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venerdì 21 maggio 2021

Venerdì 21 maggio 2021: un incontro magico: Roberta Lipparini e Bianca Solazzo...

Altissima e bianca la parola scavata nel fiume dei gigli - nulla è a caso nella scatola dei colori sei fanciulla e cammini su fili di rose tessi finestre alla luce cerchi l'ombra, poi la allontani. Le stanze del respiro si allargano nuove visioni chiedono asilo si scuciono dalla tua bocca… (Elina Miticocchio)

Mi piace cominciare da questa stupenda prosa altamente poetica per parlare della presentazione online di soli due giorni fa dell’Albo Illustrato di Roberta Lipparini e Bianca Solazzo dal titolo teneramente evocatico Ti ricordi di me? Perché ritengo che ogni parola sembra fare riferimento alle due autrici di questo libro per bambini, e per adulti col cuore bambino. A partire dalla copertina, sintesi perfetta del contenuto. Purtroppo, non posso riportare le parole preziose degli interventi molto interessanti di Gianna Lomangino, la infaticabile libraia della libreria Hamelin di Bitonto, e di Barbara Buttiglione, Presidente Presidio del Libro di Bitonto. Entrambe appassionate e competenti relatrici, che mi hanno preceduta dietro l’attenta e brillante introduzione di Raffaella Leone PR della SECOP edizioni e sapiente conduttrice della serata. Vi invito, perciò, a prendere visione del video della diretta per assaporare tutti gli imperdibili passaggi delle diverse voci, accomunate da un unico “sentire”.  Dunque, rimangono le mie parole perché ho annotato diligentemente quello che avrei dovuto dire del libro, essendo io preposta al ruolo di interlocutrice con le due Autrici. E così, in realtà, abbiamo dato vita ad una serata con due mamme e due figlie al centro della presentazione che, via via, si è fatta sempre più corale. Ma, al centro del centro, c’erano soprattutto loro: il magico Albo Illustrato, Roberta Lipparini, autrice dei testi, e Bianca Solazzo, autrice delle illustrazioni: un libro, una mamma, poetessa, incantata di fronte alla natura e al miracolo della vita, e una figlia giovanissima, che avvolge, con una carezza del cuore, le filastrocche materne attraverso immagini ricche di colori, che rivelano tanta complicità di esperienze e confidenze vissute insieme, talmente belle da avvertirne la totale aderenza al mondo trasognato che ogni parola ritmata e dolcemente musicale porta con sé all’interno dell’Albo.

Ed ecco il titolo: un caldo colore di sole e di terra, e una prima, tenera, accorata, ansiosa domanda evocativa, “Ti ricordi di me?, che comporta un presente che si volge al passato e, quindi, alla memoria per dischiudersi al futuro e, cioè, a nuovi incontri, nuovi orizzonti da ipotizzare ancora insieme, mamma e figlia, dopo ogni necessario, inevitabile distacco. Culla di luna, la prima, e mistero di stelle, la seconda, a creare un sodalizio di creatività per la vita…

Di qui la suggestiva copertina con l’avvolgente onda su una linea di terra/cielo che, simile a una barca o a una culla, ripropone il mare attraversato e le sospirate stelle per ritrovare il sogno, che ci affascina e ci cattura in quanto legato, a mio parere, al ritorno ai primi giorni di vita della figlia nel dipanarsi del tempo della madre fino ai nostri giorni e oltre.

1^ Domanda: come è nata l’idea di questo libro e come si è sviluppata in una sorta di patto d’amore e di alleanza tra mamma e figlia? (Desidero che mi rispondiate entrambe). Risposte rivelatrici di due personalità molto creative e impregnate di Amore per l’AMORE e di Poesia per la POESIA. (vedere video)

Continuando sulla stessa suggestione, nella quarta di copertina, la barchetta, scortata da due alberi, radici e fonte di amore e di sostegno per la bambina sempre presente nelle parole e nelle immagini anche quando è assente, nutre il desiderio di avventurarsi da sola alla scoperta del mondo, come è giusto che avvenga per ogni nuovo nato che cresce e deve percorrere sempre più con autodeterminazione la propria vita, e portare la vela al largo. Sulla vela un’altra tenerissima domanda: “E se un giorno partirò/ per andare lontano/ terrai il mio ricordo/ chiuso in una mano?”, che evidenzia una struttura del libro “ad anello”. Questo mi suggerisce la possibilità di un capovolgimento: e se prima partissimo dalla metafora figlia-barchetta per giungere alla domanda della mamma-culla: “ti ricordi di me?” non diventerebbe inizio e fine con un nuovo inizio della domanda iniziale? Alfa e Omega di questo rapporto d’amore che il tempo non scalfisce e che va oltre il tempo e lo spazio. Oltre.

Meravigliosa, a mio parere, è anche l’impaginazione: molti versi di quasi tutte le filastrocche evidenziano una scrittura giocosa, che visualizza il senso delle parole-chiave con lettere che si muovono, danzano, sussurrano, volano a rendere più dinamico e magico il loro significato interno, realizzato con molto amore dalla curatrice Raffaella Leone. La prima poesia ne è l’esempio lampante (lettura prima filastrocca da parte di Raffaella).

Ed è, per me, anche conferma di due genitori che formano un grande albero, l’albero della vita, nonostante siano di “aria” di cielo e “brezza” di mare, trasparenti, leggeri, portati verso l’alto. In realtà, formano un albero forte di rami e di foglie per il bimbo/a fragile, reso/a sicuro/a dalla loro protezione. E l’albero della vita si ripropone ancora perché in queste pagine è tutta la vita che si dipana come un filo di molti colori e di molte fantasie, di tanto mare e tanto cielo illuminati da miliardi di stelle ad accendere ogni buio perché nessuno abbia più paura o si senta solo. a questo proposito, basta leggere la splendida sinossi di Raffaella per scoprire tutto l’universo poetico che illustrazioni e filastrocche le hanno suggerito.

Particolare è poi, per quel che mi riguarda, l’illustrazione della casa fra le stelle perché mi riporta alla immagine di copertina della silloge di poesie di Francesca Romana Petrucci con la sua Casa tra le stelle, da lei sognata e poi ritrovata misteriosamente identica in una casa che è andata a visitare. C’è proprio da pensare che siamo una sola grande Anima nell’Universo. (lettura filastrocca da parte mia).

C’è, inoltre, in tutte le filastrocche il desiderio/bisogno di varie personificazioni/identità, che rivelano il nostro essere frammentati pur riconoscendoci nell’intero. Bellissime le filastrocche e le illustrazioni di queste personificazioni realizzate da Roberta e Bianca in un continuo guardarsi, fondersi, confondersi, scoprirsi e riconoscersi, così diverse, così uguali. E anche nella scrittura tutto questo viene visivamente curato nei minimi particolari perché tutto si risolva in puro incanto, meravigliosa magia. “E le stelle ci stanno a guardare”, come il romanzo di Cronin, di circa un secolo fa, ci suggerisce. Ma, oltre alla luce delle stelle a confortarci nel buio, la luce del giorno favorisce gli incontri, il guardarsi negli occhi per riconoscersi e sentirsi fratelli, oltre la tana, la casa, il nido, l’albero. Oltre ogni possibile esclusione dell’altro… Ed è questo volare oltre che rende la vita un’avventura con… destinazione ritorno! Ritorno come, quando, dove, perché? Oltre il tempo e lo spazio perché la creatività “ci fa rinascere infinite volte” (Fromm). Perché l’amore abbraccia tempo e spazio e si fa eternamente presente. (Lettura ultima filastrocca da parte dell’autrice).

2^ domanda: il senso del ritorno ha tante significazioni diverse. Nel suo significato più semplice e concreto è auspicabile? Magari per ritrovare la sicurezza nella casa, nel nido, nella tana o è il viaggio che dobbiamo augurare a noi, agli altri, ai figli, ai giovani, dopo ogni ritorno? Ma ritorno può anche significare il riportarsi anche dopo l’ultimo addio ai luoghi amati, alle persone che ci portano nel cuore e che ci “sentono” in ogni respiro del giorno; ci vedono in ogni stella che illumina il cielo; in ogni nuvola o fiore o canto d’usignolo, volo di rondine (solo a Roberta)

Conclusione:

E vorrei concludere con alcune metafore e similitudini catturate dal mio Retino dalla imperdibile quanto poetica Sinossi di Raffaella al libro.

Di questo splendido Albo Illustrato desidero allora sottolineare:

La “Leggerezza”: come onda di mare, nuvola di cielo, soffio di vento. 

La “Tenerezza”: come nido di ramo, volto di luna, acquerello di luce.

