Tu rendi disponibile la coscienza della parola alla parola. Così la parola ri-creata con la sua coscienza ci riporta alla luce che crea con la parola anche la coscienza della parola. Il Logos illumina tutte le coscienze dalla cellula più piccola del nostro corpo, con la sua particolare coscienza, alla più semplice parola che tu pronunci. Siamo tutti presenti alla coscienza del Logos che illumina. Ognuno di noi percepisce questa coscienza come luce intensa dorata che illumina, guarisce, o ri-crea, o ri-vive collegandoci al primo istante in cui fu creata la vita. Ogni parola ha la sua coscienza e la poesia la trasmette creando la relazione universale che ri-parte dal poeta ricollegandoci tutti e con tutto il creato. La parola guarisce tutti gli acciacchi ..., i problemi esistenziali ..., i limiti di ogni genere ... Infatti, posso scriverti mentre ti parlo accanto a me. Ben vivere, Peppe

Grazie, infinitamente grazie, Peppe carissimo, per questo messaggio che ha messo in fuga notte insonne, mal di testa, scoramento. Mi sono sentita gratificata, è inutile nasconderlo, ma soprattutto ho avvertito subito la necessità di fare tesoro delle tue profondissime riflessioni sulla “coscienza delle parole”. Logos si identifica, come sappiamo, sia col pensiero che con la parola, ma per Eraclito, il “filosofo oscuro”, ha anche il significato più ampio di “discorso dotato di senso” nel “dinamico divenire”, che incontra continuamente “i suoi opposti” e li supera. Solo dopo possiamo comprendere ogni singola parola, ogni singolo punto di vista, ogni situazione particolare e universalizzarli, riuscendo così a sentirci parte del tutto, come appunto ci suggerisce Peppe. Nel superamento di ogni egoismo e narcisismo. Nella comunanza che ci affratella e ci fa assaporare il senso dell’infinito è pacificante. La coscienza “che avvolge la parola” si traduce allora in poesia perché le offre quella illuminazione divina, di cui parla Paul Valery, per il quale le parole danzano con la nostra anima. Immagine meravigliosa, che potremmo benissimo condividere.

Ma Giuseppe Sblano , andando un po’ a ritroso, ha commentato così su "La magia delle FINESTRE nel "Retino delle parole": giovedì 3 dicembre 2020": Carissima Angela, ieri, dopo la lettura, ho dovuto abbassare il "finestrino" e dare spazio ad altre "suggestioni". Le tue sono intatte. La prima veniva dalla "finestrella" di "E lucean le stelle...". La seconda entrava con la tua luce accompagnata dall'ineliminabile anamorfosi. Un abbraccio, Peppe

Come non tener conto di quest’altro suggerimento che appunto ingloba la musica e il canto, mentre il tutto si slarga e si definisce alla luce del “prisma” borgesiano?

Puccini e la sua Tosca di disperato rimpianto e Luciano Pavarotti e il Teatro e i ricordi dell’amore dei nostri nonni per l’opera lirica e la Cassa armonica in piazza nei giorni della festa del Santo Patrono o delle Feste natalizie con tanta gente vestita a festa e con il cuore esultante per le varie “Arie” imparate a memoria nel corso degli anni. È anche tutto questo “anamorfosi”? penso proprio di sì.

E Giuseppe Sblano ha commentato su "La magia delle FINESTRE nel “Retino delle parole”: mercoledì 2 dicembre 2020": Carissima Angela, e una finestrella per la pace possiamo aprirla? Una finestra di acqua sorgiva. Zampillando risuscita! Un abbraccio, Peppe

E ancora prima su "La magia delle FINESTRE nel “retino delle parole”:1 dic 2020:

Una "fra le tante finestre" tratte da «Le mie prigioni» di un certo Silvio Pellico. «La stanza era a pian terreno e metteva sul cortile. Carceri di qua, carceri di là, carceri di sopra, carceri di rimpetto. M’appoggiai alla finestra e stetti qualche tempo ad ascoltare l’andare e venire de’ carcerieri, ed il frenetico canto di parecchi de’ rinchiusi. Pensava: «Un secolo fa, questo era un monastero: avrebbero mai le sante e penitenti vergini che lo abitavano, immaginato che le loro celle suonerebbero oggi, non più di femminei gemiti e d’inni divoti, ma di bestemmie e di canzoni invereconde, e che conterrebbero uomini d’ogni fatta, e per lo più destinati agli ergastoli o alle forche? E fra un secolo, chi respirerà in queste celle? Oh fugacità del tempo! Oh mobilità perpetua delle cose! Può chi vi considera affliggersi, se fortuna cessò di sorridergli, se vien sepolto in prigione, se gli si minaccia il patibolo? Ieri, io era uno de’ più felici mortali del mondo: oggi non ho più alcuna delle dolcezze che confortavano la mia vita; non più libertà, non più consorzio d’amici, non più speranze! No; il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscirò se non per essere gettato ne’ più orribili covili, o consegnato al carnefice! Ebbene, il giorno dopo la mia morte, sarà come s’io fossi spirato in un palazzo, e portato alla sepoltura co’ più grandi onori». Così il riflettere alla fugacità del tempo mi invigoriva l’animo. Ma mi risorsero alla mente il padre, la madre, due fratelli, due sorelle, un’altra famiglia ch’io amava quasi fosse la mia; ed i ragionamenti filosofici nulla più valsero. M’intenerii, e piansi come un fanciullo.»

