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domenica 10 aprile 2022

Domenica 10 aprile 2022: il Retino del 9 aprile: Giorgio Bàrberi Squarotti...

Ieri, prima di mezzogiorno, come è consuetudine da gennaio, è andata la diretta del Retino con scarsa partecipazione per via dell’orario non proprio agevole ai più, come mi state scrivendo, e un po’ per via dell’atmosfera pasquale con i tanti riti religiosi da seguire fino a Pasqua. E oggi è la domenica delle Palme. Ieri, infatti, dicevo (è bene ricordarlo!): Dovremmo augurarci la Pace, ma sappiamo che purtroppo stiamo vivendo giorni bui e notti insonni per la terribile guerra fratricida, improvvisa e devastante, in atto tra Russia e Ucraina. Sempre più stiamo correndo il rischio di distruggere il nostro Pianeta e la nostra Umanità. Senza falsi ottimismi, però, io ritengo che ciascuno di noi, nel suo piccolo invisibile vissuto quotidiano, possa fare la sua parte in quello che sa e può fare. Io, per esempio, scrivo. E il Retino mi spinge con fermezza a parlare del grande e compianto amico e critico letterario, Giorgio Barberi Squarotti, che cinque anni fa volò nel cielo delle sue amatissime Langhe, da dove in questo momento penso che ci stia sorridendo. Avverto fortissimo il desiderio di ricordarlo oggi, ancora una volta e spero non sia l’ultima, leggendo innanzitutto stralci di una delle sue ultime lettere inviatemi, nell’arco di circa vent’anni di preziosa e meravigliosa amicizia, perché sono il punto iniziale di questa nostra “chiacchierata". 

E il Retino mi ha aiutato a trattenere/recuperare le parole giuste su cui soffermarci oggi. Purtroppo sarò, mio malgrado, inevitabilmente autoreferenziale e scoprirete, via via, il perché: 

“Amica carissima, La tua lettera è un dolcissimo conforto e un prezioso premio per quello che ancora riesco a fare, parlando e colloquiando con coloro con cui vengo in contatto. Io sono molto curioso delle forme mutevolmente infinite della vita, che amo con tutti gli affanni, tutti i dolori, gli orrori, le gioie, le grazie nella luce della speranza, la virtù teologale a cui sono appassionatamente legato. Per questo continuo a scrivere un poco per me, per il piacere e l’ammirazione della Parola, e con gli altri che mi tengono compagnia come la luce e il verde delle stagioni migliori. E tra tutti scelgo te, che sai portarmi le parole del cuore scritte con il cuore (...). Dopo il 25 sarò nel mio paese delle Langhe, Monforte d’Alba. Sono molto stanco, e ho bisogno di quiete e di contemplazione per reggere all’età e soprattutto (…) (ometto perché mi scrive di problemi molto personali). A presto. Con i più affettuosi saluti. Giorgio”.

Mi piace commentarla, questa lettera, perché Giorgio Bàrberi Squarotti è qui non solo il critico letterario che tutti ben conosciamo, ma il poeta delle “forme mutevolmente infinite della vita”, espressione di straordinaria efficacia letteraria e umana che vale la pena di approfondire, in quanto tutta la sua produzione poetica è fondata sulle “forme mutevolmente infinite” a tal punto da diventare il modello insuperato, a mio parere, di tanti altri grandi poeti del Novecento italiano che ancora oggi scrivono poesie guardando al futuro. E, per comprendere meglio tutto questo, credo che sia quanto mai utile e opportuno fare riferimento alla sua silloge di poesie Le voci e la vita (pubblicata proprio con la Secop edizioni nel 2016), di cui scrissi la Prefazione. 

E mi piace partire dal titolo e poi dalla immagine di copertina. Già nel titolo è facile imbattersi nelle “voci” che potrebbero essere poche, tante, innumerevoli, ma sono già esse stesse “le forme mutevolmente infinite” che riguardano la “vita”. E quest’ultima, la vita, già le universalizza nella comprensione del tutto. Ci sono già, dunque, nel titolo, le mille contaminazioni etiche ed estetiche, come scrissi allora, “perché il poeta si innalzi a quel Respiro che Tutto comprende e tutti ci comprende. Tentazione umana alla innata, necessaria ricerca del divino: ipotesi che si innalza dalla materia (mondo visibile: natura, volti, corpi, nomi) e giustifica, forse, le singole voci (pensieri, sentimenti, sogni, contraddizioni), connotanti la nostra identità più profonda, per rimescolarsi in un unico, eppure distinto, viluppo che è la nostra umanità. (…) Chiarori e ombre dell’esistere… E una via di fuga verso il cielo che è salvezza e verità. Non a caso Giorgio Bàrberi Squarotti dice nella lettera, parlando delle forme mutevoli e della vita, “che amo con tutti gli affanni, tutti i dolori, gli orrori, le gioie, le grazie nella luce della speranza, la virtù teologale a cui sono appassionatamente legato”. Fede. Speranza. Carità. La virtù teologale, a cui Bàrberi Squarotti è legato “appassionatamente” è, senza ombra di dubbio, la Speranza, ma vedremo in seguito che non gli mancano la Fede e la Carità, sempre presenti nella sua vita e nella sua scrittura.

Egli, dunque, è “perdutamente innamorato” di queste “forme” e soprattutto della vita, che è fatta di queste innumerevoli e infinite strutture mentali e comportamentali, con tutte “le gioie e i dolori che ogni umana esistenza comporta”, perché filtrate dalla “luce della speranza”. Ed è bellissimo scoprire nel linguaggio quotidiano di uno studioso e poeta ultraottantenne, parole così vibranti di giovanili ardori: “perdutamente innamorato” e “appassionatamente legato”. Infatti, in tutta la raccolta, è facile scoprire “Una sensualità dolce e intensa” che “sfiora i versi” e “s’impadronisce del creato e di tutte le creature che vivono, respirano, amano. Reali. Irreali. (…) e tutta la natura è tripudio di ogni palpito di esistenza e di vita. Uno sguardo d’amore, del resto, accompagna tutte le più piccole creature, tanto umili quanto immense.

Ed è soprattutto “innamorato della Parola” perché essa è possibilità di comunicazione con gli altri “che mi tengono compagnia come la luce e il verde delle stagioni migliori”. Meravigliosa metafora di una scelta di interlocutori che, per sintonia intellettuale e umana, lo illuminano di verde incanto, come le stagioni della giovinezza, indubbiamente le migliori, perché tutti noi sentiamo vibrare come non mai la fede nei nostri sogni e ideali, in quanto ci sentiamo al centro dell’universo e abbiamo intorno a noi tutti i sentieri esistenziali da percorrere ancora per realizzarci, e tutti nutriamo la speranza in un futuro dilatato all’infinito, che è appunto prerogativa della giovinezza, non certamente della vecchiaia.

E tra tutti scelgo te, che sai portarmi le parole del cuore scritte con il cuore (...) e qui per troppa commozione e pudore ho saltato tutto il resto. Non poteva Giorgio scrivermi parole più belle, tanto che mi sono mancate le parole per definirle. Testimonianza di immenso affetto per me che non ho grandi meriti se non quello di scrivere con il cuore sempre. Come lui ha sempre rilevato e sostenuto nelle tantissime lettere di un carteggio prezioso che conservo come “sacra reliquia”.

Non a caso, è soprattutto l’amico che in queste pagine si confessa con grande semplicità e franchezza, affrontando argomenti difficili da affidare ad una semplice amica: la salute, gli affanni, i problemi famigliari, la stanchezza, l’ansia di sentirsi pienamente appagato nel suo paese, inerpicato nel cuore delle sue amate e sempre contemplate e cantate Langhe. E mi piace ribadire il valore affettivo ed evocativo di una giovinezza palpitante e ricca di speranze. Stupendo è l’avverbio che definisce la sua vitalità ancora ricca di fremiti e di esplosioni d’incanti: “appassionatamente”. E stupende sono le affermazioni: “per il piacere e l’ammirazione della Parola”…oppure “come la luce e il verde delle stagioni migliori”. Sintonia perfetta: anche lui, come me, ha sempre scelto la bellezza e la pienezza delle parole dettate dal cuore. E, del resto, anche Dante aveva fatto, nella sua poetica del dolce stilnovo, la stessa scelta (vedi Purgatorio XXIV canto: I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando).

Mi sembra di essere immeritatamente (io davvero formichina!) in ottima compagnia, tenendomi alla larga dai vari sperimentalismi che, per tutto il Novecento, hanno mortificato la Parola, svuotandola di significato per privilegiare il significante, spesso senza senso. Dai futuristi fino alla fine del secolo. “Vuota conchiglia”, la parola, in un frastuono di voci che nulla hanno detto e dicono al cuore. Fatte le dovute eccezioni, naturalmente. La parola, nella sua pienezza di senso e significato, invece, è un capolavoro di chiarezza e verità, pur nella visionarietà delle “forme mutevolmente infinite della vita”. E ho fatto un esempio, prendendolo ancora una volta dalla silloge Le voci e la vita, in cui si parla, soprattutto nel primo capitolo del “vero” che è molto di più della “verità”, perché il vero è concretezza anche se invisibile agli occhi, come tutto ciò che è essenziale e profondo (Saint-Exupery e Il piccolo principe ce lo insegnano); la verità è astrazione nella sua apparente concretezza (“visibile è il reale, invisibile il vero”, dirà Piero Bigongiari). Tra vero e verità, comunque, spazio e tempo si dilatano, si confondono, si smarginano, si sovrappongono, e tutto è presente e tutto è lontano, tutto è reale e tutto è pensato, immaginato o vissuto nella parte più profonda e vera del proprio “Io”. Anche se spesso, in questa silloge, l’io poetante scompare per dare corpo e anima ai grandi della nostra letteratura e delle letterature mondiali (Shakespeare, Borges). Segno, da parte di Bàrberi Squarotti, di estrema umiltà e di grande conoscenza e rispetto e ammirazione per i grandi poeti italiani e di tutto il mondo. Ma spessissimo i versi di Bàrberi Squarotti ripropongono Nietzsche, per il quale "il poeta è mago e visionario. Compie una esaltante incursione nel molteplice, nel movimento multiforme e contraddittorio in cui si attua la vita". E il lettore, sin dal primo componimento della raccolta, “La creazione”, si colma, per esempio, di stupore nel trovarsi di fronte a un Dio del tutto umano che irradia, comunque, con tutto il suo essere, luce divina.

