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sabato 18 aprile 2026

Sabato 18 aprile 2026: Lo chiamava Rock&Roll

 Il film "Lo Chiamava Rock&Roll" è un capolavoro.

Mi ha emozionato già dalle sue prime semplici quanto sapienti inquadrature, aprendosi su un mondo fatto di apparenti punti deboli che, invece, rappresentano la vera forza di ogni singola persona.  Continuare a riprendere il cammino della nostra vita, dopo ogni inciampo, ogni caduta è una chiave di lettura.

Abbiamo bisogno di "resilienza" una parola abusata che ha sostituito quella a me più cara di "ritrovamento" di sé con la propria forza, il proprio coraggio, la propria  "imperfezione", che ci restituisce la nostra umanità non umiliata, come è facile pensare, ma determinata dalla forza di volontà, che ci sostiene passo dopo passo, attimo per attimo e ci salva.

Bravissimi gli attori che hanno dato vita a personaggi tra realtà e fantasia di grande impatto emotivo e metaforico.

Con il loro incanto e incantesimo, con il gesto, lo sguardo, la parola stessa. 

Nicola Nocella meraviglioso ci regala un personaggio "meraviglioso". Amore puro in ogni azione e reazione. 

Ivana Lotito, bravissima e bellissima, è il suo "alter ego" al femminile. Ha confermato  ancora una volta il suo talento interpretativo. 

Talento puro per i due attori che impersonano Federico e Mauro, nemici/amici, su cui è imperniata gran parte della storia. Inno all'amicizia e alla libertà di essere come si è: senza infingimenti o ipocrisie. 

Inno allo stare insieme ma anche alla solitudine dello stare insieme, senza raccontarsi.

Protagonista assoluto è, però, il mare che, danza nelle sua pienezza di essere e mormora una nenia di barche addormentate con vele a cercare il cielo. Uccide e salva, bestemmia e canta, si fa disperazione e Speranza. 

È la parola che spesso manca ai protagonisti. È commozione pura. Molte le lacrime, in questo film, e molte le risate. Meriterebbe di vincere numerosi premi, in volo per tutto il mondo. L'aereo è decollato con successo ieri dal Teatro barese "AncheCinema". Ed io, c'ero! Fatelo anche voi. Ne vale la pena, credetemi! E la presenza è anche comunicazione, oltre che condivisione per le cose belle da assaporare insieme. 

È Amore.

È àncora di salvezza. È...

                 Angela




venerdì 3 giugno 2022

Mercoledì 1° giugno 2022: un viaggio nei miei ottanta sogni appena sfiorati...

 “Quando la gioia accade/"Quando la gioia accade/fatecelo sapere/quando esplode nel cielo/un fragore di stelle/a migliaia..."

Sono versi dell'amata Desanka Maximovic, la più grande e compianta poetessa serba, più volte incontrata in Italia e in Serbia. Ultranovantenne, parlava ancora d'amore come una ragazzina innamorata dei suoi vent'anni. E incitava poeti scrittori e giornalisti a dare notizia al mondo della gioia e dell'amore, più che della guerra e del dolore per superare sempre l'una e l'altro.

Anch'io a ottant'anni sento una gioia nuova che mi vibra nel cuore e di cui oggi voglio parlare.

Mi sono sentita avvolta d'affetto come sempre e come non mai nel giorno del mio compleanno.

E sì, desidero parlarne per poter ancora una volta dire "grazie alla vita" e a quanti hanno condiviso con me il gioioso accadimento: festeggiare i miei sogni ancora intatti.

La mia immensa gratitudine va innanzitutto ai miei figli, i miei generi e i miei nipoti che hanno voluto tradurre in realtà questi sogni a mia insaputa come carezze d'anima.

La mia grandissima gioia e profonda gratitudine anche nel sentirmi circondata da tanti parenti e amici venuti anche da lontano per donarmi amore a piene mani, rendendomi felice.

                                               FELICE!!!

E qui, da oggi, desidero ricordare tutti, proprio tutti, uno per uno, perché... "quando la gioia accade..." è bene raccontarla.

Anche per dire semplicemente ma urgentemente GRAZIE!

E così vado a incominciare: in primis, comunque, sento l’urgenza affettiva di ringraziare Peppino, mio genero, per il suo filiale affetto che lo porta da anni a prendersi cura di me e della mia salute, e che, di volta in volta, ha fortemente voluto organizzare i miei vari compleanni con memorabili megafeste, di cui un giorno, se ci sarà tempo, scriverò per i miei adorati nipoti, Nicola e Anna Paola, perché non se ne perda memoria. Lo ha sempre affiancato nell’ardua impresa Raffaella, ma questa volta con i loro due ragazzi. Una vera e propria carboneria, per evitare il benché minimo trapelamento dell’amorosa/amorevole avventura. 

A questi quattro prodi e angeli custodi hanno fatto eco i miei figli “romani”, Ombretta con Riccardo, Giuliano con Viviana, e Daniela, che hanno tradotto le loro stupende idee di tangibile amore in un “Quadro fotografico della famiglia negli ultimi quarant’anni” (bellissima e faticosissima opera di Ombretta con Riccardo), e con deliziosi video rammemoranti i miei tanti lustri di sposa, mamma, grafomane impenitente con penna poetica incorporata (Ombretta e Daniela). E, in più, un ironico e tenero video di mio figlio Giuliano, che ha sfruttato i suoi amici famosi (addirittura Luca Argentero) per un insolito, divertito e divertente augurio di compleanno.

Intanto, l’evento, programmato nei minimi dettagli, da Peppino, si è trasformato, per sua volontà, in un vero e proprio viaggio della memoria, andando a ritroso nel tempo, come hanno evidenziato concretamente e metaforicamente le quattro torte di compleanno in andata e ritorno: i vent’anni con i versi di Neruda; i quaranta, con una frase famosa di Pirandello; i sessanta, con un’ode alla vita sempre di Neruda; gli ottanta ancora Neruda, con inversione di marcia. In pratica sono tornata ai miei vent’anni e ai tanti anni da vivere ancora. Per giungere almeno a cento, come da sempre mi riprometto, tenacemente, coraggiosamente, stupendamente incosciente e folle. Di quella incoscienza e follia che adoro e che nessuno può cancellare tra mente, cuore, anima, cielo, mare, azzurrità di una meta che si smemora di allegria e magia. inconsistente. Come di notte ho scritto:

 Nel sogno dell'alba

lanterne di rosse ciliegie

accesero il mare

e sonnolente barche

sorpresero la luna

a navigare sulle bianche ali

del veliero a un passo dal cielo.

Sorridono papaveri nel giardino

a me che strinsi patti d'amore

tra parole da dire per lasciare

un segno sulla pelle degli anni

un segno di follia appena

sull'albero della cuccagna

dove salire con passi di festa

e un solo cuore

prima di lasciare la scena

ai sognatori e ai giocolieri

prima che la musica irrompa

di felicità e inondi la lacrima

di un sorriso lasciato a metà

Metà strada tra ieri e oggi

sorprendendo ogni nuovo domani

con mani di nuvole...

Sarò carezza per ogni giorno già vissuto da vivere

(nei palmi aperti sarò racconto

di lontana nostalgia)

E, infatti, ecco il primo step del viaggio: la festa tra la notte di venerdì 27 e l’alba di sabato 28. Mi avete fatto sognare e per una notte ho avuto solo vent'anni con tutto il vostro tangibile Amore ricambiato...

