sabato 22 agosto 2026

Sabato 22 agosto 2026: GELIDO E' L'INVERNO di ANNA MARIA DE LEO, letto da Angela De Leo...

Stagione

    di gelo

    di venti

    solitaria

    malinconica.

    Nei vortici

    della memoria

    vagano

    ombre

    nell’anima.

E tutto ricomincia

(Anna Maria De Leo,

retro-copertina del Libro)

Da qualche tempo mi sto dedicando a ricordare la vita di mia sorella Anna Maria, dall’infanzia fino quasi ai nostri giorni, perché figlie, generi e nipoti conoscano pienamente la sua coraggiosa storia e ne facciano tesoro negli anni a venire.

Ebbene, avendo riletto, durante questi giorni di vacanze, il suo Libro autobiografico Gelido è l’inverno, pubblicato dalla FOS edizioni nel 2018, mi è venuto il desiderio di commentarlo a modo mio. Penso che ne valga la pena per conoscerla meglio. Certo, Mariella Medea Sivo ha fatto un’ottima recensione sulla nostra Rivista cartacea <CORRELAZIONI UNIVERSALI> di qualche mese fa (gli affezionati scrittori e lettori della nostra Rivista sanno dove cercarla), ma rileggendo quelle pagine così strazianti, soprattutto ora che lei non c’è più fisicamente tra noi, subito mi è tornato in mente che è innanzitutto un “romanzo epistolare”, quindi quanto di più intimo si possa pensare, per cui non è facile entrare in questo Libro, perché è come un tabernacolo, che cela e protegge la sacralità del Corpo di Cristo in un’ostia consacrata, conservando martirio, morte e resurrezione. In queste pagine, infatti, al di là di ogni non voluta blasfemia, vivono gli stessi elementi che rendono sacro quanto Anna Maria ha scritto. E scrivere è anche “perpetuare” la vita dell’uomo amato e perduto, per tenerlo in vita e tenersi in vita (la scrittura salvifica). Ma scrivere è anche “conservare” una testimonianza d’amore e di dolore da attraversare in lungo e in largo per vincere l’invisibilità del dolore stesso agli occhi altrui e la continua morte che si avverte sempre con la perdita per sempre della persona amata. La gioia non lascia strascichi. Vive intensamente il momento. Il dolore, invece, ritorna e ritorna. Scrivere, allora, è anche “conservare” e il “conservare” include il “custodire”, “averne cura” come cosa preziosa, insostituibile. Scrivere, infine, è anche “tramandare” per lasciare una traccia indelebile anche attraverso l’arte, la pittura che Nicola amava ed esercitava con talento e passione, anche se in molti suoi quadri si avverte il suo “presentimento” di una morte giovane. Il Libro, inoltre, è corredato di tante foto come è giusto che sia in un romanzo che ha radici di vita vera, vissuta nel ricordo attimo per attimo, lacrima dopo lacrima, smarrimento dopo smarrimento, ma con una forza di volontà di rinascere, come araba fenice, dalle proprie ceneri per amore di due bimbe a testimoniare ancora la presenza dolente e palpitante del padre, morto in un incidente stradale a soli trentatré anni compiuti. 

Non a caso, nella INTRODUZIONE, Anna Maria scrive una straziante poesia come esergo: 27 ANNI (E venne il tempo/ delle ore disperate/ a curvarmi le spalle.// La solitudine del cuore/ era grido negli occhi/ … naufragio di passi/ ancora giovani.// A pugni stretti/ strappai l’anima/ e mi lasciai vivere.

Il mio commento: la “E” iniziale ci dice che “il tempo” giunse inaspettato e improvviso. Come fulmine a ciel sereno. In un “grido” muto e, quindi, ancora più disperato, che la condusse quasi al totale naufragio di sé. Ma nell’anima la consapevolezza del dolore, unita alla presenza delle due bimbe, le diedero la forza di strappare con violenza da sé l’anima stessa, per lasciarsi necessariamente andare al flusso incessante della vita, che non si fa domande e non ha risposte per esorcizzare il dolore o la morte.