E vorrei concludere con una breve quanto intensa poesia, sintesi perfetta di Giorgio Bàrberi Squarotti come poeta, persona, credente:

“L’amore”

È certamente uno di loro (lui?)

per discrezione camuffato: appoggia

alla fine la mano sulla nostra

spalla, la scuote un poco, la sospinge

verso l’amore che la pietà vince

e il tempo, da quell’attimo di luce

vivo per sempre.

(Torino, 1 luglio 2015)

È l’unica poesia che esplicita con chiarezza la parola amore. E soprattutto l’amore di Dio, (lui?) in minuscolo. Pure si ha un inizio che ha in sé una certezza incontrovertibile (“È certamente”), anche se subito dopo sopravviene il dubbio allusivo (“(lui?)”), che è più di una conferma. E poi, via via, leggendo tutti gli altri versi: “per discrezione camuffato”: Dio non irrompe nella vita di ciascuno di noi, imponendo la sua presenza, ma lo fa con “discrezione”, spesso sotto mentite spoglie, che comunque Lo rivelano. “Appoggia/ alla fine la mano sulla nostra/ spalla, la scuote un poco, la sospinge…”: dunque, solo più tardi, fa sentire la sua amorevole presenza al nostro fianco, magari dandoci qualche segnale forte perché ci giunga il suo richiamo, ma poi continua a “sospingerci” con delicatezza verso la concretezza e la verità del suo amore, che tutto “vince”, originandosi “da quell’attimo di luce” di quando ci dette la vita. Attimo di luce che è “vivo per sempre”. È, infatti, quella Scintilla divina che si accende in ogni creatura, irradiandosi per sempre in tutto l’universo.

È questo il MISTERO IMMENSO DELLA VITA. “Quell’‘attimo di luce’ è pienezza in sé conchiusa. E la luce è, fu, e sarà. Come eterna Presenza che ci eterna, nonostante l’amara consapevolezza di un mondo dissacratorio e violento” che offende qualsiasi divinità, lo stesso respiro della nostra anima. Dio, invece, “è presente, testardamente presente, infinitamente presente”. Senza un legame visibile, che si fa tangibile “in ogni voce, ogni luogo, ogni volto. In ogni fremito di foglia. È nel cuore del poeta che pure, data la grande sensibilità, parla con pudore della Sua immanente trascendenza e della Sua divina immensità per il timore, tutto umano, che la segreta ansia di Lui, la sua segreta certezza possano essere violate dalla sua stessa narrazione. Dio è l’Inesprimibile. Più dell’amore e di ogni altro umano sentimento, sentito intensamente e intensamente vissuto nell’intimità della propria anima” (cfr. Prefazione a Le voci e la vita di Giorgio Bàrberi Squarotti).

 FARO acceso rimane per me l’Autore di questi magnifici versi. Naturalmente, occorre avere Fede, altrimenti tutto cade nel vuoto di chi non crede e trova altri appigli per sapersi vivo. Ma ritengo che non sia la stessa meravigliosa certezza della “vita eterna” che germoglia in chi crede.

“Ti sono grata”, Giorgio, mio carissimo e rimpianto amico. Per queste tue verità ammantate della Luce della Speranza…

Buona domenica delle Palme e Santa e Serena Pasqua per tutti! Angela

giovedì 22 aprile 2021

Giovedì 22 aprile 2021: ripescando messaggi, commenti, poesie...

E mi piace molto il commento della nostra Mariateresa di domenica scorsa. Indubbiamente mi gratifica, ma soprattutto mi dà la possibilità di ribadire il salutare concetto per tutti di “fare rete” per vincere la solitudine subìta in questi tempi così difficili da vivere “in catene”. Ma fare rete ci offre tante altre opportunità di “agire”, “osare”, “sentire”, “guardare”, “ascoltare”, “vivere insieme”…

Ed ecco il rincuorante messaggio di Mariateresa: Angela carissima, sono le tue parole a portare il sole nelle nostre case e nei nostri cuori. Non sbagli quando affermi che la solitudine interiore può essere sconfitta facendo rete e, credimi, è quanto avviene in questo tuo salotto. Per me è, ormai, un appuntamento irrinunciabile! Ancora grazie, dal profondo del cuore!

C’è poi il recupero di un messaggio di Elina. Una poesia rammemorante che conosco molto bene: “L’addio”. Ho avuto case ad abitarmi/ Dietro la porta chiusa della stanza/ neppure un filo di luce/ ad illuminare la macchina da cucire/ Eppure di notte il tuo scialle di mohair/ passa lento davanti a uno specchio/ Spento è il respiro/ Un battito d’orologio segna l’addio. - tratto da "Le stanze del vento", SECOP edizioni 2016, Collana I Girasoli a cura di Angela De Leo.

E altri importanti ripescaggi a partire da gennaio 2021:

Mariateresa ha commentato su "La magia delle FINESTRE: sabato 2 gennaio 2021 - finalmente l'Anno Nuovo!". 2 gen 2021: Che splendida immagine quella del tempo pellegrino! Se ti fa piacere leggere alcuni miei versi sull'argomento ti posto una mia piccola poesia. Grazie sempre!! “Tempo mi darai?”: Mi darai lenzuola profumate di sera/ che giocano nel groviglio delle lacrime?/ Mi darai aneliti alati di pace/ che sgrumano le vene dal gelo?/ Mi darai vento scosso da speme/ che flette la boria delle teorie per riflettere? (M.Bari). E sempre Mariateresa: 3 gennaio. Quanta intensità! Quanto in profondità scavano i versi di Primo... e il tempo si fa tempio! A domani Angela! Senza forse...

Giulia Basile ha commentato su "La magia delle FINESTRE: domenica 3 dicembre 2021"

4 gen 2021: Ancora una volta la poesia arriva dove non arriva la ragione. Angela sono stupendi i versi che qui hai riportato, e ne godo. Aggiungo per quel che mi riguarda che il tempo non è cosa che si possa definire razionalmente e chi ha inventato l'orologio lo ha fatto per illudere l'uomo di avere in mano (o al polso o nel taschino o sul comodino) qualcosa di suo, da leggere, guardare, usare o distruggere. A me succede per es. di spostare di notte le lancette in dietro e sono felice perché così penso di avere più ore da dormire prima che spunti il giorno. E davvero al mattino mi alzo più riposata pensando di aver dormito a lungo. Ma sono trucchetti, che non so se potrò sostenere quando sopraggiungerà sorella morte, ahahah! E Mariateresa su "La magia delle FINESTRE: lunedì 4 gennaio 2021". 4 gen 2021: Angela cara, grazie... infinitamente! Per il Tuo commento inaspettato ma tanto, tanto apprezzato! Il tuo dire è una carezza gentile, ed ossigeno puro, per me... Ma un infinito grazie anche per il tuo viaggio seducente nel pianeta Tempo. Il tuo racconto ne svela i panorami mozzafiato e i borghi incantevoli come pure le sue ombre nascoste. Un abbraccio a te. Forte! Ancora:  "La magia delle FINESTRE: lunedì 4 gennaio 2021". 5 gen 2021 “Sul pianeta Tempo”: C'è un pianeta dove nascono sogni a mani giunte e un filo di voce rammenda preghiere dimenticate sui marciapiedi delle ore. Dove ci tocca il velluto di parole nelle carezze di un pennello a punta fine sul davanzale del pensare. Dove si fa corpo il verbo dell'essere. M. Bari Appena nata! Che meraviglia, Mariateresa! “… preghiere dimenticate sui marciapiedi delle ore… velluto di parole nelle carezze di un pennello a punta fine sul davanzale del pensare”: sintesi perfetta del nostro tempo dimentico di preghiere, ma ricco di nuovi modi di pensare che si trasformano in carezze di mai spenta poesia in cui “si fa corpo il verbo essere” per ristabilire la tua ri-nascita… E, poi, su "La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021": "E la memoria come mamma amorevole nutre i ricordi come fossero bambini suoi" ... quanta poesia... Sempre grazie per il tuo generosissimo dono, Angela! A domani. E su "La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021" ecco un delicato dono di Elina: Ho una casa foglia che sta sulla faccia/ Accedo naufraga dall’acqua di mia madre/ Natante/ Al rosso del cosmo (Elina). E tutto è liquido amniotico, attraversamento, colore, Vita. E sempre il 5 gennaio Giulia Basile su "La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021": Cara Angela non dico nulla perché mi hai inondata di pensieri belli e profondi e tanto intrecciati da esserne sazia. Mi rivedrò tutto e rileggerò lentamente, sicura di averne beneficio. Grazie. Sono io che ti ringrazio, mia Giulia: i nostri attraversamenti dilatano consapevolezze, orizzonti, rivendicazioni, voci, volti, storie… E tutto veramente ri-nasce. Subentra nuovamente Elina ne "La magia delle FINESTRE: 6 gennaio 2021": Il primo commento al libro di poesie “Alle radici dell'erba”, collana I Girasoli, Secop Edizioni 2020" giunge oggi inaspettato da Giovanni Romano che ringrazio per sintesi e contenuto. Lo riporto qui di seguito: "Ho letto questo libro nel momento migliore per apprezzarlo: la tranquillità e il silenzio della tarda serata, prima di andare a dormire. Quando gli impegni e gli affanni della giornata sono finiti, o quanto meno si lasciano dietro di sé. Fa bene all'anima leggere questi versi. Fa bene all'anima sapere che esiste chi sa custodire e donare la meraviglia e la bellezza del mondo, la gratitudine per l'affetto che ha ricevuto, i colori e gli spazi immensi per farci volare nella sua fantasia. Non mi stancavo di assorbire questa voce, di seguirla in silenzio nel suo mondo incantato. È la voce di una poetessa sempre più consapevole della propria arte fino a trovare una splendida sintesi per definire che cos'è la propria poesia, e quale effetto opera: "La carezza che porta / al disgelo delle palpebre". Una recensione davvero ricca di osservazioni poetiche, con poesia. Per contagio naturale, direi, tanto è vero che la conclusione è testimonianza di quanto rilevato/rivelato da un formidabile saggista appropriatosi del linguaggio poetico con tanto amore. Incalza Mariateresa il 7 gen 2021 : Angela davvero non ho più parole per ringraziarti, ma solo lacrime di commozione! Un abbraccio immenso  (…) E a proposito della consapevolezza di un ESISTERE che è inno a ciò che di umano ancora resiste... eccone un'altra! “Errare”: Eccomi piuma di un'ala esausta di peso/ sottrarsi al greve di un fare disfatto./ Eccomi grafia di un verso incompiuto/ sprecato nello spazio di un rigo troppo stretto./ Eccomi braccia esili a sorreggere/ un improvviso sapere di sé che imbavaglia l'attimo./ Eccomi chiodo, finestra, focolare./ Eccomi errore nell'errare. E il gioco di parole conclusivo rivela magnificamente la sapienza della tua scrittura… Condiviso questo sinteticissimo commento anche da Giulia Basile che così scrive il 10 gennaio 2021: Angela sei una fonte di acqua fresca e limpida in un mondo che affoga in acqua stagnante, e tu, invece di adagiarti col passare degli anni in giorni pigri e indolenti, tu fai dei tuoi pensieri un fresco ruscello dissetante per chi sa apprezzare la vita. Grazie per i tuoi stimoli. Bella anche la poesia Errare di Mariateresa. Che dire, mie carissime amiche, quello che stiamo realizzando con il Retino e il blog è davvero entusiasmante. Non manca un nuovo commento di Mariateresa 12 gen 2021: Tutto molto illuminante! Sempre grazie! Come d'abitudine condivido qui alcuni versi scaturiti dall'ultimo appuntamento con il "Retino". “Tutto e niente”: Tra tutto e niente leggo/ il labiale nella vita intrauterina/ che è alba di promesse mai pronunciate,/ nuda luce dimentica di sé./ Nel tra di un passaggio si gioca il tutto./ Il suono ribelle dei musi lunghi,/ gli anni di lune che inciampano e ostinate/ riprendono a innescare sogni,/ i muri spigolosi di delusioni, le mute deflagrazioni./ Tutto e niente il nostro abitare case/ nel vivere incerto di palude. E qui riprende il sopravvento la tua amara inquietudine, Mariateresa, in versi che non riescono a volare, imbrigliati come sono “nel vivere incerto di palude”. Molto è dipeso, a mio parere, dagli argomenti trattati nello scorso Retino, infatti tu scrivi il 13 gen 2021: Quanto sempre imparo Angela, da queste righe tanto attese. Ogni giorno. Oggi poi hai toccato le corde più intime del mio cuore...

