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lunedì 1 marzo 2021

Lunedì 1° marzo 2021: alcune poesie da scoprire o "riscoprire"

Oggi è il 1° marzo e nell’aria c’è già primavera con un tiepido sole e le gemme dischiuse del mandorlo e dell’albicocco nel giardino. Nelle aiuole, narcisi, fresie, tulipani, screziati di rosso e di giallo, e i primi girasoli ancora bambini e le gerbere ridenti di petali moltiplicati. Un tripudio di colori caldi che bevono i raggi dorati e si vestono di calore, di allegria. Pure, nell’aria c’è ancora odore di pioggia che sicuramente verrà…  Marzo è pazzerello, si sa, e già sta divorando l’azzurro per pennellare il cielo, complice il vento, di nuvole sparse e arcipelaghi di piume leggere. Eppoi, io ho voglia di riprendere tra le mani e nel cuore i versi di Raffaella, mia figlia, che parlano di pioggia e di poeti e di amicizia e di parole che contengono nuvole e vita. Mi piace molto. Ne assaporo l’anastrofe (“Della pioggia l’odore”) di ogni verso anaforico che ha cadenza capovolta di pioggia, di ritmo e sentimento. Discreto, della pioggia. Come l’ospite che giunge in anticipo e non osa disturbare quelli di casa, che hanno ancora qualcos’altro da sistemare prima dell’atteso incontro. E, nell’attesa, l’odore ha volute di danza, lievità di sogno ancora avvolto nel silenzio. Anche per questo appartiene ai poeti che ne avvertono il sentore istintivamente (come i cani che braccano la volpe). Preludio alle gocce che potrebbero già sopraggiungere, ma potrebbero anche tardare sulla soglia di ogni attesa o decidere di rimandare la caduta, “avvinghiandosi”, quale divergente e illuminante idea, “alla pelle come alla penna”, e vestendosi di malinconia, che non ha suono, ma è già tumulto di parole che lente precipitano sul foglio e si fanno poesia, in un ossimoro psicologico (“lenta e tumultuosa”) di immensa significazione: quelle singole lettere, a guisa di gocce, si compongono sulla pagina vergine nel tumulto dei sensi e nella lentezza della loro sedimentazione nel nodo del cuore, e prendono vita e suono e armonia e incanto e si fanno immortali per il solo fatto di essere nate (mirabile miracolo della creazione della parola come “divina incarnazione”), mentre l’odore è ormai di casa, nella casa dei poeti, ed è l’ospite d’onore alla mensa della creatività che tutto rigenera perché niente muoia mai del tutto…

Della pioggia l’odore/ nasce prima/ come l’ospite in anticipo/ che bussa senza insistere./ Va danzando spandendosi/ nell’aria in silenzio./ Della pioggia l’odore/ appartiene ai poeti/ che lo sentono arrivare/ alle narici golose/ subito/ come i cani che braccano la volpe./ Della pioggia l’odore/ è la porta d’ingresso/ che già bagna la terra./ Della pioggia l’odore/ è già malinconia./ Poi la pioggia/ potrà passare senza cadere/ ma l’idea di lei si avvinghia/ alla pelle come alla penna/ e sul foglio è già caduta/ lenta o tumultuosa/ versando parole./ Della pioggia l’odore/ nasce prima e rimane/ a pranzo nella casa/ dei poeti. (Raffaella Leone)

Avevo dedicato questa poesia a Francesca Pice, che della pioggia sente l’odore e il battito vitale in ogni piega della sua anima, sperando che ne traesse motivo per un commento. So che Francesca ha una vita professionale, familiare e socio-culturale intensissima e molto probabilmente non ha avuto, purtroppo, neppure il tempo di leggere il mio blog. Assente giustificata. Ma il mio Retino ha catturato proprio in questi giorni sulla sua pagina una stupenda poesia dedicata alla pioggia della grandissima quanto sfortunata Amelia Rosselli, quasi in risposta ai versi precedenti ed eccola qui: Soffiati nuvola, come se nello stelo/ arricciato nelle mia bocca/ fosse quell’esaltazione d’una primavera/ in pioggia,/ che è il grigio che ora è/ era appeso nell’aria…/ … E se paesani zoppicanti sono questi versi/ è perché siamo pronti per un’altra storia/ di cui sappiamo benissimo faremo/ al dunque a meno,/ perso l’istinto per l’istantanea rima/ perché il ritmo t’aveva al dunque/già occhieggiata da prima (Amalia Rosselli, da Impromptu, 1981).  

La nuvola è un fiore che sboccia dal soffio che la poetessa imprime allo stelo “arricciato” nella sua bocca, quasi “esaltazione d’una primavera in pioggia”, il cui grigio presente era già prima nell’aria (il suo odore?). Umilmente, Amelia definisce i suoi versi “paesani zoppicanti” perché incompiuti, anticipando, a metà del loro cammino, altre storie che probabilmente mai più saranno, ma che nell’aria ritmavano una musica che aveva già sentore di primavera. E non mi sembra più un caso, ma il segno di quella misteriosa corrispondenza che porta i poeti ad un sentire comune, ad abitare insieme la casa delle parole, cibo di cui si nutrono per riconoscersi e viaggiare insieme, a volte senza saperlo, e giungere alle stelle e andare oltre…  

Ed è così che mi vengono incontro i versi di Maria Pia Latorre tra lo “stridore di stelle cadenti”, che riportano gli astri in caduta libera verso la terra per accendere un sogno negli occhi di chi sa ancora guardare il cielo e si scopre un tutto nel  Tutto che ci abita e ci contiene, trasformando il sogno di uno sguardo nel sogno di un faggio che viene guardato: “SOGNO DI UN FAGGIO” è la poesia che contiene questo prodigio che è un inno panico e misterico alla natura nella sua imperfetta perfezione: Stridore di stelle cadenti/ t’acquieti silente/ nell’ostro d’oriente/ il buio mannaro/ ti sfiora all’addiaccio/non piange la foglia/ aerea si posa/ e il muschio di seta/ t’abbraccia la scorza/ Così anch’io/ abbraccio il tuo viaggio/ Che sogni, amico mio faggio?/ Un nido di bachi danzanti/ o tarli dorati ubriachi?/ La giostra notturna di assioli?/ Che sogni? Puoi dirlo?/ Intanto bulbose/ le braccia nel suolo/ catturano rocce/ fermentano vita perenne/ nel sonno del bosco silente/ T’abbraccio di slancio/ mi lancio nel verde/ ti stringo più forte/ la scorza mi è pelle/ stridore di stelle.

E sorprendente è anche il fondersi e il confondersi nella loro stessa reiterazione delle parole classiche come “silente”, “ostro”, “addiaccio”, “acquieti”, “giostra” in un avvilupparsi di sensazioni corporee e di emozioni della mente e del cuore (continui e voluttuosi enjembement) che s’inarcano, senza soluzione di continuità, ad abbracciare “il buio mannaro” e la luce del plenilunio, il gelo della stagione invernale e la foglia leggera che sa di primavera, “il muschio di seta” che sfiora di tenerezza le mani e la ruvida “scorza” dell’albero che ferisce la pelle, il “nido di bachi danzanti” e “i tarli dorati ubriachi”, in un concerto armonioso e dissonante di rime baciate, alternate, ad incastro, che si fanno giostra da capogiro di fusione totale e smemorante con la natura, e sinfonia di suoni melodiosi e stridenti, a rendere omaggio alla imperfezione di ogni realtà che il bosco materializza e nasconde tra le radici che s’incuneano nel suolo e le rocce che le proteggono. Nell’essere tutti in un insieme che è, ancora una volta, abbraccio di pelle e “stridore di stelle”…

“Insieme” è una parola che mi piace, è un avverbio che ha in sé il senso della compagnia, del fare gruppo, di essere amici. Ed è anche per questo che ho catturato su FB una insolita poesia (che è anche prosa poetica) di Rita Vecchi, sempre molto cara al mio cuore: “VIGILIA DI COMPLEANNO”: Renditi dono per gli altri/ e non avrai bisogno di orpelli/ Vivi il rinnovamento costante/ e non sarà necessario/ ricordare la data del tuo compleanno/ Apprezza ogni giorno le tue mancanze/ per ricercare invece quello che già possiedi,/ non considerandolo mai scontato.// Ritieniti straniera nei tuoi vestiti/ ma accogli nelle tue scarpe/ anche i passi degli altri./ Conserva quel tuo sorriso a volte dimesso,/ tra il malinconico e lo scanzonato./ Permettigli di celebrarsi nell’ironia/ degli occhi/ e non farlo affogare mai nel disincanto./ Accoglilo, purificato e arguto,/ e lascialo volare, di leggerazza amica./ Domani l’anagrafe segnerà una nuova età./ Abbracciala e ospitala nel cuore:/ c’è ancora spazio/ per altre stagioni/ e misericordia per i futuri errori,/ che certamente ci saranno.