La “Solidità”: come albero di montagna, sguardo di quercia, cerchio d’universo. 

La “Incertezza”: come tutte le domande, come tutte le risposte, come tutta la vita intera. 

La “Sicurezza”: come matita che scrive, come parola sul foglio, come tana nel suolo.

La “Freschezza”: come rugiada che brilla di foglie, come mare che danza di onde, come alba che si schiude al giorno. 

E, infine, il “Volo”: come uccello verso il sole, canto verso l’alba, sguardo verso il cielo.

Con tutti gli orizzonti che potrà scoprire, raggiungere, cambiare per permettere a noi lettori di continuare a credere nella bellezza del Creato, con tutte le sue Creature, e continuare a sognare. 

Grazie. Angela


domenica 22 settembre 2019

22 settembre 2019: "Io sono la tegola traversa" di Lorella Rotondi


 io sono la tegola traversa…

Io sono la tegola traversa,
quella che affabula col cielo
che ascolta il vento
che si gira a guardare le stelle
che osserva il disegno delle nuvole
che sente il caldo del sole
che si bagna alla pioggia.
Io sono la tegola traversa
Quella che dal tetto
sta sempre per cadere,
quella che le sorelle
guardano male
perché le fa sentire
in fila ordinate,
piccole cose di terra
rossa e cotta,
cose di terra.
Io sono la tegola traversa,
quella che mandano
a raddrizzare,
quella da rimproverare,
quella da far ragionare.
Io sono la tegola traversa,
quella che spende il suo ingegno
in cose da poco,
che parla alla gente e  le ascolta,
che scrive poesie
sulle storie che ascolta
che inventa una poesia
per ogni barbaria
per ogni mano che ha spinto male
per ogni amore bestemmiato.
Io sono la tegola traversa
che ascolta musica
legge libri
guarda film
fa piccoli viaggi
da non raccontare agli amici.
Tutta roba piccola,
non potrebbero raccontarlo
ad altri amici.
I miei sono orizzonti poco esotici,
molto intimi.
Anzi prima di andare lontano
con l’aereo e il biglietto e la valigia
qualcuno lascia a me le chiavi
del cuore, di storie, di dolori intimi.
Mi affidano l’anima
come il gatto che non possono portare
ma che non vogliono perdere,
come le piante a casa
che non devono seccare.
Io sono la tegola traversa
che in obliquo c’è quasi nata
e non giudica chi passa
cerca solo di non cadergli sul capo
di non confondergli i pensieri
di non disperdergli i ricordi.
Io sono la tegola traversa
che ti ama per come mi fai sentire
che ti ama per le mani di artigiano,
mani che hanno fatto
la storia dell’uomo.
Artigiano è il colpo d’occhio
del marinaio
È lo scalpello di Fidia
è il pensare di Platone.
Io sono la tegola traversa
la Firenze del Medioevo
che dava riconoscimento alle arti
mentre intorno facevano altro.
Io sono la tegola traversa
quella che hai accarezzato
come il volto di un bambino,
girata e stretta fra le mani
come fossi preziosa.
M’hai guardata a lungo
a lungo davvero,
fino a vedere un’anima azzurra
in questa rossa
tegola traversa.

Lorella Rotondi

Ho letto questa splendida poesia di Lorella Rotondi e mi piace commentarla, così, a modo mio. 
Grazie, Lorella, per questo dono che "ci fa rinascere infinite volte" (La creatività per Erch Fromm)
Un lungo, intenso inno alla diversità creativa che, come "tegola traversa", si fa notare tra le altre tegole bene allineate sul tetto rosso della casa, perché è sempre in bilico e rischia di cadere su qualche vittima innocente nel suo rotolare senza appigli. Nella sua innocenza, che non conosce l'ombra oscura delle tempeste sul mondo alla deriva. 
Eppure, la sua diversità consiste in tanto altro ancora. Lei è in grado, essendo di traverso, di ignorare la terra e di chiacchierare quotidianamente con il cielo e con le sue innumerevoli fiabe, fatte di sole abbagliante e di nuvole bizzarre e mai uguali, di vento chiacchierino e leggero come una danza di parole, e di stelle mai approdate sulle rive dei mari, in cui si specchiano. E di lune che non sono mai fisse e vere, ma sempre mutevoli e capricciose a determinare maree, che quotidianamente inducono a fare i conti con le "piccole cose della terra": le necessità e le futilità, le convenzioni  e le condivisioni realizzate a fatica dall'anima libera da catene e paure. Le incomprensioni, che disgregano l'anima, e le accettazioni, che la pongono al riparo dai rimorsi: l'ordine da rispettare, i favori da elargire a piene mani solo in andata, le piante della vicina di casa da curare in sua assenza, con il micio a cui dare da mangiare in attesa che torni la mamma/padrona. 
La tegola traversa è come un verso scazonte che, nella sua apparente imperfezione, restituisce armonia all'intero componimento poetico e ne dilata i confini. Tra libri, letture, poesie e sogni da attraversare per regalare un sorriso.
È la storia dell'umanità che rinasce. È come la stella cometa che indica la buona strada ai viandanti in cerca di un prodigio, dimentica di essere essa stessa prodigio e incanto. 
La tegola traversa è la pecora nera che segna il confine tra ciò che è normale, banale, scontato e ciò che se ne discosta per dare colore e forma e dimensione al mondo percepito nella sua grigia realtà e vissuto nella rinnovata allegria di due occhi bambini colmi di stupore. È la discrepanza in cui disperdersi e il riconoscimento in cui ritrovarsi. È la vetta su cui svettare e il precipizio da rischiare ad ogni sussulto del cuore.
E ha mani, la tegola traversa, per ricostruire il mondo. Con la determinazione gioiosa degli artigiani che scolpirono la pietra per un Rinascimento ancora da completare... 
Fino a riscoprire quell' "anima azzurra" che è il segreto intimo e infinito del 
DONO immenso della creatività... Della Poesia.
     Angela De Leo

Note bio-bibliografiche
Lorella Rotondi vive a Firenze. Scrittrice, giornalista, poetessa, docente nelle scuole superiori. Ha scritto numerosi libri per  l'Infanzia e l'Adolescenza, guidata dal compianto Livio Sossi, suo e nostro mentore e amico, che qui ingrazio vivamente per averci fatto incontrare una persona di grande spessore culturale e dalla profonda umanità. alcuni libri sulla Shoah e sulle foibe con un'apertura mentale straordinaria. suo è il meraviglioso libro illustrato Perché la Notte  (SECOP edizioni, 2017), che affronta per la prima volta questo delicatissimo tema in un testo dedicato alla letteratura giovanile. Con splendido testo poetico di Lorella, corredato dalle suggestive illustrazioni di Daria Palotti. Ha pubblicato, inoltre, alcune raccolte di poesie e molti articoli su Riviste culturali di vario genere. Con Corrado Faletti una Guida didattica inclusiva per le scuole Superiori di II grado. Le sono stati assegnati, infine, vari prestigiosi premi per le sue innumerevoli attività culturali e professionali.