Tratto dalla più contemporanea opera «Il capitalismo della sorveglianza» di Shoshana Zuboff. «Dalla finestra sulla scrivania osservo le stagioni: prima il verde, poi il rosso e l’oro, poi il bianco, poi ancora il verde. Quando gli amici mi vengono a trovare, sbirciano nel mio studio. Ci sono libri e fogli impilati ovunque, anche sul pavimento. So che è una visione che li travolge, e a volte ho la sensazione che mi compatiscano per la mia devozione a questo lavoro, per come permetto che circoscriva i miei giorni. Non penso che si rendano conto di quanto io sia libera. A dire il vero, non mi sono mai sentita più libera di così. Com’è possibile?» Com'è possibile sentirsi liberi, anche alle finestre con le sbarre? Un abbraccione, Peppe

Anche questa pagina mi sembra molto interessante e degna di nota. Il primo riferimento è a Le mie prigioni di Silvio Pellico, libro che, secondo le note parole di Cesare Balbo, fu all’Austria “nocivo più di una battaglia perduta”. Ma quello che emerge di molto importante, a mio parere, è il riferimento ad ogni mutamento col passare del tempo. Il “Panta rhei”, attribuito ad Eraclito, anche nelle parole di Silvio Pellico, dunque. E non solo: dopo la morte niente ha più importanza delle sovrastrutture con cui impariamo a vivere i nostri giorni, complicandoci la vita stessa e rendendola sempre più inautentica e lontana dalla realtà (dalla verità?). Nelle parole della studiosa statunitense Shoshana Zuboff, invece, mi piace moltissimo il senso della gioiosa libertà che si avverte nell’assecondare la passione dello scrivere anche dietro vetri chiusi e sbarrati come ai nostri giorni. Carissimo Peppe, hai inciso profondamente con queste parole la verità che appartiene a tutti quelli che avvertono la scrittura come necessità di vivere, esprimersi, comunicare, realizzare il sogno di sé. Tra i nostri libri, a questo proposito, mi è facile ricordare di Zaccaria Gallo Sigillo di Necessità, un titolo bellissimo che sottintende il segreto messaggio della “necessità della parola”, quasi “sigillo”, parola antica e regale e, dunque, preziosa, su cui ritorneremo. Come torneremo più e più volte sulla parola “Pace”, polla sorgiva che potrebbe aiutarci davvero a ri-nascere e, quindi, a ri-sorgere, quasi canto dell’aurora ai primi raggi del sole.

Altro messaggio di ieri mi è stato inviato dalle mie carissime amiche Marisa e Liliana Carabellese, a cui va il mio affettuoso grazie: Cara Angela, il tuo retino delle parole cattura sempre. Che fascino ha quella clessidra che porta in su invece che in giù il suo magico contenuto! Auguri al carissimo Nicola, e a tutti i tuoi Nicola. A te un abbraccio grande da Liliana e da me, o, come dici tu, bacissimi! Marisa Altro bellissimo suggerimento: la clessidra. Spero di poterne parlare insieme a lungo perché il tempo è un altro topos caro a tutti i poeti e gli scrittori, ma anche presente ad ogni persona nella semplice quotidiana riflessione sul trascorrere inesorabile del tempo in ogni esistenziale esperienza.

E per oggi è tutto. Buona vigilia della Festa dell’Immacolata con tutte le sue tradizioni e i suoi riti. Ma, a proposito di vigilia, parola sottolineata dal carissimo Vito Di Chio nel suo splendido saggio Una finestra aperta su i sogni, dedicato alla mia “opera omnia”. E qui ritorna la finestra da cui non solo volano i sogni, ma anche tante parole da passare sotto la lente d’ingrandimento… come non parlarne?

Vi abbraccio, augurandovi una serena e coraggiosa VIGILIA. Ciao.