È una esortazione a sé stessa e alla sua anima di poesia. Già l’esordio, infatti, rivela una sensibilità sociale e poetica non comune. “Renditi dono per gli altri”: è il dono rafforza già il significato del “darsi” del verbo “rendere” che è già di per sé un restituire, quasi un essere in debito con gli altri, accentuato oltre ogni dire dal riflessivo “rendersi”. E la reiterata esortazione investe la necessità di farsi “agente di cambiamento” per poter rinnovare il mondo migliorandolo. La necessità di non spaventarsi di fronte alle “mancanze” che contengono in sé il senso di ciò che manca e che crea inevitabilmente un “vuoto”, ma di “apprezzare” quello che “possiedi” che quel vuoto colma ed è esso stesso un dono per sé stessa e per gli altri. Ma il verso che lascia uno stupore di meraviglia e di inimitabile poesia è: “accogli nelle tue scarpe anche i passi degli altri”. E ci potremmo fermare qui tanto è umile e grandioso il senso “degli altri” nel suo e nel loro andare insieme, ma Rita non finisce mai di sorprenderci, tra la malinconia del suo dimesso sorriso e l’arguta, ironica sua personalità sempre alla ricerca di sé per mettersi in ombra più che in vetrina, nella esasperata consapevolezza della immancabile umana imperfezione che ogni possibile errore sottolinea ed evidenzia, confidando nella misericordia divina… In Rita tutto questo è segno di umiltà e coraggio che le fa onore, ma non le rende il dovuto merito che i tanti suoi lettori, per fortuna, le riconoscono. Sarebbe questo rivendicarsi come Donna nobile e fiera e delicata nonchè forte scrittrice e poetessa l’esortazione più giusta che Rita dovrebbe imparare a fare a sé stessa e alla sua poesia…

Per quanto mi riguarda, mi sento confortata dai vostri messaggi che mi confermano il nostro cominciare a sentirci e ad essere veramente “insieme” nel riconoscerci e nel riconoscere gli altri nelle nostre peculiarità e nelle nostre salutari e arricchenti “diversità”. Ecco un significativo messaggio di Mariateresa Bari in riferimento al mio blog di due giorni fa: La chiusa con l'amato Luzi toglie il fiato, Angela. Ma anche le tue riflessioni sul valore incommensurabile dell'amicizia. Che condivido. Anch'io continuo, nonostante le clamorose smentite (per usare le Tue parole) a sostenere la mia funzione ostativa. Da sempre e per sempre. Ecco alcuni miei versi di qualche giorno fa... “Se il cielo rovina”: Se il cielo rovina e non consola/ supina ai piedi del muro,/ di questo muro taciturno che è l'attesa, io guardo./ Minuscole particelle d'estasi/ frizzante assaporo nell'orizzontale. Sono prato che prega/ sentiero che conduce/ onda che pia sfiora/ e sommessa piange. Guardo e non mi do per vinta. (M. Bari)

Tutta da leggere e rileggere per riflettere su questo nostro tempo avaro di sguardi, di sorrisi, di abbracci, ma ricco di germogli e gemme, che annunciano con squilli di tromba di un mattino che è promessa di luce, la primavera tanto attesa. Preceduta ieri da rami fioriti di mimose che una giovane amica ha portato nella nostra casa a illuminare il giorno. Buon 1° marzo. Con tanto profumo di delicata femminilità nell’aria…

 

 

 

mercoledì 24 febbraio 2021

Mercoledì 24 febbraio 2021: nel Retino ho catturato…

Prima di ogni altra cosa il mio auguro di sereno e dolcissimo COMPLEANNO (91 primavere portate splendidamente) alla mia amatissima AMICA Ada De Judicibus. Con l’unico mio dono possibile: “Grattacielo”

Quanto cielo quanto cielo per me!/ Sono una casa che colloquia con le nuvole/ al puro spazio apro mille finestre/ do asilo a uccelli di vetta./ Quanta gloria di cielo intorno a me!/ Io respiro l’assoluto/ penetro nel suo silenzio.// E aspiro agli astri/ agli astri offro lo specchio/ delle mie vetrate./ Sono un diamante solitario:/ sul grigio groviglio/ di strade e di case che sovrasto/ rifletto luce./ Sono un inno ascensionale,/ il mio giardino pensile/ è un sospiro di verticalità. (Ada De Judicibus)

Mia carissima Ada, hai scritto una bellissima poesia. Molto originale e molto “spirituale”. Nella immedesimazione col grattacielo c’è davvero tanto cielo e tanto “anelito alla verticalità” dopo tanta luce ad inondare vetrate e riflessi interiori negli specchi che moltiplicano all’infinito la tua anima, circonfusa di azzurro e nuvole leggere: “inno ascensionale”. Splendido verso che occupa il rigo intero, dilatandosi nello spazio centrale e guadagnando una via di fuga che sembra volare verso l’infinito, in senso orizzontale e verticale. Una nuova dimensione di te, oltre i fiori che ami, la casa avvertita sempre come rifugio e protezione, gli uccelli che hanno intenerito e inteneriscono i tuoi giorni con la loro fragilità e il loro gioioso canto, regalandoti da sempre fremiti di meravigliosa libertà interiore, oltre i cancelli della tua timidezza e ritrosia... Per questo ti scopri prezioso “diamante solitario”... in una “gloria di cielo intorno a te”, con “mille finestre spalancate”, respirando “l’assoluto”. (Non pensi di aver incontrato Dio in tanta purezza e svettante armonia?). Ti abbraccio, come sempre. Angela

(Ada De Judicibus è nata e vissuta a Molfetta. Di recente si è trasferita a Milano. Laureata in Lettere, ha insegnato nelle Scuole Superiori della sua città. Ha pubblicato 15 raccolte di poesia ed alcuni racconti. Dal 1985 al 1994 ha partecipato con esiti eccellenti ai concorsi nazionali di poesia; ha poi condotto una vita letteraria piuttosto appartata, pubblicando i suoi libri con poca diffusione. Ha, però, sempre proposto i suoi versi sui due periodici “La Vallisa”di Bari, e“Vernice” di Torino, ed ha partecipato a pregiate antologie. Nella rivista della sua città “L’Altra Molfetta” per molti anni ha pubblicato articoli di poesia e prosa. La sua opera, gratificata da recensioni e lettere private di critici autorevoli, è stata analizzata in saggi, fra cui due monografie di Vincenzo Laforgia e, nel 2019, “la poesia degli istanti puri” di Marco Ignazio De Santis)

Ed ecco una vera perla catturata su FB dal mio Retino sempre vigile e attento. Si tratta di una bellissima poesia di Nikos Kazantzakis, con ottimo commento critico di Maria Pia Latorre: “Mi do ad ogni cosa”: Mi do ad ogni cosa/ Amo, soffro, lotto/ L’universo mi sembra più ampio della mente,/ il mio cuore un mistero oscuro e onnipotente/ Se puoi, Anima, sollevati/ sopra le onde mugghianti/ e afferra tutto il mare/ con una sola giravolta del tuo occhio./ Trattieni bene il tuo senno,/ che non vacilli./ E tutto d’un colpo torna a inabissarti/ nel mare e prosegui la lotta./ Il nostro corpo è una nave/ e naviga sopra acque color blu scuro./ Qual è il nostro scopo?/ Far naufragio!

Mi do ad ogni cosa. Già, nel primo emi-verso, personalmente, sono stesa, k.o. Un emi-verso che è un universo! Mi do ad ogni cosa, cioè do me stessa ad ogni cosa. Ogni cosa significa tutto: interiorità, relazione col mondo, partecipazione. Mi do ad ogni cosa totalmente. Seguono tre verbi che sono i fondamentali dell'esistenza, poiché ne racchiudono l'essenza di amore, travaglio e difficoltà umane alle quali mai dobbiamo arrenderci: amo, soffro, lotto. La capacità di lottare porta il Poeta ad esortare la sua Anima: "sollevati e afferra tutto il mare". Grande forza, pathos in tensione emotiva, che si fa tenacia nell'azione. Solo ad un Poeta 'di mare' e mistico sarebbe potuta riuscire una sintesi così efficace! Le immagini allegoriche ci stordiscono per grandezza e ci consegnano un messaggio poetico che va intimamente assaporato.

Grazie, mia carissima Maria Pia, per avermi dato l’ok per pubblicarla col tuo commento nel mio blog. Occorre fare contaminazione (per contrastare quella ferocemente negativa della pandemia nel nostro pianeta). Occorre fare “rete” perché “l’unione fa la forza”. Banalmente così, ma io ci credo con umiltà e determinazione, che l’amore per la scrittura, per gli altri e tutto ciò che è “altro da me” mi impone, con coraggio e leggerezza insieme.

E ora l’amore per mia figlia Raffaella e per la sua scrittura, ma anche la grande sintonia che avverto con Francesca Pice e la sua totalizzante passione per la pioggia, metafora della vita, mi spingono a pubblicare la poesia “Della pioggia l’odore” (Raffaella Leone), recuperata per caso in una delle mie tante agende. Sarà una sorpresa/dono anche per lei. È una poesia che io ritengo stupefacente: Della pioggia l’odore/ nasce prima/ come l’ospite in anticipo/ che bussa senza insistere./ Va danzando spandendosi/ nell’aria in silenzio./ Della pioggia l’odore/ appartiene ai poeti/ che lo sentono arrivare/ alle narici golose/ subito/ come i cani che braccano la volpe./ Della pioggia l’odore/ è la porta d’ingresso/ che già bagna la terra./ Della pioggia l’odore/ è già malinconia./ Poi la pioggia/ potrà passare senza cadere/ ma l’idea di lei si avvinghia/ alla pelle come alla penna/ e sul foglio è già caduta/ lenta o tumultuosa/ versando parole./ Della pioggia l’odore/ nasce prima e rimane/ a pranzo nella casa/ dei poeti.