Per fortuna la scrittura e più tardi la chitarra e le canzoni urlate per talento vocale e disperazione sono stati i pilastri della sua rinascita. Fino all’incontro con Gianni, così descritto nell’ultima lettera che Anna Maria scrisse al suo Nicola il 3 febbraio del 2017, giorno del suo settantesimo compleanno: … Nell’86 ho conosciuto Gianni e mi sono fidata di lui e in lui ho riposto le rinnovate speranze. Ci siamo sposati nel 1993. Ho incontrato una brava persona, un uomo buono e sensibile che mi è stato d’aiuto in questi anni ed ha apprezzato in me le stesse cose che a te piacevano tanto. Anche lui ha portato con sé il suo gravoso carico di amarezze e problemi, precedenti al nostro incontro; esperienze dolorose, hanno scosso notevolmente il suo sistema nervoso. Ho dovuto avere molta pazienza per aiutarlo a riprendersi una sorta di calma e serenità d’animo… Non è stato facile. Come non è stato facile per lui asciugare le mie lacrime. Ci siamo aiutati a vicenda con molto coraggio e spirito di sacrificio. E con tanta buona volontà. La vita, alla fine, mi ha insegnato che quanto doni con la profondità del cuore ti torna indietro raddoppiato!

Ho ricevuto, infatti, e ricevo da lui molto amore, tanta dedizione e disponibilità, soprattutto nei momenti difficili… Ancora oggi mi dimostra tanto affetto e tanta comprensione, che ricambio con altrettanta attenzione! (…).

Ho due brave figlie, che mi hanno anche dato grandi soddisfazioni. Sono anche molto affettuose e presenti, ma gli equilibri sono delicatissimi e so che sarebbe stato diverso il nostro rapporto se… se ci fossi stato ancora tu con noi! Ogni giorno è morto qualcosa in me; ogni giorno ho dovuto sotterrare desideri e speranze, ho dovuto armarmi di pazienza infinita con tutto e tutti. (…).

Allora io credo che la mia depressione oggi dipenda dal fatto che la mia vita è stata ed è ancora un susseguirsi di giorni con tanti funerali, una morte lenta, un dolore che mi annientava e che non accetto ancora, nonostante la mia “buona volontà”… (…).

Dicono che il tempo guarisca ogni dolore. Niente di più falso! Il tempo è stato lungo, straziante e niente è più stato, è, e sarà come avrebbe dovuto essere. Questa lettera vuol essere il bilancio di 43 anni di vedovanza, nonostante il mio secondo matrimonio. Gianni con me ha avuto molta pazienza, e di questo gli sono grata… ma anch’io ho cercato, in tutti i modi, di ridargli il suo giusto valore ed ho gratificato ogni suo sforzo. Gli anni sono così passati. Sono più di trent’anni che viviamo una quotidianità spesso difficile e amara, in cui entrambi abbiamo fatto di tutto per mettere insieme i cocci delle nostre precedenti esperienze. Ma non è stato e non è facile. Altre morti inaspettate e feroci hanno dilaniato le nostre esistenze. (…).

In realtà, furono anni atroci, in cui tutti noi di casa ci stringemmo a lei per aiutarla in qualche modo con la nostra presenza. Mamma e babbo con i miei fratelli e parte delle sorelle si trasferirono nella sua casa per essere vicini alle piccole che chiedevano continuamente del loro papà. In pratica, furono anni in cui le bimbe ebbero tante mamma e molti papà, a cui cercavano di ancorarsi. Anche per questo niente fu facile allora e anche mamma ebbe gravi problemi di salute senza lamentarsi mai. E ci furono altre morti feroci e inaspettate a lacerare il cuore di tutti.

Ma Anna Maria stoicamente continuò a scrivere nella sua lettera:

Oggi ci sono quattro splendidi nipotini che fanno felici me e Gianni. Certo, tu non ci sei e non provi le stesse gioie… Per i bimbi sei uno sconosciuto! Sono i cosiddetti danni collaterali e… sono davvero tanti! Anche per questo non è stato e non è facile sopravviverti, neppure ora che i bambini mi danno la forza di sorridere e di tornare ancora bambina con loro e per loro. Pure, provo una grande gioia nel vedere che il tuo DNA è così forte da lasciare tracce visibilissime nei nipoti…

Ora desidererei che figli e nipoti ci ricordassero con affetto… avessero per me e per Gianni qualche briciola di tenerezza che la vita avrebbe potuto riservare a me, a te, e anche a questo mio compagno, così provato pure lui eppure mai stanco di darmi la sua mano…

Non continuo perché le lacrime mi impediscono di leggere ancora.