domenica 15 settembre 2019

Domenica, 15 settembre 2019: Il potere della Poesia


Ora che la gioia viva dell’incontro ci ha lasciato una impalpabile malinconia per i cinque giorni trascorsi troppo in fretta per sentirli veri, ora mi piace riportare alla memoria, ancora breve, le meraviglie vissute lunedì scorso nella nostra Libreria Secopstore in quel di Corato. Serata magica, dunque, all’insegna della Poesia e della Letteratura italiana e internazionale con la straordinaria presenza (per la prima volta in Italia) di Gjeke Marinaj, il GRANDE poeta di origini albanesi, ma americano di adozione ormai da tanti anni. Tutto il suo ricchissimo, sorprendente, affascinante curriculum vitae e professionale è stato abbondantemente citato su varie Pagine di fb, su testate giornalistiche in formato cartaceo e via web, un po’ dappertutto, in Italia e all’estero, per cui non mi sembra il caso di riportarlo ancora sulla mia pagina. In pratica, basta cliccare il suo nome su Google per sapere tanto di lui.
Penso che sia giusto, invece, ripercorrere per sommi capi l’esperienza prodigiosa vissuta insieme lunedì.
E parto da Raffaella Leone e dalla sua chiara, colta, dettagliata, effervescente Introduzione alla serata di presentazione di Gjeke Marinaj tra noi. Con intensa partecipazione emotiva e tanta dovizia di particolari letterari e storici, ha focalizzato quale possa essere il significato della poesia ai nostri giorni, in un vastissimo e complesso panorama culturale, letterario, umano, e in una società che sembra vivere sui social una fittizia realtà parallela a quella che ci vede protagonisti in casa, nella comunità locale e planetaria in cui realmente e realisticamente viviamo.
Le ipotesi e le tesi, le argomentazioni e le contraddizioni.
Poi, ecco Gjeke Marinaj, seduto in mezzo al numeroso pubblico con la semplicità che si conviene ad un uomo di particolare umiltà e ad un poeta GRANDE di per sé. Con il suo tenero, luminoso, avvolgente sorriso che fa di lui la perfetta incarnazione della sua teoria, il Protonismo, che propugna il “pensiero positivo”, non soltanto nell’ambito della critica letteraria, ma anche in ogni rapporto relazionale e in ogni settore dell’umana esperienza, con la prospettiva di valorizzare quanto di buono possa esserci nella scrittura di ciascun autore, ma anche nella personalità di ciascun essere umano, che è fatto, come ciascun essere umano, di luci e di ombre, di virtù e difetti, di ardimenti e di limiti. Mettendo in pratica cinque semplici regole che Gjeke suggerisce per diventare migliori noi stessi e rendere migliori i nostri simili e l’intero nostro pianeta, oggi così devastato da guerre, palesi e sotterranee, da violenze di ogni genere, dall’imbarbarimento del linguaggio verbale e dello stesso animo umano. La paura serpeggia per ogni possibile (anche se improbabile) nemico, tanto è l’odio sempre più diffuso nel mondo verso ogni diversità, e persino verso ogni altro da noi. Laddove Gjeke viene chiamato, invece, quale ambasciatore di pace e fratellanza tra tutti gli esseri viventi.  E il suo sorriso coinvolgente si sposta tra i vari Continenti per diffondere quella teoria che, nel frattempo, è diventata una disciplina linguistico-filosofico-umanistica, insegnata anche in alcune Università.
Non a caso, alle domande di Raffaella c’è stata da parte del nostro ospite un volo per parlare di quanto gli stava più a cuore: il potere della Poesia e il Protonismo. E lo ha fatto come se rompesse gli argini, essendosi trasformato in un fiume in piena, con tutta la   sua passione viscerale per la parola poetica, con la forza dirompente della sua anima ribelle e libera, e con tutto il suo amore, accogliente e vitale, per gli altri, per la natura, i luoghi amati, la vita stessa.
Fremiti di emozione e commozione condivisa: da alcuni parenti albanesi del poeta, venuti per salutarlo ancora una volta, dopo trent’anni di attesa dal loro ultimo incontro, e dai tanti nostri amici SECOP, poeti, scrittori, docenti, giornalisti, fotografi, musicisti, chiamati da Raffaella, con un gioco divertente di parole “pescate” a caso, ad essere protagonisti tutti, sia pure per una manciata di minuti, della serata. Perché Gjeke Marinaj si sentisse avvolto dal calore e dall’ammirazione dei presenti, sempre più numerosi, attenti, coinvolti.
Giuseppe Fiorello, nostro amico e autore, nonché docente, fotografo e pittore, ha fatto l’elenco di chi ha potuto rendere omaggio al nostro meraviglioso ospite. Ve lo propongo, leggermente modificato per evitare qualche soggettiva interpretazione delle sue schiette parole (ma il testo originale è visibile su fb) perché ne rimanga traccia anche su questa mia pagina:

Il poeta albanese naturalizzato americano Gjekë Marinaj in giro per la nostra Puglia, a Santo Spirito e Lecce con serate organizzate dalla poetessa Rosalba Fantastico di Kastron e il suo compagno Franco Leccese, e a Bitonto e Corato con la SECOP edizioni, per presentare il suo primo libro di poesie in italiano "Schizzi di immaginazione", pubblicato dalla SECOP, e la sua teoria sul Protonismo.
Durante l’ultimo incontro, lunedì 9 settembre, è stato accolto ed omaggiato, nella Libreria Secopstore di Corato, da molti altri autori della stessa Casa editrice.


Angela De Leo
Giovanni Romano
Gabriella Basile
Rosalba Fantastico di Kastron
Dina Ferorelli
Zaccaria Gallo
Valentino Losito
Federico Lotito con la sua compagna Luciana De Palma
Alberto Tarantini
Mario Sicolo
Marino Pagano
Luisa Varesano
Maria Sforza
Mauro Massari
Gianni Brattoli
Giuseppe Tricarico
Tony Rizzo
Giuseppe Fioriello
Benny Caterina
Angela Strippoli
Besa Mone (docente di origine albanese)


                                                  Giuseppe Fioriello

E, dopo la felice Prolusione di Raffaella, ecco la Relazione della sottoscritta:

Schizzi d’immaginazione (SECOP edizione) di Gjeke Marinaj

La raccolta poetica Schizzi d’immaginazione di Gjeke Marinai mi ha da subito affascinato per la “singolarità” e la “verità”, plurale e contraddittoria quest’ultima, l’ironia al limite dell’amaro sarcasmo, la tenerezza colma d’antica nostalgia, la visionarietà onirica e vera.  Sono queste alcune caratteristiche che ne fanno un’opera unica, originale, autentica.
E, del resto, Susan Sontag, scrittrice statunitense pluripremiata, sostiene che tutte le qualità che rendono pregevole o ammirevole uno scrittore possono essere individuate, appunto, nella “singolarità” della sua voce… e nella “verità molteplice” delle sue affermazioni contraddittorie.
“La letteratura - scrive Sontag - è la casa della sfumatura e della contraddizione, che si oppone alle voci della semplificazione”.
È quanto ampiamente connota Schizzi d’immaginazione, in cui c’è tutto Gjeke, con i suoi sogni e le sue perdizioni, il suo amore “affamato” per l’amatissima consorte Dusita e la sua anima buia e martoriata di esule e migrante, metà zingaro e metà eroe, con una visione della realtà tutta calata nelle sue verità più dure e aspre della condizione umana tra violenze, guerre, sradicamenti, lutti, ma anche fiorita di verità più lievi e incantate della bellezza e della speranza, che contempla fuori e dentro di sé. 
Marinaj aggruma spesso le prime con il suo pensiero filosofico, che mai lo abbandona e con la fine penetrazione psicologica nelle pieghe dell’animo umano, oppure le stempera con l’ironia e la poesia che gli appartengono come una seconda pelle, la sua stessa carne, il suo stesso sangue.
Vorrei, a questo proposito, ricordare che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il libro: “mare”, aperto e libero, che porta lontano e permette il lungo viaggio della scoperta e della conoscenza; “corpo”, carne della nostra stessa carne: se ci cattura diventa il nostro stesso corpo; “coltello”, perché dopo il primo colpo (fendente metaforico) per penetrare nelle sue pagine è lo stesso libro che ci ferisce, prendendosi l’anima e tutta la parte più nascosta di noi, perché in esso scopriamo la nostra lacaniana “lalange”: la nostra lingua interiore, il nostro “Io” più vero, quello che risale alle nostre radici e scende nell’humus più profondo della nostra terra.
Ecco qualche verso a testimonianza di tutto questo:
Un tempo col palmo delle mie mani la tua crescita misuravo,//ora altri dai versi che scrivi/ ti misurano.// Sei un poeta/ e oltre i limiti dello spazio giunge il braccio del poeta. (“Una madre parla al figlio poeta”, p. 83);  
 … La ragazza rese il mare più mare./ Il mare fece più poeta il poeta?/ Chi era il mare? - La ragazza, il mare o il poeta? (“Chi era il mare”, p. 115); 
… tutti gli affanni del mondo furono incisi/ sui globi oscuri dei nostri occhi, e i nostri cuori/ impotenti rimasero a segnalare il messaggio del decesso (“Sperando di trovare rifugio in America”, p. 61);
… Vado a portare rose nei cimiteri dei silenzi,/ ma i fiori si mutano in polvere ed io/ non riesco a trovare la via del ritorno… (“Quello che alla terra non ho detto” I, p.129).
… Tu, respiro che spirò la brezza vitale/ attraverso penosi rintocchi d’amore. (“Albania”, p. 47).
Erri De Luca, con Nazim Hikmet, afferma: “il libro dev’essere vento e aprire le tende”. In pratica, va lontano, si ferma e spalanca le tende alla luce del giorno per guardare, contemplare, indagare, scoprire, e restituire, nell’immancabile ritorno, la conoscenza del mondo arricchita di mondi altri, di altre meraviglie (le stesse categorie elaborate da Gjeke nella sua teoria protonica, linguistico-umanitaria, che lo ha reso famoso in tutto il mondo). Con in più la visionarietà, alla quale il nostro Autore si uncina, per sognare luoghi migliori, in cui abitare finalmente rasserenato e in pace con sé stesso, con la natura, con tutti gli esseri viventi, in una continua ansia d’amore, che è attenzione e cura. Un fondersi e confondersi con il Tutto che ci abita e che abitiamo.
Una delle creazioni embrionali di Dio, la baia di Ha Long:// Modello da contemplare e seguire per la natura tutta.// Tiepido magico guscio in cui la terra si fa nido/ di cielo simile al mare e di mare simile al cielo, fluttuante nel nostro universo.// Sono anime esse stesse e hanno anima queste minuscole isole./ Poesie nella poesia.(“Nella baia di Ha Long così appare il mondo, p.15).
E Ha Long è il luogo del cuore, il luogo della poesia e del ritrovarsi del poeta immerso nella bellezza della natura che tanto lo affascina in un abbraccio di sogni senza fine. Il LUOGO che apre e chiude la raccolta in una struttura ad anello che sembra, nella continuità del cerchio, racchiudere l’infinito…
In tutta la raccolta, del resto, si avverte questo respiro della bellezza e del sogno sempre in luminoso agguato. In tutta la raccolta, aleggia un continuo scambio osmotico circolare con i propri simili, fatto di valori perenni e di pensieri e parole sempre nuovi e diversi, che si riconducono alla giustizia sociale e alla solidarietà umana. Si avverte il soffio leggero dell’amore e l’uragano furioso della passione, la malinconica tristezza dei ricordi e la feroce solitudine dell’esule, il dolore per ogni perdita, per ogni orma persa sulla sabbia desolata del deserto del cuore che più volte Gjeke ravvisa nel mondo contemporaneo e che, per sé e i suoi “affini”, scongiura.
È una poesia che racconta il bene e il male, il bello e il brutto, l’odio e la tenerezza, tutti i sentimenti che l’esperienza esistenziale sommuove nell’animo umano. Per questo i versi di Marinaj sono lunghissimi: rivelano i passi numerosi di colui che va perché deve andare e lascia dietro di sé una scia di ricordi, il dolore dello strappo dalle braccia materne, dalla casa, dalle strade conosciute e amate, il vuoto di ogni assenza. E penso alle stupende statue bronzee dedicate ai migranti dallo scultore marocchino, ma francese di adozione, Bruno Catalano.
E ci sono, al contrario, versi che narrano anche i sorrisi incantati e pudichi dell’amore ragazzino e quelli più morbidi e pensosi dell’età matura, quando l’amore è un rifugio, una consolazione protettiva a rimarginare ferite, ad assicurare continuità e serenità di giorni da centellinare piano perché nulla più vada perduto. Stupendi quelli dedicati a Dusita, sua compagna di vita, a sua madre, alla sua terra, patria perduta e ritrovata perché “matria” (Calvino e altri) con braccia accoglienti d’amore e di perdono.
I pianeti sono perle sul tuo collo,/ splendenti della tua perfetta bellezza… Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano dalle ali spezzate… Terra mia./ (…) Quanto sento acuto il bisogno del tuo perdono./ Lascia la coppa ricolma dei miei peccati./ (…) solo promettimi che nel mio profondo sonno/ tu sarai la mia eterna/ trapunta di terra. (“Dusita”, p. 39; “Alla madre”, p. 145; “Quello che alla terra non ho detto” III, p.133).
E alla sua terra Gjeke Marinaj dedica un breve poemetto di accorata nostalgia, all’interno della raccolta. Un rimpianto d’anima che lo fa sentire colpevole per averla abbandonata, pur essendo stato costretto a farlo per evitare una morte certa. L’eccezionale delicatezza d’animo del poeta è fatta di “cristalli pieni di lacrime”, di “ali spezzate”, di “coppa ricolma di peccati” laddove tutto si veste, invece, d’innocenza e di “prematura… suadente maturità”. Contenuti profondi di un uomo dalla “biografia spezzata” (Enzo Biagi), che si porta dentro un vulnus di tutti i vuoti di ogni abbandono: c’è sempre un vuoto da colmare, scelto o subìto.
Versi, tutti, che hanno metafore insolite, affascinanti, ardite. A volte a raggiera, a volte a stella cometa; a volte, sono acqua sorgiva e zampillante, altre torrente in piena. Figure retoriche suggestive, dalle personificazioni alle anafore, dai chiasmi ai poliptoti…
E dai tanti versi senza versi esplode improvvisa e luminosa la Poesia.
… In maniche di camicia è uscita la notte… I ferri della calza della sera a maglia lavorano… dove le penne vengono a pensare… dal mare dagli occhi rossi/ che i vivi e i morti annega… anche la sovranità della neve/ sull’erba verde!
E gli spazi sapientemente lasciati per tutte le parole del silenzio, come sostiene Paul Èluard. Le parole mute dell’anima... gli infiniti dentro e fuori di noi che nessuna siepe può cancellare, ma solo leopardianamente dilatare perché il poeta “nel pensier si finge” mondi altri… E i voli, gli abissi, le vittorie, le sconfitte, gli orizzonti slargati e le stelle raggrumate per farsi nido di sogni… i sogni… i sogni che, come i bambini, “sono perle nella collana del tempo”.
Il poeta e aforista francese Alain Bosquet scrive: “La poesia è sangue diventato fiore”
Niente di più vero se leggiamo, commossi e trepidanti, le poesie di Gjeke Marinaj, grondanti sangue che si trasforma immediatamente in fiore, grazie al suo nobile e tenerissimo cuore… che sempre è in fuga e sempre ritorna all’incanto primigenio…
…
Baia di Ha Long.

Epicentro di bellezza,
Tenerezza incantata,
Risurrezione clandestina
Della Torre di Babele.