Ed ora inviterei Francesca a fare un commento. E mi piacerebbe tanto ricevere altri commenti dagli amici che seguono il Retino e leggono questo blog e che amano partecipare attivamente a queste poesie e parole che il retino continuamente cattura. Profondamente grata. Angela


giovedì 21 febbraio 2019

21 febbraio: il primo giorno senza


È l’alba di un nuovo giorno. I lucernari sono pieni di brina che, al primo pallido sole di febbraio, si va sciogliendo in rigagnoli, vissuti immediatamente da me come silenziose ma evidenti lacrime. E, altrettanto immediatamente, fulmineo, mi è tornato alla mente un pensiero doloroso: già, un carissimo amico, all’alba di ieri, con il suo zaino carico di libri, si è librato nel cielo che si sfogliava di sole, quasi petali di rosa in caduta libera per bilanciare quel volo senza ritorno.
Livio Sossi ha intrapreso il suo ultimo viaggio, almeno sui binari di questo nostro mondo malandato e assordato da parole cattive, per intraprenderne di nuovi lungo scie di fiabe luminose e leggere da raccontare ai tanti bambini, fiori rinati in un prato senza fine, in attesa di un “pifferaio magico”, come io ero solita chiamarlo, in grado di incantarli. E lui ora è lì e si va accorgendo che il suo zaino ha la leggerezza delle nuvole, e sprigiona un profumo di nuove gemme, il canto delle allodole, e sorride a questo precoce inizio di primavera che sboccia su quelle bocche di innocenza e candore. E con loro sta dimenticando treni e stazioni, felice di potersi spostare, libero come il vento, nella immensità di tutti i cieli…
Livio è stato per me e la mia famiglia, per oltre un decennio, un amico discreto, sorridente, gentile, attento. E la cosa più insolita e inaspettata è che fu lui per primo a contattare Peppino, mio genero, e non viceversa come si potrebbe pensare. Peppino aveva pubblicato, nel 2007, il libro Abbecedario dei Diritti dell’Infanzia del grande scrittore serbo Ljubivoje Rsumovic, che il prof. Sossi faceva studiare in inglese ai suoi studenti universitari perché non era mai stato tradotto in italiano e pubblicato in Italia. Livio vide il libro alla Fiera di Bologna e volle conoscere l’editore che lo aveva pubblicato grazie alla traduzione del poeta serbo Dragan Mraovic, nostro grande amico. Di qui la nascita di un rapporto di lavoro e di amicizia che neppure la morte può interrompere. Livio in questi anni ha spesso soggiornando nella nostra casa, quasi fosse la sua. Sedeva alla nostra tavola. Condivideva il nostro pasto e le nostre abitudini quotidiane. Chiacchieravamo amabilmente di libri, cultura, scuola, insegnanti. Progettavamo insieme nuove avventure: libri per bambini da pubblicare, illustratori e scrittori da contattare, albi illustrati da completare. Entusiasta e infaticabile, ci contagiava con le sue narrazioni e la sua inconfondibile voce roca. Abbiamo anche lavorato tanto insieme per realizzare il suo capolavoro: l’Antologia della poesia italiana contemporanea per ragazzi Cieli Bambini dei più grandi autori per l’Infanzia della nostra Letteratura, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo fino ai nostri giorni. Sono tantissimi gli autori italiani che vi fanno parte con le loro poesie suddivise per sezioni, in cui trovano spazio tutti i generi della poesia contemporanea, per ragazzi dai nove ai novant’anni. Un’antologia che ha avuto enorme successo grazie all’infaticabile opera di divulgazione e promozione in Italia e all’estero del sempre entusiasta suo Curatore.
E la nostra casa, in quell’anno della sua prima pubblicazione, 2012 appunto, si animò di scrittori, poeti e illustratori che lavoravano con noi, in un impensabile trascorrere di ore, sotto la bacchetta magica di quell’intransigente, imprevedibile, impareggiabile, stratosferico direttore d’orchestra, che Livio era ed è stato fino a ieri, alla ricerca delle parole poetiche, con cui giocare, riflettere, emozionarsi. La sua agenda era un pullulare di nomi, indirizzi, numeri di autori, che lo chiamavano continuamente e a cui rispondeva continuamente, con pazienza, gentilezza, generosità di giudizio. Sempre.
Aveva una compagna di viaggio, Maura, che condivideva con lui le sue passioni letterarie e non. Una Donna straordinaria, coraggiosa, autentica, libera. La sera, prima di andare a letto e dopo l’ultima sigaretta (ne fumava davvero tante!) Livio la chiamava: “Ciao, amòre”, con la o aperta tutta sua, per raccontarle della giornata. Si avvertiva nell’aria una filo indissolubile ad unirli, una chiave a doppia mandata di “amorosi sensi” a custodire il segreto della loro unione “incantata”.
Un giorno di qualche anno fa, ci siamo incontrati tutti a Matera, dove Maura ormai risiedeva per lunghi periodi. La piazzetta del nostro incontro si accese d’improvvisa fiamma di tenerezza negli occhi di Livio persi negli occhi della sua donna. Li univa un amore straordinario che si riverberava a comprendere Joshuà, il loro unico figlio. a loro oggi va il mio abbraccio più affettuoso.
Ma io non posso fare a meno ancora di ricordare. Ad ogni nuovo ritorno nella nostra casa o in libreria, mi veniva incontro a braccia spalancate per un abbraccio di cuore: “Angelaaaa”. Più volte mi diceva che avrebbe scritto la prefazione a qualche mio libro. L’ultima volta, qualche mese fa, ci siamo salutati con la promessa da parte sua di presentare da qualche parte il mio romanzo e con la “battuta d’arresto da parte mia: “Ci conto!”. Pur sapendo in cuor mio che difficilmente sarebbe accaduto. Troppi impegni, troppi viaggi, troppi voli della sua mente effervescente glielo avrebbero, come sempre, impedito. Il suo grande amore era per la letteratura per e dei bambini. Gli adulti potevano aspettare…
Bambini e adulti, da cui si è fatto tanto amare, da ieri in poi, purtroppo, non potranno più ascoltare la sua voce, ma continueranno a sentirsi migliori e più leggeri con le sue tante parole rimaste nel cuore.


Sei volato in cielo con i palloncini. Ciao, Livio con amore


 Ecco alcune testimonianze di tanto affetto lasciato lungo le strade dei suoi passi come briciole di pane (di immagini e poesie) per assicurarsi sempre il ritorno…
È così
eterno Peter Pan policromatico, ora hai un vestito di cielo anche tu.
Avrai già preso a respirare d'azzurro ogni nuvola disegnata dal vento.
E sarai fiume di parole in piena per i tuoi nuovi interlocutori di sempre.
Ci saranno anche lì, nell'invisibile, visibile ora ai tuoi occhi, stormi ecumenici di angeli danzanti, elfi e figure mitologiche già in fila per venirti a salutare con le tavole illustrate tra le mani e i sogni tra i capelli.
Anche Gianni, con il suo verde orecchio, cerca di raggiungerti per raccontarti l'ultima su quel tale che di bambini, con i libri che aveva aiutato a fare, ne aveva resi felici più di un milione.
Compresa me che ti sarò per sempre grata, Livio, generoso enigmatico amico mio straordinario.
 Grazie per l'avventura bella nei nostri giorni felici a tessere fili immaginifici per riscrivere e ricolorare il mondo.

Raffaella Leone

Ogni volta mi facevi fare il giro del mondo della letteratura per l’infanzia in un pomeriggio. E ne uscivo frastornato sì, ma felicissimo di aver imparato tante cose in un tempo così breve. Una sera andammo a cena a Sant’Onofrio. Mangiammo insieme i ravioli dolci di carnevale, da Claudio. Eravamo stanchi e affamati e tu li divorasti tutti direttamente dal vassoio, continuando a raccontare e raccontare e raccontare storie mirabili di autori, illustratori, editori piccoli e grandi, celebri e dimenticati.
Quando ti chiedevo “Livio, quanti libri hai?”, mi rispondevi che avevi dovuto cambiare casa per tenerli tutti insieme, e comunque lo spazio era ancora insufficiente. “È un problema, sai?...” mi ripetevi sempre, con quella tua indimenticabile e bellissima voce rauca.
Stamattina non abbiamo perso solo un grande studioso italiano, un maestro esemplare, un saggista brillante, un autentico intellettuale di impegno civile, ma un pezzo enorme della cultura mondiale dedicata all’infanzia, in tutte le sue forme, di cui tu stesso eri «promotore instancabile», come si legge nel Dizionario della letteratura per ragazzi (Fabbri) alla voce che la scrittrice Teresa Buongiorno ti aveva dedicato già qualche anno fa. Che la memoria di te, dei tuoi libri, dei tuoi insegnamenti e delle tue innumerevoli iniziative rimanga per sempre viva. Ciao Livio! E grazie!
Davide Francioni