GRAZIE a tutti i presenti, agli assenti, a quelli che sono ali di Luce nel cuore.

Grazie anche ad Antonio Saracino, proprietario della masseria che ci ha ospitato, riservandoci in esclusiva il locale interno per gli ampi spazi che offre, una cena che ritengo abbia sostituito egregiamente il solito buffet, e i suoi sentiti e commossi auguri, prima di andar via. Come solo i veri, grandi amici sanno fare.

Il secondo step è tutto da raccontare: sabato mattina, 28 maggio, giorno effettivo del mio compleanno, dopo la colazione con tutti i miei figli in giardino, tutti mi hanno sollecitato a mettere quattro passi per entrare dall’altro cancello per vedere ancora le “mie” rose fiorite. L’invito mi aveva sorpreso, ma data l’insistenza ci sono andata. E qui l’altra indescrivibile, commovente sorpresa non solo delle rose ma soprattutto di un grande albero di magnolia, piantato nottetempo con la complicità di Pasquale, il nostro operaio tuttofare, e tanto di gru e di carro attrezzi, in un angolo del giardino dove prima svettava una quercia poi, per la siccità, appassita con mio grande dispiacere. Ebbene, da una idea di Ombretta, immediatamente abbracciata da figli, generi, nipoti, ancora una volta in combutta tra loro, la magnolia, chiamata “Magnolina” era là davanti ai miei occhi stupiti, commossi, trasognati… in ricordo di una magnolia da me tanto amata del minuscolo cortile della “Casa delle fate” (con tanto di tetto rosso a punta e persiane verdi alle finestre e tanto bianco bugnato alle pareti esterne con una scala che portava dal pianterreno al primo piano), nostra sognante dimora estiva nel Salento per oltre un decennio, e con una motivazione bellissima letta da Raffaella: l’albero, simbolo di rigenerazione e del perenne rinnovarsi della natura, del fluire della vita di generazione in generazione. E, cosa meravigliosa da sottolineare: dalla finestrella della camera da letto-studio che condivido con Anna Paola, dalla mia scrivania posso vedere il trionfo della natura, dell’amore e del profumo fisico e simbolico della splendida Magnolia, che avrà per sempre il mio nome. Insomma, mi hanno assicurato fissa dimora nel luogo di ogni mio giorno vissuto e ancora (spero) da vivere. Finché Dio vorrà… 

A domani. Angela Angelina Lina

  

giovedì 24 marzo 2022

Giovedì 24 marzo 2022: alcuni buoni motivi per riscoprire la felicità...

Proviamo a riscoprire la felicità, proviamo a farlo in sordina in un momento così drammatico e devastante per tutti, ma proviamoci per non perdere l’abito della festa, la gioia di esserci, l’amore che ci salva o ci dovrebbe salvare: per esorcizzare la paura, per superare il dolore per farci coraggio. Il condizionale è d’obbligo ormai, ma guai se ci lasciassimo travolgere solo dall’indicativo, tempo della irrimediabile realtà. Personalmente ho le mie buone ragioni per essere felice. Ve elenco in ordine di importanza, più o meno: 1. Sono ancora viva (con tutti i risvolti positivi e negativi di questa condizione alle soglie degli ottant’anni). 2. Sono ancora in grado di godere di una giornata di sole, del brulichio delle stelle, di una risata e delle lacrime, di pensare, di scrivere e raccontare, di giungere al cuore degli altri. 3. Ho ancora una famiglia che si prende cura di me in una casa grande e confortevole con un giardino pieno di alberi e di fiori e gatti e gazze e uccellini e voli che mi fanno ancora sognare. 4. Ho Figli e Nipoti che mi colmano d’amore ricambiato. 5. Sono stata fortunata a nascere in un Paese libero, che ora mi permette di piangere per la guerra in atto senza la paura dei bombardamenti, della morte che piove dall’alto, della casa distrutta, dei bambini come uccelli di nido in caduta libera, del terrore delle madri e della inerme “corsa” dei vecchi verso una morte annunciata. Tutto questo mi lacera e mi salva dagli abissi della disperazione. 6. Ho un canto nuovo nell’anima: ieri ho vissuto ancora emozioni intense per la laurea di Anna Paola, nipote adorata, che condivide con me camera, letto, sonni e incanto. Lei e suo fratello Nicola mi stanno insegnando a riscoprire la felicità nelle loro conquiste di vita quotidiane. Sono i miei angeli custodi e le mie ali per continuare a volare. Una testimonianza di felicità raggiunta? Eccola:

Peppino Piacente

BE YOUR SUNSHINE

“Questa parte della mia vita si può chiamare Felicità!”

Sì, bimba mia, tu sei il sole che ogni giorno mi riscalda di fierezza, oggi, in particolare mi rende felice, non tanto per la meta raggiunta, sia pure così importante, ma soprattutto per il cammino che ti ho visto fare, con determinazione e grinta, colpo su colpo, tenendo sempre al guinzaglio la paura! Grazie, principessa, un papà felice!

Cosa si potrebbe obiettare a questa felicità? Si dovrebbe solo condividerla, tanto sarebbe legittima e forte e vera e palpitante, emozionante! E allora lasciamoci coinvolgere da questa ondata di felicità che, almeno per oggi, sovrasti paure e dolore e pensieri come lame nel cuore. Solo fili di Luce nel cuore, e di Speranza. Potrebbe darsi che sia contagiosa tanto da portare chi mi legge a sentire dentro una propria piccola felicità nascosta da portare alla superficie di questo giorno di sole e di vento, di freddo autunnale e di gemme in festa sugli alberi fioriti della propria anima perché sia gioia da vivere insieme, ciascuno con la consapevolezza di avere un germoglio da lasciare fiorire in questo eterno ritorno di primavera. Ed ecco cosa scopro su FB.  

Carmen Mari: Quando ti arriva questa esplosione di colori sostenuta dal caldo messaggio... non devi chiedere altro (ed è un fascio di fiori primaverili illuminati da tanto sole).

E ancora. Anna Mininno con i suoi versi che esplodono di primavera: 23 marzo - linee essenziali di Primavera - *La primavera/ non si smarrisce/ e torna/ - incurante/ di attacchi/ e recrudescenze/ di un tempo anomalo e crudele -// La primavera torna/ e si fa respiro/ si fa fiori e fronde/ e attesi limitari/ - dopo il ciocco/ del camino -.// La primavera torna/ e si fa vita/ di nuovi pigolanti nidi/ e rondini a mille/ zigzaganti/ nel cielo turchino/ così che/ la favola continui/ e sia bella/ da raccontare. (a.m. 23 marzo 2021 foto mia- primi papaveri-). E altro canto di bellezza e di incanto fiorisce nel cuore della condivisione.

E poi Elina Miticocchio: Alleggerisco i pensieri e allento la presa, aspetto che un nuovo colore scriva il foglio. Ho terminato di leggere tutti i libri che avrei potuto leggere nella pausa positiva -dal tempo, ed ora la libertà di guardare l'azzurro mi dimora le radici. In fondo non siamo che alberi che sfidano le stagioni e ora è primavera. Forse il mio tempo è qui. e un po’ tutti vorremmo fermarci nel suo tempo che è anche il nostro tempo: noi alberi in cerca di radici per continuare a mettere foglie per una nuova primavera. La felicità è anche nel percorso fiorito dell’eterno mutamento, che sempre trasforma la vita e sempre ciclicamente ritorna per rinnovarla ancora… E “domani è un altro giorno… si può ricominciare…”. Angela e le altre con i tanti motivi di felicità da scoprire insieme…


martedì 22 marzo 2022

Martedì 22 marzo 2022: conclusione di "JACOPO E VITALIA, UNA STORI D'AMORE" di Angelica Grivèl Serra...