Pure sento la necessità di dire qualcosa sulla scrittura di Anna Maria: chiara, semplice, limpida, ma immensamente profonda e ricca di particolari che fanno di questo Diario un prezioso Saggio psicologico, in cui “nessuna voce manca” nel suo cuore così straziato e stanco per tanta sofferenza, ma sempre coraggioso e battagliero fino a giungere, purtroppo, ad un epilogo paventato ma non scontato per tutti noi che tanto l’abbiamo amata e abbiamo sofferto con lei e per lei.

Vorrei, per esempio, sottolineare alcuni verbi usati non a caso da Anna Maria, come “sotterrare”, indice della morte sempre presente in lei; oppure “dilaniare”, cioè lacerare le sue carni senza pietà; “strappare”, indice di forza d’animo senza uguali; e che dire della espressione “mettere insieme i cocci” per ricostruire sulle macerie di entrambi?

“Uno psicoterapeuta”, scrive ad un certo punto Anna Maria, “mi ha detto che questo Diario è una sorta di autoanalisi, un filo capace di tenere a bada emozioni, un volermi disperatamente ricomporre pezzo a pezzo, un leggermi dentro alla ricerca di un passato che mi desse una motivazione per continuare a vivere”.

Ne sono convinta anch’io. Ma questo non ha lenito il suo dolore nell’arco della sua intera vita. E il dolore lancinante, quotidianamente ha lacerato persino il suo cuore, rimesso a nuovo in passato con una valvola mitralica di origine animale che sostituì la sua valvola cardiaca gravemente danneggiata da anni di sofferenza e senza risparmiarsi mai, in casa e a scuola. Poi, dovette arrendersi e andare in pensione prima del previsto. Ma continuò fino a quando le fu possibile a suonare la chitarra, a musicare i testi di molti amici poeti e a scrivere testi suoi di una poesia tenera e struggente da non potersi dire. Poi dovette smettere categoricamente. Ma ha continuato a scrivere per i suoi nipoti filastrocche e racconti che avrebbe voluto pubblicare, senza averne purtroppo il tempo...

Anche Gianni ha scritto tanto sorretto dalla sua presenza incoraggiante. Due romanzi molto letti e apprezzati che molti lettori e amici ricorderanno, e stava completando il terzo quando è subentrato un nuovo ricovero per Anna Maria. E ora è in dirittura di arrivo un insolito, ma molto intenso Poema in versi, che porta la prestigiosa Prefazione del giovanissimo ma straordinario Giornalista e musicista/compositore Mauro Massari. Ma di questo parlerò a breve.

Ora è tempo di parlare ancora di Anna Maria con tutto l’amore a lei dovuto e da lei profuso a tutti a piene mani. E parlare dei quadri di Nicola che corredano il libro. Tanti. Perché Nicola era un grande pittore, più volte premiato. Ne fa fede ciò che scrisse della sua vena artistica il Critico d’Arte Domenico Danza: Essenzialità della linea, chiarezza dell’espressione, plasticismo delle figure sono le caratteristiche della pittura di Nicola Parisi. Ma al di là di ogni considerazione puramente tecnica, nei suoi quadri c’è una fusione perfetta tra forma e contenuto, fra materia e sentimento, fra cose e personaggi. Il senso di spiritualità, di calore umano, di confidenza è immediato; la tragedia dell’uomo del meridione, come individuo inserito nella massa anonima della società, costretto da una fatalità di secoli a vivere la vita di ogni giorno, e nello stesso tempo la tragedia dell’uomo moderno, in tutta l’esasperazione della sua solitudine e incomunicabilità…

Danza parla anche di un autoritratto andato perduto, mentre il quadro LA CATTEDRALE fa parte della raccolta di dipinti presenti presso la PINACOTECA DI BITONTO in via Rogadeo.  

Uno dei dipinti di Nicola è diventato nelle mani del nostro Graphic-Designer Nicola Piacente la copertina del Romanzo epistolare di Anna Maria. Il Libro contiene anche un originale segnalibro.

E non posso fare a meno di concludere con la dedica che Anna Maria mi fece sulla prima pagina del Libro: Alla sorella del cuore/ sorella gemella:/ un solo cuore/ un solo sentire/ tanto AMORE/ tanta DISPONIBILITA’/ Con un affetto grande quanto il mondo intero. Anna Maria.