sabato 17 aprile 2021

Sabato 17 aprile 2021: e altre poesie mi vengono a trovare…

E ho ripreso a cercare tra i commenti che mi giungono su la poetologa quanto ho involontariamente non portato alla condivisione. Ed ecco, per esempio, la prosa poetica di Mariateresa Bari, tratta da Intraverso, spiragli nell’essere… Come non condividerla? Meravigliosa quanto amara: “Nella stanza degli occhi”. Di scivolare all'imbrunire nelle ore roche del sonno che spoglia dal frastuono del non detto, accade. Accade di azzannare una nuvola stanca che trasfigura in spuma di mare, scardina le porte serrate del cuore e resta. Mesta vibra l'aurora nel ruggito di onde feline. E si cerca nello specchio di cielo ingiallito di foglie. E sempre di Mariateresa: Davvero sanguinanti i versi di Mastropirro. Sanguinano il dolore e l'ingiustizia di tutti i calvari del mondo, come tu dici! E quell'orrore toglie il sonno, a chi ha non solo occhi per guardare ma anche voce per gridare lo strazio e denunciare. Questa una piccola poesia scritta da me quasi due anni fa, quando abbiamo ignorato l'esistenza di una nave di profughi nel nostro Mediterraneo, trattenendola in mare per mesi negando asilo e accoglienza. E trasformandoci in tanti Giuda. Sempre grazie Angela per le tue riflessioni, che infondono speranza. “La nave fantasma Morde il dolore incrostato sui volti. La luna inciampa eterea nelle urla e sbianca desideri ormai appassiti. Non c'è fiato, non più”. (M. Bari 31/7/2019) Quanta verità e quanto dolore misto a rabbia e impotenza in quei giorni. E quante invereconde strumentalizzazioni… In alcuni casi meglio non avere più fiato. E Giulia Basile ha commentato su "Lunedì 12 aprile 2021: le poesie di una Primavera tanto attesa...": Grazie Angela, sei tu poesia col tuo sentire, che trasforma in poesia i tuoi commenti in prosa. <3.  Grazie di cuore a te e a tutti voi che alimentate il mio amore per la poesia e il mio desiderio di vera condivisione. Poi dal 31 mar 2021 recupero ancora Mariateresa: Angela quant'è dolce naufragio nel mare dei ricordi... che sanno di "cialledda" nelle sere d'estate e taralli di massa nelle vacanze pasquali. O di ninnananne in vernacolo intonate dalla mia cara nonna. Grazie sempre Angela, per il tuo immenso dono! E il dono è reciproco e profuma di ricordi antichi che scaldano il cuore. E, poi, sempre Mariateresa ha commentato su "Mercoledì 24 marzo 2021: nel Retino la parola GRATITUDINE...": Cara Angela, come non esserti grata? Ecco i versi scaturiti stanotte dalle tue riflessioni! “Nel debito di un credito”: S'annoia il sé, spossato depone la sua corona smilzo di cuore e si prepara all'esodo. L'alito assassino non più appaga. Il lampeggiare di finestre nel buio delle sue frequenze troppo acute, stride e si fa strada. Lo guardiamo trapassare lo specchio e lambire solitarie rive col suo foulard di tedio al collo. (M. Bari). Perle che mi lasciate e che io raccolgo con grande ammirazione, amore, voglia d’imparare. Il vostro nuovo modo di scrivere poesia mi cattura e mi allarma: c’è troppa amarezza, troppo sconforto, troppa solitudine. E troppa voglia di rinnovamento interiore per poter ancora sperare in un mondo migliore. Fare rete significa anche sconfiggere la solitudine. Poter sperare insieme. Dobbiamo provarci con tutte le nostre forze. È questo il mio nuovo proposito per il giorno che comincia. E, infine,  Mariateresa Bari ha commentato su "Giovedì 18 marzo 2021: alcune poesie di Giovanni Gastel...": Straziante ma necessario. Doloroso ma salvifico. Questo è per noi poveri che restiamo, parlare di chi la varcato la soglia. Parlare di Loro è parlare con Loro. Il ricordo è un luogo d'incontro! Grazie Angela per queste lacrime di commozione. Un abbraccio. Anche questa è per me una lezione di vita. E, a proposito di Giovanni Gastel, ecco cosa mi ha inviato Giulia Caminada che, come fotografa, ha lavorato nel suo Studio, in ricordo della sua grande umiltà e umanità:  Sono una bolla di memorie/ che naviga portata dal tempo./ Non mi aspetto/ di essere ricordato./ E neppure che qualcuno sappia che sono esistito./ La campana continuerà a suonare/ anche in mia assenza./ I mostri a esistere./ Siamo figli dell’uomo./ Poi cadremo in un sonno profondo./ E il prete dirà/ - Era una persona delicata -./ E correrà a casa a guardare la televisione.   Quanta dolorosa amarezza anche in lui prima di scoprire sempre più vicina e consolatoria la presenza di Dio. E sempre su Giovanni Gastel ecco un’altra testimonianza di Francoise Sallé, una persona eccezionale con cui sono diventata amica grazie al nostro comune meraviglioso amico. Risale al 13 marzo: Sono straziata dall'apprendere che Giovanni Gastel, uno dei più grandi fotografi italiani ci ha lasciato oggi pomeriggio.

Ti voglio salutare, Giovanni, ritornando alla lettera di ringraziamento che ti ho indirizzato dopo quell'indimenticabile "shooting" del 5 dicembre 2017, nel tuo studio di Milano.

Caro Giovanni, caro perché non si può passare davanti al tuo obiettivo senza provare quel senso di amicizia che sai infondere intorno a te e che si ha - naturalmente - voglia di ricambiare con slancio affettuoso. Un senso di amicizia che, dunque, ho provato anche io sin dalla tua calda, sorridente accoglienza a braccia aperte.

Hai realizzato un mio antico sogno, permettendomi di passare "oltre lo specchio", cioè da redattrice di moda, a mia volta,"modella". In quell'occasione ho potuto respirare di nuovo l'atmosfera di uno studio foto, circondata dalle persone amiche, Sandra, Federica e Stefano in particolare, che si erano ritrovate impegnate in ciò che avevo denominato "progetto Gastel"; un progetto un po' folle nato dopo una chiacchierata con te, una sera tardi, a proposito di un bellissimo ritratto che tu facesti ad una famosa "soubrette". Si dice che ttu sappia cogliere il cuore e l'anima delle persone che il tuo obiettivo indaga. Vicino a te ho sperimentato quell' "eterno istante" in cui, come dici tu stesso, la fotografia restituisce l'archetipo della natura della persona e non la documentazione richiesta della sua realtà.

Perciò sono rimasta senza parole scoprendo i due ritratti che mi hai donato con tanta elegante generosità.

Come potrei quindi non esserti grata per ciò che hai visto in me e spero di "combaciare" almeno un po', almeno nel profondo del mio essere, con la bellezza che hai voluto regalarmi.

Il 2017 è stato per me un anno cardine: cominciato molto male, si è, in qualche maniera, riscattato nei mesi successivi con degli avvenimenti felici che hanno segnato per sempre la mia vita.

L'incontro con te è stato uno di questi avvenimenti.

Ti ringrazio.

Un bacio grande grande.

Arrivederci, Giò.