E così, dopo alcuni giorni di silenzio sull’ultima parte di “JACOPO E VITALIA, UNA STORIA D’AMORE” di Angelica Grivèl Serra, silenzio dovuto ad altre scritture altre urgenze improcrastinabili, ritorno a proporre la breve conclusione dell’amorevole/amorosa reciprocità tra un figlio (Jacopo) e una madre (Vitalia) per scoprire, ancora una volta, la duttilità della scrittura di Angelica.

“Vitalia siede, gli spalti accesi di volti e delle luci che sì, funzionano a meraviglia. Ma lei piomba di nuovo nella paura. Le persone sapranno davvero riconoscere il talento del figlio, la passione sincera che gli ravviva il cuore? E Jacopo riuscirà a difendere quella sua volontà impetuosa dalle insidie di un ambiente così, intriso di tranelli e briganti, stanco di nocche consunte su porte sbarrate? Quante volte gli avrà detto:

‘Ma non è che mi diventi come loro, tu che sei gentile?’.

E lui: ‘Tranquilla, ma’. Vedrai, vedrai. E capirai che non lo divento, come loro. Lo sai perché? Perché sono come te’.

L’Anfiteatro ormai straborda di umanità. E mentre l’acciottolio di parole si attutisce sino a spegnersi, Vitalia raccoglie i pensieri, li annoda altrove. Tende tutta la pienezza dello sguardo laggiù, sul palco, dove la promessa dello spettacolo prende atto. Jacopo è in scena. Vitalia strizza gli occhi, a istinto giunge le mani.

Poi sente ridere, ridere, ridere ancora.

E l’ansia dilegua.”

Già l’incipit di questa ultima parte “Vitalia siede” è una dichiarazione di tregua ai tumulti del cuore che ben presto ricominciano a tambureggiare nel petto della mamma alla vista degli “spalti accesi” dai volti degli spettatori, ma anche dalle “luci” sapientemente posizionate da suo figlio a dare risalto alla visualizzazione di un pubblico pronto e in attesa di godersi lo spettacolo che sta per cominciare. La paura “piomba” sui pensieri di Vitalia (e il verbo fa sentire tutto il peso del piombo, riportandomi alla Bottega del Mistero, che forse neppure Angelica ha dimenticato, e all’innocenza dei piccoli che tra il chilo di piombo e il chilo di piume ravvisano la pesantezza nel piombo e la leggerezza delle piume, dimenticando che si tratta pur sempre del peso di un chilo…), riafferra la donna a causa del  timore che la gente non dia il giusto valore al talento di suo figlio, ignorando quanti sacrifici gli costa oggi l’opportunità di salire su quel palcoscenico con tutta la “cassetta degli attrezzi” della sua creatività e dell’esperienza acquisita in anni di studio e di gavetta. Ha paura di “tranelli e briganti” (una sineddoche bellissima per dire di quanti potrebbero approfittare della sua “gentilezza”, della sua bontà d’animo)

Angelica offre ai lettori uno spaccato di grandissimo coinvolgimento psicologico, entrando nel cuore della donna e nel suo tumultuoso fondersi con il groviglio dei suoi pensieri. Fino all’inizio dello spettacolo, dopo una superba metafora “l’acciottolio dei pensieri” e dopo che “la promessa dello spettacolo prende atto” (la promessa che si attualizza e si fa concreta, viva e vibrante sulla scena). Risente per un attimo le parole di suo figlio a rassicurarla: lui non mi lascerà snaturare dalla fama e dal successo, non diventerà come loro “perché sono come te”. È da lei che ha preso l’imprinting, che ha direzionato tutta la sua vita, passo dopo passo, conquista dopo conquista. E a lei lo restituisce regalandole una certezza. Una verità incontrovertibile. Quale dimostrazione migliore del reciproco amore?

Vitalia, intanto, “strizza gli occhi, a istinto giunge le mani” ed è preghiera!

“Poi sente ridere, ridere, ridere ancora”.

“E l’ansia si dilegua”.

Su due righi (anche lo spazio parla, come Paul Eluard c’insegna, e sigla la riconquistata serenità, per lo scrosciare delle risate, simili a lunghi applausi).

“C’è un tempo per ogni cosa… un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (dal libro del Qoèlet - Qo 3,1 -11). A volte, però, pianto e riso si mescolano perché rivelano pienezza di sentimenti, la stessa vita. L’attimo perfetto, in sé conchiuso. A sigillare un amore eterno.

E Angelica Grivèl Serra è pienamente consapevole di ciò perché certa della sua scrittura, che nulla concede al pressapochismo, alla distrazione, all’inesattezza. Tutto s’incastona meravigliosamente nell’algoritmo tra forma e contenuto non per doveroso calcolo, ma per libertà di scelta, creatività, talentuoso sentire dell’anima… Angela

giovedì 17 marzo 2022

Giovedì 17 marzo 2022: ancora su "JACOPO E VITALIA, UNA STORIA D'AMORE" di Angelica Grivèl Serra...

E oggi riprendo con la scrittura di Angelica Grivèl Serra per nuovi spunti di riflessione sullo stesso testo “JACOPO E VITALIA, UNA STORIA D’AMORE”, perché un testo così va sviscerato a lungo, va centellinato, assaporato, metabolizzato.

Riparto dall’inizio: “Furtiva e vigile, Vitalia osserva dall’angolo” (ed ecco immediatamente l’accostamento fascinoso di due termini: uno antico - furtiva - che mi riporta alle atmosfere romantiche di “una furtiva lagrima” dall’Elisir d’amore del grande compositore dell’Ottocento Donizzetti, e l’altro, antico certamente, - vigile - che però perdura, attraversando i secoli fino a noi. “È una parola che viene da lontano”, sostiene il mio carissimo amico e mentore Vito Di Chio, “documentata nel sanscrito e con radici indoeuropee: vig è il fonema di partenza, da cui sgorga sia vigeo, vigor = aver vigore, essere pieno di vita che vigil, = “che è sveglio”, “che tiene sveglio”; vigilo, vigilare, essere attento, prendersi cura sollecita dell’altro”.

Le mie conoscenze sono meno profonde e antiche. Io parto dal latino vigere: aver vigore e, quindi, essere forti e pronti a vigilare, per dare sicurezza. Si avverte subito, come felicemente mi suggerisce Vito, “il prendersi cura dell’altro”, ma è una parola che “rinvia all’essere vigile nella notte interiore, che tocca la nostra esistenza e che ognuno di noi ogni tanto sperimenta con diverse modalità…” (Vito Di Chio).

Ed è quanto avviene appunto a Vitalia (mai nome fu più giusto: nomen omen): “furtiva e vigile”, nascosta e attenta.

E Angelica continua: “Manca poco più di un’ora all’inizio”, parlando dello spettacolo che Jacopo, il figlio di Vitalia, terrà sul palcoscenico, mentre lei, nel “retropalco” sente il respiro della vita che” si affaccenda “in un brulicare di voci esigenti, richiami affrettati e strascichii di molti passi, perlopiù assorti in un andirivieni che ormai, dopo la frenesia di quattro giorni di prova”, si vanno stemperando perché conoscono a memoria quel percorso. E ci sembra di essere lì e di ascoltare quelle voci “esigenti”, quei “richiami affrettati”, quei passi che si fanno eco di altri che sopraggiungono e che passano come onde che si rimescolano ad ogni “andirivieni” assorto.