Cari amici vicini e lontani, questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Oggi ero al lavoro e ho ricevuto un messaggio accorato da una delle mie più care amiche. Silvia sa che sono spesso in riunione oppure in viaggio di lavoro e si era immaginata che non mi fossi ancora accorta di quello che stava succedendo su Facebook. Una miriade di messaggi di cordoglio stava costellando il diario di Livio Sossi e di quello di sua moglie Maura Picinich su Facebook perché il Professore ci ha lasciati improvvisamente a causa di un infarto. Sono rimasta stranita. Il mio pensiero è andato subito al post che Livio aveva scritto proprio ieri sera sul libro “È tempo di andare", quasi fosse un triste presagio.
Sono affranta. Non riesco ancora a crederci. Eravamo amici io e lui. Io lo stimavo profondamente.
Tutti noi abbiamo perso una persona speciale, dall'animo gentile.
Livio era uomo pieno di speranza, che con la sua particolare sensibilità riusciva a tirare fuori il meglio da tutti e in ogni situazione. Nonostante avesse conosciuto bene anche l’avidità, l’invidia la cattiveria degli esseri umani, continuava a sognare di vedere crescere e migliorare la civiltà umana grazie ai bambini.
Sotto quelle enormi sopracciglia, nei suoi occhi attenti e fiduciosi c'erano sempre comprensione, ottimismo, tenerezza, gioia di vivere e di condividere. Era una persona libera da pregiudizi, che amava non solo il suo prossimo, ma il genere umano in generale. Era un uomo giusto ed equilibrato che non diceva mai nulla di banale.
Il contributo di Livio al mondo culturale
italiano e specialmente a quello della letteratura per l'infanzia è enorme. Così come l’aiuto ed il supporto che ha generosamente prestato non solo a scrittori, illustratori e case editrici, ma anche ad iniziative culturali come il Notte di Fiaba Illustration Contest, che è nato proprio grazie a Livio. Grazie Livio. Grazie davvero.
Purtroppo te ne sei andato. Ma certamente te ne sei andato perché eri caro a Dio. Ciao Livio! Vivrai sempre dentro di noi! Alla cara moglie Maura e all’amato figlio Joshua vanno le più sentite condoglianze di tutti noi di Notte di Fiaba.
Chiara Tomasi

MI PIACE RICORDARTI COSI.
Da "Lettera a Franco Villani" di Livio Sossi
Sono commosso. E quando sono commosso le parole stentano ad arrivare. Si frantumano in una sarabanda di pensieri che si inseguono e si rincorrono senza interruzione: non è facile esprimere la gioia e l’emozione che ho provato nell’aprire la busta che conteneva l’edizione privata della tua Lettera a Livio con la bella introduzione di Rocco Trivigno. In esergo, un pensiero di Wittgenstein: “Solo con lo zaino colmo di libri posso scalare l’enorme montagna della cultura”. E lo zaino ricolmo di libri, il mio zaino, quello che porto sempre con me per condividere con gli altri le mie letture, è in fondo il protagonista di questo libro che tu, Franco, hai voluto dedicare al mio lavoro: una grande testimonianza di affetto e di riconoscenza; un saggio sull’importanza dell’atto di lettura nella scuola che risponde alle domande: “Che cosa, come, perché leggere?” e che sviluppa quella metodologia di lavoro che ormai da anni applico nei miei incontri con docenti, bibliotecari e ragazzi, in Basilicata e nelle altre regioni italiane.
Franco Villani

Al mio amico caro Livio che ha seminato parole e immagini di bellezza...che il viaggio sia leggero, che le nuvole siano lievi, che il cielo sia pulito, che la primavera sia vera. Con affetto e stima. L
Loredana Frescura

Ero una ragazzina, allora si era piccoli a lungo. Amavo profondamente il mio lavoro. Sentivo sì una specie di dolore, mancanza di ali, pesantezza. Ma cercavo di non farci caso. La cosa più bella era quando riuscivo a far lavorare gli illustratori per la prima volta. Sognavo di essere così, come loro. Libera. Gioivo della loro gioia. Sapevo di avere tanto dalla vita ma quel rischio, quell’avventura colma di espressività era la cosa più bella del mondo e non osavo neanche desiderarla. Livio arrivò col suo vocione allo stand della casa editrice. Doveva intervistare mia madre sulle novità. Mi chiese se io fossi “quell’Arianna dei gatti grassi”. Arrossii violentemente come ancora adesso riesco a fare e gli risposi di sì. Cominciò a scuotere la testa in quel suo modo buffo un po’ storto e mi disse “lo sai che se vuoi puoi uscire dalla gabbia? Le tue illustrazioni sono magnifiche e lavorando sodo diventerai una grande illustratrice”. Grazie Livio non posso credere che non ci sei più. Maura ti abbraccio con tutto l’amore che sai.
Arianna Papini

"Il problema non è far leggere i ragazzi, ma far sì che incontrino i libri giusti"
LIVIO SOSSI (1951-2019)

Abbiamo conosciuto e incontrato un galantuomo della parola, nella persona di Livio Sossi, grande scrittore di letteratura per l'infanzia. Più volte a Bitonto, Corato e in Puglia. Oggi lo abbiamo improvvisamente perso. Resta il suo messaggio di autentica cultura. Una lezione pedagogica destinata in realtà a tutte le età. Un abbraccio dalla redazione di Primo piano a sua moglie, a tutta la sua famiglia e ai suoi amici pugliesi, in particolare Angela De Leo, Raffaella Leone e Peppino Piacente, grazie a cui Sossi è stato tante volte ospite nelle nostre città.
PRIMO PIANO

This morning died Livio Sossi, one of the brightest and the most charming people I know. I'm SO, SO, SO SAD!
You always stay in my heart, dear Livio
RIP my dear professor and friend
Livio Sossi  (Trieste 18 ottobre 1951 - Trieste 20 febbraio 2019)
Questa mattina è morto Livio Sossi, una delle persone più brillanti e affascinanti che conosca. Sono così, così, così triste!
Tu rimani sempre nel mio cuore, caro Livio
RIP mio caro professore e amico 
Viive Noor

Il nostro grande Livio Sossi non è più tra noi. Un uomo e un amico straordinario, ma soprattutto il maggiore saggista, esperto di letteratura per l’infanzia, editoria e illustrazione. Punto di riferimento per tutti gli illustratori per l'infanzia italiani e stranieri. Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia). Conduttore del programma radiofonico sulla letteratura per ragazzi Doroty & Alice in onda per radio Capodistria. Direttore artistico del polo museale dello Spazio Brazzà a Moruzzo (Udine).
Collaborava con l’Agenzia letteraria Ti Press di Roberto Toso e con diverse case editrici come consulente, direttore editoriale di collana (Falzea, Edicolors, Arianna Secop, Albalibri, Euno, Campanotto, Lupo e altri).
Curatore, consulente scientifico e direttore artistico di mostre e manifestazioni culturali sulla letteratura per l’infanzia e sul mondo dell’illustrazione.
Livio parlava ai ragazzi come nessuno.Promuoveva la lettura, l’illustrazione e la letteratura giovanile in Italia e all’estero. Teneva corsi di aggiornamento. seminari e workshop per docenti, bibliotecari, operatori culturali, genitori e ragazzi . Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il Premio Fantasia d’Oro per la critica e la Medaglia d’Oro del Ministero della Cultura della Repubblica Slovacca per la sua opera di promozione della letteratura slovacca per l’infanzia in Italia. Potremmo dire ancora tante cose bellissime di lui; ma in questo momento sentiamo un grande vuoto per una grande perdita
Bianca Maria Tricarico

Questa mattina è volato in cielo Livio Sossi, un amico, un uomo buono, una persona estremamente competente che ha lasciato un'impronta indelebile nella letteratura per bambini e ragazzi.
Ciao, Livio, non sarai dimenticato.
Dino Ticli

 ...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
Nato a Trieste 67 anni fa, dai primi anni '70 si è dedicato alla letteratura per l'infanzia, illustrazioni ed editoria per i più piccoli.
Ebbi il piacere di incontrarlo a Corato al Festival Fiero del libro organizzato da Raffaella e Peppino Piacente della Secop editore e il suo volto scavato mi conquistò subito come anche il suo eloquio, la sua passione per l'arte della parola e dell'immagine. Parlammo di poesia e di musica. Di certo è la perdita di un uomo di grande generosità e di grande cultura.
Vincenzo Mastropirro
 · 
"Arrivo
sulle rive
di Trieste
appena un poco
triste
di doverti dire addio.
Se si potesse chiudere
il mare in una rima
starebbe intero dentro
amare"
Scelgo questi versi di Chiara Carminati, friulana come lui, per dare un saluto a chi l'amore lo portava sullo sguardo e sul sorriso: quel grande amore verso la letteratura per l'infanzia che è come un mare, capace di farti sognare, sempre, ad ogni età.
Grazie Livio Sossi, per quell'entusiasmo contagioso che è la linfa vitale di chi crede nella potenza dell'arte, e un abbraccio pieno di affetto a Maura Picinich: se è vero che la poesia va "oltre" lo spazio e il tempo rimanendo immortale, sono sicura che Livio Sossi sta sorridendo e abbracciando tutti noi.
Chiara Sallemi

Rosanna Maranto E posso ancora vederti, sentirti, progettare, fissare, studiare, scoprire, imparare e imparare e imparare.
Quanto hai ancora da dirmi?
Oggi sono stata circondata e travolta dal tuo affetto, attraverso le tante persone che tu mi hai fatto conoscere, attraverso le persone che io ti ho fatto conoscere. Una girandola di lacrime, di dolore, tutti orfani, tutti in reciproche condoglianze.
A tutti hai lasciato la tua carica, la tua passione, la tua sapienza.
La mia famiglia è cresciuta con te, in questi brevissimi 7 anni, volati e troppo pochi ma talmente intensi da averci donato l'amore per il libro illustrato ed è in ogni dove che ti troveremo Livio, perchè sono certa non ci lascerai mai.
Non puoi, non devi.