E vorrei concludere con una poesia che ritorna a parlarci di primavera con un commento della carissima Elina Miticocchio, trovato stamattina sul mio blog: “In questa perduta primavera”. Su quali sogni si appoggia il sole in questa perduta primavera dove manca il tempo soffice del volo e dei larghi pensieri eppure resta il fiato per sospingere 'ancora lontano ci ritroveremo'… Mi infilo in questo attimo sospeso in questo fragore di incanto perduto mi offro creatura spoglia senza rotta oppure rotta nei meccanismi del cuore eppure conosco il suono un violino tornerà a fare musica ad incantare il mio giorno (Angela così ho sentito leggendo questo post). Pirandelliano cuore di violino quello di Elina per incantarci ancora, dopo ogni sperdimento suo e nostro. Grazie infinite a tutti voi che con questi messaggi così poetici, leggeri e profondi, ricamate il nostro blog con tanti luminosi fili, diversi ma tutti impregnati di splendida POESIA. Grazie. Buon fine settimana. Speriamo con tanto sole…


mercoledì 24 febbraio 2021

Mercoledì 24 febbraio 2021: nel Retino ho catturato…

Prima di ogni altra cosa il mio auguro di sereno e dolcissimo COMPLEANNO (91 primavere portate splendidamente) alla mia amatissima AMICA Ada De Judicibus. Con l’unico mio dono possibile: “Grattacielo”

Quanto cielo quanto cielo per me!/ Sono una casa che colloquia con le nuvole/ al puro spazio apro mille finestre/ do asilo a uccelli di vetta./ Quanta gloria di cielo intorno a me!/ Io respiro l’assoluto/ penetro nel suo silenzio.// E aspiro agli astri/ agli astri offro lo specchio/ delle mie vetrate./ Sono un diamante solitario:/ sul grigio groviglio/ di strade e di case che sovrasto/ rifletto luce./ Sono un inno ascensionale,/ il mio giardino pensile/ è un sospiro di verticalità. (Ada De Judicibus)

Mia carissima Ada, hai scritto una bellissima poesia. Molto originale e molto “spirituale”. Nella immedesimazione col grattacielo c’è davvero tanto cielo e tanto “anelito alla verticalità” dopo tanta luce ad inondare vetrate e riflessi interiori negli specchi che moltiplicano all’infinito la tua anima, circonfusa di azzurro e nuvole leggere: “inno ascensionale”. Splendido verso che occupa il rigo intero, dilatandosi nello spazio centrale e guadagnando una via di fuga che sembra volare verso l’infinito, in senso orizzontale e verticale. Una nuova dimensione di te, oltre i fiori che ami, la casa avvertita sempre come rifugio e protezione, gli uccelli che hanno intenerito e inteneriscono i tuoi giorni con la loro fragilità e il loro gioioso canto, regalandoti da sempre fremiti di meravigliosa libertà interiore, oltre i cancelli della tua timidezza e ritrosia... Per questo ti scopri prezioso “diamante solitario”... in una “gloria di cielo intorno a te”, con “mille finestre spalancate”, respirando “l’assoluto”. (Non pensi di aver incontrato Dio in tanta purezza e svettante armonia?). Ti abbraccio, come sempre. Angela

(Ada De Judicibus è nata e vissuta a Molfetta. Di recente si è trasferita a Milano. Laureata in Lettere, ha insegnato nelle Scuole Superiori della sua città. Ha pubblicato 15 raccolte di poesia ed alcuni racconti. Dal 1985 al 1994 ha partecipato con esiti eccellenti ai concorsi nazionali di poesia; ha poi condotto una vita letteraria piuttosto appartata, pubblicando i suoi libri con poca diffusione. Ha, però, sempre proposto i suoi versi sui due periodici “La Vallisa”di Bari, e“Vernice” di Torino, ed ha partecipato a pregiate antologie. Nella rivista della sua città “L’Altra Molfetta” per molti anni ha pubblicato articoli di poesia e prosa. La sua opera, gratificata da recensioni e lettere private di critici autorevoli, è stata analizzata in saggi, fra cui due monografie di Vincenzo Laforgia e, nel 2019, “la poesia degli istanti puri” di Marco Ignazio De Santis)

Ed ecco una vera perla catturata su FB dal mio Retino sempre vigile e attento. Si tratta di una bellissima poesia di Nikos Kazantzakis, con ottimo commento critico di Maria Pia Latorre: “Mi do ad ogni cosa”: Mi do ad ogni cosa/ Amo, soffro, lotto/ L’universo mi sembra più ampio della mente,/ il mio cuore un mistero oscuro e onnipotente/ Se puoi, Anima, sollevati/ sopra le onde mugghianti/ e afferra tutto il mare/ con una sola giravolta del tuo occhio./ Trattieni bene il tuo senno,/ che non vacilli./ E tutto d’un colpo torna a inabissarti/ nel mare e prosegui la lotta./ Il nostro corpo è una nave/ e naviga sopra acque color blu scuro./ Qual è il nostro scopo?/ Far naufragio!

Mi do ad ogni cosa. Già, nel primo emi-verso, personalmente, sono stesa, k.o. Un emi-verso che è un universo! Mi do ad ogni cosa, cioè do me stessa ad ogni cosa. Ogni cosa significa tutto: interiorità, relazione col mondo, partecipazione. Mi do ad ogni cosa totalmente. Seguono tre verbi che sono i fondamentali dell'esistenza, poiché ne racchiudono l'essenza di amore, travaglio e difficoltà umane alle quali mai dobbiamo arrenderci: amo, soffro, lotto. La capacità di lottare porta il Poeta ad esortare la sua Anima: "sollevati e afferra tutto il mare". Grande forza, pathos in tensione emotiva, che si fa tenacia nell'azione. Solo ad un Poeta 'di mare' e mistico sarebbe potuta riuscire una sintesi così efficace! Le immagini allegoriche ci stordiscono per grandezza e ci consegnano un messaggio poetico che va intimamente assaporato.

Grazie, mia carissima Maria Pia, per avermi dato l’ok per pubblicarla col tuo commento nel mio blog. Occorre fare contaminazione (per contrastare quella ferocemente negativa della pandemia nel nostro pianeta). Occorre fare “rete” perché “l’unione fa la forza”. Banalmente così, ma io ci credo con umiltà e determinazione, che l’amore per la scrittura, per gli altri e tutto ciò che è “altro da me” mi impone, con coraggio e leggerezza insieme.

E ora l’amore per mia figlia Raffaella e per la sua scrittura, ma anche la grande sintonia che avverto con Francesca Pice e la sua totalizzante passione per la pioggia, metafora della vita, mi spingono a pubblicare la poesia “Della pioggia l’odore” (Raffaella Leone), recuperata per caso in una delle mie tante agende. Sarà una sorpresa/dono anche per lei. È una poesia che io ritengo stupefacente: Della pioggia l’odore/ nasce prima/ come l’ospite in anticipo/ che bussa senza insistere./ Va danzando spandendosi/ nell’aria in silenzio./ Della pioggia l’odore/ appartiene ai poeti/ che lo sentono arrivare/ alle narici golose/ subito/ come i cani che braccano la volpe./ Della pioggia l’odore/ è la porta d’ingresso/ che già bagna la terra./ Della pioggia l’odore/ è già malinconia./ Poi la pioggia/ potrà passare senza cadere/ ma l’idea di lei si avvinghia/ alla pelle come alla penna/ e sul foglio è già caduta/ lenta o tumultuosa/ versando parole./ Della pioggia l’odore/ nasce prima e rimane/ a pranzo nella casa/ dei poeti.

Ed ora inviterei Francesca a fare un commento. E mi piacerebbe tanto ricevere altri commenti dagli amici che seguono il Retino e leggono questo blog e che amano partecipare attivamente a queste poesie e parole che il retino continuamente cattura. Profondamente grata. Angela


martedì 5 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021

 Ancora una volta la poesia arriva dove non arriva la ragione. Angela sono stupendi i versi che qui hai riportato, e ne godo. Aggiungo per quel che mi riguarda che il tempo non è cosa che si possa definire razionalmente e chi ha inventato l'orologio lo ha fatto per illudere l'uomo di avere in mano (o al polso o nel taschino o sul comodino) qualcosa di suo, da leggere, guardare, usare o distruggere. A me succede per es. di spostare di notte le lancette in dietro e sono felice perché così penso di avere più ore da dormire prima che spunti il giorno. E davvero al mattino mi alzo più riposata pensando di aver dormito a lungo. Ma sono trucchetti, che non so se potrò sostenere quando sopraggiungerà sorella morte, ahahah!

Così Giulia Basile che, simpaticamente sorniona, mi ricorda che il tempo in fondo è una nostra invenzione, magari per darci tempo. Ne sono convinta anch’io tanto è vero che parlo di tempo vissuto e di tempo percepito, tempo inventato e tempo usato per accendere la memoria appunto e ricordare: tempo individuale e tempo universale. Il tempo vissuto non è mai uguale a quello percepito. Il primo conta le ore e i minuti sul quadrante dell’orologio e si fa misura del nostro tempo reale; il tempo percepito, invece, si accorcia o si dilata a seconda di quello che stiamo vivendo: se siamo in armonia con quello che ci circonda e ci abita dentro, il tempo vola in un attimo, lasciando spesso il rimpianto che tutto sia stato molto breve. Al contrario, il tempo non passa mai se stiamo ascoltando una lezione che non ci interessa; se il relatore in un convegno è noioso, monotono, arrogante, scontato; se il dibattito, a cui stiamo partecipando, non approda a nulla perché gli interlocutori non ascoltano debitamente gli altri e non intervengono pertinentemente ma solo per ribadire il proprio punto di vista, e così via. Il tempo inventato è proprio quella che Giulia si ricava mettendo indietro le lancette del suo orologio creandosi l’illusione benefica di aver maggior tempo per riposare. E il potere della mente è tale da darle un senso di benessere reale al suo risveglio. Poi il suo senso straordinario di autoironia prevale sull’illusione e stempera l’ultima battuta dell’ultimo inganno che vorrebbe/vorremmo perpetrare contro la francescana “sorella morte”, che non si lascerà certamente imbrogliare da noi comuni mortali, ma riuscirà in qualche modo ad imbrigliarci. E neppure il ricorso alla poesia come nostra ultima àncora di salvezza ci darà ragione. Ma, intanto, noi ci proviamo. Almeno con qualcosa che “vince di mille secoli il silenzio” (Foscolo).

E ritorno al mio articolo sul tempo, la memoria, i ricordi.

Parte II: La Memoria

La memoria è un faro che accende di luce il nostro passato: resterebbe buio e indistinto se non conservassimo a tratti squarci di visioni antiche che si nutrono di voci, immagini, suoni, odori, sapori, emozioni, parole… illuminando anche il presente: dalla invisibilità alla visibilità degli oggetti e delle decisioni riguardanti quegli “oggetti”, dalla indecidibilità alla decidibilità delle situazioni, dall’inaspettato prodigio o disastro all’attesa o alla scongiura dell’accadimento, dalla impalpabilità dei sentimenti alla palpabilità del cuore. 

Ecco perché memoria è “tutto ciò che si deve ricordare ma soprattutto quello che non si può dimenticare”, tanto è inciso nella mente e nell’anima.

Segno e senso del nostro brevissimo passaggio esistenziale su questo pianeta.