Ci troviamo a Cagliari ed è l’ora del tramonto che per un attimo distoglie Vitalia dalla sua trepida “vigilia”, rendendola meno cogente, anzi ricordandole che la sua bellezza languida, che si riverbera nelle luci dell’Anfiteatro, diventa un segno di complice buon auspicio, quasi un “in bocca al lupo”, sussurrato a lei più che a suo figlio, che non ha il tempo di trepidare ormai, per dissipare ansia ribollente e “assilli di mille paure”. Ed ora siamo passati dal retropalco all’interno del cuore e della mente della donna e ne avvertiamo i conflitti interiori che solo una madre, sola, ed emotivamente coinvolta, vive nel silenzio di sé. Ed è proprio in questa pausa di silenzi che sopraggiunge alla sua vista l’oggetto di tanto trepidante vagare con lo sguardo: Jacopo, diventato adulto di sé stesso, ma ancora piccolo negli occhi e nel cuore di sua madre, che in quella voce sicura e ferma scorge finalmente l’adulto che è diventato, andando oltre la tenerissima immagine di lui dodicenne, che “l’adulto trasfigura” (e come non sottolineare questa perla psicologica, che solo in questa espressione trova la sua compiutezza, la sua ragione d’essere  straordinaria e letterariamente in fuga verso il futuro da altri non ancora lontanamente ipotizzato?), mentre silenziosamente “gemmava” (verbo sinestetico di rara bellezza che incanta più del tramonto), lungo il sentiero fiorito dei suoi ventitré anni e dell’età ormai adulta…

Ma anche oggi mi fermo qui perché quello che segue diventa uno spettacolo nello spettacolo, teatro nel teatro, come accadde al diciassettenne Giovanni Gastel che scrisse nel suo romanzo Duetto Profano (SECOP edizioni, Corato-Bari, 2017) un romanzo nel romanzo, dimostrando una maturità d’ingegno e di scrittura di gran lunga superiore a quella a quella dei tanti scrittori ricchi di anni e di esperienza letteraria. Riprenderemo a parlare di Angelica Grivèl Serra quanto prima ancora con questo testo superlativo. Alla prossima. Angela

sabato 18 dicembre 2021

Sabato 18 dicembre 2021: il dolore si supera con l’amore? Proviamo a scoprirlo insieme…

Il dolore! Quanto è presente nella nostra vita! E come mai ne facciamo memoria più della gioia o della felicità? Alcuni anni fa scrissi una riflessione al riguardo che avrei voluto riportare qui, ma ho perso un giorno in ricerche varie, ma niente da fare. Riscrivo quello che più o meno ricordo di quanto detto in passato perché mi sembra un passaggio essenziale per comprendere il perdurare del dolore dopo anni e forse per tutta la vita. Ebbene, non così il ricordo della gioia. Quest’ultimo è effimero perché, dopo l’esplosione delle braccia alzate in segno di giubilo e di vittoria per qualcosa di bello che ci è capitato e ci capita (Hannah Arendt parla della visibilità immediata della gioia perché tutto il corpo si distende ed è come se mettesse le ali, mentre, nel provare il dolore muto, si raggomitola su sé stesso e si chiude quasi a riccio, rendendolo invisibile e impenetrabile), subentra una sorta di dimenticanza di quella pienezza di noi che non può durare, assaliti subito come siamo da inevitabili problemi di vita quotidiana. Il dolore, invece, si ripropone alla mente più e più volte perché ci procura un vuoto che non riusciamo a colmare in quanto ci viene a mancare proprio ciò di cui prima eravamo pieni: la salute, l’assenza di sofferenza e, quindi, presenza di benessere del nostro corpo che si risolveva anche in benessere della nostra mente (“mens sana in corpore sano”: locuzione di Giovenale). Il dolore allora si protrae. Non trova rimedi immediati e a portata di mano. Soprattutto quando esso ci strangola in seguito a una perdita che è per sempre. E qui non ci possono essere rimedi di sorta. E c’è anche il dolore meno drammatico ma ugualmente reale, che non ottiene rimedio o consolazione dagli altri perché è un dolore “guardato”, ma non “vissuto”. Spesso il dolore guardato e non vissuto non viene percepito e sentito nella sua reale portata. Può essere solo intuito dalla mimica del volto sofferente. Dalla postura sbagliata, dalla difficoltà del respiro o di un movimento, ma l’intensità del tormento fisico e la resistenza alla sofferenza sono appannaggio solo di chi le prova e fa immediatamente i conti con sé stesso. La condivisione si rivela difficile, la compenetrazione rara e altrettanto rara la consolazione, per cui il dolore intimo e muto permane più a lungo di quanto si possa immaginare. Quello poi di una irrimediabile perdita è talmente devastante da richiedere anni di metabolizzazione, senza più risorse interiori per innalzare palizzate su terrapieni che, come sabbie mobili, cedono. E noi, per non dare mai un addio definitivo alla persona amata e perduta, riaccendiamo all’infinito il dolore per riattualizzare la sua presenza, celebrandone il ricordo. Eppure una pozione magica esiste per ogni tipo di dolore, di ogni forma e dimensione, e avvertito anche nelle varie età della vita ed è l’AMORE, in tutte le più suggestive forme di oblatività. L’amore dato senza riserve. Difficilissimo da vivere, ma quando accade assistiamo al miracolo della cancellazione del dolore. Si pensi al bimbo che piange e che smette non appena la mamma con amore lo prende tra le braccia; al ragazzino che teme il castigo dei genitori per qualche marachella di troppo, e piange e si dispera dentro di sé perché ha bisogno di comprensione e non di punizione, ha bisogno di sentirsi avvolto dall’amore e non dal giudizio o pregiudizio dei suoi cari; al giovane innamorato e incompreso nella profondità dei propri sentimenti. L’amore levigherebbe ferite e incomprensioni. Molto spesso queste ultime nascono proprio in famiglia. Ci sembra assurdo e paradossale eppure accade più spesso di quanto si possa immaginare e accettare: anche tra genitori e figli o i diversi componenti della costellazione familiare. Anche qui basterebbe l’amore. Dubbi, incertezze, incomprensioni si nutrono di amore malato e di non-amore. Chi ama davvero non dubita, non ha incertezze, non nutre illusioni né si rammarica delle delusioni. A volte, si tratta semplicemente di superficialità più che di indifferenza o cattiveria. E può accadere anche quando pensiamo che le nostre parole o gesti siano dettati dall’amore (non mollare non lasciarti vincere dallo scoramento di passi che non t’appartengono e che prendono altre vie illuminate da neon e dimentiche di stelle… non mollare stringi i denti risali la china non mollare…), ma non vengono recepiti come tali. Come si può essere così superficiali, anche quando le nostre parole sono dettate dall’amore? Anche quando sono dettate soltanto dalla preoccupazione di alleviare le sofferenze di chi amiamo? Evidentemente si può. Ma oggi mi chiedo: sappiamo veramente cosa sia giusto dire e cosa evitare? Quante incomprensioni in un atto di amore… Eppure accade. Sì, accade. Siamo incapaci di totale comprensione di ogni altro da noi. Fosse pure nostra madre. C’è qualcosa in noi di veramente unico e irripetibile, che è solo ed esclusivamente nostro, che ci impedisce di comprendere appieno l’altro e di farci comprendere pienamente dagli altri. Si salva la nostra individualità ma non la nostra socialità, la nostra affettività. Siamo miliardi e miliardi di stelle, ognuna col suo nome, la sua costellazione, la sua distanza anni-luce dall’altra. Di qui la difficoltà di ogni comunicazione. Di superare il vuoto che ci separa, pur vivendo spesso nella stessa galassia. Si tratta, a mio parere, di una strana inevitabile condizione di imperfezione della natura umana. Nostro malgrado. A questo proposito, mi sembra calzante una poesia inviatami, con un commento, due giorni fa, qui sul blog, da Mariateresa Bari, cara a noi tutti: "Il dolore ritorna e ritorna ancora, come l’alta marea, come la risacca alla battigia, come il pianto del bimbo nella culla"... Quanta dolce poesia in queste tue riflessioni, Angela! Perché gioia e sofferenza sono la trama e l'ordito di quella splendida tela che è la nostra esistenza! Ti lascio alcuni versi nati la scorsa notte e ti abbraccio grata 💓 “Frana il dolore”: Schianto di neve incandescente/ una stilla di tramonto/ che incendia lanterne all'orizzonte/ Frana in un riverbero di parole il dolore/ e travolge il cuore/ Si offusca l'ora di lacrime. Sì, spesso “il dolore frana in un riverbero di parole”, ma anche l’amore spesso frana in un riverbero di parole che non sono quasi mai quelle giuste da dire, da ascoltare per poterle ricambiare nel loro giusto senso e significato, che l’altro/a da noi si aspetta. È come il cane che si morde la coda. Eppure è proprio l’amore l’unico rimedio. Come? Quando? Per dare una risposta, torno indietro di tre giorni, quando, nel Liceo Artistico di Corato (Bari), città del Sud dove abito da vent’anni, c’è stata la presentazione di un libro SECOP, nella collana editoriale “PARALLELI POETICI” con un canto a due voci. 