                                                        Angela De Leo

                            Sketches in Imagination by Gjekë Marinaj

Gjekë Marinaj's book of poems Sketches in Imagination enthralled my imagination at first sight for its "uniqueness" and "truthfulness" – the latter multi-faceted and almost self-contradictory –, for its irony verging on bitter sarcasm, for its tenderness full of ancient nostalgia, its onirical, true dream-like quality. These are some of the features that make this book an unique, original, genuine work.
Susan Sontag, the multi-award winner american writer, maintains that all the qualities that make a writer laudable or worth of admiration can be pinpointed, indeed, in his/her "unique" voice... and in the "multi-faceted truth" in his/her contradictory statements.
"Literature", writes Sontag, "his the home of nuances and contradictions, opposing the sirens of simplification".
This is the main feature of Sketches in Imagination, a work that contains the whole of  Gjekë, with his dreams and perditions, his "hungry love" for his beloved wife Dusita, his darkened, tormented soul of exile and refugee, half gipsy and half hero, his outlook of reality fully immersed into the hardest, harshest truths of the human condition among violences, wars, forced displacements, griefs but also flourishing of the more delicate, enchanted truths of beauty and hope, which he contemplates both outside and inside himself.
Marinaj often lumps all the bitter truths in his ever-present philosophical thought with his keen psycological intuition of the flexions of the human mind, or dilutes them with the poetical irony that belong to him as a second nature, like his own flesh and blood.
I would like to remind that the Italian psichoanalist Massimo Recalcati describes a book like "a sea", an open, high sea, who opens unlimited horizons and makes possible the long voyage of discovery and knowledge; like "a body", flesh of our own flesh: if it captures us it becomes our own body; like "a knife", because after the first blow (a metaphorical cutting) we give to get through its pages, it is the book which wounds us, taking hostage our soul and the innermost part of us because we discover in it our Lacanian "lalange": our interior language, our real self, the self which goes to the roots and digs into the deepest humus of our soil.
Here are some verses as an example of the above:
... Once I measured your growth by the palms of my hands. / Now others measure it / by the lines you write. // You are a poet / and the poets’ reach extends beyond the edges of space.("A Mother Speaks to her Poet Son", p. 83);
... The maiden made the sea more sea-like./ The sea made the poet more of a poet. / Who was the sea? - the maiden, the sea, or the poet? ("Who Was the Sea", p. 115);
... All the cares of the world are etched / on the dark globes of our eyes, and our hearts / are powerless to signal the message of their decease. ("Hoping to Find Refuge in America", p. 61);
... I go to put roses in the cemetery of silences, / but the flowers turn into dust and I / cannot find my way back… ("Things I Had Not Told The Land", i, p. 129);
... You, the breath that blew the life's breeze / through  painful chimes of love. ("Albania", p. 47).
Erri De Luca, along with Nazim Hikmet, declares: "A book must be a wind which opens the courtains wide". Indeed, it travels far and wide, it stops to open the courtains wide in broad daylight watching, contemplating, inquiring, discovering, and giving back, in its inevitable return voyage,  a knowledge of the world enriched by diverse worlds, diverse marvels (the same categories developed by  Gjekë with his linguistic-humanitarian Protonistic theory which made him famous all over the world). Adding the poet's visionary capability, to which our Author is firmly hooked, dreaming of better places in which to dwell at last, calmed down in peace with himself, with Nature, with all living beings, in a perpetual yearning for a caring, attentive love. Melting and blending himself in the Whole which dwells into us, and where we dwell.
Ha Long Bay must have been one of God's embryonic creations / A model for the rest of the natural world to see and follow / A warm magic shell for the Earth to incubate its core / Made of sea-like sky and sky-like sea floating in our universe. // These tiny islands have distinct souls and are souls themselves / They are poetic compositions and compose poetry of their own. ("So It Seems, at Ha Long Bay", p. 15).
Ha Long is a place of the heart, the place for poetry where the poet recovers, immersed in the natural beauty that so fascinates him, in an unending embrace of dreams. This is the opening and closing Place for the book, enclosing it in a ring-like structure which seems, in its circularity, to enclose Infinity itself...
Along the whole book, indeed, one can feel this breath of beuty and dreams, always ready to surprise us with their bright ambushes. Along the whole book lingers a circular, osmotic exchange with the other fellow creatures, an exchange of perennial values and ever new, different thoughts and words, rooted into social justice and human solidarity. One feels both the light breeze of love and the furious tempest of passion, the melancholic sadness of the memories and the harsh loneliness of the exile, the grief for every loss, for every trace lost on the desolate sand of heart's desert which  Gjekë recognizes many times in the contemporary world and which wards off for himself and his "kindreds".
His poetry narrates of good and evil, of beauty and ugliness, of hate and tenderness, of all the feelings that the existential experience agitates inside the soul. That's the reason why Marinaj's verses are so long: they reveal the many steps of who goes because he has to go, leaving behind a furrow of memories, the pain of being ripped from his mother's arms, from his home, from the familiar, loved streets, thrown in the void of every absence. I am thinking of the magnificent bronze statues of migrants by the Moroccan sculptor, but French citizen, Bruno Catalano.
There are, conversely, the poems which narrate also of the enchanted, modest smiles of adolescent love, beside the softer, more pensive ones of maturity, when love is a refuge, a protective solace for healing the wounds, for assuring a quiet perennity of days to savor one by one so that nothing goes lost anymore. Splendid are the poems dedicated to Dusita, his wife, the ones dedicated to his mother, to his land, a fatherland lost and found again because it's the "motherland" (according to Italo Calvino and others) ready to embrace him with love and forgiveness.
The planets are like beads on your neck, / luminous with your wholesome beauty. ... I’m devastated by the longing for you / A longing broad as the sea / And I am a broken-winged gull... Land of mine, / (...) As keenly as I need your forgiveness. / Leave the brimming cup of my sins / (...) only promise me that in my deep sleep / you will be my permanent / earthen quilt. ("Dusita", p. 39; "To Mother", p. 145; "Things I Had Not Told The Land", iii, p. 133).
To his motherland, Marinaj dedicates a short poem full of aching notalgia. A regret of his soul that makes him feel guilty of having abandoned it, in spite of having been forced to do so in order to avoid certain death. The poet's extraordinary sensitivity of character is made of "crystals full of tears", "broken wings", "a coup brimming with sins", where all is made, on the contrary, of innocent and "premature... mellowing maturity". These are the innermost subjects of a man with "a broken biography" (Enzo Biagi) who carries into himself the vulnus of all the voids, of every abandonment: there is always a void to be filled, either chosen or suffered.
All these verses contain unusual, fascinating, bold metaphors. Sometimes like a sunburst, sumetimes like a comet's tail; sometimes they are like springing, gushing water, sometimes like an overwflowing torrent. Evocative rethorical figures, from personifications to anaphoras, from chiasms to politpthotes...
From all those verses without verse, Poetry explodes, sudden and bright.
The night stepped out in short sleeves ... / Evening’s knitting needles stitch foggy fabrics... /  Where the pens come to think / in the red-eyed sea / that drowns the living and the dead... even the sovereignty of snow / over the green grass!
Not to speak of the spaces skillfully left for all the words of silence, as Paul Eluard claims. The silent words of the soul... the infinities outside and inside us that no hedge can obliterate, only broaden Leopardi-like because the poet "fakes himself in his thoughts" otjer worlds... And the flights, the abysses, the defeats, the boundless horizons and the stars lumped together to became a nest of dreams... dreams... dreams that, like the children, "are the pearls in the necklace of time".
The French poet and aphorist Alain Bosquet writes: "Poetry is blood become flower".
Nothing is more true if we read, as touched and trepidatious readers,  Gjek・' Marinaj's poems, dripping blood immediately becoming flower, thanks to his noble, sensitive heart... always on the run and always returning to his pristine lure:
...

Ha Long Bay.

Beauty’s epicenter,
Serenity’s affection,
Tower of Babel’s
Covert resurrection.
                             Giovanni Romano
Ringrazio dal profondo del cuore il prof. Giovanni Romano per la pronta disponibilità nell’accettare senza esitazioni la mia richiesta di tradurre il testo; per la solerzia davvero sorprendente nel consegnare il non facile lavoro, svolto con competenza e passione, in appena due giorni; per la puntuale e preziosa traduzione. 
“Sia lode al merito”!
                        (Fine prima parte)


venerdì 15 febbraio 2019

15 febbraio: ancora prose e poesie d'amore


NATA PER AMARE

Seguo con lo sguardo gli strani segni di fumo che disegno con la mia sigaretta.
Stasera sono sola. Anche ieri sera ero sola e, forse, lo sarò anche domani.
Mi distendo, rassegnata, con un po’ di rabbia dentro, sulla poltrona di pelle del mio soggiorno e vorrei lasciarmi andare e stordirmi, riempendo la mente di pensieri e di ricordi. Ma non è facile.
Allora metto a fuoco una sola idea.  Lego ad essa mille immagini e mi ripeto che sono viva, viva in un giorno che sta per morire. Viva e cosciente di essere presente a me stessa ed alla realtà che mi circonda. Viva nell’anima, nonostante i ricordi che bruciano e fanno male. Viva, con radici che affondano in giorni senza ritorni, in stagioni che fioriscono solo nei rimpianti. E allora do il via ai ricordi e mi rivedo…
Sì, eccomi!  Io e il tempo già vissuto, io e l’amore.
Quante volte ho detto “Io amo” per dare voce al mio cuore!
Amore negli occhi, nei sorrisi, nelle mani, nel corpo, nell’anima.
Io bambina, innamorata del giorno, della voglia di fare, ballerina di una danza ritmata dalla fretta di vivere. 
Io, esuberante e incantata, con le canzoni gridate a squarciagola per raccontare al mondo la mia gioia di esistere.
Io, adolescente, onda azzurra di un mare inquieto e trepida ansia a cercare di scoprirmi ogni giorno più donna. Negli immancabili chiaroscuri dei miei pensieri, esplodevano i colori di ogni attesa primavera e l'immutata voglia d’amare. Felice, talvolta, di dimenticarmi tutto e tutti per rifugiarmi nel sogno.
Allora la felicità era ovunque. Nasceva dal nulla. A volte era tutta nella mia corsa in bicicletta con il vento nei capelli, totalmente ubriaca di felicità.
Donavo al mondo risposte di tenera passione e mi esaltava
rotolarmi nel verde dei prati vestiti di sole o ritagliarmi con lo
sguardo un angolo di cielo, in cui far entrare animate nuvole e magiche fantasie.
 Poi vennero gli anni in cui era una festa l’incontro con amiche e amici.
Mi piaceva il mare e mi piaceva provare un tuffo al cuore, quando i miei occhi cercavano fugaci incontri di sorrisi o di sguardi rivolti a me.
                            Mi  sembrava di vivere per amare.
Nell’anima vele bianche contro l’infinito e pensieri in volo a cercare la mia seconda ala. 
(da Gelido è l’inverno-Diario epistolare, Fos edizioni 2017)
 Anna Maria De Leo

Essere soli?
Soli dinanzi a sé stessi…
Nell’ora del dolore
Nell’ora ultima
Nell’ora di gravi decisioni
Un’ombra ti avvolge,
Quasi caldo mantello
A riscaldarti il cuore…
Tutto si oscura…
Ma nella mente sorge una
Presenza…
Come sole di mezzanotte
Piano rischiara gli incubi
Una nenia antichissima
In lontananza
S’ode…
La mente cheta il cuore
In tumulto
Nuovi pensieri
Nuove forme
Salgono dall’orizzonte del Nulla
Braccia di eterno Amore
Ci stringeranno
Al Cuore…
(poesia inedita)
Silvana Mangano

Haiku
poi l’accarezzo
e ancora poi le parlo
sola con lei, io

Katauta
sei tu, fratello
ombra di te, fratello -
ad est del cielo blu
(da Puzzle, SECOP edizioni 2012)
Anna Mininno

Quanto a Laura, casualmente era capitato di incontrarla. Affascinante sempre e mille miglia lontana e indecifrabile. Mai Marco aveva saputo o voluto dirsi sinceramente perché non aveva giocato le sue carte con quella donna, eppure sapeva bene che una persona così s’incontrava una sola volta.
Una sola volta.
Sotto la pioggia fine di quel sabato sera, Marco si sentiva un vecchio ma voleva Laura, la voleva da urlare, da stare male.
Sul cellulare doveva ancora essere rimasto il suo numero.
(da Al confine di me, SECOP edizioni 2015)
Nico Mori

VOCE
Più prezioso
il silenzio della campagna
se un remoto potare zappare gli dà voce,
se il moto di un trattore
rivela presenze.
                          Amo il silenzio abitato
da suoni lontani.
Amo la mia gente,
l’eco del suo lavoro.
(da I musici di Haydn, SECOP edizioni 2015)
Ada De Judicibus Lisena

Occhi di pane
E venne un uomo dagli occhi di pane,
profumo di erba rorida,
calore di meriggi d’aprile.