Joshua ed io ringraziamo tutti per le testimonianze di affetto che stiamo ricevendo. Livio avrebbe voluto che io rimanessi lucida. Io l'ho trovato senza vita e me lo sono stretto a lungo parlandogli e sussurrandogli grazie. Abbiamo camminato 47 anni insieme, a volte separati da impegni, ma condividevamo tutte le idee.Magari io più turbolenta, lui più pacato
Oggi Joshua mi ha detto "Nemmeno immagini quanto bene ti voleva. Me lo diceva sempre,"
Ho lasciato sempre che inseguisse i suoi sogni, perché lo vedevo realizzato e felice. Non mi sono mai pentita anche se ero sola.
È giusto così e così sia.
Ciao Livio, ciao Amore.
Maura Picinich






venerdì 8 giugno 2018

Divagazione per focalizzare una serata speciale - prima parte


Serata magica ieri, per me e Peppino, al Broletto di Como per presentare i due libri di Giovanni Gastel all’interno della Mostra delle sue meravigliose fotografie “L’eterno istante”, curata nei minimi particolari e con particolare cura da Maria Cristina Brandini, grande amica del noto Artista.
Quella di ieri è stata la terza serata dedicata alle opere di Gastel: la favolosa inaugurazione del 26 maggio; il dibattito/confronto del nostro Autore con due suoi amici e colleghi di grande levatura nel campo della fotografia a livello mondiale del 4 giugno; e, appunto, la presentazione delle sue due opere letterarie di ieri 6 giugno. Il 17 prossimo la Mostra si concluderà, registrando un grande successo di pubblico, di interventi, e di presenza su numerosi canali televisivi e molte testate giornalistiche. Lascerà in tutti noi una lunga eco e il rimpianto delle cose belle che purtroppo, come tutte le imprese umane, hanno un inizio e una fine. Quando son grandi, però, lasciano fiorire germogli per nuovi Progetti e nuovi Sogni da realizzare. Nel tentativo di contagiare Bellezza e Cultura perché il mondo si innamori dell’Arte con Amore, sollecitando rinnovati impulsi alla Speranza…
Dunque, ieri. Dopo un viaggio a dir poco avventuroso e caotico, siamo alfin giunti a destinazione, ma ahimè quando tutto volgeva al termine, vanificando presenza e interventi della sottoscritta durante l’intera serata. Per fortuna, Giovanni Gastel non è stato lasciato da me a parlare dei suoi libri senza interlocutrice. Aveva al suo fianco la curatrice della raccolta di poesie “Io sono una pianta rampicante”. Ritengo che abbiano dialogato sul libro con grande “maestria” e “sapientia cordis”.
Per fortuna, essendo arrivata a pochi minuti dal commiato, mi è stata “concessa”, con grande generosità e affettuosità da parte dell’Autore e di Maria Cristina Brandini, la possibilità di concludere la serata. Onestamente, ritengo di aver girato per qualche minuto a vuoto intorno al romanzo giovanile “Duetto Profano”, di cui avrei dovuto parlare, dialogando brevemente con Giovanni Gastel, e dell’opera poetica, di cui avrei potuto/dovuto leggere e commentare qualche poesia. Stanca, assonnata, trafelata e sudatissima per la tensione e l’emozione, credo di aver farfugliato qualcosa (come la visione post della diretta mi ha confermato ad imperituro scorno), aggiustando via via il tiro per non rovinare la serata ai padroni di casa, così solerti e attenti a mettermi a mio agio. Insomma, ho concluso io la serata, racimolando anche degli applausi e delle congratulazioni e un tenero baciamano dal grande grande grande Artista, con invito a cena e divertite e divertenti conversazioni a due passi dal lago in un prestigioso ristorante, immerso nel verde e… nel suo raffinato menù.
Insomma, sono ancora ubriaca di parole, ma anche senza parole, ancora in totale intontimento per l’atmosfera calda e armoniosa che è venuta a crearsi tra i commensali e un paio di grandi calici di ottimi cocktail alcolici. Non posso essere dettagliata. Sono ancora sotto stress emotivo.
E, così, per farmi perdonare un po’ da tutti e soprattutto dal Nostro, ho pensato di riportare qui un’analisi critica non già del romanzo, di cui ho disquisito abbondantemente nei giorni seguenti alla sua pubblicazione, circa un mesetto fa, sempre sulle pagine del mio blog, ma della raccolta di poesie, un po’ per “par condicio” e un po’ perché è un libro che, nel suo insieme, mi ha catturato molto. È uno scrigno prezioso di poesie, di ritratti di famiglia, di spazi vuoti, di luoghi e date, perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nell’anima del poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzera ogni passato e ignora ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.
“Io sono una pianta rampicante”: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli “Angeli caduti”), connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrono... si tratta di un ossimoro che vale la pena di scoprire: già in quell’“Io” c’è tutto il desiderio di Giovanni Gastel di affermare sé stesso, la propria innegabile esistenza in un mondo che poco gli appartiene (tutto ciò che non appartiene al suo mondo e che sente “altro da sé”) e che è necessario conoscere per farsi “riconoscere”. Ne è la conferma il “sono”. ‘Io sono: eccomi qui. Mi presento perché ho bisogno di integrarmi in un mondo perlopiù sconosciuto nei suoi meandri più riposti e, perciò, più infidi. Non è più tempo di rimandare, di chiudere gli occhi su realtà che mi fanno paura perché non so come affrontare, abituato come sono ad altre regole, ad altri vissuti’.
Ma subito dopo, ecco un articolo indeterminativo: “una”, che affievolisce quella identità così fortemente rivendicata. E poi ancora: “una pianta”. Una pianta come ce ne sono tante. Una creatura vivente che ha un suo spazio, il suo habitat, e che attende, magari, cure e premure in cambio di verde, ombra, lievità di foglie. Con una caratteristica connotante, però: ‘sono una pianta rampicante. Ho bisogno di una via in verticale perché ho necessità di sole, di cielo, di libertà. Ma il mio stelo è troppo sottile e fragile per potercela fare da solo. Temo di piegarmi sotto gli uragani e le tempeste, sotto il mio quotidiano vivere in una fuga continua dal terreno di pietre e rovi in cui affondano le mie radici: intrico di foglie e di rami (vedi foto) che solo a tratti lasciano filtrare il sole, il chiarore del giorno. Mi attraversano macchie di buio a incutermi paura. E ho bisogno di luce. Sì, ho bisogno di essere tutto quello che sono in un confronto continuo con la realtà che mi circonda in una trama di fili visibili (terra e radici e pietre e foglie e rami) e invisibili (agguati, paure, tremori) che altri non sanno’… Sono una pianta rampicante/ che ha cercato la sua strada/ in un territorio sconosciuto./ Ma non mi sono smarrito./ Metafora dell’anima cercata/ l’istinto ha guidato i miei passi/ giorno dopo giorno.
All’interno della raccolta sparisce l’“Io” del titolo in copertina perché ora il poeta non deve affrontare il “territorio sconosciuto”, perché mai vissuto in quanto mai abitato, davanti al quale la copertina (soglia e varco dell’intera raccolta) lo pone, per seguire la “sua” strada. Nonostante tutto, “non mi sono smarrito”. Verso bellissimo, quasi un flusso di coscienza. Un parlare di sé a sé stesso, rivendicando con fierezza la sua capacità di resistere, sorretto dall’istinto “che ha guidato i suoi passi”, o dall’“anima cercata”, la parte più profonda e vera di sé, per elevarsi al cielo. E la disposizione delle parole negli ultimi versi sottolinea la meravigliosa ambiguità della nostra lingua: metafora è l’anima cercata, ma anche l’istinto. Anima. Istinto. Ciò che eleva e porta verso la luce e ciò che spinge l’uomo a comportarsi secondo natura. Nessuno glielo ha insegnato. E qui siamo di fronte, come spesso accade in poesia, alla scrittura consapevole che sembra descrivere la realtà e alla scrittura inconscia che racconta la palpitante verità emozionale del momento.
Tutta la raccolta è uno scrigno prezioso di versi e di foto di famiglia che racchiude in sé l’ossimorica vita e personalità del poeta, sempre dimidiate, l’una e l’altra, tra narrazione descrittiva e “sentimento intimo” della scrittura, sempre in sospensione tra l’essere e il non essere, tra il qui e l’altrove, tra l’attimo fuggente e la lunga sequela di giorni di apparente bonaccia.
Come in una terra sconosciuta/ mi muovo circospetto/ in questa anima nuova/ figlia delle tempeste della vita./ Ma tu amore/ abbraccio inatteso/ hai saputo raggiungermi qui/ nel vuoto della mia non appartenenza./ Guarderemoinsieme/ scendere la notte sul mare nero/oltre gli ultimi scogli.
Di qui l’angoscia di vivere continuamente tra questi due estremi: il dinamico vitalismo di tempi frenetici e di viaggi in tutti i Paesi del mondo per un lavoro scelto e amato profondamente, quello di fotografo dal respiro internazionale ad altissimo livello, e il tempo lento del prendere fiato, del lasciarsi andare ad assaporare la tranquillità degli ambienti che conosce, che gli sono familiari, che lo fanno sentire finalmente al sicuro.
… La guerra è sospesa/ in questa calma domenica./ Assente oggi la malinconia/ aderisco a questo momento/ come un naufrago/ a uno scoglio inatteso./ Splendi cielo sulle nostre teste felici.
Ma è una tregua che dura poco. Bisogna nuovamente andare… Londra, Parigi, New York, Shanghai, Filicudi, Como, Milano, Cernobbio, Mosca, Gardone, Castellaro, Zanzibar, Istanbul, Il Cairo, Filicudi…
Il libro di Giovanni Gastel, pertanto, si snoda lungo queste tappe di un viaggio senza fine, in versi liberi che non hanno soluzione di continuità, non hanno titoli che etichettano e sintetizzano; non costrizioni metriche o metaforiche. È quasi una “narrazione in versi” come opportunamente sottolinea la curatrice della silloge, la brava scrittrice e poetessa, nonché critico letterario, Barbara Radice nella sua illuminata Introduzione: composizioni che “fluiscono libere. Seguono e inseguono onde di emozioni, sentimenti, memorie, nostalgie, osservazioni, disperazioni, rassegnazioni. Ogni poesia è un’onda e un riflusso. Le onde arrivano una dopo l’altra, si rincorrono, e rifrangono, mentre memorie, nostalgie, annotazioni si moltiplicano. Rientrano, ritornano, rimbalzano e ricadono”.
Benissimo. Le onde sono metafora delle narrazioni poetiche di Giovanni Gastel. Tutto scorre e tutto sembra avvilupparsi in un continuo ritorno di momenti che si ripropongono, si accavallano, si allontanano in un riflusso che va a scontrarsi con altre percezioni, sensazioni, riflessioni, emozioni. I campi semantici sono davvero tanti e altrettante sono le chiavi di lettura interpretative, in uno slargarsi e restringersi continuo di annotazioni e di sguardi lunghi, oltre gli orizzonti del suo campo visivo e della sua anima. L’école du regard, sorta in Francia tra gli anni Cinquanta-Sessanta dello scorso secolo, fa costantemente capolino nei versi del poeta.
Ma alle onde (che producono il rumore del mare e della sua risacca con folate di venti contrari a sollevarle e a direzionarle, ma con le sotterranee correnti dei fondali marini a produrle inizialmente) a me piace aggiungere le conchiglie (che sono la voce che si frammenta in tante voci altre) da portare al nostro orecchio.
Il canto del mare in corsa col tumulto dei battiti del cuore.
E poi c’era il rumore delle onde/ quel ritmo costante/ come il battito del cuore.
Le voci. Quelle dei dialoghi e dei soliloqui, quelle delle domande e delle risposte, ricevute o mancate. Quelle del passato e del presente. Quelle che l’Autore porta continuamente al suo sensibilissimo “orecchio acerbo”, che sente la primordialità della natura e della vita, e quello più raffinato che si nutre di memoria e ricordi, di assenze sempre presenti, di riflessioni e nostalgie. Con malinconia. Con ironia. Con disincanto. In una continua dimidiazione dell’Io sempre presente e sempre assente in un luogo e nel suo altrove. (fine prima parte).
Angela De Leo