 E le lacrime non posso più trattenerle. Quanto AMORE tra noi…

Grazie a voi tutti. Angela/lina

mercoledì 5 agosto 2026

Mercoledì 5 agosto 2026: “CENA DI CLASSE” DI FRANCESCO MANDELLI E IL SUO SPECIALE CAST…

 


… La 5^ D del 2000 brindò

Alla maturità su una spiaggia di Ibiza

Promettendosi l’un con l’altro

“Non perdiamoci mica di vista”…

(PTN)

 

Sono una sorta di boomer alquanto anomala per età (ottantaquattro anni), per retroterra e interessi culturali, che mi consentono ancora di svolgere un lavoro di scrittura, a vasto raggio, che quotidianamente mi coinvolge tanto per dimenticare acciacchi fisici che si riverberano inevitabilmente su quelli psicologici. Ma questa è un’altra storia.

Ebbene, qualche sera fa, invogliata dai due meravigliosi nipoti, Nicola e Anna Paola, ho preso visione del recentissimo film “Cena di classe” del regista, attore e conduttore televisivo Francesco Mandelli alla guida di un cast di tutto rispetto (da Herbert Ballerina a Nicola Nocella, da Andrea Pisani a Beatrice Arnera, da Roberto Lipari ad Annandrea Vitrano, da Giovanni Esposito a Francesco Russo, da Ninni Bruschetta a Giulia Vecchio a Debora Villa). Mandelli pare sia stato ispirato dalla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari riguardante i giovani di fine millennio: “Le promesse che fai a diciott’anni/ o durano un giorno o una vita intera/ E quando dici un “Per sempre”/ Si può consumare in un sabato sera…”.

Si parla, dunque, di una generazione distante anni-luce dalla mia. Una generazione che, negli anni Novanta del secolo scorso, era alle soglie del nuovo Millennio e alle prese con i favolosi diciotto anni. Circa vent’anni dopo, nella piena maturità, in seguito alla morte di un compagno di classe, il più estroso e istrionico, tutti gli ex compagni di scuola decidono di fare una rimpatriata per assistere al suo funerale e rendere omaggio all’amico che in passato era solito ritrarli con la sua videocamera per eternarli nel fulgore della loro giovinezza. In realtà, per errore, al loro arrivo, assumono una sostanza allucinogena che rende l’atmosfera rarefatta, surreale, ricca di colpi di scena che omaggia la visionarietà del regista, il quale si auto-dedica il lavoro, considerato dai più uno psicodramma dai toni cupi, ma anche tragicomici. In pratica, grazie al vecchio bidello, loro complice, riescono ad entrare nel vecchio e glorioso liceo della loro gioventù, dove assistono ai loro sogni, alle loro illusioni, alle maschere che indossavano per non essere riconosciuti nelle loro fragilità e nei loro sentimenti, spesso vissuti a metà per mancanza di coraggio, per timore di un rifiuto, per superficialità o arroganza. Non ancora adulti e non più adolescenti, avevano bisogno di perdersi per ritrovarsi. E vent’anni dopo, ogni personaggio si fa protagonista della propria storia in un mitico ritorno al passato. C’è, infatti, il ricchissimo figlio di papà (Herbert Ballerina) che snobba i compagni, ironizza sui loro sogni a buon mercato e trascorre buona parte del tempo a guardare video che riportano immagini degli stadi e delle partite giocate dai suoi idoli preferiti che vincono coppe e titoli mondiali. Ma per vincere la solitudine, a cui si auto-condanna, stringe amicizia con il più complessato della classe (Nicola Nocella), che non si accetta per quello che è, grasso, quasi calvo, e rifiutato (o si sente tale) dagli amici, per cui si maschera continuamente con parrucche e palandrane, per non cedere alla tentazione del suicidio. C’è, invece, il bello, eternamente innamorato della compagna più intraprendente della classe, ma sempre tormentato dalla precarietà dei sentimenti. C'è chi fa coppia da sempre, già dalla scuola primaria, fino ad avvertire la stanchezza di un amore che si è esaurito prima di diventare adulto. Al contrario, la più bella della classe realizza il sogno di una notte di passione e già all’alba “sente” di aspettare un bambino, che le impedirà di mettere le ali per i suoi legittimi voli verso grandi progetti di vita. Sarà una femminuccia, che diventerà nello stesso liceo, frequentato un tempo dalla madre, rappresentante di classe dei nuovi studenti e lei, la madre, finirà per considerarla “l’errore più bello della sua vita”. E tutto si veste di   realtà/fantasia che mette a fuoco la vita “nascosta” del preside e la sua incapacità, nel corso degli anni, di risolvere i problemi dei suoi professori e studenti e di districare le molteplici matasse inestricabili che si sono venute a creare tra i vecchi studenti, tornati con un soffio di magia tra i vecchi banchi per riprendersi quella giovinezza vagheggiata, ma mai realmente vissuta. Si tratta, infatti, di una generazione che ha pochi vincitori e molti vinti. Il regista osserva e tace sui vari espedienti escogitati dai protagonisti quando scoprono che è sparita la bara con dentro il loro amico. Si tratta di una specie di “caccia al tesoro”, con mappe da seguire e tutti diventano nemici di tutti. C’è una risibile realtà, legata anche al buio dei giorni bui della vita contemporanea, in cui ognuno si fa protagonista e resta indifferente all’altro. E tutto rimane in “sospensione di giudizio”, come la vita quotidiana di tutti, del resto. Ne sono testimonianza i fatti appena narrati, con un Giovanni Esposito (Nando), che inconsciamente continua a vivere legato all’illusione di amare Marisa, ridotta, nel suo immaginario maschilista, ad una pecora. Ma, le pecore, a mio parere, erano metaforicamente tutti i giovani che seguivano la corrente senza scegliere in prima persona da che parte stare. Un po’ come il “gregge di lana” raccontato da Oriana Fallaci. E metafora è anche il passaggio della bara sostenuta da tutte le mani degli ex compagni a significare la fine per sempre di un’epoca.