Irruppe come il maestrale,
impetuoso
e ardito,
spazzando nembi
gravidi di pioggia.

Seppe cancellare i sospiri,
il pianto,
i lutti del cuore.
 Mi costruì ali di speranza
e mi condusse.
(da Canti per un cuore vagabondo, SECOP edizioni 2016)
Rosalba Fantastico Di Kastron

Lascio che tutto accada
Che ogni cosa abbia inizio e compimento
Lascio che le ombre scivolino
E la luce ritorni
Lascio che la vita mi assorba
E poi mi trascuri
Che lo sguardo vaghi tra le forme
Cangianti come chiome al vento
Lascio che il pensiero trovi conforto
In questo cinguettio invernale
E che la felicità sia l'estasi d'una fiammata
Lascio che le parola scorrano
Come acque di ruscello senza troppi gorgoglii
Né echi che interrompano questo placido [accadere
Questa calma di gennaio
Questo candore che sa di raro tepore
(poesia inedita, postata su fb)
Luciana De Palma


(fine seconda parte)






venerdì 27 luglio 2018

PER ORO E PER SEMPRE (SECOP Edizioni, 2017)

Oggi mi piace proporre all’attenzione di quanti hanno la bontà di leggere queste note quasi quotidiane sul mio blog una bellissima recensione al libro a due voci “PER ORO E PER SEMPRE” della mia meravigliosa amica Marisa Carabellese, grande pittrice molfettese, conosciuta a livello internazionale per le sue numerosissime opere ricche di stupendi cromatismi e di continua ricerca della Spiritualità nella Bellezza e Armonia delle Forme.
Marisa, in questo scritto, rivela la grande sensibilità che la connota non solo come pittrice ma anche come scrittrice e critico letterario, nonché il grande affetto che nutre nei miei riguardi e che ricambio con tutto il cuore.
Grazie, Marisa, per questo dono inatteso e così tanto gradito…

Angela De Leo                                                                                 Primo Leone
                                  PER ORO E PER SEMPRE
                                                                                      SECOP Edizioni       euro 8     

“Per oro e per sempre”: non c’è un refuso tipografico, né un errore di stampa nel titolo del libro, inconcepibile per una pubblicazione della giovane e prestigiosa Casa
Editrice SECOP. L’oro di questo singolare libretto - e ci si riferisce solo al formato - opera di due Autori, l’una per le pagine di sinistra e l’altro per quelle di destra, è l’Oro di un Anniversario di Matrimonio: le Nozze d’Oro, appunto. È una silloge poetica, un dialogo che si sviluppa in una dimensione atemporale, fra cielo e terra.   
Tutto prende vita dal sagace amore di Raffaella, figlia dei due Poeti e raffinata scrittrice di libri per l’infanzia, di suo marito, Peppino Piacente, l’Editore, e dei nipoti Nicola, giovane grafico editoriale e Anna Paola, brillante studentessa. Attraverso le poesie dei due coniugi/poeti, scritte certo in periodi ed anni diversi, essi hanno ricostruito una splendida storia d’amore.
Angela De Leo - Primo Leone: un matrimonio che, come tutte le grandi storie d’amore, ha avuto le sue luci e le sue ombre, ha generato quattro figli e, inoltre, ha fatto fiorire una vasta produzione poetica e letteraria per entrambi.
Angela De Leo, poetessa, scrittrice, saggista, vive a Corato e dirige la collana di poesia “I girasoli” della SECOP Edizioni; numerose le sue pubblicazioni tra narrativa, poesia e saggistica, appunto, in Italia e all’estero.
Primo Leone, nato a Putignano e scomparso nel 2008, poeta, scrittore, pittore, poliedrico e creativo, si è dedicato anche alla fotografia e alla computer art. Ha scritto per varie riviste letterarie e tenuto numerose Mostre Personali e Collettive in molte città italiane. Suoi dipinti sono conservati in una Collezione privata anche a Parigi.
Tante le sue pubblicazioni tra narrativa, poesia e saggistica in Italia e all’estero.
Un grande amore, quello vissuto da queste due forti personalità; amore che, grazie alla scelta di testi poetici, elaborati dai due Autori in epoche diverse, dà vita ad un appassionato canzoniere.
“Noi siamo come due monti…/ da vivi non ci incontreremo più/ basta che a primavera/ tu mi mandi un saluto con le stelle”: potrebbero essere i versi di Anna Achmatova, citati da Angela, la chiave di lettura di questo libro a due voci. Non c’è un qui o un altrove, un passato o un futuro; la dimensione spaziale e temporale è annullata.
Il loro incontro, nei versi di Angela “Nella mia terra piantasti/ radici/ celebrasti la casa l’amore/ portasti il vento dei tuoi mari/ e bucasti le stelle a primavera…” e “Sono nato prima di nascere/ assurdo capricorno / di uno zodiaco senza cielo;”, scrive Primo.
“Tu unica emozione anche stasera tra spente illusioni”, ribadisce Angela. Il distacco è sempre in agguato, per lei, “nella tristezza di un mare attraversato/ da mille tempeste e un solo cuore/ nascosto inascoltato testardo/ indifeso. Ancora lì a tendermi l’agguato dell’addio” e l’amato risponde che “partenze improvvise mi aspettano/ ai confini del bosco/ quel bosco del tempo interrotto/ tra le mani e nella musica/ dei tuoi occhi stanchi/ di cercarmi…”.
Si dipana il filo dei ricordi: “Riempi di passato il mio bicchiere/ - chiede Angela - perché un’ultima goccia di rosso fuoco/ accenda dell’ultimo sorriso d’amore/ le labbra”. “C’era un bicchiere di vino/ tra noi/ un brindisi sospeso nell’aria…”, sembra risponderle Primo.
Gli anni trascorrono inesorabili, ma l’amore non dà tregua: “M’assedia di ricordi quest’ora/ notturna […] Oggi sono qui in un tramonto di anni” … “E tu ritorni ad ogni canto del gallo,/ ritorni con la prima stella a rendere/ chiara la notte”.
La memoria è fuoco anche per Primo: “Diventeremo vino e musica/ e guarderemo le nostre ombre/ ritornate bambine/ danzare al fuoco della memoria…”.
“Ci vinceva una necessità di noi/ ch’escludeva ogni altro da noi”, scrive Angela, e la Poesia è per entrambi il filo d’Arianna che li fa ritrovare: “dorata come il tuo addio la nostra poesia” … “Ci vinse la notte/ al millenario miracolo/ del nostro riconoscerci in un solo verso/ Rinnovato stupore quotidiano/ fu il nostro incontro”.
“Noi ancora noi/ padroni e schiavi di una violata eternità…”, scrive Primo, “Chi ha stabilito il confine tra la vita e la morte?”. 
Poi il dialogo continua fra cielo e terra “Fu fragore di silenzio tra me e te dopo i nostri occhi/ ormai alla deriva di un abisso senza più ritorno/ ma tu ritorni ogni notte a lasciarmi parole sul cuscino….
Primo ha valicato la dimensione temporale ma continua a inviarle il suo messaggio:
“Se un giorno ti diranno/ di amarti immensamente,/ pensami e saprai che/ ti amo di più/ tanto di più/ un mondo di più/ immensamente di più...”.
Chiudono e suggellano il dialogo le parole di Angela: “Il cuore arreso al silenzio/ non avrà mai il coraggio/ di farsi amore…” e quelle di Primo: “Avrei voluto/ inventare l’amore:/ per offrirtene il brevetto”.
Ma la storia non finisce, ritorna ciclicamente. Basta riprendere questo piccolo libro che evidenzia, esalta il dialogo mai interrotto e ripercorrere tutte le tappe di un amore fatto di Passione e Poesia.
                                                                        Marisa Carabellese                                                         

venerdì 20 luglio 2018

Il silenzio e la sua duplice veste


Estate. Tempo di mare. Di monti. Di laghi. Di vacanze. Di chiasso. Di chiacchiere. Di musiche, balli, risate. Difficilmente è tempo di silenzio. Per contrasto, oggi mi piace parlarne. E lo faccio riferendomi ancora una volta al mio libro “Le piogge e i ciliegi” (SECOP Edizioni) di imminente pubblicazione. Ci sono alcune pagine che parlano proprio del silenzio… e che forse ci offrono lo spunto per nuove riflessioni…
“E i silenzi… i Silenzi… I SILENZI…
                                               
Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare
e il silenzio della città quando si placa
e il silenzio di un uomo e di una vergine
e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio
il silenzio dei boschi
prima che sorga il vento di primavera
e il silenzio dei malati quando girano gli occhi per la stanza
(…)
C’è il silenzio di un grande odio
e il silenzio di un grande amore
e il silenzio di una profonda pace dell’anima
c’è il silenzio degli dèi che si capiscono senza linguaggio
c’è il silenzio della sconfitta
e il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti
e il silenzio del morente la cui mano stringe subitamente la vostra
c’è il silenzio che interviene tra il marito e la moglie
c’è il silenzio dei falliti
(…)
e c’è il silenzio dei morti.
Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze
perché vi stupite che i morti non vi parlino della morte?
Il loro silenzio avrà spiegazioni quando li avremo raggiunti.
(Edgar Lee Masters, stralci da “Il silenzio”)

Silenzio. Paradossalmente è una parola che mi piace. Se penso al silenzio
che fa parlare il cuore. Come dicevi tu, quando sorprendevo te e la nonna seduti vicini nella penombra della sera, dietro i vetri di casa, in silenzio, a salutare il buio che annullava le cose e i rumori e le voci del nostro piccolo mondo quotidiano: la strada di casa, allora ancora un po’ in periferia o la semplice via di un amore che vi teneva indissolubilmente uniti. Sereni, nonostante gli innumerevoli dolori e dispiaceri vissuti da entrambi. Anche a Primo, il mio tempestoso compagno per circa quarant’anni, piaceva il silenzio del nostro raccontarci con gesti d’amore il giorno, lui che aveva come codice preferito di comunicazione l’urlo, e si meravigliava del mio accoglierlo in silenzio. Per lui ero “la lite senza lo scontro”.
Se torna il silenzio: era una aspirazione ed una invocazione. Una necessità di vita per riscoprirci insieme” (…)
Eppure c’è stato anche il tempo dei nostri “disperati silenzi. Non ho più saputo dei suoi pensieri. Lui ignorava i miei o forse li intuiva. Un tempo “eravamo ricchi di tutto quello che abbiamo dissipato”, sosteneva il poeta del primo Novecento Renato Serra, ed ora non ci rimaneva che il silenzio. Non il silenzio che amavamo in cui era più facile ascoltare le nostre anime. In quel silenzio della sera io ritrovavo l’atmosfera d’intimità e d’amore che si creava nelle nostre antiche sere, quando al buio, rischiarato dalla luce del crepuscolo, tu e la nonna respiravate il sussurro delle vostre preghiere, il rosario quotidiano, seduti dietro i vetri della porta che s’affacciava sul cortile. Ed era un silenzio d’anime tra le parole del cuore. Anche io e Primo avevamo vissuto per anni quel silenzio che ci univa e ci cantava dentro.

Se torna il silenzio
al di là della strada
allora parleremo piano
muovendo appena le labbra
e il respiro sarà breve
come la distanza
tra le nostre mani.
          Se torna il silenzio
Parleremo con gli occhi,
antichi gesti
fioriti sulla pelle,
             ma saremo pronti
poi
a chiuderlo
in fondo ad un armadio
per guardarlo
                    dopo
quando l’ansia sarà placata
sotto le lenzuola
vinte
e segnate
dal nostro amarci.
(Primo Leone, “Se torna il silenzio”)

Poi lo avevamo perso per strada il silenzio buono e ci era venuto incontro suo fratello, il silenzio cattivo, quello che divide e non perdona. Il silenzio del rancore e delle parole mancate, taciute, disperse e mai più ritrovate.
Sì, il silenzio cattivo che, se si protrae a lungo, non riesce più a ritrovare le parole per creare spiragli nella spenta sintonia, per riaccendere dialoghi con l’ultimo fiammifero dimenticato nella scatola dei ricordi e dei progetti.
                                          E tutto tace. Anche il cuore.
Ecco perché il silenzio è anche una parola che mi sgomenta, quando penso al silenzio che crea un vuoto; che separa con fratture e divisioni; che è culla di odio e di rancore; che cova vendetta; che coltiva un equivoco e lo fa ingigantire nella mente; che nasconde un sentimento mai rivelato e, quindi, mai conosciuto e riconosciuto, mai vissuto nella pienezza del gesto e delle parole e delle accorciate distanze.
Silenzio atteso e temuto, dunque. Silenzio invocato e nutrito. Infranto e chiacchierato. Silenzio raccontato. Come il nostro silenzio, caro papà.
Il silenzio è il nulla prima del Big Bang, esplosione del Creato. Che si racconta con le cose. La materia, innanzitutto. Generata dal nulla per un atto di Energia purissima. 
Il silenzio. È il vuoto tra due rumori, tra due suoni, tra due parole. È attesa e ricordo. Speranza e rimpianto. Pudore e timore. Indifferenza. Ostilità. Invocazione muta dell’anima. Preghiera.
Quando divenni più grandicella, la nostra casa a me sembrava, pur non avendone la struttura, ma solo l’atmosfera che vi si respirava, una cattedrale gotica che s’innalzava con le sue guglie al cielo in una penombra che invitava al raccoglimento per ascoltare meglio “la voce del silenzio” o, meglio, “le voci di dentro”: quelle che ci parlano dell’invisibile che è in noi e fuori di noi: l’arcano, il mistero, il sogno. L’indicibile perché tanto più grande delle nostre parole per esprimerlo. L’immenso. Il linguaggio dell’Universo. L’incontro insaputo con Dio. Nella nostra casa c’erano spesso, dal tardo pomeriggio fino allo sfiorare il buio della sera, penombra e silenzio.
Penombra e Silenzio lasciavano parlare il cuore. Penombra e Silenzio si facevano compagnia. Ci permettevano di incontrarci nell’ascolto delle parole non dette ma sentite ugualmente. Ed era bellissimo ritrovarci nei volti che via via si cancellavano mentre si facevano più evidenti e vivi e veri i sentimenti che provavamo per noi, tra di noi. Lontano il mondo con la sua realtà.
Ma penombra e silenzio ci aiutavano anche a riflettere. A fare scelte, a prendere decisioni. Più grandicelle noi, più anziani e provati da nuovi affanni voi. Quanto ascolto in quelle penombre e in quei silenzi…
Allora, anche Ninì Rosso accompagnava tutto quel silenzio con la sua tromba magica e dolente che penetrava nel cuore e si faceva lacrime per ogni evento triste che il giorno, nostro e degli altri, registrava.
E, ancora oggi, penombra e silenzio, quando è possibile viverli nella nostra casa, accarezzano, l’essenza degli oggetti, delle cose. Intuiscono le verità in questi nascoste, in attesa di scoprire la Verità che nel Tutto le comprenda e le inglobi. Si sostengono e si completano. Si arricchiscono di senso e danno un significato più profondo alla vita.
Hannah Arendt afferma che solo nel silenzio e nella penombra è possibile conoscerci e riconoscerci. E la conoscenza di sé e il proprio riconoscimento danno all’essere umano la giusta dimensione di quello che è nel mondo e gli evita errori di valutazione e di autovalutazione. Il clamore è spesso il fallimento della nostra autenticità, perché ci stordisce, ci frastorna, ci impedisce fi pensare. Spesso è la festa della inautenticità: il più delle volte ciò che appare non è. La Verità “è invisibile al mondo”. Per scoprirla ci occorre e ci soccorre il silenzio. Quello che ci riporta alle parole mute delle cose, alla loro storia nascosta e forse dimenticata. Al canto della natura. Al sussurro del giorno che comincia e si racconta in un segreto d’intenti, e di passi per perseguirli e di gesti per realizzarli, perché ogni giorno sia un giorno nuovo e aggiunga qualcosa di diverso alla nostra vita. Un fremito. Una emozione. Un accadimento che ci sorprenda e ci faccia sentire vivi o rinascere. Nel faticoso, gioioso, tormentato, chiaro, complesso, semplice nostro andare. Viandanti in uno spazio/tempo che ci appartiene e che pure non è nostro. Di cui forse dobbiamo dare di conto. Magari in silenzio. Quando la penombra smorza pian piano anche i nostri pensieri…”

martedì 3 luglio 2018

Il mondo cambia nel mondo che resta


Oggi mi piace riportare uno stralcio del mio libro “Le piogge e i ciliegi” (SECOP Edizioni), ormai in dirittura d’arrivo. Qualche spunto di riflessione.