giovedì 31 maggio 2018

Divagazioni per innamorarsi

Oggi mi piace riflettere sull’Amore come Palpito del Cuore, Volo e Abisso, Luce dell’Anima in cui è riposta ogni Speranza…

SULL'AMORE

Dell’amore non si dovrebbe parlare perché l’amore va sentito, assaporato, vissuto, sofferto. Eppure tutti parliamo d’amore quasi a colmare il vuoto che ci lascia questo sentimento inappagato perché è tanto grande da comprenderci tutti, ma tanto fragile da lasciarci sempre e comunque una ferita. Anche quando è reciproco. Condiviso. La inevitabile diversa intensità è fonte di dolore. La felicità, in amore, è l’attimo in cui i sensi sono accesi in entrambi e il cuore batte all’unisono…
Ma non è facile che ciò avvenga, occorre appunto “cogliere l'attimo”.
Ogni sentimento, intanto, nasce da un incontro: quello della madre col proprio bambino, che “sente” forse sin dal momento del concepimento; quello tra padre e figlio, appena il papà prende tra le braccia quel batuffolo di carne e di pianto; quello tra nonno e nipotino comincia con la prima carezza; quello di due destinati ad amarsi o a volersi bene o ad odiarsi, a diventare amanti, amici o nemici, comincia così quasi sempre per caso, ed è dovuto ad una folgorazione e non è mai un qualsiasi incontro.
Incontro: termine che sta ad indicare, nel suo intero, “trovare davanti a sé qualcuno”, “andare verso”, “unirsi”. Ma, se diviso in due (in-contro), significa: in= sono con te al centro di me nella mia pienezza, al centro del tuo interesse e al centro di ciò che mi circonda, ci sono; contro= già sono altro da te, e a te mi oppongo per salvaguardare la mia identità. Per non essere da te colonizzato. Prima naturale diffidenza verso l'altro. Perciò, ogni rapporto affettivo è conflittuale, fragile, provvisorio, altalenante. C'è sempre un incontro/scontro di personalità, di culture, generazioni, modi di vivere e di vedere le cose: modi di pensarle, pesarle, valutarle. Con l'istinto, con la testa, con il cuore. Quando un rapporto dura nel tempo, avviene perché ci si “consegna” all'altro o unilateralmente o reciprocamente, perché si impara a conoscere l'altro/a e a riconoscersi in quello che si è, si può dare o ricevere; a fidarsi, a capirsi, a stimarsi e ad affidarsi: ci si abbandona all'altro/a dopo aver conquistato la consapevolezza di ogni altro da sé, oppure per trasporto naturale o, semplicemente, per amore. Soltanto per amore.
Ecco, l'amore. Non è facile parlarne perché tra tutti gli “incontri” è quello più misterioso, complicato, complesso. Non credo, come alcuni studiosi sostengono, che sia pura chimica biologica o un fatto di ormoni o di feromoni; credo che alla base ci sia quella misteriosa attrazione che viene da lontano perché si vada lontano insieme. Perché fra migliaia di persone, che si incontrano nella vita, proprio lui, proprio lei? E magari nel luogo giusto e al momento giusto?
L'amore, dunque, è mistero. Come tutto ciò che è immenso rispetto alla nostra finitezza di piccoli uomini, venuti a far parte, senza sapere come e perché, di un arcano: ricamo di universi, anch'essi innamorati, che vanno a generarsi all'infinito.                  L'IMMENSO nell'IMMENSO!
Allora, l'AMORE è, almeno per me, quella meravigliosa fragilissima FORZA che si fortifica, centuplicando all'infinito la sua POTENZA, per tenere in vita il TUTTO. Parlo di quella energia incommensurabile che tiene insieme fortemente coeso, per l'attrazione dei corpi celesti, il Creato.
Immensamente grande, perciò, è l'AMORE per essere compreso e vissuto nella sua totalità da esseri immensamente piccoli, quali siamo noi uomini.
Mi piace, allora, confrontare quello che io penso e dico e scrivo dell’amore con ciò che hanno scritto poeti, scrittori, pensatori, filosofi, cantautori e, in genere, quegli uomini che noi siamo soliti definire “importanti”. Senza scomodare padre Dante e il suo “amor che a nullo amato amar perdona”, che non mi trova molto d'accordo perché non sempre l'oggetto d'amore corrisponde a chi lo ama, anzi spesso avviene il contrario (non si dice che “in amore vince chi fugge”? Sempre che qualcuno gli corra dietro, aggiungo io!), penso, per esempio, ad una grande filosofa, Luce Irigaray, che al riguardo così afferma: “La festa dell’amore può allora celebrarsi, festa che riunisce il mortale e il divino, il terrestre e il celeste, in un incontro dove dare e ricevere si scambiano nell’esultanza del presente. Ma il dare e il ricevere ha un suo collante misterioso quanto visibile, persino più forte dell’attrazione, ed è la PAROLA, che costruisce l’incontro- fra…; permette di parlare di…, ma soprattutto di parlare con… È questo il dono di sé all’altro/a senza rinunciare a sé”.
L'amore come “festa” reciproca, dunque, in una celebrazione che unisce il cielo alla terra, il divino all'umano, attraverso non solo i sensi, ma soprattutto la “parola”: scambio con l'altro di emozioni, sentimenti, anima. Ed è “esultanza” nel “presente”.
L'amore, infatti, non ha un prima né un dopo: l'amore è. Perché non può essere pensato né ricordato. È vissuto. Il pensiero e il ricordo sono il preludio e la conclusione, non l'attimo puro e vivo e vero dell'amore.
Roberto Vecchioni scrive: … “non si può non star male d’amore: la sofferenza è insita nell’antinomia interna alla definizione, considerare cioè eterno un altissimo palpito transitorio (…) l’amore è l’atto creativo più grande che possiamo concederci; sta a noi fermarlo nel tempo almeno due volte: al culmine della sua presenza e alla ricostruzione del ricordo.
Hermann Hesse, poi, considerato uno dei maggiori scrittori tedeschi, poeta, pensatore junghiano, interessato soprattutto al misticismo orientale, sostiene: “Ogni fenomeno terrestre è un simbolo, e ogni simbolo è una porta aperta attraverso cui l’anima, se è pronta, può entrare nel cuore del mondo, dove il tu e l’io e il giorno e la notte sono una cosa sola… ; … l’amore non vuole avere; vuole solo amare”.
L’amore, pertanto, non è possesso, ma “coraggio di rischiare e di perdersi (…) tensione infinita all’autenticità, che solo nel profondo dell’anima è raggiungibile, per cui solo chi sa amare è felice. Lo stato d’amore equivale, infatti, in ogni sua forma, ad uno stato di grazia dello spirito e dei sensi: chi ama è più vivo, la sua vita ha più significato, il suo spirito è in fermento, i suoi sensi sono acuiti e gli trasmettono emozioni più forti”. Non a caso si sostiene che l’essere innamorati sia la migliore medicina per il corpo e per la mente. Tutto si illumina e risplende dentro e intorno a noi. Una persona “opaca” difficilmente è una persona innamorata.
Erich Fromm ha fatto dell’arte di amare e, quindi, dell’imparare ad amare un imperativo categorico: “L’amore è indispensabile all’esistenza. Eppure, in molti casi, se ne ignora il vero significato. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo, dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore è un sentimento molto più profondo, che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio, ma, soprattutto, è qualcosa che si può imparare”.
Strana affermazione: si può imparare ad amare! Qui c'è qualcosa che non quadra. Se il sentimento d'amore è spontaneo e irriflesso, come può essere insegnato e appreso fino a farne un'arte? Si tratta, evidentemente, del “modo” di amare (il come), e non dell'essenza dell'amore.
Ed è giusto lavorare un diamante per ottenerne il massimo splendore.
Alda Merini è completamente impregnata d’amore. Straordinaria poetessa del dolore e dell’esperienza terribile negli ospedali psichiatrici, ci ha lasciato la testimonianza di come si possa sopravvivere ad ogni esperienza umana distruttrice attraverso la poesia e l'amore: “Chi ama è il genio dell’amore (…) “A volte Dio/ uccide gli amanti/ perché non vuole/ essere superato/ in amore” (…) “Io sono folle, folle,/ folle di amore per te./ Io gemo di tenerezza/ perché sono folle, folle,/ perché ti ho perduto./ Stamane il mattino era sì caldo/ che a me dettava questa confusione,/ ma io ero malata di tormento/ ero malata di tua perdizione”.
Oriana Fallaci, donna forte, intransigente, spietata prima con sé stessa e, poi, con gli altri, che ha fatto della sua laicità un vessillo di fede e di libertà, così scrive dell'amore, sua vita e perdizione: “Parlo del desiderio fisico che annebbia la vista e interrompe il respiro al solo guardare la creatura amata, del brivido che ti intirizzisce e ti scioglie al sole al solo sfiorarle una mano, una guancia, sicché tutto in lei diventa unico e insostituibile, perfino l'odore del suo fiato, il sudore della sua pelle, i suoi difetti che anziché difetti ti sembrano qualità deliziose: hai bisogno di lei come dell'aria, dell'acqua, del cibo, e in tale schiavitù muori di mille morti ma sempre per resuscitare, esserle schiavo di nuovo...”
 E potrei continuare all’infinito in quanto infiniti sono i modi di vivere e di parlare d’amore, ecco perché è difficile parlarne, ma lo spazio tiranno mi costringe a chiudere qui il mio stesso parlare/tacere d’amore, non senza, però, aver ricordato due versi molto profondi della poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996: chi non conosce l’amore felice/ dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.// Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire”.
E, per concludere, che dire dell’amore universale praticato e cantato da Madre Teresa di Calcutta? Amore soprattutto per la vita, che diventa anche amore di sé, non come egoistico sentimento, ma come conquista di ben-essere interiore. Preludio ineludibile o auspicabile per poter amare gli altri: “Ama la vita così com’è/ Amala pienamente, senza pretese;/ amala quando ti amano o quando ti odiano,/ amala quando nessuno ti capisce,/ o quando tutti ti comprendono.// Amala quando tutti ti abbandonano,/ o quando ti esaltano come un re./ Amala quando ti rubano tutto,/ o quando te la regalano./ Amala quando ha senso/ o quando sembra non averne neppure un po’.// Amala nella piena felicità,/ o nella solitudine assoluta./ Amala quando sei forte,/ o quando sei debole./ Amala quando hai paura,/ o quando hai una montagna di coraggio./ Amala non soltanto per i grandi piaceri/ e le enormi soddisfazioni;/ amala anche per le piccolissime gioie.// Amala seppure non ti dia ciò che potrebbe,/ amala anche se non è come la vorresti./ Amala ogni volta che nasci/ ed ogni volta che stai per morire./Ma non amare mai senza amore.// Non vivere mai senza vita!”.
E anche questo, o questo soprattutto, è un colmarsi d'AMORE!