Solo nella seconda parte, il regista scioglie ogni riserva e, con mano geniale, dà una svolta positiva a tutte le ferite e le illusioni passate e presenti. Non a caso, c’è sempre chi esulta “Qui facciamo la storia”, ma è un grido che si ripete di anno in anno, come accadeva anche in passato ai loro genitori e ai loro nonni, mentre la Storia si faceva da sé.

Le storie passate, invece, erano narrazioni che evidenziavano processi di crescita in via di formazione e mille solitudini e contraddizioni da attraversare per tentare un approdo, una salvezza. E quest’ultima avviene quando da adulti ciascuno riprende il cammino nella riscoperta del sé, finalmente in grado di accettare sogni e illusioni come porte da spalancare su un futuro tutto da vivere, come accade ad Alex (Nicola Nocella) ormai libero da ogni pregiudizio e da ogni maschera mortificante per essere finalmente sé stesso. E accade anche a Michael (Herbert Ballerina), che sa guardarsi intorno per dare una mano a chi non ha avuto mai voce nella vita.  Tutti gli ex compagni, dunque, ora scoprono la bellezza di essere veramente insieme, incoraggiandosi vicendevolmente, nonostante una società in totale dissoluzione e sempre più in preda a ritmi di vita insostenibili nel passaggio dal mondo analogico del passato a quello digitale, entrato di prepotenza nell’era dell’accelerazione smodata e della iperconnessione, che ha trasformato il nostro modo di vivere, comunicare, percepire il tempo e gli altri, creando nuove forme di solitudine e nuovi notevoli disagi psicofisici alle generazioni del Terzo Millennio.

E, in questo caos totale, tutti scoprono che essere uniti e solidali può accendere una luce e farli correre incontro alla Speranza, come è accaduto per ogni generazione che ha scoperto in sé la forza di accettarsi per cambiare il mondo che ancora le apparteneva…

Da scrittrice e critico letterario, infine, vorrei concludere con una riflessione che ritengo possa servire anche per il film: come un libro appena pubblicato non è più dell’autore, ma del lettore che lo sceglie e lo fa suo, perché in esso si scopre e si riscopre, così accade per un film. Appena entra nelle sale non è più di chi ne ha scritto la trama o di chi lo ha diretto trasformandolo in una pellicola cinematografica, ma del pubblico, che entra nei panni dei protagonisti per costruire nuove storie che in parte gli appartengono.

E, come sempre, grazie a voi che nel nostro blog mi seguite con pazienza infinita e tanto amore, sapendomi portatrice di storie non sempre mie, per sottoporle al vostro molteplice giudizio, che crea una rete impalpabile, ma reale di nuovi punti di vista su cui discutere per allargare le nostre conoscenze e creare nuovi spunti di riflessione. Grazieeee. Angela/lina