Raffaella Leone, PR della Secop, e coordinatrice della serata, ha introdotto i due autori, Luciana De Palma e Federico Lotito (già con altre individuali pubblicazioni alle spalle con la nostra Casa editrice) e i relatori Mariella Medea Sivo e Alberto Tarantini, entrambi carissimi amici dei protagonisti, elencando in più punti la straordinaria preziosità del libro-conchiglia perlescente, con il titolo sottolineato da sfumature di indaco, il colore spirituale per eccellenza, che racchiude in sé la bellezza della poesia, e dell’amore che di quella poesia si alimenta. L’originale quanto significativo titolo della raccolta è Istanteternità. La parola doppia, che ossimoricamente si fonde in una sola parola, avente un fonema in comune, definisce il suggestivo momento puro del loro incontro a comprendere l’infinito: un consegnarsi in un solo istante all’eternità. E non c’è niente che possa uguagliare lo splendore di questo neologismo, spiegato molto bene da Mariella Sivo in uno dei suoi acuti e dettagliati interventi. Forse ne parleremo anche dopo. Ora mi preme sottolineare il momento “giusto” dell’incontro: momento è sinonimo di “istante” e riguarda ciò che avviene in un battito di ciglia. Ma qual è il “momento giusto”? Né prima né dopo! Di cosa? Non prima di aver rivisitato tutto il passato, con la discesa nell’abisso del dolore vissuto, e con i voli della gioia provata. E non dopo aver compreso il senso della “reciprocità”, come ho detto proprio l’altra sera, visualizzando le bracciate in andata e ritorno di Federico nel mare da entrambi amato, per testimoniare il suo amore a Luciana, facendosi carico di alleviare la sua sofferenza, dovuta alla perdita del suo adorato papà quando era ancora bambina. Quel movimento descrisse ai miei occhi l’immagine della necessaria “reciprocità” in amore. E la reciprocità consiste nel “prendersi cura” l’uno dell’altra con la stessa intensità e generosità. Quanto importante è il prendersi cura in una qualsiasi relazione affettiva. Indispensabile in un rapporto d’amore. La reciprocità nel prendersi cura (chi non conosce la meravigliosa canzone “La Cura” di Franco Battiato? Mi viene la tentazione di trascriverla tanto è bella, anche perché riguarda il corpo il cuore e l’anima - in una mirabile fusione - della persona amata) comporta per i due innamorati entrare nel cerchio che disegna una curva senza soluzione di continuità che porta all’infinito dentro e fuori, nella convergenza di sogni, bisogni, certezza di essere in due. Il cerchio magico della volontà di appartenersi nel rispetto della reciproca identità e libertà. Divergere, invece, significa aprirsi ad altri orizzonti, ad altri incontri, ad altre intese col rischio di perdersi e di non ritrovarsi mai più (come due parentesi aperte con orizzonti opposti che non s’incontrano mai. Come ho avuto modo di dire nel mio intervento). Ed ecco, a conferma di quanto detto sin qui, le parole di Federico e Luciana all’unisono: F. “se non fossi stato capace di piangere,/ non sarei stato capace di farti ridere  . L. “si sgrana una nuvola e un improvviso bagliore appare.   E compari tu   ”. E ancora, seguendo il percorso tracciato in precedenza: dal dolore alla gioia attraverso l’amore, al momento giusto, nel posto giusto e con le giuste parole. (Quanto importanti anche le parole!). L. “Speronando la mia oscurità/ Irrompesti come una cometa nel buio/ E di una sola breve scia ti servisti/   Per condurmi a te   // Fosti come il crepitio nel ghiaccio/ Infrangendo la mia luce immobile/ E con irrefrenabili tumultuosi boati/   Arrivasti a me   ”    . F. “mi affacciai ai tuoi occhi,/ nel buio della mia notte/ indicarono l’uscita./ resistevo per il giorno che si fa/   e scaccia rinunce.   / nessuna forza, nessuna speranza   / t’infilasti nello spazio socchiuso./ - prendi quello che da sempre/ è la mia solitudine - dico./ ti affacciasti ai miei occhi,/ nel buio della tua notte faticai/ a detergere il sudore della ruga profonda./ avevi parole da darmi, avevi paura./ - riusciremo a sentire una canzone? - dici/ forse vinci! sicuramente vinciamo - dico/   e spiegammo liberi   /   i nostri sudari   ”. E ancora F. “dentro ho ancora una manciata/ di allegria, il passo è malfermo/ tuttavia ci credo e tutto ho di te in me./ parlo, dico, canto, rimpiazzo volgarità,/ sostituisco fondamenta marce,/ comprendo i miei disastri e sento/   la fortuna di averti.   /  sicuro è il tuo sguardo,  / forte come le tue braccia il tuo arrivo,/   audaci le tue labbra,   /  il tuo sapore, il tuo odore.  /  proverò ad amarti   /  avrà senso il futuro.   ”. L. “   Alle spirali del tempo   / Concedemmo di tenerci stretti/ finché l’universo non ci avesse/  Richiamati all’unica eternità  /  Che rende gli amori perfetti   ”.  Ed è giusto che si chiuda qui il cerchio del mio percorso intorno al dolore che, grazie all’AMORE, ripropone un futuro che rende persino la speranza un universo felice di eternità. Le poesie a specchio continuano con numerose riflessioni sul darsi e ricevere AMORE in ugual misura senza più paure e ripensamenti, ma col cuore libero di volare in cerchi concentrici di voluttuoso ritorno. Eppure, alle spalle ormai, quanta sofferenza raccontata e ascoltata. E compresa. Quanta accettazione di sé nella comprensione dell’altro/a. Quanta solitudine comunicata e vinta dall’essere in due, in una reciprocità senza più inizio né fine. E vorrei scrivere un trattato su ogni parola di rimando, ogni spazio dilatato, ogni istante vissuto con una nuova certezza nel cuore. Ma è giusto e salutare dare spazio anche all’intervento mordace, autoironico e sciabolante di Alberto Tarantini, che spiazza tutti con una domanda, che è nelle sue corde: “essendo un eterno perdente in amore, dopo numerose imprese finite male per vari motivi, come accorgersi dell’incontro giusto, quale preludio all’amore eterno?”. Più o meno questa la domanda a cui ho risposto più o meno con quanto detto sin qui. Ma altrettanto giusto e inconfutabile è stato l’intervento del nostro comune amico, nonché altro autore di qualità, firmata Secop, Zaccaria Gallo: “La mancanza”. Senti che è AMORE quando una persona ti manca sempre e in ogni circostanza del giorno e della notte, nei momenti di veglia”. Più o meno così. In sostanza l’assenza crea un vuoto che genera il senso della mancanza. Il desiderio, l’attesa. Bellissimo. Chi non ricorda le canzoni di Vecchioni, Concato, Venditti, ecc. su un reiterato e accorato “mi manchi”? Sì, è un ottimo metro di misura, ma non sempre ci regala la certezza del vero amore, a mio parere. È una possibilità, che potrebbe anche rivelarsi egoistica ossessione di possesso da parte dell’altro/a. Mariella Sivo, intanto, dispiaciuta di non poter intervenire opportunamente con le sue domande che avrebbero potuto dare ulteriori apporti sulla veridicità dell’amore con garanzie di eternità (e con la mia cara Mariella mi scuso tantissimo per la mia interferenza fuori tempo!), ha rivolto una domanda sapida e catturante sul desiderio fisico, sulla passione erotica che tiene ben saldo l’amore. Certo, neppure questo aspetto è da sottovalutare, anzi! Spesso è proprio il collante che tiene fortemente unite le giovani coppie, o le coppie formatesi da poco, purché si sia pronti, col passare degli anni, all’inevitabile cambiamento che, se sorretto da vero amore, si trasforma in godibile, consolante, vivificante e, dunque, rigenerante “tenerezza”, di cui tutti alla fine abbiamo estremo bisogno. E su questo tema così delicato e importante, a mio parere, concludo con la profonda e metaforica poesia della sensibilissima poetessa Antonella Coletti: Si sfogliò l’anima come una rosa/ nel gelo incauto dell’inverno,/ reclinò il capo quando il vento/ le recise l’ultimo bocciolo./ Non emise lamento, si nascose/ sotto le folte occhiaie/ dell’edera cupa./ Nessuno la vide piangere/ o chiedere aiuto./ Nessuno le prestò attenzione!/ Nemmeno tu, tu che ne eri “responsabile!”. Ed ogni parola delle tante metafore “a cometa” di questa splendida poesia meriterebbe di essere evidenziata per farne insieme tesoro. Farsi carico, con “responsabilità”, dell’altro/a è anche AMORE. E ora il mio caro Alberto non avrà più dubbi! Potrà scrivere un sapido e realistico trattato sul vero amore. Una sfida? Grazie a tutti per la pazienza e il coraggio di leggere una pagina moltiplicata per… 3 e mezzo. Alla prossima. Ancora con tante altre testimonianze.