Angela De Leo

sabato 26 maggio 2018

Divagazioni (per riflettere)

Il giorno che scoprii l’Altro da me era un giorno normale, banale, direi. Ero bambina. L’Altro era mia madre, mio nonno, mia nonna, mia sorella. Insomma, non ero io. L’Altro, nella mia casa, era gioco, amore, tenerezza, calore, fiaba, ma anche litigi, dispetti, rappacificazioni.
Tra la casa e il fuori l’Altro era ostacolo più che incontro.
Poi l’Altro si trasformò in Amicizia. Fidarsi e confidarsi. Condividere ore, risate, pensieri, sogni. Fino al disincanto. Delusione e amarezza. Diffidenza e proponimenti di essere meno entusiasta degli Altri. Delle cosiddette Amiche. Pugnalate alle spalle e ferite. Difficili da rimarginare. Dolore. Allora ebbi ragione di chiedermi:
Chi è l’Amico? Cosa è l’Amicizia? Cosa chiede e cosa dà?
L’innocenza o l’inganno? L’ascolto o il finto interesse? La comprensione o la disapprovazione? La sincerità o l’ipocrisia. La benevolenza espressa o il malanimo celato? La fiducia o la diffidenza? La vicinanza del cuore o la lontananza della supponenza? Il voler bene come amare sé stessi o sentire l’Altro sempre un po’ rivale, un po’ nemico? Solo l’affettuosa presenza nel dolore e nella sofferenza conferma la bontà dell’amico oppure la capacità di condividere con l’Altro la sua felicità fatta di talenti, fortuna, conquiste, vittorie, successo e voli sempre più alti che potrebbero mettere in ombra chi è accanto al più quotato dei due? Finii col ritenere quest’ultima la formula magica della più autentica amicizia tra due persone. Difficile da realizzare o scoprire. Ci vuole un rapporto di grande coraggio e di inossidabile purissimo amore.
Poi, scoprii anche l’Amore. Quello che ti rode il cervello, ti fa galoppare il cuore, ti lascia immersa nel sogno e ti fa forare il cielo. Quello che ti fa vivere il dubbio e la certezza, annebbia il giorno e illumina le notti. Quello che ti fa perdere e ritrovare. Quello che ti esalta e ti danna. Passione, tenerezza, allegria, pianto. Morte e resurrezione. Dove il punto fermo? Dove la verità? Quanti amori finiscono nelle brume della indifferenza? Quanti amori si risolvono nell’odio e nel rancore? Quanti amori risultano degli imperdonabili abbagli? Quanti nascono nel momento sbagliato e muoiono per errore? Dove la misura dell’intensità, della durata, del perdurare dello stare bene insieme? Del prendersi cura l’uno dell’altra? Dove la verità sui sentimenti e sulle emozioni?
Il giorno che ebbi bisogno della Verità, la cercai dappertutto. Nel cuore dell’Altro. Nel cuore dell’Amico. Nel cuore dell’Amore. Nel mio cuore. Ma era dappertutto e altrove. Sfuggente e indefinibile. Imprendibile. Presente e assente. Vicina e lontana. Inconoscibile.
Mi dannai a cercarla. A spiegarla. Secondo me. Secondo te. Ma allora non è una la Verità? Non esiste La Verità. Sono tante le verità. Quante?
Il giorno che mi illusi di afferrarla finalmente. Ero proprio ad un passo da lei. Usai tutti gli strumenti dell’intelligenza, tutti gli arnesi del cuore. Le strategie delle emozioni. Tutti gli appigli della filosofia e i teoremi della scienza. Volevo dimostrare. Capire e farmi capire. Confrontarmi per convincere e farmi convincere. Senza vincitori né vinti. Ma vincere CON e, quindi, vincere tutti. Ma… ne uscimmo tutti sconfitti. Anche la Verità.
Il giorno che si presentò inaspettato e imprevedibile, eppure sempre lì in agguato, in attesa di dire l’ultima parola e di vanificare tutto: Il Punto di vista. Soggettività inconfutabile.
Scetticismo? Pessimismo? Realismo?
Oppure soltanto una provocazione per affermare che, se l’Altro vince questa prova del fuoco o del nove, questa cartina di tornasole, allora abbiamo davvero scoperto l’alterità nella sua accezione più limpida, pura bella e nobile. L’Altro che è capace di autentica amicizia, di autentico amore, di autentica positiva umanità.
L’Altro è dono di sé gratuito e senza limiti…
E sotto questo immenso cielo, su questa terra “di famiglie d’alberi e di animali” e di vette altissime e di colline e poggi e pianure, di fiumi e di laghi e di mari e oceani, su questa terra cuore pulsante di ogni uomo “di buona volontà”, può accadere. Accade. E abbiamo anche rari, ma fulgidissimi esempi. E non sono solo letteratura…
Ma non sono anch’io l’Altro per ogni Altro da me?  
Angela De Leo