Guai se quel faro si spegnesse, saremmo tutti naufraghi alla deriva, senza più contezza di noi, del tempo, dei giorni, delle ore; del mare e del suo splendore, delle notti rischiarate dalla luna o ricamate dalle stelle; dei nostri amori e dei nostri rancori, dei sogni e dei desideri; dei passi d’erba e delle orme cancellate sulla sabbia del tempo che dimentica. Del vuoto della mente e del deserto del cuore. Niente di più disumano del perdere la memoria e con essa identità e dignità. Chi restituirà al malato di Alzheimer la memoria dei giorni vissuti, degli affetti radicati nel cuore e smarriti nelle tenebre del non ricordare? E non sapere più di essere madre/padre, figlia/figlio, moglie/marito? Non ESSERE perché essere SENZA. Disperazione, al loro fianco, di quanti sanno e ricordano. Senza attesa. Senza speranza. Senza storia. SENZA. Un senza che apre un baratro, un abisso, il nulla.

La memoria, invece, è una pagina piena di ricordi che la mente traduce in parole per definire una storia al passato. È pienezza, non mancanza. È, paradossalmente, presenza, non assenza.

La memoria di cui parlo, infatti, non si veste del fragile tessuto della nostalgia o non si curva sulle linee esauste di un corpo ripiegato e sconfitto, né si rifugia nei secchielli colmi di mare dell’infanzia, magica e dorata, nei riccioli al vento degli aquiloni che mai più saranno, ma si fonda sul presente e sul futuro perché riscopre in ogni passato il Valore irrinunciabile della sacralità della vita in tutte le sue innumerevoli foglie, che rinascono ad ogni attesa primavera. In ogni stagione vissuta. Da vivere.

E, oggi, è un Valore, che colma l’attuale disagio del “pensiero debole” (Vattimo-Rovatti) per farsi, nel terzo millennio, “forza” e “pienezza”, che irradiano, nella nostra società planetaria, nuovi stati di coscienza individuali nel loro farsi “consapevolezza collettiva” in una sorta di “correlazione universale” (come ci ha suggerito la compianta Silvana Folliero nel sostenerci a realizzare il Sogno/Progetto di aprire una “Casa editrice altra” più di quindici anni fa), attraverso un rinnovato “pensiero forte”, titano della conoscenza del mondo. “Scienza e Coscienza”, dunque, sempre più si dilatano fino a comprendere la “coscienza delle cose” e la “fiducia nella tecnologia e nella comunicazione digitale”, che diventa, utopisticamente forse, fiducia in possibili coinvolgimenti di tutti e di ciascuno per realizzare una umanità migliore. Una umanità, che dovrebbe fare della solidarietà e della speranza i suoi punti di forza; dell’intelligenza e della comunicazione di massa i solidi ponti di “inter-esistenza” tra gli uomini, perché la memoria si faccia possibilità di “rinascita” e di “rigenerazione” (vedi il Protonismo di Gjeke Marinaj).

Ma potrebbe accadere il contrario e sarebbe la distruzione della intera umanità.

Una possibilità che non voglio neppure prendere in considerazione perché ho fiducia nella coscienza dell’uomo, che saprà fare tesoro della scienza, come è sempre accaduto nella storia dell’umanità, altrimenti ci saremmo già estinti da lungo tempo.

Ritengo, però, che la storia non sia “magistra vitae” (Cicerone) perché ancora oggi vale per l’uomo contemporaneo il grido di dolore di Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo…”. Pure, nonostante la sua natura immutabile, l’uomo ha risorse di mente e di cuore per scongiurare di volta in volta, nei millenni, la sua autodistruzione.

La memoria, allora, si fa attimo di ogni presente che vive il possente fulgore dei guizzi di conoscenza del passato e si affaccia al futuro. Nel passato, i germogli del presente, e degli scenari che si potrebbero configurare lungo i passi che il tempo concede ai nostri domani. Ci saranno sempre nuovi viandanti a proseguire il viaggio lungo i sentieri ritrovati della nostra storia oppure cercati e scoperti o, ancora, via via tracciati perché si facciano storia.

La memoria è, dunque, paniere di tutti i fiori e i frutti, vitali e propulsivi, dell’umana esperienza, individuale e universale.

La memoria è anche, o forse soprattutto, forza catartica, invincibile emozione, profondo sentimento. Chiaroveggenza e Speranza. Epopea di epiche risonanze di terre e di universi.

Scultura di Volti di uomini incisi nelle pietre che raccontano innumerevoli storie che, come fiumi aventi sorgenti lontane, si riversano insieme, dopo lunghi viaggi individuali, nel grande oceano della Storia universale.

Di solito, queste innumerevoli storie non ambiscono a ritrovarsi nella grande Storia, si accontentano di poco: fare tenera compagnia alle persone anziane che vivono di ricordi più che di progetti.   

E, del resto, la storia non è mai come viene raccontata, ma come viene vissuta; si ha persino paura di dover fare i conti con una storia dell'umanità mai vera e sempre inventata dal cronista di turno o dal saggista di parte (per ideologia politica o partitica, per formazione culturale, per convinzioni personali…) e dall’archivista che la ricostruisce con pazienza certosina, mai realmente libero di approdare alla “verità storica”, eterna utopia.

Dove la “verità storica”, allora? La storia è o non è fondata sulla memoria? Ma la memoria, come già osservato, non sempre racconta la verità. E, dunque? Quando si può parlare di “verità storica”? Quando si va a cercarla nei racconti dei nonni o quando ci affidiamo a documenti più concreti e oggettivi come graffiti nelle grotte millenarie dei nostri progenitori, scavi e reperti di una certa era storica, monete antiche, iscrizioni, epigrafi, stele funerarie e monumenti che resistono al tempo o alle loro stesse rovine? Cercare costantemente eventi con effetto “domino” di cause e conseguenze e sentirsi autorizzati ad avere certezze sui comportamenti umani che sortiscono sempre gli stessi effetti, se motivati dalle stesse cause, sia pure in tempi e luoghi diversi, oppure nutrirsi di dubbi sulle interpretazioni perlopiù soggettive di eventi raccontati in maniera del tutto arbitraria e spesso con opposte testimonianze e dichiarazioni sui vari accadimenti?

Forse sarebbe opportuno, come sosteneva Benedetto Croce, rifarsi alle fonti dirette e indirette degli accadimenti storici, evitando ogni coinvolgimento emotivo in riferimento all’“oggetto studiato” per consegnarlo al lettore come pura “conoscenza dei fatti”, ma questo metodo non mi convince molto. Non amo la cronaca triste ed essenziale della “conoscenza dei fatti” che ne fanno i cronisti sulle pagine di un Quotidiano locale o nazionale, oppure gli studiosi nei loro libri di storia.  Ciò vale soprattutto per la cronaca quotidiana di altri periodi storici alle prese con varie emergenze per la salute e per il pericolo di decimazione dell'umanità: la peste, la lebbra, la spagnola, la malaria,   l'asiatica, la terribile SARS, diffusasi nel 2002, quindi nel XXI secolo, dalla Cina e definita già coronavirus, con le stesse caratteristiche di sofferenza polmonare a chiudere alveoli e cuore, ormai disperatamente note, del Covid 19.

La stessa aridità è riscontrabile anche cercando notizie di guerra, altro flagello per il genere umano. La Prima e la Seconda guerra mondiale, per esempio. Per delimitare la ricerca al "secolo breve" eppure lungo di lutti e di dolore, e arrossato dal sangue di tutte le altre guerre devastanti nei vasti territori del pianeta Terra. Tutte le cronache sono uguali. Narrano i fatti. Che sembrano veri, tanto sono dettagliati con luoghi, vittime, circostanze, indici statistici. Fatti non fanfaluche... E il tempo azzerato, quello che vogliamo non esista per via delle nuove teorie sulla relatività o sulla quantistica, d’improvviso ci assale alle spalle e ci inchioda al nostro tempo o al tempo passato tanto simile al nostro tempi, sia pure tanto diverso.

Tutto sembra chiaro e inoppugnabile. Eppure, in quegli articoli così bene articolati, non è difficile rilevare l'assenza della paura o la mancanza di qualsiasi altro sentimento negativo o positivo che sia.

Quando a scuola studiammo  la storia della Grande Guerra non rilevammo, al di là dei fatti narrati con asettica precisione, la tentazione di una fuga, il fremito di una lacrima, la commozione di un incontro, il sollievo per lo scampato pericolo, lo strazio di sapersi vivo mentre una granata squarciava il cuore del compagno appena a un palmo dai pantaloni alla zuava del soldato in trincea; non il canto nostalgico di chi guardava le stelle e si accendeva una sigaretta per abitudine, subito spenta per precauzione col nemico appena a pochi passi oltre la trincea, e pensava alla sua ragazza lontana "ohi vita ohi vita mia". E i partigiani e la Resistenza "oh bella ciao, bella ciao, bella ciao". E il Vietnam con "c'era un ragazzo che come me" e giù lacrime di solitudine.

Solo numeri, dati, statistiche in quell'apparente verità obbiettiva dei fatti narrati. Senza fremiti, lacrime, sorrisi. Senza. Anche qui il “SENZA” mi spaventa.

Io ho fatto sempre tesoro dei racconti di Guerra di mio nonno: nelle sue parole senza lacrime, ma evocative e sicure, c’era la verità da me sempre cercata invano nei libri di storia, nelle lezioni dei proff. di Storia e Filosofia.

L’unica verità possibile era racchiusa nei suoi racconti che avevano per noi sapore di fiabe antiche per non turbare la festa innocente dei nostri giorni ignari di violenze e lutti e dolore.

Sì, per fortuna, la memoria viene rigenerata continuamente dai ricordi, che fanno parte della storia individuale e riportano al cuore (ri-corda-re) storie vissute in prima persona nel passato.

E la memoria, come mamma amorevole, nutre i ricordi quasi fossero suoi bambini, a cui ogni sera racconta fiabe, cominciando con quel “c’era una volta” che indicava un tempo indeterminato perduto nella notte dei tempi o nel bosco della dimenticanza (tempo sognato più che vissuto). Ma, in reciprocità amorosa, anche i piccoli, i ricordi appunto, offrono alla mamma, sempre più smemorata con gli anni che passano in fretta, il loro sollecito aiuto, sostenendola nel far rifiorire, nel tempo, le tante storie da rivivere perché non muoiano mai del tutto.