venerdì 15 febbraio 2019

15 febbraio: ancora prose e poesie d'amore


NATA PER AMARE

Seguo con lo sguardo gli strani segni di fumo che disegno con la mia sigaretta.
Stasera sono sola. Anche ieri sera ero sola e, forse, lo sarò anche domani.
Mi distendo, rassegnata, con un po’ di rabbia dentro, sulla poltrona di pelle del mio soggiorno e vorrei lasciarmi andare e stordirmi, riempendo la mente di pensieri e di ricordi. Ma non è facile.
Allora metto a fuoco una sola idea.  Lego ad essa mille immagini e mi ripeto che sono viva, viva in un giorno che sta per morire. Viva e cosciente di essere presente a me stessa ed alla realtà che mi circonda. Viva nell’anima, nonostante i ricordi che bruciano e fanno male. Viva, con radici che affondano in giorni senza ritorni, in stagioni che fioriscono solo nei rimpianti. E allora do il via ai ricordi e mi rivedo…
Sì, eccomi!  Io e il tempo già vissuto, io e l’amore.
Quante volte ho detto “Io amo” per dare voce al mio cuore!
Amore negli occhi, nei sorrisi, nelle mani, nel corpo, nell’anima.
Io bambina, innamorata del giorno, della voglia di fare, ballerina di una danza ritmata dalla fretta di vivere. 
Io, esuberante e incantata, con le canzoni gridate a squarciagola per raccontare al mondo la mia gioia di esistere.
Io, adolescente, onda azzurra di un mare inquieto e trepida ansia a cercare di scoprirmi ogni giorno più donna. Negli immancabili chiaroscuri dei miei pensieri, esplodevano i colori di ogni attesa primavera e l'immutata voglia d’amare. Felice, talvolta, di dimenticarmi tutto e tutti per rifugiarmi nel sogno.
Allora la felicità era ovunque. Nasceva dal nulla. A volte era tutta nella mia corsa in bicicletta con il vento nei capelli, totalmente ubriaca di felicità.
Donavo al mondo risposte di tenera passione e mi esaltava
rotolarmi nel verde dei prati vestiti di sole o ritagliarmi con lo
sguardo un angolo di cielo, in cui far entrare animate nuvole e magiche fantasie.
 Poi vennero gli anni in cui era una festa l’incontro con amiche e amici.
Mi piaceva il mare e mi piaceva provare un tuffo al cuore, quando i miei occhi cercavano fugaci incontri di sorrisi o di sguardi rivolti a me.
                            Mi  sembrava di vivere per amare.
Nell’anima vele bianche contro l’infinito e pensieri in volo a cercare la mia seconda ala. 
(da Gelido è l’inverno-Diario epistolare, Fos edizioni 2017)
 Anna Maria De Leo

Essere soli?
Soli dinanzi a sé stessi…
Nell’ora del dolore
Nell’ora ultima
Nell’ora di gravi decisioni
Un’ombra ti avvolge,
Quasi caldo mantello
A riscaldarti il cuore…
Tutto si oscura…
Ma nella mente sorge una
Presenza…
Come sole di mezzanotte
Piano rischiara gli incubi
Una nenia antichissima
In lontananza
S’ode…
La mente cheta il cuore
In tumulto
Nuovi pensieri
Nuove forme
Salgono dall’orizzonte del Nulla
Braccia di eterno Amore
Ci stringeranno
Al Cuore…
(poesia inedita)
Silvana Mangano

Haiku
poi l’accarezzo
e ancora poi le parlo
sola con lei, io

Katauta
sei tu, fratello
ombra di te, fratello -
ad est del cielo blu
(da Puzzle, SECOP edizioni 2012)
Anna Mininno

Quanto a Laura, casualmente era capitato di incontrarla. Affascinante sempre e mille miglia lontana e indecifrabile. Mai Marco aveva saputo o voluto dirsi sinceramente perché non aveva giocato le sue carte con quella donna, eppure sapeva bene che una persona così s’incontrava una sola volta.
Una sola volta.
Sotto la pioggia fine di quel sabato sera, Marco si sentiva un vecchio ma voleva Laura, la voleva da urlare, da stare male.
Sul cellulare doveva ancora essere rimasto il suo numero.
(da Al confine di me, SECOP edizioni 2015)
Nico Mori

VOCE
Più prezioso
il silenzio della campagna
se un remoto potare zappare gli dà voce,
se il moto di un trattore
rivela presenze.
                          Amo il silenzio abitato
da suoni lontani.
Amo la mia gente,
l’eco del suo lavoro.
(da I musici di Haydn, SECOP edizioni 2015)
Ada De Judicibus Lisena

Occhi di pane
E venne un uomo dagli occhi di pane,
profumo di erba rorida,
calore di meriggi d’aprile.