mercoledì 23 maggio 2018

Divagazioni tra ragionevoli pensieri

Divagazione n. 1

Vorrei parlare di “ragione”, “razionalità”, “ragionevolezza”. Ritengo che si possa ragionevolmente fare un’analisi dei tre termini per comprendere meglio, forse, torti e ragioni o semplicemente il punto di vista.
Ebbene:
ragione = facoltà intellettiva di pensare, facoltà di giudizio, argomentazione per dimostrare…
razionalità = l’essere razionale, discorso fondato su ragionamento logico, ragione come supremo criterio di conoscenza.
Ragionevolezza = ragionevole, conveniente, giusto, equilibrato, opportuno.
A me sembra (un po’ alla Catalano di felice memoria del tempo che fu) che tra i tre termini quello che più possa rendere l’idea di un giudizio obiettivo, giusto, opportuno sia proprio quello di “ragionevolezza”.
La ragione e la razionalità rimandano a un qualcosa di categorico e di arrogante: avere ragione, essere razionale. Perché non sempre avere ragione significa essere obiettivamente nel giusto. Come essere razionale non sempre significa essere detentore di verità. Perché molte cose sfuggono alla ragione e non tutto può essere spiegato facendo ricorso alla razionalità. Quanto di illogico c’è nell’uomo? Altrimenti sarebbe catalogabile, definito in una categoria una volta per tutte. Così non è.
L’animo umano è così complesso da sfuggire ad ogni contenuto spiegabile con la sola ragione. E i sensi e le sensazioni? E le percezioni spesso anche ingannevoli? E le emozioni? E le illusioni, i sogni, i presentimenti, i “deja vu?” Come spiegarli razionalmente? Come farne oggetto di argomentazioni logiche? Quale sillogismo adottare? “Ragionevolmente”, invece, posso sperare che un fondo di verità mi accompagni in ciò che penso, che dico, che ipotizzo, che suppongo. Ragionevolmente posso mettermi al riparo da prese di posizione presuntive e presuntuose, se non pretestuose, per trovare un punto equidistante che ragionevolmente e opportunamente mi dia la misura delle cose, degli oggetti, dei pensieri.
Ed io ragionevolmente ci provo!


Divagazione n. 2
Il giorno dei miei incontri con la vita

Il giorno che mi venne incontro la fantasia, m’accorsi che un vecchio-bambino, per farmi grandi gli occhi, m’inventava parole. Poi mi portò per mano in un bosco incantato dove le streghe abitavano in castelli di zucchero filato e le fate erano serpi distese al sole. Scoprii più tardi, al tempo delle more, che mai è verità ciò che appare. La verità è solo dono d’amore.
Il giorno che incontrai l’amore, occhi già immensi attraversò un “ti amo”. Su un petalo di rosa il suo richiamo. Fu volo rosso fuoco, in un groviglio di stelle e un segreto di luna, a trafiggermi il cuore.
Il giorno che scoprii il mio cuore era un giorno qualunque di primavera. Un petalo di rosa d’improvviso giocò con la magia di due parole… Sul filo teso, corda di violino, acrobata, saltimbanco il suo sorriso. Con grovigli di risate fece capriole e non s’accorse di forare il cielo.
Il giorno che toccai il cielo con un dito, scoprii l’azzurro cristallo nel suo ordito. Sognai corde d’argento per legarlo ai miei pensieri. Una piuma d’angelo cancellò ogni mio ieri. Si fece ala immensa, m’accarezzò il viso. D’arpa e liuto risuonò il mio paradiso. M’avvolse col suo canto di rugiada. Canto di tenerezza ritrovata. E riscoprii più di mille petali di rosa, moltiplicando i “ti amo” senza posa. Ma vero dono d’amore d’ogni mio mattino è ancora e per sempre il mio vecchio-bambino.
Hanno racconto di perle le sue parole e un sorriso chiaro sui miei domani se potesse costruirli con le sue mani.


Divagazione n. 3
A primavera anche le pietre cantano

L’alba si svegliò una frazione di secondo prima, perché ci si avviava verso la primavera. Era di latte e di miele, che il sole dipinse di sole non appena fece capolino oltre la siepe. Gli uccellini, appena nati, bisbigliavano sotto i tetti, nel rifugio caldo dei loro nidi, raccontandosi i sogni della notte e l’urgenza di cibo con i becchi spalancati.
Le pietre della casa da qualche giorno stavano lì ad ascoltarli, da quando, cioè, il silenzio dell’alba era stato interrotto da quel festoso parlottio e da quel tripudio di pigolii.
Decisero allora di parlare pure loro. Si fecero coraggio. Non era facile. Non erano abituate.
Avevano sentito dire agli uomini che le pietre cantano.
Avevano sentito dire agli uomini che le pietre raccontano.
Avevano sentito dire agli uomini che le pietre conservano la memoria del tempo. Nel tempo. E alcune di loro erano millenarie.
Dapprima tirarono fuori dei suoni cupi e disarticolati, come provenienti da molto lontano e da lungo silenzio. Gli uccellini si ammutolirono spaventati e, zitti zitti, andarono a rifugiarsi sotto le morbide ali della mamma.
E, in quel nuovo silenzio, le pietre si sentirono confortate a ritentare ancora qualche suono, magari alcune note. E, così, dopo lunghi tentativi, simili ad echi di altri suoni, riuscirono a dire “buongiorno, siamo le pietre di questa casa e vogliamo con voi salutare quest’alba meravigliosa. È primavera e anche noi vogliamo rinascere a nuova vita”.
Le loro parole ebbero voce di tuono e di frana e rimbombarono come nel giorno della Creazione le parole di Dio, e gli uccellini di nuovo si spaventarono nel loro caldo rifugio e con loro si spaventò tutto il Creato. Ci fu un nuovo silenzio quasi fosse la fine del mondo. Poi, si schiarirono la voce e, con suoni più chiari e melodiosi, ripresero a parlare. E, forti della loro millenaria esperienza, raccontarono degli anni e delle stagioni, delle cose e del loro mutamento, del mare e delle sue onde.
Poi parlarono del cielo che si perdeva nell’immenso, e della bellezza inafferrabile e lontana delle stelle. Della follia della luna e della generosità del sole. Del suo donare a tutti luce e calore.
Parlarono delle nuvole dispettose e del vento frettoloso e della pioggia che cantava sui davanzali dei balconi, che dissetava i fiorellini appena sbocciati, e danzava tra gli alberi, o batteva insolente, insistente, sulle loro sorelle più povere, che lastricavano le strade e venivano sempre calpestate dall’indifferenza degli uomini. E finirono col parlare solo degli uomini, e dei loro passi a percorrere anche strade sconosciute per scoprire il mondo e andare lontano. Della loro fretta e della stressante velocità delle loro macchine infernali. E tacquero dispiaciute. “Troppo vecchie per essere ascoltate”, si dissero con amarezza. “Troppo disincantate per narrare fiabe e storie di fantasia”, si consultarono mortificate.
Poi, ci ripensarono e ripresero a parlare perché sugli uomini c’era ancora tanto da dire: delle loro città e delle dimore. Dei problemi e dei sogni. Delle cadute e delle rinascite.
E si fermarono a chiedersi del loro cuore. Cuore di pietra o di rose e di spine? Cuore intriso d’amore o grondante odio e dolore? Cuore due volte cuore o cuore senza cuore? Troppo ingarbugliate le vie del cuore per capirci qualcosa.
Le pietre si persero in quel labirinto senza via d’uscita.
Gli uccellini, stanchi di ascoltare storie più grandi dei loro pigolii, si erano riaddormentati.
E le pietre smisero di raccontare. Rispettando il mistero di quell’infanzia di piume e d’innocenza.
Troppo lunga la storia degli uomini per essere capita. Troppo difficile per tutti addentrarsi in quel groviglio di pensieri, di sentimenti, di ambizioni, di potere, di violenza, di tenerezza, di passione, d’indifferenza, di vittorie, di sconfitte. Troppi egoismi per non lacerare intese. Come aiutarli a diventare migliori?
Persino le pietre si sentirono scoraggiate.
Meglio il silenzio. Gli uccellini tra poco avrebbero imparato a volare. Avevano le ali e prima o poi avrebbero spiccato il volo. Guadagnato il cielo.
Spettava a loro farsi sentinelle almeno dei loro nidi. E salvare così ogni nuova primavera.
Sospirarono e tacquero. Piegandosi all’ineluttabilità delle cose del mondo, all’insondabilità dei pensieri degli uomini, all’imponderabilità delle contraddizioni della vita.
Si stava facendo sempre più tardi e l’alba era stata vinta già dal mattino.
Altre voci avrebbero colmato il giorno...
Eppure io, da inguaribile romantica e ottimista, penso che accadrà il miracolo della salvezza di questa umanità alla deriva, qualcosa di buono rinascerà nel nostro cuore per reinventare il mondo e renderlo migliore. Accadrà, ne sono certa, che tra le pietre rifiorisca la rosa…
E, così, anche oggi, in questa primavera ballerina, che si veste di sole e poi si dispera di pioggia, sento i loro racconti... il loro canto…

Angela De Leo