E anche per oggi chiudo qui con questo tempo zigzagato, mai vero mai falso, nella speranza che queste apparenti digressioni non vi annoino al punto da percepire il tempo della loro lettura come tempo noioso e dilatato a dismisura. Come una inutile, soporifera “perdita di tempo”. Ma io,   egoisticamente, solo così so riempire il mio tempo, con la felice illusione di donarlo agli altri… Pardon.

A domani. Ciao. Angela

martedì 22 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE: martedì 22 dicembre 2020

 Ieri ho concluso parlando dell’importanza dell’amore autentico che è fonte di fiducia, di generosa solidarietà, di vita. È l’unico sentimento che ci possa salvare. E mi piace aggiungere una ulteriore riflessione, che mi proviene anche da Papa Francesco:

E l’Amore si espande in maniera esponenziale, quando lo sentiamo vibrare dentro, perché diventa Amore per la Natura, per l’Ambiente, per la Bellezza, per l’Arte, per la Vita. Tutto si fa Amore, rendendoci rispettosi del mondo che ci circonda e di quello che ci vive dentro. Innamorati, gioiosi, appagati di ciò che siamo e abbiamo. Grati a CHI ci ha fatto DONO del CUORE per darci la possibilità di AMARE. E l’Amore si fa Preghiera. Il nostro ritorno al Creatore “cum tucte le tue creature” (Cantico di San Francesco). Ma, ancor di più mi piace riportare qui, di San Francesco, “La preghiera semplice” perché, ancora più del Cantico, ci parla del vero Amore e di come si traduce in azione e non solo in preghiera. Se solo riuscissimo a farla nostra anche in minima parte, saremmo una umanità migliore. Proviamoci. E non è necessario essere credenti per apprezzare e fare nostra questa preghiera…

Oh! Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa’ ch'io porti amore,
dove è offesa, ch'io porti il perdono,
dove è discordia, ch'io porti la fede,
dove è l'errore, ch'io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Oh! Maestro, fa’ che io non cerchi tanto:
di essere compreso, quanto di comprendere.
di essere amato, quanto di amare
poiché:
Se è dando, che si riceve,
perdonando che si è perdonati,
morendo che si risuscita a Vita Eterna.
Amen.

Ecco, è il portare che fa la differenza tra “il dire e il fare”, tra “la contemplazione e l’azione”, tra “la poesia scritta e la poesia vissuta”. Certo, la narrazione è alla base di tutto questo. Solo ascoltando raccontare la vita nostra e degli altri, nel passato e nel presente noi abbiamo contezza di noi e degli altri in maniera più obiettiva e perveniamo alla “conoscenza” che ci offre molteplici stimoli e motivazioni ad agire e reagire. Per imparare a vivere attraverso le svariate forme dell’Amore, praticato sempre con autenticità. Così avviene per la bellissima silloge di poesia nei tuoi occhi… le parole diventano pietra di Gino Locaputo, con una poesia, tra le tante, che abbina la “finestra” all’“amore” che non muore. È scritta nel suo dialetto conversanese perché è soprattutto in dialetto che si parla o si scrive (per chi lo sa fare) quando si “sente” dentro palpitare l’anima. spero di prendere il coraggio a quarantotto mani per recitarla. La finestra di Gino merita di essere ricordata per quanto rimane scritto sui vetri.

Come si può notare sto anticipando qualcosa che ci vedrà insieme stasera anche perché mi giungono sempre più commenti, richieste, integrazioni, suggerimenti che dilatano il mio punto di vista e mi offrono orizzonti di indagine e di conoscenza sempre più ampi e stimolanti. Come: Carissima Angela, nella coscienza della "clessidra" che hai descritto, nel tempo che sorge dopo essere morto, nel continuo movimento di morte e risurrezione si nasconde un certo dinamismo della parola, e della poesia in particolare. Una poesia fatta di parole semplici più solide di un rifugio antiatomico. «Ho costruito un'esistenza di parole Per abitarvi. Il mondo non mi ha mai Dato una casa. "Abitabile. È solo la fede Eloquente". Sono versi di Marco Guzzi intitolati "Abitabilità". (…). Ecco che la tua clessidra cosa combina? Una nuova poesia iniziatica! Un tempo finisce, inizia un nuovo tempo. Iniziata al nuovo, sei finita al vecchio. Abbandona tutta te stessa al passato e vai incontro al nuovo che è racchiuso in una sola parola (…) in questo Eterno Gioco che è la Creazione. . .  Questo è l'amore: (…). Essere uno con tutti: circolazione di vita è il vero Mondo: Gioco senza fine e gioia nell'Eternità, che ora esplode e adesso mi risana. Amen Sempre da Peppe Sblano, che si rifà alla preghiera di Marco Guzzi. Tutte le parole omesse fra le parentesi riguardano una fede tra noi, tra me e Peppe, condivisa nel segreto del nostro cuore. Quello che rimane è un messaggio bellissimo per tutti. Ed è per questo che ve lo propongo.

E sul mio blog ho trovato altri commenti che mi fa piacere condividere con voi. Alcuni provengono da Facebook e altri da Messanger. Vi propongo i più pertinenti in questo momento: Angela condivido tutto ciò che hai mirabilmente descritto. Una poesia è il luogo dello stupore, della meraviglia, anche della solitudine... quando ti siede accanto, la poesia tiene il diario di bordo di una coscienza dell'oltre, dell'attimo colto e separato ... Noi possiamo abitare il viaggio, la vita dell'altro da noi, attraversando l'anima delle cose perché tutto è nel nostro sguardo. Grazie Angela!

E ancora: I sentimenti forti, gli stati emotivi intensi possono regalare parole mai dette né pensate anche a chi non sa giocare con le parole, a chi non sa che una parola, seppure apparentemente banale, può trasportare pezzi di cuore. E cosa accade quando la sensibilità di una poetessa fatta e riconosciuta è sollecitata più di quanto già non lo sia di suo, quando la mielina dei suoi nervi si sfilaccia e li denuda spianando la strada al dolore che con la ferocia devastante dell’invasore si appropria di ogni singola cellula del suo corpo e di ogni pensiero? Accade che la poetessa immerga le mani gli occhi la bocca il naso le orecchie nel forziere mai chiuso che custodisce le sue parole e se le regala e le regala a noi, balsamo per le sue ferite e canto di speranza per ogni cuore che avrà la fortuna di condividerle. Hai superato te stessa, Angela? Spero di no: ce ne aspettiamo ancora e ancora. Persevera nella tua imprevedibilità…ma senza farti male! (Sconosciuto)

Infine: … e fu proprio leggendo (L’uva puttanella di Rocco Scotellaro) che mi colpì un frammento che è finestra spalancata sull’immaginario contadino, squarcio di luce sul mondo in penombra dei nostri cafoni e, allo stesso tempo, epifania dell’utilità della lettura (Valentino Romano)

E vorrei concludere con un immenso grazie a Valentino, profondo studioso del Brigandaggio meridionale, per questa nuova ottica della finestra con lo sguardo rivolto ai cafoni del Sud, così empaticamente “vissuti” da Primo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli, magnificamente ripreso e commentato da Valentino Romano nei suoi vari libri sull’annoso e controverso argomento, che dovremmo davvero approfondire tra le tante “verità” contrabbandate come tali. E per l’elogio alla lettura, necessario preludio alla scrittura.

Grazie anche a Gianni Brattoli, mio cognato, che in una telefonata mi ha fatto riflettere sulle stanze che si accompagnano alle finestre e sulla vita che dentro vi pullula con tutti i suoi aspetti positivi e soprattutto negativi, di cui ho scritto sul blog proprio nei giorni scorsi...

A stasera, nella speranza di avere il tempo di parlare di quanto anticipato.

Buon pranzo. E a più tardi.

 

 

lunedì 7 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE: lunedì 7 dicembre 2020

Ieri è stata una bruttissima giornata di vento e di pioggia. Con conseguente mal di testa feroce che ha detto stop alle mie consuete elucubrazioni e farneticazioni visionarie che si traducono in bisogno compulsivo di scrivere. Mi sono data così del tempo “vuoto” da riempire a tempo debito. Ma ecco che mi raggiungono dei messaggi di buona domenica da allargarmi/allagarmi il cuore. E questa “corrispondenza di amorosi sensi” mi sembra bellissima. Mi suggerisce la meravigliosa possibilità di una interazione con voi che seguite il mio “retino” e il mio blog, di cui di volta in volta farete parte perché insieme avrà più senso catturare con il “nostro retino”, dalle finestre spalancate, le parole.

E comincio col proporre alcuni messaggi stupendi che mi sono giunti ieri.

Carissima Angela, buona domenica a te, a tutti coloro che ti circondano con il loro affetto, e che ti seguono non come pesci all'amo ma inseguendo il flusso di luce che rischiara e coinvolge proveniente da te. Hai il dono della parola che ri-crea. Una parola che ri-crea la coscienza della parola. Anche la parola ha una coscienza. La coscienza avvolge la parola. Tu rendi disponibile la coscienza della parola alla parola. Così la parola ri-creata con la sua coscienza ci riporta alla luce che crea con la parola anche la coscienza della parola. Il Logos illumina tutte le coscienze dalla cellula più piccola del nostro corpo, con la sua particolare coscienza, alla più semplice parola che tu pronunci. Siamo tutti presenti alla coscienza del Logos che illumina. Ognuno di noi percepisce questa coscienza come luce intensa dorata che illumina, guarisce, o ri-crea, o ri-vive collegandoci al primo istante in cui fu creata la vita. Ogni parola ha la sua coscienza e la poesia la trasmette creando la relazione universale che ri-parte dal poeta ricollegandoci tutti e con tutto il creato. La parola guarisce tutti gli acciacchi ..., i problemi esistenziali ..., i limiti di ogni genere ... Infatti, posso scriverti mentre ti parlo accanto a me. Ben vivere, Peppe

Grazie, infinitamente grazie, Peppe carissimo, per questo messaggio che ha messo in fuga notte insonne, mal di testa, scoramento. Mi sono sentita gratificata, è inutile nasconderlo, ma soprattutto ho avvertito subito la necessità di fare tesoro delle tue profondissime riflessioni sulla “coscienza delle parole”. Logos si identifica, come sappiamo, sia col pensiero che con la parola, ma per Eraclito, il “filosofo oscuro”, ha anche il significato più ampio di “discorso dotato di senso” nel “dinamico divenire”, che incontra continuamente “i suoi opposti” e li supera. Solo dopo possiamo comprendere ogni singola parola, ogni singolo punto di vista, ogni situazione particolare e universalizzarli, riuscendo così a sentirci parte del tutto, come appunto ci suggerisce Peppe. Nel superamento di ogni egoismo e narcisismo. Nella comunanza che ci affratella e ci fa assaporare il senso dell’infinito è pacificante. La coscienza “che avvolge la parola” si traduce allora in poesia perché le offre quella illuminazione divina, di cui parla Paul Valery, per il quale le parole danzano con la nostra anima. Immagine meravigliosa, che potremmo benissimo condividere.