Irruppe come il maestrale,
impetuoso
e ardito,
spazzando nembi
gravidi di pioggia.

Seppe cancellare i sospiri,
il pianto,
i lutti del cuore.
 Mi costruì ali di speranza
e mi condusse.
(da Canti per un cuore vagabondo, SECOP edizioni 2016)
Rosalba Fantastico Di Kastron

Lascio che tutto accada
Che ogni cosa abbia inizio e compimento
Lascio che le ombre scivolino
E la luce ritorni
Lascio che la vita mi assorba
E poi mi trascuri
Che lo sguardo vaghi tra le forme
Cangianti come chiome al vento
Lascio che il pensiero trovi conforto
In questo cinguettio invernale
E che la felicità sia l'estasi d'una fiammata
Lascio che le parola scorrano
Come acque di ruscello senza troppi gorgoglii
Né echi che interrompano questo placido [accadere
Questa calma di gennaio
Questo candore che sa di raro tepore
(poesia inedita, postata su fb)
Luciana De Palma


(fine seconda parte)






lunedì 23 luglio 2018

23 luglio 1995 - 23 luglio 2018

Nicola compie 23 anni. Ed io desidero parlare di lui brevemente per dirgli quanto amore ha portato con sé nella nostra casa e nella mia vita. E riporto ancora una volta brevi stralci del mio libro.

“E, come d’incanto, due mesi dopo, s’affacciò al nostro mondo quotidiano, per farsi amare,
                                                         NICOLA
Col nome del nonno paterno che non era riuscito ad attenderlo. Un nome che aveva anche echi lontani di giovane sposo e padre innamorato, rimasto nel cuore di tutti noi. Bambino benedetto, nato di notte, fiore di rossa estate nel prato verde del panno a coprirlo neonato, per la gioia delle nonne a mangiarlo di meraviglia e di baci.
                                La vita riprese a sperare Riprese a vivere
 Io ripresi a camminare. Male. A tentare nuove vie per ritornare ad essere quella di prima. Invano. E a nulla valsero le vacanze a Palma di Majorca, le strategie di rivalsa sulla sorte con il nipotino da coccolare.
                                        Per lui non ebbi neppure una fiaba
Solo tanto amore racchiuso tra ciglia di altalenante speranza/disperazione.
             Perdita dell’identità fisica e perdita della identità più profonda
Persa per sempre la tua Lina che piroettava col sassolino nella scarpa per essere ammirata e applaudita nella bianca innocenza dei suoi brevissimi anni. E si perse tutti i giochi il mio bambino con una nonna chiusa nel suo dolore muto e inespresso.
                                         Non ebbi per lui che stenti sorrisi”
(…)
Pure, Nicola è stato ed è la mia salvezza…
“Nicola somiglia di più a te e a me. È la tua mitezza di cuore. È la mia allegria di quando ero al centro del tuo universo. È il senso del colore di nonno Primo e quello delle forme di nonno Nicola. E talento innato per la grafica e la composizione di immagini e di parole che danno senso e originalità ai lavori editoriali che realizza con passione.
È volo di scale a prevenire ogni mia necessità. È l’abbraccio del mattino. Il bacio della sera. Premura attenzione amore in ogni attimo del giorno.
Lo connotano la gentilezza e la disponibilità verso gli altri e una signorilità di modi che è suo quotidiano inno alla poesia dei rapporti umani, tuo quotidiano prolungamento.
Disinteressato sempre nel dono di sé verso tutti.
In lui ritrovo incarnata la espressione di don Tonino Bello, il vescovo tanto amato, che ho conosciuto e ammirato come poeta e soprattutto per la sua grande carica di umanità e di santità:
                                    “Il tempo non è denaro. È spazio d’Amore”.
Nicola sembra davvero tuo figlio. Da te ha ereditato tutti i più bei doni che possiede. Soprattutto la tenerezza. E di tenerezza io ho ancora bisogno.
E si ferma il cuore al battito dei vent’anni
del mio ragazzo fortefragile e mite canto 
Corse di bianchi cavalli lungo la riva
le sue carezze che attraversano la casa
grandi mani tenere parole passi giganti
occhi che scrutano piano ogni pensiero
e ansia attenta al mio incedere insicuro
alla mia mano in cerca di sicuro appiglio
ai miei giorni di passi lenti e di celato pianto
Dono del cielo il suo sorriso il suo cuore
Dono del cielo la sua mano pronta
il suo saluto del mattino il bacio della sera
e un correre lungo tutte le scale delle mie ansie
per un abbraccio di tenerezza che mi conforta
e mi rassicura e cancella tutte le mie ombre
e dimezza il tempo mio vissuto e dilata il sogno.
Una certezza nuova ha luminosità di stella:
avrò sempre dimora nella sua anima che trepida
come nella mia vivono tutti quelli che tanto amai
                       Non sarò mai sola
(lui azzurro veliero a solcare d’amore il mio mare)”…
A Nicola oggi il mio GRAZIE immenso e la mia benedizione perché abbia una vita lunga, ricca di tutte le realizzazioni che il suo cuore possa desiderare… AUGURI, AMORE MIO!                                           
                                                                                      Nonna lina