Ho il biglietto per un viaggio
che promette il Giardino come destino,
l’abitudine di vagare sulle ceneri
per non dimenticare il fuoco
e la voce di mia madre che di sera
mi avvolse con un fruscio di palme.
Ho anche l’obbligo di restare viva,
di preservare l’intoccabile
affinché il mondo continui ad essere
ciò che non sono.
Ma vivere in cerchio come una lancetta
di orologio finisce per stancare.
Quanta ironia: dover invecchiare
per riprendersi alla fine l’infanzia,
dover morire
affinché nessuno possa rubarmela.
(Lauren Mendinueta, “Ho il biglietto per un viaggio”)

Certo, il mondo cambia inavvertitamente, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi e noi ne ignoriamo il cambiamento fino a quando, improvvisamente, abbiamo la percezione che nulla è come prima o forse ne è rimasto ben poco. Anche dove credi di avere le tue radici. Nel nostro paese dei molti ritorni non ci sono più le stesse persone conosciute o amate o soltanto incontrate per caso. Non ci sono più gli stessi campi, le stesse strade, la stessa periferia o gli stessi negozi, le stesse case, gli stessi palazzi, lo stesso viavai, le stesse gonne e scarpe, gli stessi cappelli, le stesse canzoni, le stesse voci e gli odori e i rumori e persino l’atmosfera, che tutto racchiude in lontane nostalgie e vivifica con improvvisi ricordi. Non ci sono più i panni gonfi d’aria e di pulito ai balconi dell’infanzia né i cortili aperti alle strade amiche né gli schiamazzi dei bambini sui marciapiedi alla controra. Ora assordati da macchine e assaliti dal nero di marmitte fumanti.
 (cercate di dormire alla controra perché il sole cocente vi può far venire il mal di testa che a noi viene già per il chiasso che fate voi bambini… durante l’estate di pomeriggio si dorme altrimenti la giornata è troppo lunga fino a che si fa sera e poi notte…)

TUTTO CAMBIA E TUTTO RESTA IMMUTATO DENTRO E FUORI DI ME…
(nuovo mantra per nuovi appigli di sopravvivenza)

Oggi, in tutti i paesi che attraverso, sono pochissimi gli usci dischiusi   d’estate con i vecchi a raccontarsi seduti sui marciapiedi ad un passo da casa. Non ci sono più i vecchi per strada. Anche se i vecchi sono tanti e i bambini sono pochi. Ma non si vive più per strada come un tempo. Il tuo tempo è irrimediabilmente perduto. Ci sono macchine e ancora macchine. E un andirivieni frettoloso. Senza neppure un saluto. Nessuno ha più tempo né per sé né per gli altri. Persino i ragazzi s’ignorano tuffati nei loro smartphone anche quando camminano. Le braccia tatuate come solo i carcerati, un tempo. Anche Giuliano, lo sai, non ha saputo resistere. Fa parte della generazione allevata a merendine e Nutella, con i cartoni animati e le guerre stellari e gli ufo nel giardino e la paura dimenticata
(heidi heidi ti sorridono i monti/ heidi heidi le caprette ti fanno ciao… dolce remì… anna dai capelli rossi… jeeg robot d’acciaio… goldrake e l’alabarda spaziale e mazinga e…)
Teneri cartoni animati di prima generazione, in cui c’erano quasi sempre bambini orfani o abbandonati con un nonno come te oppure con tante persone di cuore che se ne prendevano cura, in una natura incontaminata e felice…
Poi, arrivarono dall’America tutti i meravigliosi cartoni animati della Walt Disney a colmarci di bellezza gli occhi e il cuore… E più tardi i videogiochi
(pong… tetris… nintendo… spizzico… commodore 1 e 2 e 3 e 4 e la play station e 1 e 2 e 3 e 4… e via via fino ai nostri giorni…)
per trattenere in casa i bambini e i ragazzi ed evitare così i pericoli della strada, senza dare fastidio ai genitori sempre più alle prese con il loro lavoro e la loro realizzazione nel sociale. I sottani e le case a pianterreno furono divorati dai “grattacieli” di sei-sette piani con gli ascensori e le porte di casa chiuse e ostili ad aprirsi agli altri per fare amicizia o andare lontano. Non più i giochi sui marciapiedi; non più i campi in cui scoprire gli ulivi e i mandorli e i ciliegi e “rə viòulə e rə cəcàlə e rə gəsìppə də fòurə” (e le cetonie, le cicale, i grilli); non più i nonni come te a raccontare favole e altre storie; non più le nonne come nonna Angelina con “il tuppo” e i capelli bianchi e il grembiale mille-usi. I nonni di oggi hanno fatto il Sessantotto e portano ancora i radi capelli con lunghi astenici e malinconici codini, l’orecchino al globo sinistro e parlano, come i lontani figli dei fiori, di rivoluzione e d’avventura. Sono colti, supponenti, spesso arroganti. Hanno fumato lo spinello e occupato le università, probabilmente hanno anche sniffato altre droghe, che nel frattempo sono diventate la piaga dei nostri giorni per ragazzini, giovani e adulti. Gli anziani sono impegnati nei tornei di burraco e scarsamente propensi a giocare con i bambini o a raccontare storie. A raccontarsi. Si è perso il tempo del racconto. Vestono come i giovani e hanno capelli neri e biondi e un abbaglio di denti nuovi e di bocche senza sorrisi.
Pure, guai se non ci fossero.
Sono proprio i nonni e le nonne, che un tempo hanno fatto la rivoluzione illudendosi di cambiare il vecchio mondo, le colonne portanti della nuova società complessa e senza punti di riferimento solidi. Con le loro pensioni, mai adeguate alle loro esigenze e ai tanti problemi di salute, ma quantomeno fisse e sicure in tanta precarietà e scarso lavoro per i giovani, aiutano anche economicamente, come possono, figli e nipoti grandicelli e in attesa del primo impiego; sono loro a prendersi cura dei nipotini, portandoli a scuola e sostituendosi ai genitori, sempre più impegnati in lavori che li portano fuori di casa per molte ore al giorno. E sono loro che vanno a riprenderli in paziente attesa diero i cancelli delle scuole per portarseli a casa per il pranzo e/o la merenda e la cena. E li seguono nei compiti. E guardano insieme la TV. E magari riescono anche a giocarci un po’. Sì, sono loro i misconosciuti eroi del nostro tempo, a provvedere a tutto questo, nonostante abbiano ancora hobby e passioni, e un indomito spirito di libertà. E i più abbienti (sono in molti che vivono con vergognose pensioni da fame) abitano in comode case con termosifoni e rari camini. Case, blindate come fossero casseforti o prigioni.
Noi, nella nostra casa al quarto piano nel nostro paese, che poi ho lasciato ma mai abbandonato, avevamo una serratura speciale che il capo famiglia, sempre alla ricerca di novità che destassero meraviglia in noi e negli altri, si era preoccupato di far installare: una sorta di combinazione da cassaforte con numeri segreti per ogni scatto. Il nome da comporre era: lina. Con una parola d’ordine: girasole, l’appellativo che lui mi dava nei momenti di tenera ironia. Girasole = Lina. Oppure: lucerto-lina. Per il mio crogiolarmi al sole durante le nostre lunghe e imperdibili vacanze. 
Ma anche Lina ormai non è più la stessa nella apparente conformità a sé stessa. Certo, conserva imperterrita i capelli biondi e la matita agli occhi e labbra di rossetto, ma con nuove rughe a segnarle il viso su un corpo che ha perso centimetri (tanti) e ha preso chili (molti). E zoppica ed è lenta e cauta nei movimenti. Come da bambina, non sa più muoversi con la disinvoltura conquistata negli anni delle immaginate corse e dei reali silenzi. Lungo strade solitarie più pensate che vissute. Rare e preziose furono quelle percorse con suo padre a farle da guida e da comando. Lina, finalmente allora, col suo stesso “passo svelto” ad accompagnarlo nei rari momenti di insolite intese.