Ma Giuseppe Sblano , andando un po’ a ritroso, ha commentato così su "La magia delle FINESTRE nel "Retino delle parole": giovedì 3 dicembre 2020": Carissima Angela, ieri, dopo la lettura, ho dovuto abbassare il "finestrino" e dare spazio ad altre "suggestioni". Le tue sono intatte. La prima veniva dalla "finestrella" di "E lucean le stelle...". La seconda entrava con la tua luce accompagnata dall'ineliminabile anamorfosi. Un abbraccio, Peppe

Come non tener conto di quest’altro suggerimento che appunto ingloba la musica e il canto, mentre il tutto si slarga e si definisce alla luce del “prisma” borgesiano?

Puccini e la sua Tosca di disperato rimpianto e Luciano Pavarotti e il Teatro e i ricordi dell’amore dei nostri nonni per l’opera lirica e la Cassa armonica in piazza nei giorni della festa del Santo Patrono o delle Feste natalizie con tanta gente vestita a festa e con il cuore esultante per le varie “Arie” imparate a memoria nel corso degli anni. È anche tutto questo “anamorfosi”? penso proprio di sì.

E Giuseppe Sblano ha commentato su "La magia delle FINESTRE nel “Retino delle parole”: mercoledì 2 dicembre 2020": Carissima Angela, e una finestrella per la pace possiamo aprirla? Una finestra di acqua sorgiva. Zampillando risuscita! Un abbraccio, Peppe

E ancora prima su "La magia delle FINESTRE nel “retino delle parole”:1 dic 2020:

Una "fra le tante finestre" tratte da «Le mie prigioni» di un certo Silvio Pellico. «La stanza era a pian terreno e metteva sul cortile. Carceri di qua, carceri di là, carceri di sopra, carceri di rimpetto. M’appoggiai alla finestra e stetti qualche tempo ad ascoltare l’andare e venire de’ carcerieri, ed il frenetico canto di parecchi de’ rinchiusi. Pensava: «Un secolo fa, questo era un monastero: avrebbero mai le sante e penitenti vergini che lo abitavano, immaginato che le loro celle suonerebbero oggi, non più di femminei gemiti e d’inni divoti, ma di bestemmie e di canzoni invereconde, e che conterrebbero uomini d’ogni fatta, e per lo più destinati agli ergastoli o alle forche? E fra un secolo, chi respirerà in queste celle? Oh fugacità del tempo! Oh mobilità perpetua delle cose! Può chi vi considera affliggersi, se fortuna cessò di sorridergli, se vien sepolto in prigione, se gli si minaccia il patibolo? Ieri, io era uno de’ più felici mortali del mondo: oggi non ho più alcuna delle dolcezze che confortavano la mia vita; non più libertà, non più consorzio d’amici, non più speranze! No; il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscirò se non per essere gettato ne’ più orribili covili, o consegnato al carnefice! Ebbene, il giorno dopo la mia morte, sarà come s’io fossi spirato in un palazzo, e portato alla sepoltura co’ più grandi onori». Così il riflettere alla fugacità del tempo mi invigoriva l’animo. Ma mi risorsero alla mente il padre, la madre, due fratelli, due sorelle, un’altra famiglia ch’io amava quasi fosse la mia; ed i ragionamenti filosofici nulla più valsero. M’intenerii, e piansi come un fanciullo.»

Tratto dalla più contemporanea opera «Il capitalismo della sorveglianza» di Shoshana Zuboff. «Dalla finestra sulla scrivania osservo le stagioni: prima il verde, poi il rosso e l’oro, poi il bianco, poi ancora il verde. Quando gli amici mi vengono a trovare, sbirciano nel mio studio. Ci sono libri e fogli impilati ovunque, anche sul pavimento. So che è una visione che li travolge, e a volte ho la sensazione che mi compatiscano per la mia devozione a questo lavoro, per come permetto che circoscriva i miei giorni. Non penso che si rendano conto di quanto io sia libera. A dire il vero, non mi sono mai sentita più libera di così. Com’è possibile?» Com'è possibile sentirsi liberi, anche alle finestre con le sbarre? Un abbraccione, Peppe

Anche questa pagina mi sembra molto interessante e degna di nota. Il primo riferimento è a Le mie prigioni di Silvio Pellico, libro che, secondo le note parole di Cesare Balbo, fu all’Austria “nocivo più di una battaglia perduta”. Ma quello che emerge di molto importante, a mio parere, è il riferimento ad ogni mutamento col passare del tempo. Il “Panta rhei”, attribuito ad Eraclito, anche nelle parole di Silvio Pellico, dunque. E non solo: dopo la morte niente ha più importanza delle sovrastrutture con cui impariamo a vivere i nostri giorni, complicandoci la vita stessa e rendendola sempre più inautentica e lontana dalla realtà (dalla verità?). Nelle parole della studiosa statunitense Shoshana Zuboff, invece, mi piace moltissimo il senso della gioiosa libertà che si avverte nell’assecondare la passione dello scrivere anche dietro vetri chiusi e sbarrati come ai nostri giorni. Carissimo Peppe, hai inciso profondamente con queste parole la verità che appartiene a tutti quelli che avvertono la scrittura come necessità di vivere, esprimersi, comunicare, realizzare il sogno di sé. Tra i nostri libri, a questo proposito, mi è facile ricordare di Zaccaria Gallo Sigillo di Necessità, un titolo bellissimo che sottintende il segreto messaggio della “necessità della parola”, quasi “sigillo”, parola antica e regale e, dunque, preziosa, su cui ritorneremo. Come torneremo più e più volte sulla parola “Pace”, polla sorgiva che potrebbe aiutarci davvero a ri-nascere e, quindi, a ri-sorgere, quasi canto dell’aurora ai primi raggi del sole.

Altro messaggio di ieri mi è stato inviato dalle mie carissime amiche Marisa e Liliana Carabellese, a cui va il mio affettuoso grazie: Cara Angela, il tuo retino delle parole cattura sempre. Che fascino ha quella clessidra che porta in su invece che in giù il suo magico contenuto! Auguri al carissimo Nicola, e a tutti i tuoi Nicola. A te un abbraccio grande da Liliana e da me, o, come dici tu, bacissimi! Marisa Altro bellissimo suggerimento: la clessidra. Spero di poterne parlare insieme a lungo perché il tempo è un altro topos caro a tutti i poeti e gli scrittori, ma anche presente ad ogni persona nella semplice quotidiana riflessione sul trascorrere inesorabile del tempo in ogni esistenziale esperienza.

E per oggi è tutto. Buona vigilia della Festa dell’Immacolata con tutte le sue tradizioni e i suoi riti. Ma, a proposito di vigilia, parola sottolineata dal carissimo Vito Di Chio nel suo splendido saggio Una finestra aperta su i sogni, dedicato alla mia “opera omnia”. E qui ritorna la finestra da cui non solo volano i sogni, ma anche tante parole da passare sotto la lente d’ingrandimento… come non parlarne?

Vi abbraccio, augurandovi una serena e coraggiosa VIGILIA. Ciao.    

 

  