lunedì 4 giugno 2018

4 giugno 2008 - 4 giugno 2018

Il tempo è una tela di ragno che ci imbriglia in ogni direzione. Parliamo di tempo lineare (gli anni che passano) e di tempo circolare (il riproporsi delle stagioni), di tempo presente (il battito di ciglia di un attimo), del tempo passato che si attualizza in un ricordo e del tempo futuro che ci prefiguriamo senza alcuna certezza o verità. Forse è il tempo della speranza o di una promessa, ma esiste soltanto perché noi possiamo pensarlo e prefigurarcelo. Tu sei ormai tempo coniugato al passato come presenza fisica e tempo coniugato al presente come “ingombro” nel cuore: occupi buona parte dello spazio nel mio quotidiano andare e sei un nodo che fa ancora male. Per fortuna, ho un cuore di riserva (i nostri figli qualche tempo fa mi regalarono un libro meraviglioso intitolato “E la chiamavano due cuori”). Non so se ce l’ho mai avuto o sono stati i miei ragazzi a farmelo sentire battere nel petto. Doppio battito, dunque. E nel cuore di riserva c’è spazio per tutti quelli che amo, per quelli che mi corrispondono, per quelli che via via bussano ai miei giorni per entrare a farne parte. Loro non sanno del mio cuore di riserva. Sanno che vi trovano spazio e qualche volta si meravigliano. Non tutti sanno di te. E quelli che sanno pensano che sono passati 10 anni. E ignorano quel nodo che ogni giorno mi riporta non ai nostri quasi cinquant’anni trascorsi più o meno insieme, ma a quell’ultimo giorno che non si fece mai alba per te. Rivivo attimo per attimo le due frenetiche ore che resero la tua storia irrimediabilmente al passato. E il nodo strangola strangola strangola per tutti i giorni che poi sono venuti dopo di te. Giorni difficili. Amari. Vulnerabili. Tutti mi danno premure attenzioni baci e sorrisi. Ma spesso io sento quel nodo non solo come il pianto della tua mancanza al mio fianco quanto piuttosto come ferita per tutto quello che a te è venuto a mancare proprio nel momento in cui avresti potuto averne più bisogno. È questo il mio tormento. Qualche volta, perciò, mi si rimprovera per una malinconia che non riesco a nascondere, per un’amarezza di fondo che non dovrei provare, per un pensiero che mi fa sentire più vicina alla tua promessa prima di andar via (il mio futuro sempre più breve): “ci vediamo di là”. Sì, è una promessa che gli altri che mi amano sentono come minaccia, mentre per me, che ho sempre avuto terrore, e non solo timore, della morte si fa segreto motivo di riconciliazione da sempre desiderata, di adesione serena se non proprio attesa, di accettazione tranquilla perché “di là” ci sei tu ad attendermi e tutti quelli che mi hanno amato. E siete ormai tanti. Proprio tanti… Quando sarà, faremo una grande festa con tutte le musiche e le canzoni che abbiamo ascoltato insieme. Con tutte le poesie che mi hai dedicato, che ti ho dedicato. Con tutta l’allegria del nostro ritrovarci…
Intanto, vivo il nostro dopo e riascolto le tue poesie che mi hai dedicato quando eri certo di andare via prima di me. L’avevi sempre previsto. Sempre saputo. Ed è dolcissimo oggi rileggerti. Le tue rinnovate carezze per il mio doppio cuore. Tu ignori il cuore di riserva. Me lo avresti strappato e buttato via. Lo sai. Lo sappiamo.

A LINA, DOPO

Capricorno Selvaggio

Capricorno Selvaggio
sono nato prima di nascere
assurdo capricorno
di uno zodiaco senza cielo;
inseguivo tropici
con sangue di ghiaccio
lungo i confini del vento
che cerca la sua ragione
accusando le foglie
di bruciare l’autunno.
     Per rincorrere
briciole di sabbia
colme di niente
ho rischiato la mia dignità
               E
intanto ignoravo
la spiaggia immensa,
come unico rifugio 
per le mie ansie
che si apriva sui confini
del mio cuore.
Mi son giocato me stesso
con dadi truccati,
mi sono giocato il tempo
da scontare senza più equilibrio
-         Assurdo clown
che insegue il suo segno zodiacale -
Mi ritrovo selvaggio
come sono nato
inchiodato
come un povero cristo
dalle mani di pietra
incapace
di rovesciare la clessidra
e di sfogliare
i petali del vento
o inventare
un natale di dolcezza…



Ti vestirò di pane e fiori
E di fragranza dolce
Di prato e di fresco mattino
Ti vestirò di pane
Per sapere il tuo cuore
       Ti vestirò di fiori
Per sapere il tu amore
Per mangiarti
Con la mia fame di te
Per coglierti
Petalo su petalo
        Mio pane quotidiano
        Mia primavera.
        Ti vestirò di pane
Soffice e caldo
Per i denti del mio cuore
Ti vestirò di fiori
Per le mie mani ansiose.
E sulla mia pelle
        Pane e fiori
La festa non avrà mai fine.


Per la gloria dei gabbiani
         
       Le conchiglie hanno sogni
Di acqua tenera
E di sole azzurro e verde
Lungo le orme
Di sabbia mai stanca
      Mai vinta.
      E il tuo canto
Ha vele di nostalgia
Per la gloria dei gabbiani in volo.
         Il tuo respiro
È un giorno profondo
Di luce e di stelle
Antico e immenso
Come un guerriero
Senza storia.
      E la tua presenza
È un canto senza fine
Come specchio di tempo
E di memoria.


Favola
        
              E tu
Scioglievi i rami
Dei tuoi sogni
Sulle note della nostalgia
Mentre il giullare
Inseguiva la noia
Alla Corte del Re
     La notte era fredda
E tu
Fata e poi strega
Con fiori di luna
Nei tuoi capelli
Parlavi di pianto
E di amori perduti.
     Poi, l’alba
Raggiunse il castello
Pietra su pietra
Fino ai tuoi occhi
Ciglia su ciglia
Fino al desiderio
Del Re
Tu Regina e Schiava
Con la tua pelle
Nuda di rugiada
Tra fiore e foglia.
     Dormivano i cavalli
Con le criniere stanche
Come sogni lasciati
 E mai vissuti.
          E tu
 Corda di mille chitarre
   Tu la notte
   Tu il giorno
   Tu favola di ieri
        Tu favola
        Di sempre.


Se un giorno ti diranno

Se un giorno ti diranno
di amarti tanto,
pensami e saprai
che ti amo più di tanto.

Se un giorno ti diranno
di amarti un mondo,
pensami e saprai
che ti amo più
di un mondo.

Se un giorno ti diranno
di amarti immensamente,
pensami e saprai che
ti amo di più
tanto di più
un mondo di più
immensamente di più …                
                      Primo Leone


A te (dieci anni dopo)

Sul precipizio mi fermai a guardare il vuoto…
Fu tutto in un istante
il dirsi arrivederci ed era addio
in quel presentimento
che mai m’abbandona
e fissa istanti
in cui tutto accade ed è eternità
I tuoi occhi lontani e già altrove
il silenzio nel giardino
il grido inorridito a metà gola
perché nessuno scoprisse l’inganno
del tuo dover andare senza appigli
ad ogni filo di luce che ti lanciavo
e farti un nodo al dito a rammentarti
il ritorno e la strada e il vento e la ruga
da baciare per levigare un pensiero
più di una ferita
a esorcizzare il tempo che esonda
la pena di ogni nuova sconfitta
Ritorno sui miei passi stanchi
e ho scarpe rotte e tasche di buchi
e uno scoramento di lacrime
a inondare la soffitta senza la possibilità
di contrastare le stelle
e trattenere
il tuo viaggio fino all’ultima dimora
dove è più adeguato il tempo
alla tua arsura di libertà
(respiro immenso ha la nostra vela
con mani intrecciate
a un cielo al tramonto che sa ancora di noi…)
                                                   Lina


NB: le poesie, dedicatemi da Primo su un quadernetto nero col bordo rosso come quello che usavamo tra i banchi di scuola dove ci incontrammo la prima volta nel 1958, sono dieci. E sono meravigliose poesie d’amore da leggere “dopo”. A Lina, dopo.
Alcune sono inserite nel libro “per oro e per sempre” (SECOP Edizioni, 2017), dono di Raffaella e Peppino per il giorno delle nostre Nozze d’Oro, il 20 settembre 2017. Altre sono ancora inedite. Avevo deciso di tenerle solo per me, ma poi sono talmente belle che mi sembra giusto farle conoscere anche agli altri… Primo, ottimo poeta, scrittore, pittore… e tanto altro ancora…                                  

Angela De Leo