mercoledì 2 dicembre 2020

La magia delle FINESTRE nel “Retino delle parole”: mercoledì 2 dicembre 2020

E continuo dopo aver parlato della magia delle finestre di Primo Leone nella sua Silloge poetica postuma Lontano da ieri (2008). La finestra è un luogo di osservazione straordinario, se non il primo luogo. Basta aprire le imposte la mattina oppure spalancarla per entrare subito in contatto con il mondo esterno: il paesaggio, l’orizzonte, le case, i terrazzi o i tetti, le antenne paraboliche che feriscono il cielo. E la luce entra proprio attraverso quel rettangolo che si affaccia sul cielo: essa varia col passare delle ore durante il giorno (luminosa quando c’è il sole, più grigia e spenta fino a risolversi nel buio della sera). Anche le condizioni atmosferiche incidono sulla luminosità o meno che inonda le stanze e che, via via, forma ombre più o meno morbide o più o meno scolpite negli angoli o sotto i mobili o lungo i volti e le vesti degli abitanti. Tutta la realtà esterna modifica di ora in ora la realtà interna e diventa un film irreale perché tutto muta tra l’essere e il non essere, nell’arco della stessa giornata. Finestra con gli infiniti mondi interni ed esterni che si dischiudono per farci scoprire, nella sua intoccabile staticità apparente, l’unico mondo fino a questo momento da noi abitato. A questo proposito, ritengo illuminante quanto scrive il filosofo Raimon Panikkar (Barcellona 1918-2010) sulla molteplicità delle finestre poste una accanto all’altra “a ferrovia”, come avviene ormai in tanti “palazzi di vetro” delle nostre città: ogni osservatore dietro i vetri vede un pezzo di mondo diverso da quello dell’altro. Queste finestre stanno a significare la necessità di aprirsi al dialogo e al confronto per avere una visione d’insieme della realtà. Panikkar parla di “necessario pluralismo” per mettere insieme il mosaico della nostra visione del mondo oggettiva e della sua percezione soggettiva perché tutto corrisponda a una “quasi realtà”. Anche nelle finestre all’inglese presenti nel libro di Primo Leone abbiamo la visione distinta e molteplice della sua personale realtà, fatta di mistero più che di verità. E tutto diventa più indecifrabile se di sera, accendendo le luci, ci troviamo di fronte ai vetri che, cancellando il mondo esterno, fanno da specchio alla nostra immagine frantumata, restituendoci un “Io” di noi ribaltato e quindi doppiamente ingannevole. La nostra non è più un’immagine reale, ma sicuramente fittizia perché è come la scrittura da decifrare a rovescio. Dunque, noi siamo il nostro rovescio. La nostra destra diventa la sinistra e viceversa. il “di qua” diventa il “di là”. Lewis Carroll ha scritto, dopo Alice nel Paese delle Meraviglie, proprio la sua continuazione Attraverso lo Specchio, come metafora della crescita, del cambiamento, del divenire. È, dunque, un mondo dietro lo specchio, che però non riguarda la mia visione di cosa comporta essere dietro uno specchio. Diciamo che sto elaborando una mia teoria (spero). Prendetela per buona col “beneficio dell’inventario”. Se avrò il tempo, forse ne farò un saggio. Il mistero di ogni persona mi incuriosisce molto. E, in questo caso, il mistero si infittisce. Chi siamo davvero? Quante tessere ci vorranno per costituire il mosaico razionale della nostra personalità? Quante pennellate occorreranno per comporre l’affresco del nostro “Io” più imprendibile nella sua bellezza e armonia? E quante parole potranno mai raccontare realmente un uomo e la sua vera storia? Cercheremo insieme di tentare delle strategie minime per scoprirci nella nostra identità e conoscerci meglio per quanto possibile. Le parole del retino diventano quasi indispensabili, almeno per me che le catturo. Ma ora siamo ancora alle prese con le finestre, che sono esse stesse metafora della nostra personalità e della nostra vita. Finestra è un vocabolo così semplice eppure dal significato così complesso; così intimo da riguardare in primis la nostra casa eppure così vasto da abbracciare il mondo intero in senso sincronico e diacronico. La finestra, infatti, contiene in sé due elementi fondamentali: uno pratico e l’altro estetico, legati alla sua funzione. Pratico, perché la finestra serve a dare luce e a rinnovare l’aria all’interno della casa, ma anche a consentire la vista del mondo esterno, come già detto; estetico, perché è stata pensata per abbellire la facciata dei palazzi, delle chiese, delle torri (si pensi alle bifore e trifore medievali e rinascimentali o a quelle “a cielo aperto” o “a vento”, con valore simbolico di “porte celesti” dell’area lodigiana, come la chiesa di San Francesco a Lodi. Mi danno appunto l’idea del volo. Altra magia). E che dire dei lucernari che si spalancano con tanta voglia di cielo? Per circa vent’anni ho scelto di abitare in mansarda per poter toccare il cielo con un dito. Con un lucernario in ogni stanza e con il letto sotto quell’occhio quadrato a impedirmi di dormire le poche ore vinte dal sonno. Ma lì a portata di mano avevo le stelle o la luna o le albe dorate che mi incantavano e rimanevo con gli occhi spalancati a catturare i miei sogni. E non venivo mai delusa. Chiacchieravo con la luna e le stelle e non avvertivo stanchezza tra un rigo di poesia e una pagina di romanzo. Una notte è venuta a visitarmi una stella cadente, lasciandomi colma di meraviglia e con il retino a portata di pensieri per catturare un sogno da realizzare. Un giorno, appena la pioggia smise di danzare sui vetri spioventi, il cielo si accese sulla mia testa di tutti i colori dell’arcobaleno, rischiando di scivolare sul mio letto. E la rugiada di primo mattino, e la rara neve e le innumerevoli nuvole a darci la sfida del gioco creativo tra me e il mio compagno di vita: ci incantavano la forma, il colore, la loro trasformazione e il loro dissolversi e rinascere… Ora non più. Si è perso l’incanto. Ora ho imparato a portarmi tutti i cieli nel cuore perché ho bisogno ancora di sognare. Duplice è la mia dimensione di anziana/bambina. E non smetterò di stupirmi neppure quando sarà l’ora di andare. Duplice è anche la dimensione della finestra? Certo. Abbiamo un’altezza e una larghezza, definite perlopiù da un rettangolo con la base quasi sempre formata da angoli retti. Ma anche da volte rettangolari o spesso curve ad arco: le prime rispondono a quel criterio di praticità di cui ho parlato, le seconde a criteri di opportunità e di estetica. Ciò sta a significare il nostro bisogno di linee chiare che ci diano un ordine preciso dapprima esteriore e poi interiore, per non disperderci. E noi abbiamo bisogno di ritrovarci dopo ogni nostra dispersione, sia pure sempre in forma imperfetta e mai del tutto vera, mai del tutto falsa. Ma la finestra ha anche una terza dimensione, che viene data dalla sua profondità, costituita dal “vuoto” che si viene a formare e che può essere in qualche modo attraversato, costituendo un dentro/fuori, interno/esterno. Limite e confine tra la nostra pelle e tutto ciò che la circonda e che è altro dal nostro corpo. La finestra è, perciò, anche possibilità di fuga, ma solo psicologica. Proprio come sta accadendo in questo periodo di chiusura agli altri per evitare contagi. E noi sostiamo a lungo dietro i vetri che sono i soli, spesso, a conoscere i nostri pensieri in fuga, i nostri segreti, i nostri sogni che affidiamo, fiduciosi o scettici, a quella fuga, mistificata dai rossi gerani che fioriscono anche d’inverno sui davanzali delle nostre finestre, strappando un sorriso di labbra rosse, eterna primavera della vita.

 E anche per oggi chiudo qui. A domani. Spero di farvi ancora buona compagnia. Con leggerezza e serenità. Con un pizzico di poesia. Sempre. Ciao. Angela

 

 

 

 

 

domenica 29 novembre 2020

La magia delle FINESTRE

 5 minuti con poesia: II incontro: le finestre. Ho tentato di parlarne venerdì scorso. Ma come si fa a parlare di magiche emozioni, con la voglia di comunicarle e condividerle, in soli cinque minuti? Proprio quando avevo cominciato a farlo il trillino mi ha dato il segnale di STOP, che naturalmente non sono riuscita a rispettare…

Allora continuo a parlare qui della magia delle mie FINESTRE, magia di cui abbiamo bisogno oggi più che mai. Per alleggerire il cuore oppresso da tanto dolore, angoscia, paura per un virus pandemico che sta sconvolgendo tragicamente questo nostro corrucciato e indifeso pianeta. Come è facile notare, io ho bisogno di tempi lunghi e di “parole distese” per comunicare i miei pensieri.

Dunque, dicevamo. Le finestre, così semplicemente quotidiane e necessarie alla nostra vita conservano il mistero di buona parte della nostra vita: le apriamo di buon mattino per fare respirare la nostra casa col farvi entrare aria pura (almeno dovrebbe esserlo!) e luce e il mondo con le sue voci e suoni e rumori di strade e piazze e case che si risvegliano. Ma per me è quotidiano stupore notare come la luce penetri nelle nostre casa a illuminarle, dissipando il buio, come neve al sole. Mentre non   una sola ombra vola verso l’esterno ad oscurare il cielo. La casa conserva, non dissipa; trattiene, non caccia via. La stessa luce, se l’accendiamo la sera nella nostra casa non esce dalle finestre, si fermano dietro i vetri e, anche se le spalanchiamo, la luce rimane dentro, non si espande per le strade. Ditemi se questa non è magia! Solo noi possiamo entrare e uscire da casa, ma dipende da noi umani (compresi gli animali): è un atto di libertà e di volontà che appartiene a ciascuno di noi, a meno che non ci siano delle costrizioni o degli impedimenti a vietarcelo. Ma per entrare ed uscire abbiamo bisogno di un varco: la porta con una soglia che facilmente attraversiamo perché i nostri passi possano andare alla conquista del nostro piccolo mondo quotidiano o molto più lontano, magari non più a piedi ma con i tantissimi mezzi di locomozione che il secolo scorso ha conquistato per noi. Persino per farci andare alla conquista dello spazio: la “casta diva” luna o Marte, il pianeta che rosseggia, e via via sempre più su fino a sfidare le stelle.

Fuori dalla nostra casa lo spazio si fa infinito e noi rischiamo di disperderci.

Lo scrittore Antonio Tabucchi, che amo tanto, scrive: “La vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna chiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre”. E Emily Dickinson: “Un vuoto, la finestra, che può essere metafora dell’infinito”. Non è magia anche questa?

La nostra casa, dunque, è la risposta rassicurante dell’uomo alla sua ansia d’infinito e alla sua paura dell’infinito. È il nostro punto di ritorno, il nostro rifugio sicuro, la nostra protezione. Ma anche, come dicevo venerdì, la nostra segregazione, che ben presto ci rende insofferenti a quel nostro mondo asfittico che limita i nostri passi e le nostre esperienze da vivere. Ed ecco la finestra venire incontro a questo nostro bisogno/desiderio: guardare fuori, riappropriarci dello spazio, dell’orizzonte oltre le case, dei campi oltre il paese, del respiro del cielo, stando però nei limiti di quel rettangolo che ci salva dall’infinito sperdimento. La finestra ha un davanzale a cui appoggiarci o un balcone da cui affacciarci. E, altra magia, parla di noi e per noi con gli altri; dei nostri modi di essere. Ci definisce meglio agli occhi di chi è curioso di conoscerci. Comunica in silenzio le nostre intenzioni: può essere chiusa, semichiusa, spalancata, aperta, oscurata, serrata, rotta. Per queste caratteristiche è ambiguamente simbolica: si apre e si chiude, unisce e separa, permette di vedere e di essere visti, ma anche di nascondere e nascondersi. Indica dunque un atteggiamento e diventa metafora psicologica della vita stessa.

(Cfr. Monica Mazzolini, Appunti d’Arte, blogspot.com, 23 novembre 2020)

Dipende dalla nostra capacità di comunicare con gli altri o meno. Dall’ottimismo e dalla diffidenza, dall’indifferenza o dalla curiosità verso il mondo esterno. Dal bisogno di aprirci o di chiuderci agli altri.

Può fare da sfondo o essere l’oggetto principale di osservazione.

Eterna dualità della natura materica e umana.

Ed è su tale dualità che si gioca appunto la nostra vita: la dialettica costante tra la soggettività dell’IO e l’oggettività del MONDO. Il vano/davanzale della finestra abbraccia l’una e l’altra. Ed è in tale abbraccio l’illuminazione poetica! Dovuta, come sostiene il filosofo Bergson, all’“intelligenza”, che osserva le cose dall’esterno, e l’“intuizione”, che sente il “reale” dall’interno, e si identifica con esso.

Ed è questa, secondo me, la magia più grande a cui non può sottrarsi chi è amante del linguaggio poetico. Ma non solo. Nelle diverse declinazioni della creatività umana, tutti gli Artisti sono stati illuminati dalla magia della finestra.

Ma questo altro respiro d’infinito ve lo racconto domani. Buona domenica.